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   :PG.Title: Top
   :PG.Released: 2011-12-18
   :PG.Rights: Public Domain
   :PG.Producer: Carlo Traverso
   :PG.Producer: Barbara Magni
   :PG.Producer: the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
   :PG.Credits: This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.
   :DC.Creator: Adolfo Albertazzi
   :DC.Title: Top
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   :DC.Created: 1922
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Top
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   This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
   almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
   re-use it under the terms of the `Project Gutenberg License`_
   included with this eBook or online at
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      Title: Top
      
      Author: Adolfo Albertazzi
      
      Release Date: December 18, 2011 [EBook #38338]
      
      Language: Italian
      
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      Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.

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      This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.


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   | PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
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   | *I diritti di riproduzione e traduzione sono*
   | *riservati per tutti i paesi, compresi*
   | *la Svezia, la Norvegia e*
   | *l'Olanda*
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   | *Copyright by Casa Ed. A. Mondadori*
   | *1922*
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   | NOVELLE

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[pg!11]




IL CANE DELLO ZIO PROSPERO
==========================


I.
--

— Top!

Il cane seguitò per la sua strada, proprio opposta
a quella da cui veniva il padrone — Prospero
Marzioli — nel tornar a casa.

— Top!

Al secondo più forte richiamo il bracco dovè
ricordarsi del castigo meritato altra volta facendo
il sordo: una schioppettata della quale, più che
pallini, gli restava addosso una gran paura. Piegò
il capo; si fermò un istante, quasi a riflettere; poi
accorse. E dimandava grazia con la coda e con gli
sguardi. Se non aveva da temer lo schioppo — perchè
si trovavano in paese —, c'era il bastone
non meno spaventevole a rammentarne i colpi; e
a vederlo già alzato — misericordia! — si comportò
come soleva in tale pericolo. Una tattica tutta
sua: s'abbatteva in terra supino, le gambe piegate
e rattratte. Così salvava almeno il cocuzzolo e il
dorso ed esponeva solo la parte del corpo più tenerella
e più acconcia, secondo lui, a commuovere
la pietà padronale.

[pg!12]
Ma quel giorno nel rivolgere la testa e il collo
espose al padrone anche una cosa più commovente:
di sotto al collare uscì una carta, un bigliettino
che, ben arrotolato, vi era tenuto stretto da un
filo. Oh!

Oh! oh! Mentre il signor Prospero se ne stava
tranquillo dal barbiere o dalla tabaccaia, Top serviva
dunque da portalettere, da messaggero, da...
A chi? Uno strappo; e, senza neppur leggere intera
una parola, gli fu manifesto, al signor Prospero,
chi commetteva il contrabbando. Non gliel'aveva
insegnata lui, all'Elena, la calligrafia?

Elena — innamorata!

Ebbe la tentazione di leggere tutto: ma si trattenne,
vinto da un senso di profanazione e disgusto,
dall'amarezza che gli salì alla gola e quasi dal
dubbio che il suo tradimento fosse più riprovevole
dello stesso inganno in cui gli pareva d'esser caduto.

Ricompose il biglietto; tornò a legarlo; poi
comandò iroso: — Su! Via! —; e accennava al
cane la strada della missione incompiuta.

E Top, contentissimo, scappò a compierla.


II.
---

Innamorata — Elena! Di chi? Non gl'importava
saperlo; particolare secondario nel fatto
enorme. Questo: che la bambina di ieri, la fanciulletta
[pg!13]
in cui egli aveva raccolta tutta la sua
affezione e una gioia superiore forse a quella di
padre, Elena già palpitava per un bene segreto,
celato a lui, lo zio, come a qualsiasi altro che
potesse contaminarlo! Peggio che un inganno,
quella condotta non dimostrava oltraggiosa diffidenza?
ingratitudine? E perchè non avvertire il
fratello o la cognata? Non ne aveva l'obbligo,
Prospero Marzioli?

Egli rincasò fermando questo proposito nella
mente confusa. Ma non entrò per la porta grande:
entrò per la porta del camerone che da secoli era
usato, dai Marzioli — razza di cacciatori — a uccelliera,
museo di vecchie armi, magazzino e officina
d'ogni arnese da caccia. E con un calcio spedì
la civetta a soffiare in disparte, e avanzando ad
aprir la finestra rovesciò la panca con su le pentole
del vischio e le ciotole dei chiodi. Quella mattina
si sbagliò fin nel distribuire il pasto ai richiami:
mise vermi e cuor trito nel beccatoio dei
fringuelli; i merli ebbero miglio e canepa. Anche,
un beveratoio gli sfuggì di mano e andò in pezzi.
E ruppe del tutto, e quindi gettò sotto la tavola,
la gabbia di vimini da accomodare. E passato nella
camera da pranzo appena fu certo di non essere
visto, salì nella sua camera; e adocchiò dalla finestra
scostando un po' la tenda.

Elena se ne stava là, nel cortile, all'ombra.
Cuciva. — Innamorata!

[pg!14]
Ebbene: c'era da meravigliarsene tanto? Diciott'anni;
ormai diciannove; e una bella ragazza.
Molto bella! Due occhi di una dolcezza ineffabile;
un sorriso di anima pura; i capelli biondi...

«Ah quando tu, zio, le dicevi: — perchè ti pettini
così? — e lei diceva: — perchè è di moda —,
e tu ribattevi: — non mi piaci —, tu mentivi:
avresti voluto che nessuno la vedesse pettinata alla
moda, i biondi capelli spartiti su la fronte bianca
e serena. E quando, vestita di nuovo, la mortificavi: — questa
tinta non ti si confà; stai male —,
tu ingelosivi dell'ammirazione che susciterebbe. E
quando la sorprendevi nell'atto di specchiarsi e
l'accusavi di vanità, e lei, timida, arrossiva quasi
colta in fallo, tu dubitavi fin d'allora che verrebbe
il giorno in cui, specchiandosi, essa non penserebbe
solo a sè, penserebbe a chi non sarebbe certo
suo zio».

Dalla voce che gli parlava dentro in tal modo
il signor Prospero derivò argomento a darsi, per
minor rimprovero, dell'imbecille.

«Timida? Imbecille! È timidezza l'amoreggiare
e ricorrere a sotterfugi? valersi di strattagemmi
piuttosto che confidare nel senno dello zio,
se non della madre o del padre?».

Ma l'intima voce opponeva: «Che sai tu, vissuto
fuori del mondo, delle audacie a cui una
ragazza, appunto perchè timida, appunto perchè ha
soggezione dei suoi e dello zio, può essere indotta
[pg!15]
dall'amore? Che sai, tu, di quel senso di pudore
verginale per cui un'anima ingenua affronterebbe
ogni rischio anzi che svelarsi appunto a chi crede
d'aver acquistato il senno dall'esperienza della
vita? Che sai, tu, degli ostacoli che Elena veda per
la realtà del suo sogno e della fede che abbia solo
in sè stessa per superarli? E perchè mai la rimproveri
nel tuo pensiero, appiattato dietro una tenda,
e non le manifesti apertamente il tuo pensiero, il
tuo dispetto, il tuo rammarico? Saresti timido anche
tu? innamorato... anche tu, di lei?».

Come se la tenda si sollevasse di colpo e Elena
di laggiù e il mondo intero gli leggessero in faccia
quest'ultima dimanda, il signor Prospero si tolse
dalla finestra, e si accasciò su la poltrona ad ascoltarsi
e a consultarsi.

Innamorato, no, non gli pareva di essere (non
gli pareva: a quarantatrè anni! di sua nipote!),
ma geloso, sì: non poteva negarlo; non poteva
ammettere che quella creatura bella, a cui aveva
dato tanto del suo cuore e del suo animo, divenisse
preda d'un altro, d'un indegno, forse; non
poteva immaginarla fidanzata, immaginarsi spettatore
dei sommessi colloqui di lei, felice. Un martirio
insopportabile!

— Top! Vieni qua, Top! il mio Top! — gridava
Elena.

E il povero zio scattò in piedi; tornò ad osservare
di soppiatto. Il cane, di ritorno a casa, era
[pg!16]
venuto a lei; lei lo accarezzava; lo premiava con
lo zucchero o i dolci; e intanto rigirava il collare
di sotto in su; ne staccava il cartellino, la risposta.

«L'ammazzo!». Ohibò! Ammazzato Top,
perduta Elena, che gli resterebbe al mondo? Con
la visione rapida e precisa di un morente, il signor
Prospero scorse tutto il suo passato, la sua esistenza
inutile. Non un amore serio; non una salda amicizia;
nessun altro svago, altro diletto che la caccia;
nessun altro scopo. Eppure durante diciotto
anni gli era sembrato di vivere pienamente, nell'affetto
della nipote. Elena! Elena! Quando, piccolina,
gli veniva incontro ad abbracciargli le gambe!
quando, su le ginocchia, gli tirava i baffi! quando — e
lui fingeva di non accorgersene — apriva gli
sportelli delle gabbie, e i cardellini e i verdoni,
via! Chi gli avrebbe mai detto allora che per lei
dovrebbe soffrire? E quando la piccolina si ostinava
a non capir le lezioni, e piangeva, e lui s'inquietava
e la giudicava poco intelligente, chi gli avrebbe
detto: un giorno la conoscerai più furba di te?

«Come avrà fatto a istruir Top? — L'ammazzo!».

Ohibò, signor Prospero! Non bastava levargli,
a Top, il collare? Elena comprenderebbe che lo
zio sapeva; tremerebbe; gli confesserebbe tutto.

E il signor Prospero deliberò di levar il collare
a Top. E, per la speranza di soffrir meno, prese
anche una deliberazione più grave.

[pg!17]


III.
----

Se, poco oltre mezzodì, lo zio Prospero non
sedeva a tavola ad aspettar il fratello, la cognata
avvertiva la domestica o l'Elena: — chiamate il
cane! —; e se il cane non arrivava, eran certe che
lo zio desinerebbe in campagna e rincaserebbe solo
la sera. Quel giorno dunque si meravigliarono a
veder il cane e a non veder lui. In ritardo? Non
tardava mai. Invitato da qualche amico? Non
aveva amici che lo invitassero a pranzo, e quando
ne avesse avuti, non ci sarebbe andato. Cos'era
successo? L'Elena stentava a dissimulare l'angustia.
Ma per fortuna nessuno, all'infuori di lei,
si accorse che a Top mancava il collare; e, per
fortuna maggiore, suo padre — nonostante il fiero
aspetto — era l'uomo più pacifico di questo mondo.
Egli si limitò a dire:

— Chi non mangia, ha mangiato.

Non sospettava di nulla. E non si meravigliava
di nulla, Adelmo Marzioli! La spiegazione
della strana assenza l'avrebbero, prima o poi: inutile
preoccuparsene.

Egli, infatti, l'ebbe prima di averci ripensato:
due ore dopo mezzogiorno, alla Congregazione di
carità ov'era segretario.

Prospero gli comparve dinanzi con gli occhi
semichiusi sotto le ciglia folte e lunghe, in un'attitudine
quasi violenta per lo sforzo della volontà.
[pg!18]
E al fratello, che attendeva zitto e cheto, parlò
con un lieve tremito nella voce.

— Ho pensato che è meglio ci dividiamo. Io
mi tengo la Valletta; a te l'altro podere, la vigna
e la casa. Nella casa mi riservo il camerone. Ci
mettiamo il letto; il camino c'è: mi basta.

— Come vuoi — disse Adelmo Marzioli.

— Incarichiamo del rogito il notaio di qui o
di Faenza?

— Come vuoi.

— Siamo d'accordo?

— D'accordo.

E Adelmo Marzioli riprese a scrivere.

Se non che mentre Prospero stava per uscire
successe quasi un miracolo: il fratello aveva qualchecosa
da aggiungere.

— Ehi! Senti!

Prospero si voltò.

— Cosa ne dirà il paese?

Prospero rispose: — Dirà quel che dico io:
che io sono un uomo all'antica e le tue donne
vanno alla moderna; che, secondo me, voi spendete
troppo in proporzione al tuo stipendio e alle
entrate, e io voglio assicurarmi della mia parte
per quando sarò vecchio e per lasciarla, quando
morirò, a mia nipote se non si mariterà, o se sposerà
uno della sua condizione. È chiaro?

— È chiaro.

— C'è altro?

— Nient'altro.

[pg!19]

.. class:: center

| \*\*\*

La separazione non dispiacque neanche alla cognata.
Non che Prospero le avesse mai dato soverchio
disturbo; sempre però l'avevan tenuta in
un certo disagio quel suo carattere scontroso e quelle
sue abitudini di misantropo, e da un pezzo in qua
egli la seccava con le osservazioni a ogni spesa che
si faceva per l'Elena. — Ah ah! vestito nuovo;
scarpine nuove! oro! gioielli! Durerà? — Dispiacere,
e più che dispiacere, provò invece l'Elena.
Come ad accorgersi di Top senza collare pensò
che lo zio aveva scoperto la marachella, all'avvenimento
che seguì pensò che lo zio era impermalito
con lei; e dubitò d'averlo contrario nelle sue
speranze. Avrebbe voluto impietosirlo dicendogli: — Io
le sono tanto affezionata! sia buono! —,
o magari provocarne lo sdegno dicendogli: — Che
cosa le ho fatto, io? —; purchè parlasse! Il silenzio
di lui l'atterriva. Ma non osava andar a
trovarlo nel camerone; affrontarlo. Finchè ebbe
un'idea. Dall'uscio che dal camerone metteva nella
stanza da desinare la madre aveva tolta la grossa
chiave. Elena s'avvide che per il buco della toppa
passava una spera di luce. Allora si chinò, guardò,
scorse le gambe dello zio andare e venire. Benissimo!
E colto il momento che nessuno poteva udirla,
fece, a voce bassa:

— Zio! zio!

[pg!20]
Lo zio palpitò; volse lo sguardo intorno; e non
fiatò.

— Sono qui dall'uscio! M'ascolti! Una parola,
zio!

Egli non fiatò; non si mosse.

— Io le sono tanto affezionata, e lei non mi
risponde nemmeno! Cosa le ho fatto, io?

Ma a questo punto Top, il quale giaceva nel
cantuccio vicino alla civetta, tese gli orecchi, si
alzò, precipitò all'uscio; e drizzato su due piedi
contro di esso, si mise ad abbaiare e a guaire affettuosamente.

— Ah Top! il mio Top! Tu sei buono! Diglielo
tu allo zio che è cattivo, che mi fa soffrire!

Cattivo? Soffrire? Era un'ingiustizia! un'infamia!
Lo zio non ci resse più. Esclamò, ironico:

— Soffri, eh, perchè ho levato il collare a
Top?

Poi, con sarcasmo per lei e per sè medesimo:

— A far all'amore non potrebbe servirti, in
cambio, il buco di una serratura?

Nessuna risposta. Non s'udì più che il vario
vocìo dei richiami. E Top tornò ad accucciarsi vicino
alla civetta.


IV.
---

Non molti giorni dopo, mentre stava aggiustando
gli staggi a una rete, il signor Prospero udì
battere alla porticella di strada e chiedere forte:

[pg!21]
— È permesso?

Nè aveva ancora risposto — avanti! — che un
signore entrò; giovine.

— Disturbo, signor Marzioli? Mio padre mi
ha consigliato di venir da lei per...

— Chi è vostro padre? — interruppe il Marzioli
senza muoversi da sedere e senza far complimenti.

— Tarelli! Io sono Diego Tarelli.

Ah! aveva dinanzi il figlio del conte; il più
ricco del paese: bisognava riceverlo con garbo.

— S'accomodi! Mi dispiace... — affrettò cerimonioso
e imbarazzato —; in questa stamberga...,
in questo disordine...

— Amabile disordine! — esclamò, disinvolto,
il giovine. — Sapesse come l'invidio, signor Prospero!
Lei è il più famoso cacciatore di Romagna!
Quante volte a Roma ho pensato a lei!

— A Roma?

— Ci ho compiuti gli studi; e adesso sono,
vorrei diventar cacciatore anch'io. Ecco — aggiunse
contemplando le gabbie in terra o appese
al muro —: ecco i richiami, i cantaiuoli! Quaglie.
Un merlo. Cardellini. Fringuelli. Un fanello...

— Un frisone — corresse il signor Prospero.

— Sbagliavo: un frisone; un...

—... bigione.

— E quante reti! Di quante sorta! Piccole,
[pg!22]
grandi, a maglie larghe e a maglie strette. E han
tutte il loro nome, eh?

— Sì. Quella lassù, distesa, si chiama aiuolo;
quella accanto, paretella; quell'altra, è una ragna.
Queste qui giù sono erpicatoi, diluvi. Questa che
sto aggiustando è una lungagnola.

Intanto Diego Tarelli cercava accostarsi all'uscio
(l'uscio dal buco della serratura aperto); e
come ci fu, volse il dorso e alzando gli occhi alla
parete di contro:

— Anche armi antiche — disse —. Curiose!

Il signor Prospero accennava:

— Uno schioppetto del seicento. Una cerbottana;
una balestra.

— E gli ordigni, più in basso?

(Com'era difficile...).

— Corni da polvere.

— No: intendo dir gli altri, là, a terra.

(Com'era difficile infilare un bigliettino nel
buco della serratura voltandole le spalle!).

— Sono trappole; pignuole; bertovelli.

— E il modo d'usarli?

— Semplicissimo.

Il signor Prospero andò a prendere una gabbia
col ritroso per dimostrarla da vicino al visitatore;
e questi intanto riuscì a spingere nel buco il biglietto
che la mano dell'Elena da un pezzo era
pronta a ricevere.

Ma la faccenda non doveva finir bene. Colpa
di Top.

[pg!23]
Il quale, spalancata d'un salto la porta, entrò,
e a veder Diego Tarelli gli fece la festa dovuta
a un caro amico.

— Top! Top! — Il giovine non potè fingere
di non conoscerlo.

Allora un sospetto balenò alla mente del signor
Prospero. Strinse gli occhi sotto le ciglia folte e
lunghe. Dimandò, cupo:

— Vi conoscete?

— Chi non conosce Top? Tutto il paese! Io
poi ne sono un ammiratore; e appunto perciò sono
venuto a disturbarla, signor Prospero. Me lo vende?
a qualunque prezzo...

«Me lo vende?» Ahi ahi! Cotesta dimanda,
cotesta proposta, urtando nel sospetto che tornò a
insistergli in mente, strappò, a un tratto, fuor di
sè lo zio. Parve investir il visitatore, minacciarlo
con la gabbia in mano. — Vendere, io, Top?

Vendere Top, la sola creatura affezionata che,
perduta Elena, gli resterebbe al mondo, almeno
per qualche anno?

— Vendere il mio cane? — ripetè più forte. — Io?
Top?

E prima che l'altro potesse articolar parola,
tanto era rimasto sorpreso da quella veemenza, seguitò:

— E voi dite di essere, di voler essere cacciatore?
No! — gridava e gli agitava, avanti e indietro,
sotto il naso, la mano sinistra con l'indice
teso —. No! Cacciatore tu, giovinotto, non sarai
[pg!24]
mai! mai! Non sei, tu, che un signorino, un ricco! — E
aveva nella voce il disprezzo di chi accusa una
brutta azione. — Già! perchè avete dei soldi,
molti soldi, voi signori, voi ricconi, vi credete lecito
tutto: ogni indelicatezza, ogni sopruso, ogni usurpazione
di affetti, di cose care! Ma ci sono delle
cose che non si vendono, che non si comprano!
Tientelo a mente, giovinotto mio!

Diego Tarelli aveva lui pure sangue romagnolo
nelle vene; nondimeno si contenne. Riflettè che
aveva a fare non solo con un mezzo matto o un
matto intero, ma con lo zio di Elena. E borbottava
delle scuse.

— Non credevo d'offenderla... Mi scusi... Mi
perdoni...

— Che scusare e perdonare! Vattene e buon
giorno!

— Sì! Buon giorno!

Il giovinotto se ne andò chiudendo di colpo la
porta.

E il signor Prospero si accasciò su la seggiola.

— È lui! — mormorava —. È lui l'innamorato
di Elena!

Bella lezione, però, gli aveva data!

Tale lezione, infatti, tale innamorato che appena
fu fuori Diego Tarelli temè il crollo della
sua felicità in causa di quel matto zio e di quel
benedetto e maledetto cane; e corse alla Congregazione
dal signor Adelmo Marzioli a chiedergli la
mano della figlia.

[pg!25]


V.
--

Confermandosi nell'ipotesi per cui si era arrabbiato,
il signor Prospero ebbe un rigurgito di amarezza
in gola; poi si sentì pieno di male il cuore.
E si sfogò a inveire, entro di sè, contro la nipote.
Stupida! Infatuarsi d'un Tarelli! Credere avesse
buone intenzioni e si proponesse davvero di sposar
lei! Non dubitare che egli amoreggiasse per divertimento!
Stupida! — Poi inveì di nuovo contro
quel gaglioffo che lusingava, per divertimento, una
ragazza onesta, la nipote di Prospero Marzioli!
canaglia! briccone!

Se non che, a pensarci, comprendeva ora come
la richiesta di comprar Top fosse stata un pretesto
e come la visita, con i salamelecchi e le adulazioni,
dovesse avere avuto uno scopo anche più
ignobile: stringere amicizia con lo zio; ingraziarselo,
servirsi di lui meglio che del cane. — Ragazzaccio!
Tu sei furbo, ma...

Più furbo lui, lo zio!, quantunque non arrivasse
a immaginar tutta la verità. Questa: mancato il sussidio
del collare, giudicando troppo rischioso il gettito
dei biglietti e delle letterine dal muro del cortile,
oh che restava all'Elena se non suggerire a
Diego il mezzo suggerito dallo zio a lei: il buco
della serratura?

Nè lo sfogo sollevò il signor Prospero; egli non
[pg!26]
ebbe riposo nel cuore e nella testa. Adesso voleva
e non voleva parlar alla nipote, esortarla a metter
giudizio o, no, tacere. Finchè l'ira di nuovo prevalse.

No; l'Elena non meritava i suoi consigli! Non
aveva avuto fiducia in lui; non ne aveva: corresse
dunque al castigo; alla delusione! E, dopo tutto,
per lei sarebbe meglio. Non s'innamorerebbe più
così facilmente; forse non si mariterebbe mai; vivrebbe
nel bene dei suoi e dello zio. Questo, questo
egli, ora, sperava!

«Egoista!» gli gridò la coscienza; e mentre
si ascoltava sorpreso, «egoista» gli sembrò ripetessero
dalle gabbie, piangendo e cantando, le
creature schiave della sua vita inutile; «egoista!»
sembrò affermar anche Top, che era stanco di dormire
e desiderava andar fuori, in campagna, a
caccia.

Onde Prospero Marzioli, più afflitto che mai,
si alzò, prese lo schioppo, passò il braccio nella
cinghia; si diresse alla porta da cui il bracco
l'aveva preceduto. Ma sulla soglia ristette.

E tornò indietro; e venne all'uscio a figger
lo sguardo nel buco della serratura. Non vide nessuno.
Elena! Elena! Chiamarla? Non ne ebbe la
forza.

Oh! fuggire di là, in campagna, a caccia, con
Top, a guarire del male che aveva nel cuore!

[pg!27]


VI.
---

Rimase alla Valletta una settimana: tempo
sufficiente perchè il vecchio contadino, il quale
dianzi l'aiutava a tender le reti, a invischiare, o a
batter le macchie, si convincesse che il padrone
era ammattito del tutto. Aveva mandato a prendere
i richiami, la civetta e gli arnesi; ma non si
recarono nemmeno una volta al paretaio o nelle
larghe a tirar alle allodole. Camminavano su e giù
per i campi aspettando che il cane scovasse la lepre,
e non sparavano un colpo; e sedevano stanchi alle
prode dei fossi. Ivi il padrone o contemplava, vattelapesca
chi e che cosa, oppure discorreva in modo
che non l'avrebbe capito l'arciprete.

— La verginità volontaria avvicina l'umanità
a Dio. Lo credi?

— Sissignore — il vecchio rispondeva, fedele
al principio che conviene dar sempre ragione ai
matti.

— Da che mondo è mondo la vita fu considerata
come una prova dell'uomo e della donna per
elevarsi, perfezionarsi l'anima; e l'amore, come
s'intende dai più, fu considerato un abbassamento,
un prolungamento di quella prova superata soltanto
dalla verginità. Lo credi?

— Dice bene lei!

E un'altra volta, quel poveretto, tenne al contadino
questo bel discorso:

[pg!28]
— Tu negli alberi non vedi che frasche da
sfogliare, legna da tagliare e da bruciare; nei fiori
non vedi che un ghiribizzo della madre terra; negli
uccelli non vedi che materia da umido o da arrosto.
Sfòrzati invece a pensare che tutte queste creature
sono animate dello spirito che ci dà vita a noi, e
starai meglio con loro che con gli uomini e con le
donne. Lo credi?

Il vecchio rispose:

— Credo sia già suonato mezzogiorno. Andiamo
a mangiare, signor padrone?

Rincasando non si accorgevano, l'uno per la
filosofia e l'altro per l'appetito, che Top era scomparso.

Top, con mirabile puntualità, all'ora di desinare
giungeva ogni giorno a casa Marzioli, dove
l'Elena gli preparava la zuppa. Mangiava; dormiva;
quindi tornava in campagna desideroso di
novità.

Ma ne era più desideroso, di novità, il signor
Prospero. E l'ottavo giorno, per interrompere in
qualche modo la pena protratta, riprese la via del
paese e del camerone.

.. class:: center

| \*\*\*

Il trambusto di lui, là dentro, trasse l'Elena
all'uscio, come egli aveva immaginato.

— Ehi, zio! sono qui: ascolti una parola!

— Elena!

Mai chiamandola lo zio aveva avuto una voce
così tenera; la voce di chi ha pianto. Aggiunse:

[pg!29]
— Che vuoi?

— Ho una cosa da dirle; accosti l'orecchio.

— Son qui.

Un lungo attimo di silenzio. E l'Elena sussurrò:

— Non mi attento.

— Ah — egli fece, pentito a un tratto d'essersi
abbassato alla serratura —: ti attentavi però
ad attaccar i bigliettini al collare del cane!

— Bene, zio! — mormorò pronta la ragazza —:
lei adesso può star tranquillo; può rimettere
il collare a Top.

Se dal buco della serratura Prospero Marzioli
avesse scorto l'universo quale possessione sua, tutta
sua, non avrebbe provata tanta gioia!

Rimettere il collare a Top, star tranquillo, non
significava forse che l'amoreggiamento era finito?
Senza dubbio il Tarelli, dopo la lezione ricevuta
dallo zio, aveva rinunciato all'Elena. Quant'era
bello adesso il mondo, sebbene dal buco della
serratura non si scorgesse più nessuno e non si udisse
più nulla!

E ora Prospero Marzioli poteva incontrare Adelmo
Marzioli senza timori e senza rimorsi.

L'incontrò poco dopo, che veniva dalla Congregazione.
Ma — miracolo! — questa volta parlava
prima lui, Adelmo; al solito, però, pacato e
conciso.

— Il figlio di Tarelli ha dimandato l'Elena.
A San Martino si sposano.

[pg!30]
Elena — sposa!

Lo zio Prospero impallidì; diventò rosso; tacque
finchè fu certo di poter dissimulare la passione
con lo sdegno. Un lungo attimo; e aggrottate le
ciglia, esclamò:

— Non aspettatevi regali, non aspettatemi alle
nozze. Sono uno da star a pari dei Tarelli, io?

Bene. Non si commosse Adelmo; chiese soltanto:

— C'è altro?

— Nient'altro — rispose Prospero allontanandosi
e premendosi con la mano il cuore.


VII.
----

E rimise il collare a Top. Ma chiuse per sempre
il camerone delle memorie e delle glorie sue
e familiari.

Alla Valletta — ove dimorava in una piccola
stanza simile a una cella — consumava molta parte
del giorno leggendo o tentando di leggere. Aveva
dato la libertà ai richiami e alla civetta; e a caccia
non andava più che con Top, senza sparare un
colpo. Nel dissidio che era in lui fra l'energia della
razza e l'affievolimento dell'amore — l'amore per
tanti anni respinto — l'amore troppo tardi conosciuto — ora
si meraviglierà di aver potuto incrudelir
con le creature innocenti e liete eppur
godere, nel tempo stesso, della comunione di sè
[pg!31]
con la vita naturale; ed ora si rammaricava d'esser
così mutato, d'esser così fiaccato nel suo soffrire.

Elena! Avrebbe voluto udir parlare sempre
di lei, solo di lei.

Spesso gliene discorreva il vecchio; ogni volta
che tornava dal paese. Quante chiacchiere intorno
al matrimonio Marzioli Tarelli! Che cotta s'era
buscata quel giovine! Che fortuna, quella ragazza!
Ma la meritava. La più bella ragazza del paese!
Una bella romagnola!

Già si sapeva che, il dì di San Martino, le
nozze sarebbero celebrate con gran pompa; e dopo,
gli sposi partirebbero per Roma.

— Col diretto delle undici — notò, per dire
qualche cosa, per nascondere sè a sè stesso quasi
con una prova d'indifferenza, il signor Prospero.
Poi dimandò aggrottando le ciglia:

— E di me cosa si pensa?

— Qualcuno pensa che lei ha giudizio.

— Perchè?

— Perchè lei non approva questo matrimonio.
I Tarelli han troppi soldi, e i troppi soldi non han
mai fatto contento nessuno.


VIII.
-----

Alla proda del fosso, davanti all'acaciaia, Prospero
Marzioli sedeva tenendo lo schioppo appoggiato
al ginocchio sinistro e poggiando sul destro
[pg!32]
il gomito si reggeva col braccio e con la mano il
capo. Aspettava passasse il treno che portava gli
sposi al viaggio di nozze. Finalmente — ecco — sobbalzò.
Laggiù tra gli alberi, sotto il fumo che
livido stentava a sollevarsi e a diffondersi nell'aria
umida, egli osservava scorrere il convoglio, rotear
via rombando.

Elena! Elena! Senza voce la chiamò con tutta
l'anima; invisibile agli occhi, la vide; la perdè:
con tale angoscia che non si morse più le labbra
per trattenere i singhiozzi. Nè allora ebbe vergogna
di sè stesso. Gli parve allora che la derisione,
lo scherno di tutti gli uomini non l'avrebbe
offeso. E mentre le lagrime gli colavano per le
guance e volgeva lo sguardo, a scorgersi, a sentirsi
solo in quella campagna deserta e squallida capì
che di contro il dolore umano c'è qualche cosa di
peggio che l'umana cattiveria, l'irrisione, lo
scherno: c'è l'indifferenza di tutta la vita estranea
alla nostra vita, c'è la separazione da noi delle
infinite esistenze inconsapevoli di noi.

A lui che cosa restava? chi gli restava? Un
cane! L'ira lo scosse; gli diè l'impeto di chi cerca
divincolarsi. E gridò, fremente:

— Top!

Top impazzava a levar passeri dal seminato,
a inseguirli abbaiando; e non attese alla voce del
padrone.

Ma questa volta il padrone non ripetè l'ordine
prima di punir la disubbidienza.

[pg!33]
Sparò.

Un guaito; e il bracco cadde.

Prospero Marzioli corse a lui; e vide gli
occhi spaventosamente affettuosi, ebbe da quegli
occhi che si spegnevano una tremenda invocazione
di pietà. E quasi per trovar ristoro al male atroce
o fine all'agonia, la povera bestia piegò il collo.

Dal collare usciva, arrotolato e tenuto da un
filo, un bigliettino.

E lo zio, premendosi con la sinistra il cuore,
lo prese. Lesse:

*Diglielo tu, Top, allo zio che gli vorrò sempre
bene; tanto, tanto bene*!

Ma Top era morto.

[pg!35]




LE PENNE DEL PAVONE
===================


Andar a bruscolare anche allora significava in
pratica, più che la parola non dica, raccogliere,
per bruciaglia, stipa grossa e bacchetti lunghi, e
se nel luogo della ricerca si trovavan begli alberi
frondosi la coscienza non escludeva qualche strappo
o taglio di materia non secca. La massima antica
che «la roba dei campi è di Dio e dei Santi»
pareva dar diritto, allora, a portar via qualche cosa
appartenente ad altri; e poichè oggi il diritto nuovo
pare conceda di portarla via tutta, o quasi tutta,
evidentemente la roba dei campi sarà oggi passata
in padronanza superiore a quella dei Santi e di
Domineddio: il mondo non cammina per nulla.

— Non date danno — raccomandava la donna
del casellante ferroviario ai suoi ragazzi; e aggiungeva
come argomento positivo alla moralità ideale: — Potreste
buscarvi delle bòtte —. Quando però
i figliuoli rincasavano carichi di legna o, magari,
stringendo al seno un mellone o un cocomero, e dicevano: — Ce
l'han donato —, lei fingeva di crederlo:
li vedeva incolumi, e «la roba dei campi...».

[pg!36]
Ma la buona donna raccomandava con maggior
premura: — State lontani dai borroni!

Perchè a bruscolare andavan di solito lungo il
Rio Rosso dove scorre più fondo tra più folto e più
pioppi, verso monte; e non vi mancavano le tentazioni
e i pericoli.

Il divertimento alla chiusa!: togliere i travi che
servivan da paratoia per veder la piena precipitare
riscintillante, e mandar con essa — a rischio
di tenergli dietro — il primo trave per sollevare
dal baratro una fragorosa colonna di spume e di
faville! E i pesci? Non si godeva a sorprenderli e
quasi afferrarli mentre galleggiavano nell'acqua
limpida e tremula?

.. class:: center

| \*\*\*

Quel giorno, dunque, i figliuoli del casellante,
Mario e Aldo Sartori... Bei ragazzi tutt'e due,
ma più il piccolo — Aldo —, che esprimeva dagli
occhi la letizia del sangue sano e la bontà dell'indole...
Quel giorno, a fin di luglio, appena furono
discesi dal ponte s'avviarono di corsa alla
chiusa. Ahimè, non aveva raccolta. E il caldo era
così grande che i pesci non comparivano, e fin i ranocchi,
all'approssimar dei passi, tardavano a balzar
giù con un tonfo e a penetrar nella melma dimenando
le gambe e intorbidando, come d'un fumo,
il breve specchio. Soltanto le idrometre mostravano
d'esser contente a sfiorar l'acqua coi fili delle loro
[pg!37]
zampine, insensibili a tutto fuorchè al correre miracolosamente
così su l'acqua, nel sole; emanazione
di vita indifferente a tutto fuorchè al molle contatto
e al moto alacre e incessante.

— Raduna tu i bacchetti — comandò Mario
al fratello, e si adagiò a un'ombra. — Io farò il
fascio.

Sapeva già compor le fascine a modo degli
uomini. Con un vinco. Ne attorcigliava la vetta a
cappio, sottoponeva il legame alla stipa, la calcava
col piede, e introducendo nel cappio l'altra
estremità del vinco la tirava e torceva in groppo
sì che tenesse la presa. Poi si addossava il fastelletto
e portandolo a dorso curvato si credeva che
chi lo guardava lo stimasse un uomo. Perciò comandava
al fratello e gli lasciava il vanto della
fatica più umile.

— Cogli tu! Presto!

No e no. Aldo ne aveva meno voglia di lui.
E liticarono. E si acciuffarono. Dei due, Mario,
che percuoteva più sodo, era più facile a lamentarsi.
Aldo resisteva finchè poteva, indi scappava
con rivincita di boccacce e sberleffi che ne rideva
lui stesso. E ridendo tornavano in pace.

.. class:: center

| \*\*\*

Da quanti secoli si ripete nei fanciulli la smaniosa
gioia che dovevan provare gli uomini primitivi
allorchè riuscivano a impossessarsi di qualcuna
[pg!38]
delle più liete creature del mondo? Era una vittoria
su la natura, la quale ai volatili volle dar
mezzo di sfuggire alla cupidigia umana, ed è tuttavia
la soddisfazione di un'istintiva, atavica invidia
per quelle creature così liete a credersi inafferrabili:
tanta soddisfazione, tal gioia da rendere
ingenua e inconsapevole la crudeltà.

— Con un archetto — diceva Mario — si
prendon le buferle.

Ora i fratelli sedevano all'ombra insieme, pacificati
e invogliati di caccia da un branco di cardellini
che calando dalle fronde di sopra a loro
eran venuti a bere e a bagnarsi.

— Sono men furbe dei cardellini le buferle — diceva
Aldo.

— E se ci restan, nella corda, non scappan
più. Vedrai!

Ma costruire un archetto non era agevole come
legare un fascio di stipa.

Mario piegò ad arco un ramoscello e lo tese
per bene con uno spago doppio a scorsoio. Se
non che non sapeva ancora la giusta distanza dei
nodi, nè trattener l'uno col piòlo, che, quando
la vittima capiterebbe su la corda, cadrebbe, e
l'arco scatterebbe serrando e stringendo le povere
gambe fra l'altro nodo e la cocca. Uno spasimo
atroce.

— Fa presto! — Aldo sollecitava, ansioso del
giuoco. — Dove ce n'è, delle buferle, adesso?

— Nell'acaciaia del Palazzaccio.

[pg!39]
E prova e riprova, finalmente la macchina sembrò
in ordine.

Mentre avanzavano per il sentiero tra le macchie
il piccolo si accorse che il giorno mutava luce.

— Vien tempo da piovere.

— Lascia! In caso che piova andiamo a ricovero
nella capanna del vignarolo, lassù. Io non ho
paura di niente.

.. class:: center

| \*\*\*

Ecco. Sfogliata la cima a un'acacia, posato
l'archetto fra una rama e l'altra, non c'era più che
da attendere con pazienza, zitti e queti. Passeri ne
giungevano, d'intorno, ma parevano avvisarsi a
vicenda dell'insidia: buferle, nessuna. E Aldo
non poteva star fermo e tacere. Deluso, cominciò
a insistere per tornar a casa.

— Non senti che tuona?

Il temporale rombava da lungi e già ne pesava,
nell'afa bassa, la minaccia. Quando uno strano
grido, come d'una voce troppo alta emessa da una
gola troppo stretta, come d'un richiamo doloroso
e selvaggio, sorse lì, da loro.

— Un pavone!

— Un pavone di quelli del Palazzaccio. Cercherà
la pavona e i pavoncini, per ammazzarli — disse
Mario.

E lo videro. Nonostante l'impedimento della
coda oltrepassava svelto fra tronchi e sterpi. Addosso!
[pg!40]
Forandosi le mani e le guance nell'inseguirlo,
lo spinsero contro un cespuglio.

— Càvagli le penne! — incitava il piccolo. — Ne
voglio una!

Infatti come la bestia ebbe nascosto il capo
nel cespuglio e pensandosi non più vista non si
mosse più, Mario potè strapparle una, due, tre
penne delle più belle.

E nel cielo ottenebrato proruppero i lampi.

Allora i ragazzi fuggirono a ricoverarsi nella
capanna.

.. class:: center

| \*\*\*

Il capannotto del vignarolo era a sommo della
riva, appoggiato a una quercia e contesto di frasche.

Vi entrarono felici. Essere al coperto, al sicuro,
là sotto, come fossero sol lor due al mondo,
mentre la bufera si scatenava! Il tuono ora scuoteva
cielo e terra.

— È il diavolo che va in carrozza con sua
moglie. — Mario rideva; non aveva paura.

Ma Aldo non rideva più. In fondo, dove il
riparo era più saldo, sedè accosto al pedale della
quercia e si coperse il viso con le braccia. E a un
tratto, dal cielo squarciato piombò la grandine col
fracasso della ghiaia scaricata dalle birocce; con
un guizzo di luce abbacinante una folgore cadde
da presso. I chicchi grossi quanto le nocciole fendevano
il fogliame e il frascame dell'albero; alcuni
penetravano di colpo nel rifugio.

[pg!41]
— Mamma! — invocò il piccolo.

— Non aver paura! — ammonì il fratello. —
Ci son io; e ti copro con la paglia. Tieni tu le
penne.

Gli porse, gli mise nella mano le penne del
pavone, e tornò verso l'entrata dov'era un po' di
paglia, in mucchio. E si chinava per raccoglierla,
per difendere con essa, dalla tempesta, il fratellino
che chiamava la madre e piangeva; e in quell'istante
si sentì investir tutto, rapire da una fiammata.
E non capì più nulla.

.. class:: center

| \*\*\*

Quando rinvenne, Mario vide che il sole splendeva.
Ma aveva l'impressione di non poter più
muoversi. Con un terrore folle si sforzò ad alzarsi
in piedi, e alzatosi gli parve di sentir il sangue rifluire
per ogni vena e d'essere leggero leggero.

— Andiamo via! corriamo a casa! — gridò
volto ad Aldo.

Aldo non si mosse. Teneva il capo a terra, contro
il braccio sinistro; tendeva l'altro braccio stringendo
in mano le penne del pavone.

E Mario gli si avvicinò, lo chiamò più forte.

Non rispose.

Tendeva il braccio destro, irrigidito, quasi volesse
rendere al fratello le penne del pavone che
il fulmine gli aveva lasciate intatte nella mano.

[pg!43]




LA FIUMANA
==========


Che gli asini camminando più o meno piano
per la strada maestra si provino a prendere ogni
viottola che scorgono di qua e di là, si capisce.
La strada larga e bianca, precorrente senza limite
visibile, suscita in loro l'idea e il panico dell'infinito;
e poichè sanno per esperienza come da colui
che trasportano e che li guida e bastona ci sia
da aspettarsele tutte — e non sarebbe da meravigliare
neppur il proposito, in lui, d'andare all'infinito — essi
dalle viottole laterali han l'illusione
o la conoscenza o la speranza di un termine prossimo,
e tentano rivolgersi a quello.

Più difficile è spiegare perchè anche l'asino
bennato oppugni a voltar indietro pur nella più
larga e più piana strada. Ecco. Il prudente auriga
tira dalla parte destra fin quasi al limite del fosso,
indi tira a sinistra con tanta energia che la bestia è
costretta a piegar contro la stanga il collo, la testa,
la bocca aperta dallo spostamento del morso, e, per
esprimer meglio il suo volere, il padrone rialza
e riabbassa in fretta il randello, sì che la battuta
groppa si addossa, rintronando e dolorando all'altra
[pg!44]
stanga — e, nossignori, non cede; piuttosto che
cedere l'asino va inesorabilmente nel fosso di sinistra
col biroccino e chi c'è sopra. Perchè? Forse
per amor proprio? punto di onore? dignità personale?
In tal caso bisognerebbe supporre a questa
ostinazione, a cocciutaggine così pericolosa, un
ragionamento degno d'un uomo di carattere quale
ce n'è pochi, specie al giorno d'oggi. — Ah tu
che mi sfrutti mi hai dunque attaccato al biroccino
non per bisogno, ma — poichè vuoi tornar indietro — solo
con l'intenzione di farmi faticare e di bussarmi?
Ebbene, no! neanche se io debba tornare
alla dolce stalla, io non volto! Preferisco pungermi
alla siepe, rompermi una gamba, fiaccarmi
l'osso del collo nel baratro. Non volto: no, no e
no!

E che tale o simile ragionamento non fosse da
escludere lo dimostrerebbe un fatto: che laggiù,
quando sia rimasto in piedi o risorga, l'asino si mette
subito a brucar l'erba della sponda. L'ostinazione
cieca non gli permetterebbe di vederla, l'erba: la
stizza invece, che nelle persone intelligenti non toglie
il lume degli occhi e passa presto — appena hanno
avuto sodisfazione —, gli lascia dire tra sè: — Adesso
che l'ho vinta io, sono contento. Mangiamo!

Ma quand'anche questa presunzione intellettiva
nei ciuchi fosse esagerata, l'ostinazione loro
sarebbe sempre più agevole da intendere, psicologicamente,
che l'ostinazione dei cavalli.

[pg!45]

.. class:: center

| \*\*\*

Qualche anno fa venne di moda il negar l'intelligenza
al cavallo, o — nella reazione ad ogni
ammirazione del passato — per contrasto al Buffon
e all'Alfieri, o per consenso al grande — allora — e
nuovo Mirbeau, o per incredulità delle
esperienze di Elberfeld, ove dicevano che un certo
cavallino eseguiva esercizi d'aritmetica coi piedi,
i quali oggi nemmeno usan più i poeti agli esercizi
della prosodia. E si chiamava stupido il «più nobile
compagno dell'uomo» perchè è ombroso e
perchè ha lo sguardo velato: come se l'adombrare
non potesse indicar il prevalere della facoltà fantastica
su la fredda ragione, che è indizio di genialità,
e come se non ci fossero stati grandi uomini,
scienziati o poeti, non solo con velato
sguardo, ma con occhi morti del tutto.

Un fenomeno però della razza equina varrebbe
meglio a giustificarne i detrattori: il restio. Quale
maggiore stolidezza, se volontaria? Fermarsi a un
tratto senza perchè manifesto; resistere a ogni stimolo,
a ogni esortazione più carezzevole, a ogni
più duro castigo: lì, immoto con la testa china,
proprio a mo' degli asini malnati, e talvolta con il
di dietro alzato a springar calci in ricambio delle
frustate, dei pugni su la testa e dei calci nella pancia
che l'uomo, per diritto di ragione e di padronanza,
elargisce all'animale, indarno.

[pg!46]
Tale pervicacia, a udir il contadino o il birocciaio
alle prese con essa, a udirne, tra le bestemmie
e gli *oh!* e gli *uh!* e i *va là!* gli epiteti che tempestando
e infuriando rivolge all'animale suo (carogna! — vigliacco!
o vigliacca! — ignorante! etc),
non sarebbe da giudicare appunto che uno stolido
capriccio. Ma la scienza, dopo parecchi secoli da
che si han cavalli restii, scoperse che il fenomeno
non andava e non va chiarito moralmente, e ne accertò
la causa fisiologica e patologica.

Si tratta di un disturbo funzionale, nervoso,
psicopatico; di un morboso potere inibitorio che
improvvisamente impedisce l'atto volitivo del correre.
E se è così, nè vi ha dubbio che non sia così,
quale passione, mio Dio!, quale martirio! Altro
che pungersi alla siepe per l'ostinazione d'andar
nel fosso! Pensateci. Pur ammettendo che gli manchi
affatto l'intelligenza, non negherete che il cavallo
ebbe dalla natura l'esser generoso. Quanto
può, dà. Ora, l'accesso del male a che drammatico
doloroso intimo conflitto lo condanna! Pensate!
pensate!... L'istinto lo porterebbe alla corsa senza
freno, al galoppo fin che gli basti il respiro, e il
misero non può più muoversi!; la natura l'ha creato
sensibile ai richiami della voce, al tocco delle redini,
al dolore delle frustate, e deve star lì immoto,
inchiodato, a udir il padrone gridar come
una bestia terribile, a ricever le percosse, a tremar
a nervo a nervo, a bagnarsi di sudor freddo, senza
voce, senza maniera di svelar il suo martirio, di
[pg!47]
chiedere pietà — non posso più correre! non posso
più andare! —; veder davanti a sè aperta, libera,
la strada in cui gli è pur così grato superar i fratelli
o seguirli, e aver addosso, intanto, l'apprensione
orrenda di non poter più dar un balzo e avviarsi:
mai più! Un cavallo! Non sarebbe — dite — una
pena atroce quand'anche gli mancasse affatto
l'intelligenza? E gli mancasse davvero! Soffrirebbe
meno.

Invece....

.. class:: center

| \*\*\*

Cenzo Dimondi è ancor vivo e sano, e narra
volentieri la storia del suo Baio.

Se capitate alla bottega — tre chilometri oltre
Pedriolo, su la destra del Sillaro — ove con *Sali
tabacchi maiale e altri generi* egli vende, fra gli
altri generi, vin buono, bevete un bicchiere con
lui e fatevi ripetere il racconto: non mi accuserete
dopo d'averci introdotto aggiunte sentimentali per
renderlo più vero.

— Un cavallo, che i miei ragazzi chiamavan
Baio, era la mia delizia — narra Cenzo Dimondi. — Sano,
fido e di tanto sentimento che non sopportava
nemmeno lo schiocco della frusta. In due
mesi da che l'avevo comprato, non mi aveva recato
un torto, mai. Quando, un giorno di settembre,
venivo da Bologna. Vicino a casa vidi che doveva
esser piovuto da poco e che in montagna il cielo
s'abbuiava. Tornare indietro, al ponte, e allungare
[pg!48]
il viaggio per non attraversare il fiume a guado, al
solito? No: il fiume non dava segno di cresciuta,
nè io potevo immaginarmi che in montagna alta ci
fosse stata intemperie. Senza sospetto di quel che
stava per succedere calai dunque dalla riva, per
la carraia che lei vede là dirimpetto. E il cavallo,
tranquillissimo, taglia il primo raggio d'acqua;
passa la secca; rimette le gambe nella corrente più
larga; tranquillo tranquillo avanza fino a metà e...
si ferma.

Lei dice: — un capogiro. Ma col capogiro i cavalli,
nel fiume, mi si eran sempre mostrati diversi.
Dubitano un poco e basta eccitarli un poco. E lui.
Baio, eccitato con la voce, non si mosse.

Non giovando nè le parole nè lo scuotergli addosso
le redini, lo tentai con la frusta. Niente. Nessun
dubbio più: era restio! Io sapevo anche allora
che il restio è quasi una paralisi che dura dieci minuti,
un quarto, fin mezzora. Bisognava pazientare,
attendere. Ma la mia donna di qui, dalla bottega,
mi vide col biroccino fermo in mezzo all'acqua e
cominciò a gridare: — Presto, Cenzo, che non
arrivi la fiumana! — E i ragazzi: — La fiumana,
babbo! — Mi diedi a frustare, prima senz'ira, poi
senza misericordia: sopra, sotto, nelle gambe, nel
collo, nella testa; la pelle s'enfiava a cordoni. E
niente, come se battessi lei, che non c'era. E gli
urli della donna e dei ragazzi diventarono più acuti. — Si
sente la romba! Scappa, Cenzo, per amor
di Dio! — La fiumana, babbo! la fiumana!

[pg!49]
Già, avrei dovuto scendere; abbandonar cavallo
e biroccino; perderli, chè la piena qui, sboccando
dal letto stretto e fondo, rovescierebbe e si
porterebbe via un paio di buoi con il carro. Ma mi
ero impuntato anch'io. Se il restio è un male — pensavo —,
un male più grande lo scaccerà. E mi
misi a picchiare il cavallo col manico della frusta tenendolo
a due mani. Botte da accopparlo. E niente;
come niente!

Disperati, mia moglie e i miei figliuoli, che
mi vedevan me là in mezzo e vedevan la piena che
arrivava arrivava, ora chiamavano aiuto. — Aiuto!
aiuto! — Aiutarmi chi? Non c'eravam che noi, in
questa parte, a quel tempo. Aiutarmi in che modo?

Mentre bastonavo e bastonavo, da matto, voltai
l'occhio... Mi si drizzan i capelli in testa anche
adesso a ricordarmene; mi si gela il sangue nelle
vene. L'acqua torba raggiungeva la chiara, dilagava
furibonda; le onde...

Stavo per diventar matto davvero; per saltar
giù dal biroccino. Se salto giù, mi annego. Le
onde tra pochi momenti erano alle ruote, le dico!

Gridai: — I miei figliuoli! — E... Dio!
Dio! Il cavallo si slancia; in due, tre balzi trascina
il biroccino fuori dell'acqua, si avventa attraverso
la secca e su, di galoppo, per la riva: su! su!
siamo nella strada. Ah!... Salvo! Come dentro
a un sogno vedo le facce bianche della mia donna
e dei miei figliuoli che mi guardavano senza più
[pg!50]
voce; E qui, davanti alla bottega il cavallo, Baio,
mi stramazza. Morto.

A questo punto Cenzo Dimondi non si vergogna
a raccogliere due lacrimoni nel fazzoletto. Indi
seguita:

— Baio, un cavallo di tanto sentimento, attaccato
dal male non sentiva più nè parole, nè frustate,
nè bastonate. Ma aveva capito il pericolo: non
dico il pericolo di me o di lui: un pericolo spaventoso,
quasi di tutti, di tutto il mondo!, e l'aveva
capito dalle grida dei miei, dalla romba lontana,
dallo squasso vicino, dall'urlo mio. E volle vincere
il male che l'inchiodava, a ogni costo. Lo
vinse. Ma gli crepò il cuore.

Dopo un'altra pausa Cenzo Dimondi conclude
con una dimanda:

— È così o non è così?

[pg!51]




A SANT'ELPIDIO
==============


— Ed Elena Baschi, così intelligente, così
bella?

— Sempre lassù, tra i monti, a Sant'Elpidio,
dove andò maestra la prima volta.

— Maritata?

— Nemmeno.

.. class:: center

| \*\*\*

La prima volta che Elena Baschi andò a Sant'Elpidio
fu in un nuvoloso pomeriggio, al finire di
settembre.

Lungo, interminabile il viaggio. La strada procedeva
a salite e discese tra siepi alte, al di là
delle quali non si scorgevano, a quando a quando,
che i soliti campi alberati e arati, deserti; e per
le frequenti svolte anche la vista, dinanzi, veniva
spesso impedita.

Gravavano tedio e silenzio. E se la siepe diradava
o cessavano i filari degli olmi, appariva, a
sinistra, la costa montana, che nebbiosa, senza
cime, escludeva l'orizzonte con limite uguale e
dava pur essa il senso di una solitudine lunga.

[pg!52]
Finchè, dopo una calata, la strada svoltò ancora,
improvvisamente... Oh! Meraviglioso! Allo
sguardo si aperse, libero e vasto, un meraviglioso
scenario. Il passaggio dalla uniforme e scarsa veduta
a quell'inatteso spettacolo fu così repentino che ad
Elena sfuggì un'esclamazione di gioia.

La strada rasentava la riva del fiume, che precipitava
a picco, profonda; e il fiume, svelato di
un tratto, spaziava bianco nel greto, brillava a
raggi intermittenti nell'acqua: la sponda opposta
declinava verde, folta, sparsa di case; e laggiù,
dove le rive si distendevano a valle era, da una
parte, la chiesa, bianca, grande, col rosso campanile
e una fila di pioppi; e dall'altra parte, una
tenera frescura di erba, e tra gli alberi festonati
di viti, in gruppi, le case del villaggio. Congiungeva
le rive un nuovo ponte a begli archi; sorgevano
nello sfondo le montagne, prima azzurre, quasi a
respirare nel cielo sereno; poi svanivano in una
luce cinerea.

— Sant'Elpidio — disse il vetturale.

E in quella dilatata ampiezza, dall'una all'altra
di quelle chiare e ariose rive, correva, come
per affrettarsi avanti il morir del giorno, una vita
possente di suoni e di voci.

Contadini che incitavano i buoi; donne e ragazzi
che si chiamavano e rispondevano; muggiti
di vitelli; canti di galli; densi cinguettii di passeri.
Quindi il tinnire di un'incudine. Quindi, anima
che raccoglieva mille anime e interrompeva mille
[pg!53]
echi, più forte e vibrante si diffuse il suono delle
campane.

Elena Baschi, commossa, pensava.

Con l'orgoglio di bastare finalmente a sè stessa,
con la superiorità che le prometteva la cultura della
Scuola Normale, con la fiducia di aver a compiere
una nobile missione non l'attendevano forse lieti
giorni in così mirabile luogo? Non potrebbe sperare
anche là d'esser degnamente amata? Gli otto mesi
da trascorrere a Sant'Elpidio non sarebbero almeno,
per lei, come la vigilia di una festa avvenire, la
prova meritoria della felicità avvenire?

.. class:: center

| \*\*\*

Prese a dozzina la nuova maestra una vedova,
vecchia di forse sessant'anni, piccola e grassa; col
viso grinzoso, cotto dal sole. Gli occhi vivi; non
brutta, e ridente. Ma doveva essere avara, perchè
il vitto, abbondante e buono ai primi giorni, andò
scemando in quantità e qualità; e nei modi la vecchia
dava a vedere una rozzezza inasprita dai pregiudizi
e dalle costumanze incivili. Così, faceva
che l'ospite desinasse e cenasse sempre sola, sebbene
la tavola fosse apparecchiata per due; per
l'ospite e per il figlio Agostino, il tiranno.

Questi mercanteggiava in bestiame; ai paesi
e alle fiere del monte e della pianura. Era bell'uomo
e villanzone. Incontrandosi con Elena, ai
[pg!54]
primi giorni, si toccava appena la falda del cappello,
senza dir nulla; di poi, disse, senz'altro
complimento:

— La saluto, maestrina.

D'una volgarità stupida nei brevi discorsi, i
suoi motti tendevano sempre ad allusioni sensuali.
E avvolgeva Elena d'occhiate lunghe e fredde, da
mercante speculatore e da buongustaio mutevole.

Non li temeva essa, quegli occhi; l'assicurava
la superiorità dell'intelletto e dell'animo.

La turbavano, al contrario, le occhiate della
madre. Quella vecchia espansiva e gioconda con
tutti gli altri, aveva mutato aspetto con lei; non
dissimulava nello sguardo come una preoccupazione
continua, una segreta diffidenza, un'antipatia
a stento repressa. Perchè? Elena sdegnava
interrogarla.

Il disgusto però le crebbe quando s'avvide che
quella osservazione ostile la seguiva anche fuori
di casa, da altri; fuori, divenne anzi sgarberia manifesta,
dispettosa insolenza. La ragazza della bottegaia
l'aspettava su la soglia della bottega per
voltarle, vicina, le spalle; la moglie del medico
condotto o fingeva di non vederla o rispondeva al
saluto chinando appena il capo e fuggendo; la sorella
del sarto sorrideva con ironia maldestra; l'ostessa...
Che avevano, insomma, coloro? Che
aveva fatto, lei, a quelle donne?

Quando potè saperlo, rise. Ingenuamente la
madre di una scolaretta le disse un giorno:

[pg!55]
— Per quassù lei è una maestra troppo giovine
e troppo bella!

Ah ah! Ecco che cosa avevano! Gelosia; invidia;
timori d'oscuri pericoli.

Via! Stessero pur tranquille, tutte! Non mirava,
no, a rapire l'amante a nessuna, il marito a
nessuna, il figliuolo a nessuna! Nè si curò più della
guerra esterna.

Ma in casa, per queto vivere, volle subito sollevar
la vecchia dello strano sospetto ch'ella cercasse
d'innamorarle il figlio. Appena di lui udiva
i passi o la voce, scappava nella sua camera.

E la signora Filomena, la vecchia, non tardò
ad accorgersi del proposito e a dimostrar gratitudine.
Talvolta, piano piano, toccando con l'indice
la punta del naso per impor silenzio, entrava a porgerle
un uovo appena fatto; talvolta la chiamava
dolcemente di sotto la finestra perchè scendesse
a prendere un po' di sole con lei.

— Venite giù, poverina! Vi farà bene.
E tanto insisteva che bisognava accontentarla.
Sedevano a solatio, davanti alla casa e di lato
al pozzo e alla catapecchia ov'erano il forno, il
porcile e il pollaio. Sotto al fico, dal piede bianco
di cenere, la Filomena dipanava matasse all'arcolaio
e cantarellava a bassa voce; Elena, seduta
sulla panca del bucato, tra l'olla e la siepe su cui
asciugavano fazzoletti e borracci, o cuciva o guardava
le galline che andavano a letto. Montavano
per la piccola scala sbalzando a una a una di piolo
[pg!56]
in piolo e misurandosi ogni volta, con la testa alta,
allo slancio. Su! Ma lassù, là dentro, seguiva un
rimescolio di voci e di proteste; e alcune malcontente
atterravan di volo e tornavano a beccare nel
truogolo. Tra i galletti ancora a terra intervenivano
le ultime risse; gli ultimi assalti alle galline proterve.
Le oche (non mancavano due oche) si spollinavano
a vicenda affondando il becco tra le piume
e scuotendo la coda; e il gatto si leccava e lisciava,
beato.

Ma già il porco domandava a suo modo la
cena; e quando il sole calante accendeva d'una
luce d'oro la montagna di là dal fiume, stupenda,
la vecchia s'alzava per accontentar il porco, povera
creatura, e preparare, dopo, la cena dell'ospite.

.. class:: center

| \*\*\*

Questi gli svaghi a Sant'Elpidio! Questa la
vita che compensava tanti studi, tanti sacrifizi!
Eppoi? Muterebbe mai sorte pur mutando luogo?
Ed Elena Baschi nella presente mortificazione fu
presa dallo sgomento del futuro, e pianse la sua
bellezza sfiorita entro una scuola, il suo ingegno
consunto in opera meschina.

Ma della tristezza accorata in cui cadde a
poco a poco, ma della desolazione profonda a
cui a poco a poco si abbandonò, nè le fatiche della
scuola, nè il disagio domestico, nè la stessa mancanza
[pg!57]
di affetti (orfana; sola al mondo) potevano
rendere bastevole ragione. Un maggior male le
rodeva l'anima: come un più segreto affanno; come
un'aspirazione dell'anima spossata, e pur avida
d'un bene ignoto e inconoscibile. Oh fuggire! oh
rompere ogni catena! oh morire!

Piangeva guardando dalla finestra della sua
camera la mirabile prospettiva dei monti e del fiume
e della valle verde, che l'autunno circonfondeva
di una soavità luminosa e di una luminosa pace.
E non comprendeva che il maggior male le veniva
appunto di là, dal contrasto fra la vita esterna e
la sua intima vita, dal discordo fra la tentazione
di quel cielo e di quella terra piena d'anima arcana
e la sua piccola anima riflessa nel suo povero pensiero
ribelle.

La sosteneva in faccia agli altri l'alterigia. E
non comprendeva l'inconsapevole consiglio che a
viver bene le dava, nella persona della vecchia, l'umiltà.
Al contrario, della consuetudine con la vecchia
risentiva un'irritazione, un fastidio sempre più
grave e ormai pari all'odio.

Già esente da ogni soggezione, la Filomena,
anche quando la maestra era in casa, cantava a
squarciagola i canti della sua fanciullezza; e cantava
con impetuosa gioia, interrompendosi talora
sol per ripetere l'usato grido — Oh... là! —, che
i ragazzi le mandavano dalla pendice opposta. A
sessant'anni! Ebbra di vita, così!

— Pazza! — mormorava Elena, tormentata.

[pg!58]
Pazza? O piuttosto in quella donna sopravviveva
qualche cosa dell'anima primitiva, quando
l'umanità non si era fatta estranea e insensibile alla
natura? Naturalmente — senza riflessione, senza
contemplazione, senza ammirazione — la vecchia
cedeva alle stesse energie di vita, che, indistinte,
traevano liete voci dagli animali, e colori e profumi
dalle piante, e risplendevano nel fiume, contro
i monti, nel cielo. E cantava, così, priva di pensiero,
per un ignaro irresistibile consenso del suo
spirito alla vita universa.

Se non che, al cader del giorno anche lei si
raccoglieva; pensava anche lei. E allora soffriva.

Era un presentimento, conoscendo lei pure il
carattere aspro, violento, pericoloso, del figliuolo?
o era un'oscura temenza che aveva nel sangue, ereditaria?
o un panico per qualche recente ricordo
di sanguinoso assalto?

Ogni giorno, all'imbrunire, la madre usciva
in mezzo alla strada e vi restava immobile, attendendo,
in ascolto. Se percepiva da lungi il noto
trotto, tanto diverso a' suoi orecchi da quello d'ogni
altro cavallo, gridava forte: — È qui! è qui! —;
come annunciasse al mondo intero una miracolosa
salvezza; e rincasava trafelata a scaldar le vivande,
mentre Elena si ritraeva, saliva alla sua camera.
Ma se l'arrivo di Agostino tardava o mancava,
allora la madre cominciava a dolersi: — Oh poveretta
me! oh Madonna santa! —; e dalle parole
[pg!59]
mormorate appena acuiva la voce a esclamazioni
angosciose:

— Gli assassini! Oh Madonna santa, se me
l'hanno ammazzato, il mio figliolo? Dio! Dio!
me l'hanno ammazzato!

Elena, le prime volte che l'aveva vista e udita
in tale ambascia, aveva cercato di quetarla, aveva
richiesto il perchè di così atroce spavento.

Con sdegno la vecchia le aveva risposto:

— Non sapete nulla, voi!

Ed Elena ripetendo — è pazza! — se ne andava
a letto, tormentata perchè la vecchia sino a
notte tarda pregava ad alta voce o gemeva in sogno.
E il mercante di buoi, quando tornava a notte
tarda, sbatteva la porta, parlava forte tra sè; bestemmiava
salendo la scala. Forse ubbriaco?

Elena si alzava ad accertarsi che il suo uscio
era ben chiuso.

.. class:: center

| \*\*\*

Passò novembre. Venne l'inverno.

Quand'ecco, nel pesante silenzio di una sera
che nevicava, la folgore, lo schianto tragico.

Elena era già in letto, desta; e udì battere più
colpi alla porta.

Chi, a quell'ora? Perchè? Non poteva essere
che *lui*! Non chiamava; mandava, *lui* — sì,
era *lui* —, un lamento fioco, faticoso, quasi a
prova d'ultima vitalità.

[pg!60]
Orrenda l'attesa; orrende, a un tratto, le strida
che proruppero, della madre: — Il mio Agostino!
il mio figliolo! Madonna santa! il mio figliolo!

Elena balzò; e intanto che si gettava indosso la
veste, distingueva fra quelle strida atroci, incessanti,
lo scalpiccio dei passi per le scale, il sussurro
delle voci — di coloro che lo portavano su...

E dall'uscio aperto vide, nell'altra camera, al
lume rossigno della candela...; vide; comprese.

Ferito, l'avevano adagiato nel letto... Seguitavan
le strida; strazio, spasimo delle viscere materne;
odio, esecrazione dell'anima materna davanti
l'assassinio del figlio.

Nella memoria di Elena, ogni volta che raccapricciando
riguardava la tragica notte, questa sola
visione della madre era rimasta evidente; ma del
resto il ricordo era torbido, confuso come le immagini
d'allora, tra l'ombre agitate dal lume rosso
della candela.

E la vecchia che non voleva staccarsi di là,
e i due uomini che parevano forzarla senza potere...;
due uomini!

Poi, il medico... Giungeva, usciva; tornava
dicendo: — laparotomia...; tentare.

E lei, Elena? Nel ricordo si vedeva quale
fosse stata sempre là spettatrice, smarrita, tremante,
convulsa, nell'ombra. Invece, no: lei sola aveva
fatto cessar quelle strida intollerabili; lei aveva
tratta a sè la vecchia, l'aveva spinta nella sua camera,
[pg!61]
l'aveva minacciata — con che parole non
rammentava — perchè tacesse.

E la madre, che aveva urlato così il suo dolore,
con uno strazio di maternità selvaggia, era caduta
a sedere affranta, in un pianto dirotto e cheto; povera
vecchia sublime.

.. class:: center

| \*\*\*

Morì. E la maestra udì dire che le due coltellate
se le era meritate in un litigio all'osteria. Quasi
potesse esser giusto tanto dolore; il dolore della
madre, cui nessuno all'infuori di lei, che v'assisteva
ogni giorno, pensava commiserando!

La vecchia riprese le abitudini domestiche; ma
sembrava impietrita dentro. Taceva sempre, ora;
e quel silenzio, in essa di natura così clamorosa,
commoveva più che lagrime e lagni. Non solo. O
perdeva la coscienza della sventura cadendo per la
stessa fissità del pensiero in uno smarrimento mentale,
o con volontà ferma, con energia chiusa e voluttuosa
la povera donna cercava d'esasperare il
suo soffrire nulla omettendo delle antiche abitudini.

E ogni sera apparecchiava la tavola, come un
tempo, anche per *lui*! Sparecchiava, dopo, e sospirava;
come soleva le sere che il suo Agostino
non tornava a casa.

Nè Elena, per quanto si provasse, riusciva a
confortarla. Alle parole che venivan dal cuore e
[pg!62]
che spontanee e sincere avrebbero fatto tanto bene
a una donna educata, la Filomena scuoteva le
spalle, sfogava lo sdegno brontolando: — Siete
una signorina, voi! — Nella fiera vecchia il dolore
pareva a volte condensarsi in astio; i suoi occhi
mandavano lampi d'ira: per un orgoglio barbaro.
Nessuno doveva tentar di scemare il suo disumano
dolore. Nessuno!

Trascorso più d'un mese, mutò; s'intenerì alquanto;
schiarì gli occhi e il viso attendendo alle
pratiche religiose. Prima d'andare a letto recitava
il rosario e il *Deprofundis*; ma Elena, che a seguirla
nelle preci si era sentita costretta come da
necessità, doveva non dar segno di compianto. Guai
se la vecchia le scorgeva gli occhi rossi! La guatava
bieca: non la riteneva degna di soffrire per lei!

E con l'andar del tempo Elena, dianzi piegata
dalla compassione, tornò a ribellarsi. Si sottrasse
a quei modi d'intolleranza. Che obbligo, alla fine,
aveva lei di patir tanto per una persona alla quale
non era stata congiunta che dalla sua propria sfortuna?
Che compenso aveva avuto del suo soffrire?
Che speranza poteva riporre nella convivenza con
una donna tale; tanto diversa da lei; a lei contraria
del tutto, in tutto? E si confermò nel proposito di
partir di lassù. E cambiava discorsi e maniere. Non
cercava più affatto le buone parole; non si rammaricava
più che non fossero comprese e gradite le
attenzioni del suo pensiero gentile e vigile. Divenne
ruvida; sin impaziente. Taceva lei, ora. Si meravigliava
[pg!63]
essa stessa, ma non le dispiaceva, d'aver
forza bastevole per non rispondere alle richieste
che la vecchia era pur costretta a rivolgerle; e
quando bisognava, richiedeva con tono altezzoso;
senza guardare.

Alla metà di giugno: via! Se n'andrebbe! La
liberazione!

Ebbene, allora, nell'attesa, Elena s'accorse
che la Filomena posava su di lei sguardi di nuovo
indagatori; quasi a leggerle nell'anima. E quasi
indotta in un'apprensione diversa, la vecchia cominciò
a starle attorno con nuove premure, con attitudini
timide, incerta tra la soggezione e la confidenza.
Pareva aver acquistata la coscienza de' suoi
torti e aver bisogno di perdono e dimandare con
gli occhi la pietà che per l'addietro aveva disdegnata,
l'affetto che aveva respinto.

Finchè, un giorno, a voce bassa, con le labbra
tremule, uscì a dire:

— Voi, Elena, gli volevate bene: è vero?

E gli occhi materni rifulsero dietro il velo delle
lagrime.

Elena perdè d'un tratto la sua energia. Stupita,
non ebbe coraggio di negare. Non rispose;
sviò lo sguardo. E la vecchia:

— Me n'ero accorta, io! E avevo paura che
vi sposasse! Ma sarebbe stato meglio...

Bel complimento! Meno male che il suo Agostino
sposasse lei, anzi che morire ammazzato!
Ma Elena non rise. Non potè riderne neppur
[pg!64]
dopo; perchè dopo, la vecchia si rivolse a confortar
lei per confortarsi con lei.

— Rassegnatevi, poverina! — le diceva —.
Pugni al Cielo non se ne posson dare. Ma il Signore
è giusto; e voi sapete se era buono, il mio
figliolo! Ah se era buono!

O le diceva:

— Cerchiamo d'esser buone anche noi, e lo
rivedremo in Paradiso, il mio Agostino.

Elena non aveva questa speranza, nondimeno
taceva; non commetteva la crudeltà di contrariare
col minimo atto l'illusione della povera vecchia. — Che
ignorante! — pensava. — Stolida! Credere
che io ne fossi innamorata!; che desideri, io di
rivederlo in Paradiso! Io!

E contava quanti giorni mancavano alla chiusura
della scuola, e sospirava l'ora che se n'andrebbe.
Ma sentiva che il distacco non sarebbe
agevole; sentiva che il dolore vincola più dell'amore
e che, no, non invano aveva sofferto per
quella povera vecchia ignorante e stolida. Bisognava
dirle: — Me ne vado. Vi abbandono, per
sempre —. Era un pensiero penoso.

Quando un giorno, uno degli ultimi giorni
avanti le vacanze, credè giunto il momento opportuno
a dar l'avviso. E rincasando, udì... Oh una
cosa insana! incredibile! Al solito luogo d'un
tempo, sotto al fico, mentre rigirava l'arcolaio,
la Filomena cantava a squarciagola! Appena otto
mesi dopo aver perduto il figlio in quel modo,
[pg!65]
cantava; ripresa dal fervore che nel giugno pieno
di vita la natura le effondeva d'intorno, dal cielo
caldo e luminoso, dai campi dorati di grano e
verdi di messi, dai monti azzurri e solatii, dal fiume
bianco e lucente. Cantava! Nè volgendosi sorpresa,
arrossì; non si vergognò. Interruppe il canto; attese
che Elena le venisse vicino. E sorrideva, in un
modo...

Elena s'avvicinò per dirle (tanto, non era pazza
quella vecchia?), per dirle: — Alla fine della
settimana, parto. — Ma prima che parlasse la
vecchia le prese di forza la mano, la costrinse a
piegarsi verso di lei, sul suo petto, le accostò al
viso le guance grinzose, la baciò su la fronte.

Poi si scostò d'un tratto per guardarla — oh
con tutto il cuore negli occhi, con un affetto immenso! —,
e mentre i lagrimoni le calavano su le
grinze e sorrideva: — Il Signore è buono — mormorò —.
Mi ha tolto il figliolo, ma mi ha dato
una figliola. Tu, sei tu, non è vero?, la mia
figliola!

[pg!67]




L'OMBRELLO
==========


I.
--

Si accompagnarono, per caso, un pomeriggio del
giugno, ai Giardini pubblici, e godettero a trovarsi
coetanei o quasi. Ottantatrè, ne aveva l'uno — Ceccuti —;
ottantaquattro, l'altro — Boldrighi.

Bell'età!, e portata così bene da entrambi,
con aspetto così vegeto, che, quantunque fossero
molto diversi nella faccia e nella persona, ai loro
occhi parvero assomigliarsi come fratelli. Ma risentirono
un'impressione anche più forte a ripetersi, a
vicenda, il nome.

— Io debbo averlo conosciuto, un Boldrighi.

— E io, un Ceccuti.

Dove? quando? Poichè Ceccuti, partito non
ancora trentenne da Bologna, vi era tornato da soli
due anni col figlio pensionato delle Ferrovie, e poichè
Boldrighi non aveva mai perduto di vista le
due torri, il loro incontro, se era avvenuto mai,
bisognava rintracciarlo qui, a Bologna, più di mezzo
secolo addietro. Vattelapesca!

Riandarono fin i tempi della puerizia, rievocarono
[pg!68]
maestri e condiscepoli, cercarono relazioni
famigliari, investigarono nella storia contemporanea
della città, si raffigurarono in mezzo alle
maggiori solennità e alle più famose vicende: e
niente!, lo sprazzo di luce rivelatrice non veniva.

Eppure conservavano freschissima la memoria
delle cose lontane.

Pensa e pensa... A un tratto Ceccuti esclamò:

— Si ricorda, lei, di una certa Rosa detta
la...?

—... la Garibaldina! — esclamò Boldrighi,
arrossendo nelle gote grassottelle.

Non fu un lampo: fu la folgore a squarciare
le tenebre.

Ah! ah! Guarda dove, come si erano conosciuti!

— La Garibaldina! — Ceccuti ripetè con le
palpebre socchiuse.

— Sicuro! Eravamo due dei Mille!

E risero forte. Ma tosto si ritrassero da quel
ricordo, che potendo avrebbero cancellato volentieri
dalla loro biografia.

— Quando si è giovani... — fece l'uno, in
tono di chi si scusa.

E l'altro:

— Consoliamoci che, a differenza di tanti,
noi siamo ancora qua a raccontarci le nostre pazzie.

— Ah sì! Io sto benone; sano di spirito e di
corpo.

[pg!69]
— E io? Chi lo crederebbe? Io non ho mai
avuta una malattia grave.

Ne aveva avute, invece, Boldrighi; ma gli
eran giovate a depurargli il sangue.

Poi: moderarsi in tutto; rinunciare quasi a
tutto; questo era da un pezzo la norma di Boldrighi,
per mantenersi vegeto.

Ceccuti scosse il capo.

Moderazione in tutto; ma non rinunciare quasi
a nulla: questa invece la norma sua.

Così, egli beveva anche adesso vino buono a
colazione e a desinare; faceva una deliziosa pipatina
dopo colazione e dopo desinare. E si manteneva
in gamba!

Di fuori Porta Saragozza, ove abitava, il giorno
andava in centro, e la sera veniva ai Giardini e
rincasava sempre a piedi.

— Il moto è la vita.

Boldrighi scosse ora lui il capo, disapprovando.

— La macchina quando è vecchia bisogna
risparmiarla.

Niente Bacco e niente tabacco! Egli campava
di latte e ova; e per andar a casa, in via Mascarella,
prendeva il tram a Porta Santo Stefano e il
tram di Piazza. Una passeggiatina e boccate d'aria
libera bastavano a impedir che la macchina arrugginisse.

Discordavano, insomma, nel regime igienico;
ma li allietava a un modo la convinzione di aver
trovata la via per campare il più possibile e bene.

[pg!70]
— Il mondo non mi è mai parso bello come
adesso — affermò Ceccuti.

E Boldrighi canticchiò:

— Sempre allegri e mai passiòn!


II.
---

Quella tarda amicizia fu per i due buoni vecchi
una nuova fiducia a vivere. Sin dal principio
avevano compreso che la presenza dell'uno testimonierebbe
agli occhi dell'altro il suo proprio benessere,
e che il rimanente viaggio sembrerebbe
loro anche più agevole e grato a compierlo insieme.
Perciò vedersi ogni sera divenne, più che consuetudine,
necessità.

Giocondamente, seduti al solito luogo ai Giardini,
si riferivano le liete memorie, escludendo le
tristi o solo accennandole; si meravigliavano di casi
consimili; scoprivano conformità di carattere, di
azioni, d'idee. E non discorrevano di politica.

— Non vogliamo guastarci il sangue.

— Vogliamo andar d'amore e d'accordo.

— Si sta così bene al mondo in pace e quiete!

— Sempre allegri e mai passiòn!

Forse la decrepitezza comporta il più intenso
desiderio di esistere e concede ogni giorno, ogni
ora, ogni minuto il piacere di quel desiderio esaudito,
[pg!71]
come per miracolo, per singolare grazia di
Dio, o per giusta predilezione della sorte?

Una quasi sola apparenza vitale nasconde il
disfacimento del corpo, e appunto allora l'istinto
della conservazione esulta in un placido egoismo;
la morte è dietro le spalle, e non si vede; non si
vede il limite estremo perchè già un piede v'è
sopra: e prevale sensibile di continuo, ogni giorno,
ogni ora, ogni minuto, la sodisfazione di chi si
scorge superstite in una strage e di chi dall'aspra
realtà dell'esistenza attinge una illusione non interrotta
di vago sogno.

Ma guai se contrasti e sospetti sottentrino a risvegliare
e tener sveglia l'apprensione della fine
imminente!

Quei buoni Ceccuti e Boldrighi non avevano
presentito l'amaro che in fondo a tanta dolcezza
amichevole condenserebbe l'emulazione istintiva,
la gara, tra ingenua e insana, a chi dei due campasse
di più, fosse anche, il di più, un anno solo.
E il dissidio che doveva corrucciarli era appunto
nel regime adottato per campar un pezzo. Cominciarono
a guardarsi chiedendosi dentro: — Sta
meglio lui di me? Sarebbe meglio mi mettessi
anch'io a latte e ova? — Oppure: — E se bevessi
anch'io qualche bicchiere di vino? se dessi
anch'io qualche fumatina per aiutar lo stomaco a
digerire?

Nel dubbio, tentavano dissimulare sempre più
i disturbi e gli acciacchi, e lo sforzo si manifestava
[pg!72]
nell'aspetto. Allora riprendevano fede e pensavano
guatandosi l'un l'altro: — Mio caro, come siete
brutto, oggi! Se non mutate usanza, tocca a me
cantarvi una *requiem*!

Ma la consolazione non durava; tornava presto
il dubbio, il sospetto, l'apprensione. E a poco a
poco provarono il bisogno di sfogarsi, convinti,
come erano, che ogni tentativo dell'uno per condur
l'altro al suo metodo riuscirebbe vano.

Presero a contraddirsi, a polemizzare; insistenti,
caparbi. Le dispute diventarono presto diatribe;
e per non mostrarsi deboli cedendo, quando
uno era messo alle strette, insolentiva; e l'altro
ribatteva.

— Sissignore!

— Nossignore!

— E io vi dico di sì!

— E io vi dico di no!

— Con voi non si ragiona. Ostinato più d'un
mulo!

— E voi? È inutile consumare con voi il ranno
e il sapone!

Non tacevano finchè non dicevano a un tempo:

— Basta! — Basta!

E Ceccuti prendeva e leggeva (senza occhiali)
il giornale o il libretto delle spese quotidiane, e
Boldrighi con la punta del bastone imprimeva su
la sabbia la fisionomia di un asino (senza occhiali)
e ci faceva sotto un bel C affrettandosi però a cancellare
il disegno prima che l'amico se ne avvedesse.

[pg!73]
Quando l'orologio alla chiesa di San Giuliano
suonava le otto sorgevano in piedi; s'accompagnavano,
sempre zitti. E alla barriera si separavano
con un freddo «buona notte».

Boldrighi andava adagio alla Porta di Santo
Stefano ad attendere il tram, e Ceccuti marciava
lungo la circonvallazione, alla volta di Porta Saragozza.

Il dimani passavano ore di pena a rimeditar i
dibattiti, le provocazioni, le accuse, le offese, le
difese. Borbottavano: — Stasera non ci vado. Già,
se ha un po' di amor proprio, non ci andrà nemmen
lui, ai Giardini: gli ho dato del mulo — gli
ho dato dell'asino! — Bisognava finirla! Rottura!

Ma un'intima voce rimproverava: «Anche tu
però...»; e il rammarico cresceva a disgusto, mutava
in pentimento.

Giunta l'ora solita, non resistevano più; sentivano
che il loro ultimo legame era indissolubile;
cedevano quasi a un destino. E andavano.

Quello che arrivava primo, e aspettava, pareva
seder su le brace; guardava fisso alla nota parte
o sbirciava di tratto in tratto. Che ritardo! L'amico
non veniva. Impermalito davvero? Ammalato?
morto? Non avrebbero mai creduto di volersi tanto
bene!

Ah eccolo, finalmente! E si sorridevano da
lungi. Ceccuti ilare, a qualche passo dal sedile,
chiedeva in dialetto adottivo:
[pg!74]
— Cossa gavemo, de novo?

E Boldrighi, se l'atteso era lui:

— Siam qui, vecchio amico! —; e incolpava
il tram, del ritardo.

Come era bello non serbar rancore, andar d'amore
e d'accordo!

Se non che... L'asserzione più innocente, fermata
e contraddetta d'improvviso, dava l'appiglio
al nuovo litigio.

— Alta di statura la Malibran? — No,
press'a poco come la Galletti. — Cesare Rossi
superava Salvini nell'*Otello*? — Bestemmia! — Ugo
Bassi parlando al popolo si cavava gli occhiali? — Non
li portò mai gli occhiali! — Pietramellara
conte? — Non era nemmeno nobile!

E non si pensi che questi e simili intoppi fossero
cosucce da strigarsene tosto, perchè la Malibran,
ad esempio, conduceva a questione di musica;
i grandi attori tiravano in ballo le grandi
attrici, dalla Ristori alla Duse, giudicate anch'esse
con giudizio opposto; e Ugo Bassi e Pietramellara
trascinavano i contendenti nel campo della politica
da cui avevan giurato star fuori.

Così una volta Boldrighi si lasciò trasportar
a tal segno che si mise a gridare: — Gente, correte!
Costui qua diventa matto!

E Ceccuti una volta osò agitar la destra in
faccia all'amico dicendo: — Se non aveste un
anno di più...

[pg!75]


III.
----

Finchè, al principio di settembre, un ombrello
intervenne a risolvere tutte le questioni.

Era stata una giornata calda come d'agosto;
non un fiato d'aria nemmeno all'approssimare del
tramonto; non una nuvoletta in quella chiarità biancastra.

E Boldrighi apparve all'amico, che l'aveva
preceduto ai Giardini, recando un ombrellone nero
invece del bastone dal manico di corno.

— Nevica! — gli urlò contro, dal sedile,
Ceccuti, e rise.

L'altro sedè soffiando.

— Prima di notte, pioverà.

— Chi ve l'ha detto?

— I miei piedi.

— Oh! guarda dove voi tenete la scienza!

— Più sicura della vostra, che l'avete in testa.

— Io so che il barometro è alto.

— E io so che il barometro sbaglia.

Si capisce dall'esordio come il colloquio procedesse
quella sera; ad argomento scientifico, con
urti e cozzi di opinioni intorno all'influenza atmosferica
sui calli, i budelli, i nervi ecc., intorno
alla pressione e alla densità, dell'aria ecc.; intorno
al gracidar delle rane e al pizzicar delle mosche
ecc.

[pg!76]
In cognizioni di tal sorta Ceccuti superava e
discorreva con più lena; ma, pur interrompendo
di quando in quando, Boldrighi se la spassava a
considerar il cielo verso sud-ovest. A un tratto
indicò là e disse:

— Vedete?

Si offuscava la montagna sotto un cielo divenuto
plumbeo.

— Calura; nient'altro che calura! — l'amico
oppose.

— Non sentite? Lassù tuona! — insistè Boldrighi.

Ebbene, non ci poteva essere elettricità nell'aria
anche senza vapore acqueo?

Ah i segreti della natura! ah i misteri della
fisica! Tuonare anche a ciel sereno, o quasi!

Boldrighi lasciava dire. Aspettava con un sorrisetto
ironico sotto i baffi; poichè vedeva grosse
nuvole avanzare in fretta, aderendo; sempre più
nere nel mezzo e livide ai lembi. E il tuono rombò
forte ad ammonire Ceccuti che smettesse di far
lezione.

Ceccuti tacque. Poi, per non confessarsi vinto
riattaccò. Disse, acido:

— Voi non siete di buona razza; portate l'ombrello
e andate in tram. I Romani conquistarono
il mondo a piedi, e ombrelli non se ne sognavan
nemmeno. Quando pioveva, e si bagnavano, facevano
come faccio io: andavano a casa ad asciugarsi,
[pg!77]
bevevano un bicchiere di vino, e a letto a
sudare! Capite?

— Voi fate proprio così? — Ora Boldrighi,
nell'ironia della dimanda, nascose il suo pensiero.
Aveva deliberato di cedere l'ombrello a lui, credendo
gli spiacesse rinunciare, per il temporale,
alla passeggiata igienica; ma giacchè l'amico non
aveva paura di bagnarsi, anzi ci avrebbe gusto a
far il Romano, l'ombrello, egli, lo terrebbe per
sè. E avendo l'ombrello egli non aveva bisogno di
scappare come quelli che da ogni parte dei Giardini
trottavano a rifugiarsi in città.

I goccioloni cominciavano a mordere la polvere;
eppure nessuno dei due voleva esser primo
ad alzarsi in piedi. Finchè una saetta guizzò, scoppiò
poco lontano. Allora scattarono, si avviarono.

Alla barriera Ceccuti ristette a guardar in
alto.

— Non piove più; spruzzola, dicono i toscani.

Dunque: — buona notte! — E s'incamminò
impavido per la sua strada, a passo da bersagliere.

Ma Boldrighi ebbe un senso di rimorso e attese.

Pochi istanti dopo si aprì la cateratta; l'acqua
precipitò con furia.

— Ceccuti! Aspettate, Ceccuti! — Boldrighi
si diè a gridargli dietro, e si mise a inseguirlo con
l'impeto di una smania riparatrice.

[pg!78]
Correva, il vecchietto, stupito lui stesso di aver
le gambe ancora così svelte.

— Fermatevi! Aspettate, Ceccuti! L'ombrello
servirà a tutti e due!

Ma l'altro tirava innanzi senza badargli.

Pensava: — Si stancherà, tornerà indietro; e
io mi riparerò sotto la Porta Castiglione.

Se non che d'improvviso ebbe un dubbio; un
senso di rimorso anche lui. E si voltò.

— Siete matto a correre così, voi? Suderete!
vi prenderete un malanno! — urlava.

La compassione lo inchiodava, il buon Ceccuti,
ad aspettar sotto lo squasso.

E nell'atto che Boldrighi, il quale non ne poteva
più, porgeva l'ombrello all'amico, una raffica
rovesciò l'arnese, e nel frangente rimasero a
inzupparsi, stretti insieme, come pulcini.

Quasi non bastasse, il tram su cui pure il camminatore
impavido si era rassegnato a salire, tardò
parecchi minuti, che parvero secoli, e sotto la Porta
Castiglione spirava un vento freddo e violento.

Poveri vecchi! Si sentirono gelar il sudore
addosso.

.. class:: center

| \*\*\*

... Nè la polmonite, che si buscaron tutti e
due, doveva lasciar tempo all'uno di cantare una
*requiem* all'altro.

[pg!79]




CI VUOL PAZIENZA!
=================


I.
--

Dopo i saluti, così affettuosi che tolsero subito
d'imbarazzo il suocero e la suocera, il colonnello
avrebbe voluto salire alla sua camera. Ma prima
dovè far la conoscenza della cagnetta, che si era
precipitata dalla cuccia per abbaiargli contro, e
del gatto che la signora in gran fretta aveva salvato
da un prevedibile assalto della nemica raccogliendolo
maternamente nelle sue braccia. Ah i fasti
della Lillín e di Rossello! Che peccato, però,
non andassero d'accordo e i loro litigi sconcordassero
talvolta anche la coniugale armonia del signor
Astolfo, protettore dell'una, e della signora Amalia,
protettrice dell'altro!

Poi ci furon da ammirare i vasi di limoni,
l'orto, il giardino. Sette o otto limoni pendevano
gialli dai ramoscelli di nuovo in fiore; più in là,
una dozzina di riquadri, uguali e grandi poco più
di un metro, contenevano i fagiuoli e i pomodori,
le cipolle e le patate, l'indivia e la lattuga, le carote
e le pistinache: di qua dalla siepe, peri nani
[pg!80]
e susini promettevano — se non sopravvenisse una
nebbia o un'aria fredda — quindici o sedici susine
e pere.

— Ma niente ciliege quest'anno! — lamentò
il signor Astolfo. E sospirando avvertì che le fatiche,
le cure, le pene del coltivare gravavano tutte
su di lui. I contadini avevano ben altro da fare, ora
che le braccia mancavano!

— Tutto io!

La natura maligna insidia essa stessa ogni suo
bene, col malume, con la peronospora, con la ruggine,
coi bigatti, con i gorgoglioni, i pidocchi, le
formiche, le forfecchie, le lumache, le arvicole, le
talpe. Ma lui combatteva senza paura: pompa e
soffietto, solfato di rame e tabacco, fosforo e trappole.
Guerra in veste da camera e berretto da ciclista!

E venne la volta del giardino: vari i gerani;
belle le rose; odorosi anche troppo i nasturzi.

— Brava! Bravo! — ripeteva il genero sorridendo.
Pensava:«Non sono forse felici questi
due vecchietti, che hanno saputo impiccolire così
la loro esistenza, mitigare in tal modo il loro egoismo?».
E quasi gli doleva d'esser venuto a turbarne
la pace e a rinnovar in loro, con la sua presenza,
il ricordo dell'unica figlia perduta dieci anni
addietro.

— Bravo te! — mormorò la suocera tirando
fuori a stento il *te* e accompagnandolo da un sospirone.

[pg!81]
— Bravo voi! — esclamò il suocero alzando
e battendo la mano su la spalla del genero —. Colonnello
a quarant'anni!

L'ufficiale allora chiarì il perchè aveva chiesto
la loro ospitalità durante la breve licenza. Aveva
un certo lavoro da finire, in quiete. Ma non si dessero
pensiero di lui (e se ne eran dato tanto, con
tanta soggezione, avanti che arrivasse!); non si distogliessero
dalle loro abitudini: proprio come se
lui non ci fosse. A servirlo e ad aiutare la domestica
c'era l'ordinanza: un ragazzo che sapeva far
di tutto, anche il cuoco.

— Sentirete che dolci! — E dire che al suo
paese, in Romagna, faceva il fabbro! Divenuto
attendente, si era comperato manuali e ricettari, e
tra le cannonate aveva imparato a comporre pietanze.
«Ci vuol pazienza!» era il suo motto.

«Ci vuol pazienza!» — il soldato raccomandava
a sè stesso e agli altri quando le bombe e la
mitraglia gli rovesciavano le casseruole e mandavano
all'aria i disgraziati còlti in pieno.


II.
---

Ed ecco, mentre il colonnello parlava voltandogli
le spalle, avanzar l'attendente, per il prato.

Dopo due o tre passi si fermava e s'inchinava.
Sorridendo fino alle orecchie nella faccia tonda,
guardava i padroni di casa e pareva dire: — Riverisco!
[pg!82]
Ossequi! Ci vediamo, eh, finalmente? Staremo
allegri!

— Buon giorno! Buon giorno! — salutavano,
in risposta, il signor Astolfo e la signora Amalia,
sorridendo anche loro.

Ma con un dietro-front il colonnello chiamò: — Monterúmici! —;
e seguì una trasformazione
istantanea.

Su l'attenti, con la faccia seria e irrigidita,
gli occhi fermi e fieri, il soldato si pose, corpo e
anima, agli ordini del superiore.

— Porta la valigia su, nella mia camera,
e aspettami!

Un cenno del capo, e via!; il soldato partì,
sempre senza parlare.

— Non la troverà, la camera; non sa quale
sia — osservò la signora Amalia, avviandosi per
seguirlo. Il genero la trattenne.

— La troverà; non dubitate!

E infatti poco dopo Monterúmici si affacciò alla
finestra, a sorridere e a strizzar l'occhio.

— Ci piglia in giro tutti quanti? — la signora
sospettò e disse, rimasta sola col marito.

— Non credo, è un tipo ameno: nient'altro.

Del tipo ameno se ne udirono tosto i passi, a
precipizio giù per le scale; e comparve su la porta
con un paio di scarpe. Sollevandole con la sinistra
per mostrare com'erano infangate, e agitando la
destra in atto di spazzolare, parlò:

[pg!83]
— Cinque minuti! — E aggiungendo: — Ci
vuol pazienza! — scappò verso la cucina.

Ma non v'era ancor giunto che la cagna, entrata
per la porta opposta, gli si avventò contro,
ad abbaiamenti furiosi. Egli non si spaventò, da
uomo avvezzo a peggiori assalti ed attacchi. La
paventò invece il gatto, che stava facendo colazione,
e balzò su la credenza. Su la credenza (tutto
ciò avveniva in pochi secondi) era un castelletto di
piatti, e all'urto... Misericordia! Fu come se la
casa intera andasse in frantumi! Urlava la serva,
le mani nei capelli; urlava la signora Amalia arrivando,
a braccia levate e aperte; urlava il signor
Astolfo chiamando: — Lillín, Lillín! — E la
Lillín seguitava a tempestare, sorda anche alla voce
del padrone, sempre più arrabbiata contro l'intruso.

Solo lui, Monterúmici, non fiatava; quasi non
fosse nemmeno spettatore del disastro. Seguitava
nella faccenda per cui aveva i minuti contati. E
compiuta che l'ebbe, passò davanti alla signora
in disordine, le diede un'occhiata al capo, s'accorse
o si accertò che portava la parrucca, guardò
serio ai cocci, disse: — Ci vuol pazienza! — e
volò su per le scale.


III.
----

— Pazienza un corno! — brontolava il signor
Astolfo, cui finalmente riuscì di portar la cagna
nella camera da desinare, — Un danno grande!
[pg!84]
per colpa di quel gatto senza cervello! Stupido!
Cretino! Imbecille!

La moglie lo udì, e apriti cielo! Maledetta la
cagna! Così stupida che non conosceva neppure le
persone amiche di casa, così imbecille che non sapeva
nemmeno d'esser bianca e andava a fregarsi
contro le calderine e anneriva e insudiciava da
per tutto; così cretina e ignorante da compiacersi
dello spavento che incuteva in una povera bestiola.
Animalaccio — la cagna — ostinato come un mulo,
ineducato come un asino. Intollerabile!

— L'ammazzo! la voglio ammazzare! — la
signora gridava, ormai fuori di sè.

Quando, nella scena che volgeva al tragico,
sopravvenne, discretamente, Monterúmici. A inchini
e a sorrisi entrò, domandò la parola, disse:

— Ci penso io, signori! Fra due o tre giorni
la Lillín e Rossello saranno amici per sempre. Prometto,
garantisco: sissignori! Vedranno!


IV.
---

Due o tre giorni? Sarebbero stati pochi al compimento
di una difficile impresa; troppi al compimento
di un miracolo. E questo avvenne il giorno
stesso, nel pomeriggio.

Col dito contro il naso, per raccomandar silenzio,
il soldato condusse la signora alla cuccia,
[pg!85]
ove, l'uno accanto all'altra, placidamente dormivano
la cagna e il gatto.

Oh stupore! Oh commozione!

— Astolfo! Corri a vedere! Corri!

E il marito venne adagio adagio, dall'orto,
con la zappettina in mano, e rimase a bocca aperta.

— Come avete fatto? — chiedevano a Monterúmici.

Egli scosse le spalle. Sorridendo significava:
se tutte le difficoltà, le questioni a questo mondo
fossero di tal fatta! Ma:

— Ci vuol pazienza!

E — a udirne la relazione — il miracolo incuriosì
anche il colonnello, quando discese, lieto
del suo lavoro. E su l'uscio della stalla chiamò:

— Monterúmici!

— Pronto! — (con la striglia in mano).

— Come hai fatto a domesticare quelle due
bestie feroci?

Rispose senza esitare:

— Io con la quiete non posso dormire. Ho
bisogno, per dormire, delle cannonate. Il farmacista
invece mi ha dato delle polverine; e io ne ho data
una...

Il colonnello scoppiò a ridere. E si avviava.
Se non che l'attendente balzandogli davanti e mettendosi
in posizione, seguitò:

— A svegliarsi e a vedersi vicini si meraviglieranno
anche loro, di essersi così amicati, e saran
sempre buoni _`amici`: vedrà!.

[pg!86]
— Ho capito! ho capito!

Non era un bel matto?

Quante volte però, non molto tempo di poi,
all'orecchio dell'ufficiale dovevan tornare quelle
parole: «Io con la quiete non posso dormire».


V.
--

Nè i due vecchietti erano felici, perchè il dolore
del mondo varcava il breve confine della loro
solitudine.

La lettura del giornale, di cui avrebbero potuto
fare a meno e non potevano, lasciava in loro un
turbamento, un senso indefinibile — più che di sgomento — di
pena e di pietà, e dicevano, senza saperlo,
delle cose profonde.

— Con tanta miseria d'intorno, fra tanto soffrire,
si ha quasi rimorso di vivere tranquilli; pare
che Dio ce ne debba tener conto per castigarci
anche noi, presto o tardi.

— A star qui, lontano dagli orrori della
guerra, si comprende che non ne possono aver tutta
la colpa gli uomini che si dice potessero evitarli;
ci deve essere una causa più remota; un destino che
di quando in quando, di tempo in tempo, si inasprisce,
diventa più crudele, si accumula come una
forza perversa e prorompe.

Il colonnello a udirlo dir ciò, guardava stupito
il suocero, in veste da camera e berretto da ciclista;
[pg!87]
guardava stupito la suocera nella cui fronte,
sotto alla parrucca, balenava una luce di intelligenza
ancor viva e per le cui guance grinzute cadevano,
a parlar della guerra, le lagrime. Essa diceva,
volta al marito:

— Ogni sacrificio, piccolo o grande, ha il suo
compenso; ogni dolore, il suo conforto. Se Iddio
ci concedesse di vivere fino a quando il mondo avrà
bene, dopo tanto soffrire!

Rincresceva al genero di averli giudicati
egoisti; già comprendeva il dispiacere che avrebbero
il dì che li lascerebbe, e vedeva come si erano
affezionati all'attendente.

Monterúmici, del resto, meritava quella benevolenza.
Nell'orto, in giardino, in cucina: prestava
mano da per tutto; tutti lo desideravano; e dalla
stalla il cavallo lo chiamava nitrendo; e lui, la
cagna e il gatto ora sembravano tre creature nate
per campar d'amore e d'accordo e ruzzare insieme.
Ma ahi! Rossello una mattina disparve.
Forse lo sviava una pratica fuor di stagione?
O piuttosto si era accorto ed era stanco del bromuro
che l'amico seguitava a propinargli?

Due giorni stette assente. Poi, di ritorno, ne
fece una delle sue.

Sedevano a desinare; la signora volgeva le
spalle alla finestra aperta. D'un balzo quell'animale,
e senza il minimo segno di avviso e prima che
anche gli altri se ne avvedessero, le saltò su le
spalle. Come percossa in ogni nervo, lei die' un
[pg!88]
grido; ed allo scossone, per mantenersi saldo, Rossello
si afferrò dove potè: un'unghia si impigliò
nella parrucca, la tirò, e un mezzo cranio nudo fu
scoperto agli occhi dell'attendente, che serviva a
tavola.

Egli non rise, ma non potè contenersi, e la
bieca occhiata del colonnello valse solo a fermarlo
a mezza strada:

— Ci vuol...


VI.
---

... pazienza. Sissignori! la virtù degli uomini
savi, non degli asini.

Monterúmici non chiariva a parole questa sua
opinione; la manifestava con gli occhi. Nel dubbio
però di non spiegarsi abbastanza, volle darne anche
una prova, un giorno, a suo modo. Con fare guardingo
si accostò alla signora Amalia, che stava a
cucire nel giardino, e le porse una fotografia. Era
di una donna giovine, belloccia.

— Bella! La vostra fidanzata? chiese la signora.

— Mia moglie!

— Oh! Voi avete moglie?

— E come! — Aggiunse serio: — Tutta fuoco!

L'altra fu costretta a ridere; e lui:

[pg!89]
— Può credere che non me le abbia fatte,
non me le faccia?

E a significar la cosa portò la destra alla
fronte, col pollice, il medio e l'anulare riversi.
Indi riprese il ritratto, scosse il capo e conchiuse,
andandosene:

— Ci vuol pazienza!

Non solo, Monterúmici, piaceva ed _`esilarava`
per quel contrasto manifesto fra la sua natura
gioconda e il ritegno che egli si imponeva, quasi
l'angelo custode fosse sempre lì a dirgli: — Abbi
giudizio —, ma piaceva anche per un contrasto
meno appariscente, d'ingenuità e furberia. Se era
furbo! Conoscendo il punto debole in tutti — goloso
il colonnello; parsimoniosa la signora Amalia;
il signor Astolfo, delicatuccio, e invidiosa la domestica — traeva
argomento da queste disparità di
carattere per divertirsi. Esercitava una perspicacia
di psicologo nel mentre che accontentava tutti con
la sua valentia di cuoco.

Ai manicaretti da lui composti si accompagnavano,
sempre uguali, le lodi.

— Appetitoso! — il colonnello giudicava. E
la suocera: — Fatto, si può dire, con nulla! — E
il signor Astolfo: — Proprio adatto al mio stomaco!

— Merito vostro che l'avete cotto — il soldato
protestava rivolto alla cuciniera, tutta contenta.

E una mattina Monterúmici si presentò alla signora
[pg!90]
con l'attitudine un po' impacciata di quando
aveva da chiederle le uova e lo zucchero.

— Signora: domenica al mio paese, si mangiano
i ravioli. Siamo di festa!

— Ho capito. Volete che li facciamo anche
noi.

Egli scosse il capo.

— Vorrei una grazia più grande.

— Cioè?

— Che lei dimandasse al signor colonnello di
lasciarmi andar a casa sabato. Tornerò lunedì, coi
ravioli. Sentirà!

La licenza fu data. Il sabato Monterúmici
partì, tranquillo e giocondo al solito.

Ma il cavallo, la cagna e il gatto, se avessero
potuto parlare, avrebbero forse detto che l'amico li
aveva salutati di nascosto, in un certo modo...


VII.
----

Il lunedì mattina i giornali recavano da Fontanelice
questa notizia:

«Il soldato Pietro Monterúmici, essendo tornato
a casa improvvisamente e avendo còlta la moglie
in intimo colloquio con un compaesano, ha ucciso
a colpi di pugnale il drudo. Poi si è costituito
ai carabinieri».

... Ci vuol pazienza!

[pg!91]




FRANCESCO MIO...
================


Aveva tanta sensibilità e fantasia così primitiva,
tanta cedevolezza alle impressioni e ingenuità
di commozioni che gli bisognava umanare tutte le
cose; e se queste doti bastassero da sole a fare un
poeta, sarebbe stato un poeta ammirato fors'anche
dai critici e dagli editori, ricco e felice. Mancandogli
quel che gli mancava era invece soprannominato
Mattucco, e campava di piccole mance e
di carità.

Di solito, badava ai birocci e alle birocce che
si fermavano davanti alle osterie e alle botteghe
del paese, e, deriso dagli uomini, si intratteneva
in seri colloqui con i buoi, i cavalli e gli asini.

Delle bestie interpretava a meraviglia i moti
del cuore e del cervello, per non dire l'animo e le
idee; e nelle bestie trasferiva l'animo suo e il suo
pensiero con semplicità adeguata: poteva così indovinarne
e riferirne a sè stesso, a voce alta e
chiara, domande e risposte. E chi si doleva con
lui del padrone manesco, e chi dei tafani tormentosi,
e chi del carico soverchio. Capitavano mamme
che avevano il vitellino o il cavallino o l'asinino
[pg!92]
a casa e gli confidavano le materne ansie, ed egli
ne ammirava l'affezione; le consolava. Capitavano
manzoli o puledri irrequieti, ed egli ne rimproverava
i capricci; li esortava ad esser bravi. Capitavano
vecchie rozze, e il dialogo assumeva una
simpatia fraterna.

Se per improvviso miracolo uno di quei buoi
o di quei cavalli o di quegli asini avesse acquistata
davvero la favella, a discorrere con lui non avrebbe
potuto usar modi e toni diversi da quelli che egli
gli attribuiva.

Nè avrebbe inorridito, Mattucco, al fenomeno
mostruoso: gli sarebbe anzi parsa la cosa più naturale
del mondo, appunto per quell'intima cordialità
di rapporti fra lui e gli animali.

Rari i malintesi; e dopo, più amici di prima!
Per poco non gli toccava la cornata, o il calcio, o
il morso che era rivolto a una mosca proterva o
a un'ombra fugace o a un'avversione istantanea?
Chiarito l'equivoco, subito la pace era fatta; sancita,
magari, da un bacio.

Gli uomini, invece!

Sempre in guerra: sempre accuse, provocazioni,
proteste, minacce, offese, violenze. Senza
tregua, mai, dalle osterie, dal mercato, dalle strade,
dalle case giungevano all'orecchio dello scemo
voci d'irosi dissidi, di contratti stentati, di promesse
strappate a forza, di inganni scoperti a caso;
di frodi; di tradimenti; d'infamie; e nel suo cervello,
sì tenero alle apparenze e alle sensazioni della
vita estranea, la turbolenta umanità si confondeva
[pg!93]
tutta in un litigio unico, tremendo, continuo,
enorme, insopportabile. Che cattiveria! Ne soffriva
sebbene non ci avesse nè arte nè parte, e con i
nervi eccitati e il batticuore si rifugiava al convento,
là, fuori di porta.

A mezzogiorno i frati gli davano un mestolo
di zuppa, e l'ingollava seduto sul gradino, alla
cella di San Francesco. Dormendo, dopo, sul gradino,
chetava in sè il tumulto della vita sociale;
e risvegliandosi e rialzandosi restava a conversare
un po' col santo, che lo rincorava, da buon amico
anche lui, nei dialoghi immaginari.

*Pater, Ave e Gloria.* Poi Mattucco tornava in
paese, a intrattener le bestie — che bontà! —, e
a paventar gli uomini — che cattiveria!


II.
---

Sotto il portico, a un lato della chiesa francescana,
era la cella del Santo e della Pietà.

La Madonna, assisa su di un masso, reggeva il
capo al divin figliuolo e piangeva: giaceva, morto,
il Signore; livido e sanguinante. E, separato, di
contro, San Francesco con la faccia benigna volta
a coloro che sopravvenivano, tendeva la destra accennando
al sacrificio e con un mesto sorriso significava
ai visitatori giudiziosi:

— Guardate e pregate, fratelli!

I visitatori guardavano e talvolta pregavano.
E poichè le statue erano colorate al vivo, alte come
[pg!94]
persone vere e umane nel sacro aspetto, e l'ombra
inclusa nel portico e l'interna penombra della stanza
accrescevano il senso del dramma arcano, qualche
cuore rimaneva preso e compunto. Alle preghiere
seguivano le offerte.

Raccogliendo queste a intervalli, fra' Pasquale,
portinaio e sagrestano, lasciava tuttavia alcuni soldi
in terra a esempio e invito ad altra elemosina; e
così la carità del Signor morto e di San Francesco
rendeva abbastanza bene.

Or avvenne che lo scemo si destò un giorno dal
solito riposo mentre due monellacci osservavano
dentro la cella, e dicevano tra loro:

— A un'asta impegolata in cima, i soldi s'attaccherebbero.

— E i frati? E fra' Pasquale?

— Hai ragione. Meglio starne alla larga, da
quell'accidente!

Temevano il bastone dei frati, non il sacrilegio,
i gaglioffi! E se n'andarono. Lo scemo, però,
aveva capito. Canaglie, che idea! Rubare a San
Francesco! i soldini di San Francesco! — E stette
là, immoto, come immersa l'anima in un pensiero
profondo. Pensava con faticosa connessione d'idee:

— Elemosine. — A chi vanno? Chi se le gode?

— Soldini e... bicchierini: soldini e pane.

Poi Mattucco guardò alla statua del santo quasi
si aspettasse di vederla turbata. Ma no: non aveva
perduta l'abituale bonomia: anzi sembrava che il
dolce sorriso s'effondesse vieppiù dagli occhi per
le guancie.

[pg!95]
San Francesco parve dire — e Mattucco disse
infatti per lui:

— Son da compatire anche i bricconi, se i
frati non fan le cose giuste! Fra' Pasquale non
aiuta chi n'ha più bisogno.

— È vero — aggiunse Mattucco da parte sua. — A
me non mi dà mai un soldo.

— Prendine — gli disse San Francesco. — Adesso
hai imparato come si fa.

— Prenderne? E l'inferno?

San Francesco sorrideva sempre. — Non ci son
io a farti perdonare; io, San Franceschino?

Ma lo scemo non era ancora persuaso. Dimandò:

— E fra' Pasquale? Se mi arriva addosso
quell'accidente?

— Non c'è qui il Signore con la Madonna a
proteggerti, a difenderti dalle bastonate?... *Pater
Ave e Gloria.*

Allora Mattucco recitò le orazioni. E si avviava,
persuaso, per andar a cercare l'asta e la
pece.

Ricordandosi però di quanto avveniva tra gli
uomini, in paese, tornò indietro a stringere il patto,
a prender garanzia.

— D'accordo? Siam d'accordo, San Franceschino
mio? Sì? proprio davvero?

— D'accordo!

— Parola?

— Parola di galantuomo!

[pg!96]


III.
----

Fra' Pasquale non tardò ad accorgersi del
furto, sebbene avvenisse a intervalli lunghi; e di
quando in quando, nel tempo che aveva libero,
stette in agguato dietro la porticina della cella.

Ed ecco, un pomeriggio, vide entrar l'asta per
l'inferriata e contemporaneamente udì una voce che
diceva:

— San Franceschino mio, son qui! Ho voglia
d'un bicchier di vin buono. Voi badate a fra'
Pasquale.

Chi era il ladro! Lui, Mattucco, rubava! Povero
mendico! E chi gli aveva insegnato il tiro?
O forse la sete del vino gli aveva aguzzato l'ingegno?
A ogni modo la scoperta fe' sbollir subito
l'ira al francescano; gli mise la voglia di seguitare
il gioco per divertirsi. E pronto, in tono soave,
senza mostrarsi, fece:

— Ah Mattucco! Mattucco! Io sonò il tuo
protettore, il tuo San Franceschino, e tu mi rubi
le elemosine? Credi proprio che all'inferno ci si
stia bene?

A queste parole lo scemo rimase stupito. Stupito,
non spaventato. Non sbigottisce al portento:
San Francesco ha parlato? La cosa più naturale
del mondo! Ma gli è incredibile quel che ha udito,
da lui.

[pg!97]
Come? Il Santo adesso lo rimprovera? lo minaccia?
E il patto conchiuso fra loro? La parola
data: parola di galantuomo?

— All'inferno! — séguita con tono cupo il
frate. — Povero te!

L'altro non si muove. Cerca chiarirsi in testa
questo misterioso mutamento. Mancar di parola,
adesso. Perchè mai?

Ah che pur troppo la trova la spiegazione!
Sì: i santi furono uomini; e mutano di parola
come gli uomini litigiosi e falsi!

E lo scemo s'arrabbia; e tutte le contumelie
che ha appreso per le strade, per le osterie e nel
mercato a mortificazione di chi manca ai patti, le
scaglia contro San Francesco. E si spiega:

— Vergogna! Rimangiarsi la parola data!
E pretender fede dai galantuomini, dai poveretti!
E tradire! E chiamar in aiuto il diavolo, un santo!

Ma nella sua ira c'è, più profondo, il dolore;
c'è l'amarezza di una delusione crudele; c'è una
disperata angoscia. Gli pare, a Mattucco, d'impazzire!
Un santo! Traditore! Oh!

Che mondo! Che onore! Che infamia! Oh
scappar via! via! Scappare lontano, per sempre!
fuggire dove non s'inganni e si tradisca! Non vedere
nè un uomo, nè un santo, mai più! Via!
... Dove?

[pg!98]


IV.
---

Si diede alla campagna. Bello vagare qua e là
lungo i sentieri ombrosi o per le strade solitarie;
bello mansuefare con le buone maniere i cani infuriati
e chiamar con voci infantili i vitellini e i
puledri; bello intendersi con le stelle o ridere con
la luna.

Alle case le donne che lo riconoscevano gli
chiedevano qual disgrazia lo avesse colpito; quali
dispiaceri avesse. Una volta la sua faccia era così
allegra! Adesso invece era così magro!

Si schermiva; ricevuto il tozzo di pane, scappava
rapido. E finchè poteva resistere, preferiva
la fame a mendicar dalla gente.

Ma ahimè! Mentre egli sfuggiva alla vita degli
uomini, altra vita sfuggiva a lui. Quella sua
sensibilità, quella sua intimità con gli animali e con
le cose, comportabile nei limiti del paese, nel
mondo sconfinato diventava faticosa troppo; un
continuo sforzo; un esaurimento lungo e mortale.

Ed era tanto debole!; pativa la fame. E più
che per la fame, pativa perchè in quel lento mancare
di sè a sè stesso pareva venirgli meno il
mondo, che già viveva con lui e di lui. A poco
a poco gli si estingueva l'energia animatrice, povero
Mattucco!

Un giorno giacque sotto un olmo in un campo
[pg!99]
deserto. Guardava con gli occhi languidi davanti
e d'intorno, e non ci si trovava più. Tutte le cose
ora vivevano per sè sole, in un egoismo mostruoso,
in una indifferenza spaventevole, con una incuranza
spietata.

Il grano alto e giallo aspettava l'ora di compiere
il suo destino E si godeva il suo ultimo sole;
il trifoglio si beava di essere tutto in fiore; le viti,
distese fra gli alberi, bevevano i raggi ardenti e
si mostravano intente solo a produrre; gli olmi
o avevano molli dedizioni delle fronde più alte
alle carezze dell'aria, o restavano immobili, alcuni
in una letizia pacifica e sonnolenta, alcuni in
una gravità solenne, come se muovendosi temessero — egoisti
anch'essi — di nuocere a ciò che
loro solo premeva: il nido che nascondevano nel
folto. Nel cielo, a volo rotto i cardellini passavano
rapidi e giulivi non conoscendo che la loro esistenza;
non altro vedendo dell'universo che la loro
letizia. A due a due, le farfalle apparivano e
sparivano in una felicità lieve lieve, bianca e silenziosa;
e le formiche, lì, in oscura fila... Che
da fare! Potevano curarsi, loro, di un povero
uomo? Peggio per lui se era nato uomo!

Peggio: Mattucco non aveva mangiato e non
aveva da mangiare. E fin la terra gli pareva incresciosa
di sostenerlo, perchè s'assopisse, quietasse
nel sonno l'inedia, lo struggimento del totale abbandono,
l'affanno dell'intero esilio in cui s'era
perduto.

[pg!100]
Quand'ecco fra i rami, proprio sopra al suo
capo, vivacemente:

— *Francesco mio!...*

Come ferito al cuore, nella rimanente vitalità,
Mattucco s'alzò in piedi. Come il vinto che raccoglie
le forze estreme per ributtare l'ultima viltà
prepotente, l'ultimo scherno, si chinò ad afferrare
un pezzo di zolla; e l'avventò con un grido osceno
in alto. E al crepitìo della polvere tra il fogliame,
il fringuello volò ad un altro albero. E di là:

— *Sì sì sì: Francesco mio...*

Allora lo scemo ricadde e si mise a piangere.

Ma Colei che soffriva per il più atroce dolore
umano, china nella penombra sul figlio livido e sanguinante,
gli apparve; egli la scorse che piangeva
tra le sue stesse lagrime. E parlava:

— Si sì sì, Francesco mio... Questo poverino
muore, per te. Chiamalo! Fa che torni a prender
la zuppa al convento: se no, muore, il poverino!

Ah Madonna santa! ah Madonna buona!
Comprendeva lei, aveva compreso lei il torto di
San Francesco, il male che aveva fatto!

Diceva soave:

— Vieni, Mattucco. Ritorna. Francesco mio
ti dirà: «Sei qui?». Francesco mio! Francesco
mio!...; e fra' Pasquale t'accoglierà, buono, tra
le sue braccia, e ti darà un mestolo di zuppa.

[pg!101]


V.
--

Arrivò estenuato al convento.

— Son qui — disse con voce fioca, con un
sospiro, affacciandosi alla cella del Signor morto;
e guardò.

Ma San Francesco...

Ah! troppo a lungo il misero poeta scemo era
rimasto fuori dalle illusioni antiche, troppo evidentemente
la realtà si era sottratta alle sue fittizie
animazioni!

Guardò; e vide sol quello che tutti vedevano,
quel che vedevano i savi: San Francesco, muto,
accennava al Signor morto, solo per dire: — Pregate,
fratelli. — Null'altro. E la Madonna era
anch'essa una statua muta. E il Signore, una statua.
Null'altro! Null'altro! E tutte le cose, tutte
le creature che egli aveva creduto vivessero come
egli viveva, con i suoi pensieri, con il suo sentire,
gli si presentarono, di subito, agli occhi e alla
memoria, mute, senz'anima. Era finita! Finito l'incanto,
si spegneva l'universo. Finito l'incanto,
Mattucco diventava savio, e moriva davvero.

Si trascinò alla porta; tirò la corda del campanello;
si abbandonò esanime nelle braccia di fra'
Pasquale.

[pg!103]




SIMPATIA
========


Bontà e forza: con questo temperamento e carattere
ce n'è ancora della gente nelle nostre campagne;
temperamento e carattere dell'italiano
pretto nel pensiero e nelle vene. Esempi? Eccone
uno, assunto dalla più umile verità.

-----

La guerra aveva fruttato insoliti guadagni anche
a Leonardo Morini, l'«ovarolo», ma aveva privato
anche lui della sua pace. Fino a settantadue
anni era vissuto senza grossi guai; senza invidiare
chi aveva famiglia; contento della salute che gli
permetteva d'andar in giro a piedi per le campagne
e ai mercati a guadagnar commerciando onestamente;
contento d'aver messo da parte qualche risparmio;
contento d'abitare solo e libero in una
soffitta. Ma al mondo ci sono dei misteri. Perchè
fra tante case e cascine, che visitava da anni e anni,
non trovava differenza, e andando all'Olmello si
sentiva un che nel sangue, come se andasse da
gente del sangue suo? Perchè fra tanti ragazzi, che
in quelle case e cascine s'era visti attorno in tanti
anni, non aveva fatto nessuna differenza e a Celso,
[pg!104]
il figlio della non bella e piagnucolosa Assunta
e d'un contadino tanghero quale Stefano dell'Olmello,
aveva preso a voler così bene? E perchè
Celso fin da bambino gli correva incontro con un
lume negli occhi e con un sorriso che per lui nessun
altro bambino aveva mai avuto; un sorriso di riconoscenza,
quasi d'intimo riconoscimento? Perchè
quando gli altri ragazzi erano cresciuti ai suoi occhi
nella giusta misura dell'età, Celso gli era parso diventar
così presto un bel giovine robusto, e più
bello e più robusto e sano di tutti gli altri?

E perchè al dispiacere e al compiacimento insieme
di quando Celso era andato soldato, gli era
seguito in cuore un contrasto di tanta passione
quando la gran guerra scoppiò? Forse perchè era
stato soldato lui pure e aveva combattuto nel '59?
O forse era una legge: la legge del mondo e degli
affetti umani imponeva che egli, che era figlio di
nessuno e non aveva voluto esser padre, cercasse
nella creatura d'altri l'affezione filiale che non
aveva potuto provare, sentisse per la creatura d'altri
l'affezione paterna che non aveva potuto provare.
O era piuttosto una condanna, un castigo. L'egoismo
d'una esistenza quasi intera doveva alla fine
essere scontato da affanni per amore di estranei,
doveva risolversi in una espansione di affetto che
comprendesse tutti i sentimenti ignorati.

In verità, allorchè il vecchio Leonardo, reggendo
con un braccio il cesto da riempire di uova
e poggiandosi al bastone, curvo come se avesse
[pg!105]
sulle spalle il peso della strada percorsa e volesse
conquistare anche col petto la strada da percorrere,
a passi piccoli e frettolosi arrivava all'Olmello,
recava in cuore la tenerezza di un padre buono, la
bontà di una madre tenera, un'ansia fraterna, un
desiderio di amico unico, una cristiana voglia di
confortare, un bisogno di consolarsi consolando.

— Che nuove avete? — chiedeva, rialzato
il capo, fermo a mezzo dell'aia.

Talvolta gli davan da leggere una lettera, gli
mostravano una cartolina. Non perciò egli s'allietava
del tutto. Troppo l'infastidivano le lamentele
della madre e l'impenetrabile aspetto del padre.
L'Assunta, che donna! Non intendeva che la
guerra era la guerra.

E Stefano taceva. Che uomo! Due parole in
un'ora; e da ignorante. Pareva avesse il figlio in
un'impresa tenebrosa e le tenebre fossero entrate
nel petto a lui, dove gli altri ci hanno il cuore, o
nella testa, dove gli altri ci hanno il cervello.

— No! — pensava Leonardo. — Un padre
non dovrebbe essere di ghiaccio o di macigno. No!
Una madre non dovrebbe essere di ricotta. Che
gente!

E si proponeva di non ricomparir all'Olmello
prima che fossero passate due o tre settimane e le
galline avessero fatto assai ova. Vi tornava invece
dopo due o tre giorni. Ma se ne pentiva sempre;
ripartiva sempre con quell'uggia, quell'amarezza
[pg!106]
di un bene deluso, quel disgusto di non essere compreso
e di non poter ridurre pari al suo l'animo del
padre rude e della madre dolente.

.. class:: center

| \*\*\*

Un brutto giorno, un giorno che la nebbia bagnava
i panni addosso e stillava dai rami, e i passeri,
negli alberi, rabbrividavano sotto le penne arruffate,
Leonardo entrò nel campo da fuori della
carraia. Co' suoi passettini rapidi e il suo bastone,
discese lungo il ciglio erboso alla volta di Stefano
che stava affondando il fosso. A vederlo, il contadino
attese, il piede sul vangile e le mani a sommo
della vanga. Perchè il vecchio non era andato in
casa, prima, dalla donna? Ma il contadino non
mosse voce. Guardava senza anima manifesta, e
aspettava. E il vecchio col freddo nell'anima sorrise
appena appena e disse:

— In paese si discorre d'una gran battaglia.

Stefano aspettava immobile.

— Si parla di molti feriti; di molti morti. Ma
speriamo...

Poi Leonardo tacque.

Allora il padre chiese come non avesse udita
l'ultima parola:

— E lui?

— Eh! Innanzi che si sappia che ne è stato,
di Celso, se l'ha scappata, come io spero, correrà
un po' di tempo.

[pg!107]
L'altro ebbe negli occhi un'accensione d'ira;
ebbe uno sguardo bieco, quasi di odio; ed esclamò
forte:

— Cosa siete dunque venuto a fare?

Cos'era venuto a fare? Leonardo non dubitò
che il silenzio, lo sguardo, la violenza mal repressa
e la dimanda di colui significassero una tremenda
angoscia costretta in sè da una timidezza o da una
energia quasi selvaggia, esprimessero la pena di
dover aspettare troppo a lungo una notizia atroce.
Pensò:

— Che bestia!

Cosa era venuto a fare? Non lo sapeva chiaramente
nemmeno lui, povero vecchio, il perchè era
accorso subito dal paese: era accorso perchè il cuore
l'aveva portato: ecco. Bisogna dirle, domandarle
certe cose? Per dare una parola di speranza, se
non per riceverla, era venuto; per prepararsi il
cuore con loro, se mai...

E impermalito, Leonardo stava per rispondere: — Non
verrò più a disturbarvi — quando dall'alto
del poggio (Stefano si era rimesso a vangare)
l'Assunta chiamò, invocò:

— Leonardo! Leonardo!

Egli le andò incontro; sorridendo, al solito,
disse:

— Sì. C'è stata una battaglia. Ma — aggiunse — niente
paura! Avete avuto cattive nuove?
No. Dunque...

La donna lo fissò prima di piangere; per l'apprensione
[pg!108]
improvvisa ebbe negli occhi un insolito
acume, e chiese:

— Ne siete sicuro, ch'è salvo?

— Sicuro del tutto..., oggi com'oggi...

E lei rompendo in singhiozzi, disperata, con
la voce di chi impreca:

— Ma allora, cosa siete venuto a fare?

.. class:: center

| \*\*\*

Poichè dunque non s'intendevano; poichè lo
rimproveravano invece di ringraziarlo, Leonardo
giurò, sul serio questa volta, che all'Olmello non
lo rivedrebbero più, se Celso non tornasse a casa.

E soffriva, il vecchio, a pensarci; e ci pensava
sempre. Sperava. E quando sperava, si immaginava
Celso così lieto d'esser scampato alla
morte, così felice di riabbracciare i suoi, che non ne
restava più, del suo bene, per il vecchio amico. Nè
il rancore e l'uggia gli cessarono come si diffuse la
voce che con parecchi morti del paese era rimasto
ferito Celso dell'Olmello.

E passò quasi un mese; e Celso gli scrisse lui, a
Leonardo, che ormai guarito del tutto veniva in
licenza.

.. class:: center

| \*\*\*

Il giorno che gli aveva scritto di tornare il vecchio
andò alla stazione per tempo, al mattino; e
sì che il diretto che credeva porterebbe il reduce
[pg!109]
arrivava a un'ora del pomeriggio! Essendo freddo,
camminava su e giù per il marciapiedi, fin che la
mano gli si gelava sul bastone e l'aria gli aveva tagliato
abbastanza le orecchie.

Entrava allora nella sala d'aspetto a scaldarsi
alla stufa. Ma non potendo resistere al tanfo di
chiuso, usciva di nuovo.

Passò un treno merci. S'arrestò, più tardi, un
treno omnibus. E, dopo, una tradotta. Da questa
Leonardo vide scendere un soldato; poi non vide
più nulla perchè aveva visto che era lui. Nella sua
mente confusa, nel suo animo sbalordito fu come
l'imminenza d'un destino che si compieva...

E a sentirsi dire: — Voi qui, Leonardo? —, a
sentirsi abbracciare, a sentirsi chiedere: — E i
miei? —, tornò in sè ma non per rispondere: per
ridere, ridere di contentezza. Pareva ebbro.

Intanto alcuni conoscenti attorniavano il giovine,
e mentre questi scambiava qualche parola il
vecchio si fe' largo, lo tirò per una manica; e
sollecitava:

— Andiamo, Celso! A casa! Via!

Nè volle attraversare il paese.

— Tua madre ha pianto tanto...; tuo padre...
Bisogna andar subito a casa! A casa! Via! Presto!

Per i campi, volle che andassero, soli, liberi.
Felice!

E quando fu sicuro che nessuno glielo rapirebbe,
Leonardo si fermò un istante; alzò lo sguardo
incontro allo sguardo del giovine; chiese:

[pg!110]
— E lassù?

Celso si mise a parlare della guerra; senza esagerazioni.

Ai Casetti, s'interruppe. Disse: — Due salti,
e vado a salutar la mia bionda.

— T'aspetto — fece l'altro. E l'aspettò lì,
al freddo, tossendo.

.. class:: center

| \*\*\*

Ma a casa, quando arrivarono finalmente a
casa, Leonardo ebbe la rivelazione. Dal modo con
cui il ragazzo si comportò con i suoi, capì che non
s'era sbagliato ad _`affezionarglisi` tanto, e dal modo
che i suoi, del ragazzo, si comportarono, capì che
li aveva mal giudicati.

Celso si stringeva la madre al petto con la
forza d'un bambino e la chiamava: — la mia
mamma! la mia vecchia —; e la baciava non
sazio. Indi rivolto al padre, che gli disse — gli
disse solo: — Sei qui, Celso? —, contenne con
un visibile sforzo la commozione e disse, disse
solo:

— Come state, pa'?

Finalmente era chiarito il mistero!

Sì: il difetto della madre era la troppa tenerezza,
e durezza il difetto del padre; ma il vecchio
comprese che si comportavan così anche per una
reazione vicendevole e involontaria, e comprese che
il difetto dell'uno e dell'altra si eran temperati nell'animo
[pg!111]
di Celso a una virtù che lui, povero vecchio,
aveva sentita senza rendersene ragione. Era
la stessa sua virtù istintiva: bontà e forza.

.. class:: center

| \*\*\*

E quel giorno Leonardo si ammalò. La notte
la casigliana che abitava una stanzaccia attigua alla
sua l'udì tossire e vaneggiare. Faticosamente, nei
giorni dopo, egli scendeva e saliva le ripide scale:
sedeva sui gradini e, sorpreso, fingeva di star là
a perdere il tempo; per non parer mal ridotto, cantarellava
piano piano. La tosse lo riassaliva secca,
soffocante.

Celso che non dubitava fosse ammalato, non
veniva in paese; preferiva far all'amore ai Casetti
con la bionda. Rincasando, però, dimandava ogni
volta: — E Leonardo non s'è visto?

Arrivò all'Olmello un pomeriggio. Con la
tosse, sudato, affannoso, affranto.

— Il ragazzo dimanda di voi — l'Assunta
gli disse. — Lui sorrideva. Chiese delle uova.

Di ritorno col cesto, l'Assunta gli disse anche,
senza piangere, che il ragazzo presto ripartirebbe.
Senza piangere! E Stefano quel giorno parlò di
molte cose. Stefano parlò!

Ma il vecchio non aveva nemmen più la forza
di meravigliarsi. E se avviandosi si fosse voltato
indietro, avrebbe scorto il contadino scuotere il
[pg!112]
capo, mentre la donna mormorava: — Quello è
un uomo che se ne va.

Leonardo se ne andava infatti, zampicando, col
suo bastone, come verso un destino che si compieva.
Quando la sera fu, per grazia di Dio, in paese, si
fermò dal notaio; offerse le uova che l'Assunta gli
aveva date e sorridendo pregò:

— Vorrei fare, signor dottore, testamento...
adesso.

La mattina dopo Celso venne a cercarlo per
salutarlo. Partiva.

Sulla porta la casigliana gli disse:

— Stanotte non l'ho sentito tossire.

E aggiunse: — È un uomo che se ne va.

Salirono insieme. Batterono. Silenzio.

Tirata la cordicella e aperto l'uscio, lo videro,
nel letto; videro che se n'era già andato.

E il soldato, l'erede, gli chiuse gli occhi.

[pg!113]




NELLA ROMAGNA D'UNA VOLTA
=========================


A ricevere la seconda lettera con cui, goffamente,
Nino Galastri le chiedeva di sposarla, Livia
perdè la pazienza e rispose un semplice *no*. Inesperta,
com'era, del mondo, non riflettè ai diversi
gradi di tono e di significato che, sino alla ripulsa
oltraggiosa, può assumere un *no* scritto; castigando
una indiscreta vanità, non ebbe il dubbio di offendere
l'orgoglio paesano, il quale, ferito, ferisce
col morso e il veleno della vipera; e conoscendo
la fierezza del nonno, non domo dagli anni, dubitò
invece di far male a rivelar la cosa a lui. Nè la
vendetta tardò a giungerle: terribile perchè l'armava
la pubblica malignità, perchè la sosteneva
un'accusa copertamente diffusa e inoppugnabile,
perchè disonorava il suo nome.

Già delusa nella felicità quale aveva immaginato
trovar fuori del collegio e predisposta alla solitudine,
più che dalla sensibilità materna e dalla
sventurata condizione di orfana, dal rude costume
della razza da cui scendeva, Livia Antoni ricorse
col pensiero e con l'anima al luogo dove era cresciuta,
in una clausura quasi monacale, e presentì
[pg!114]
che in nessun altro luogo e in nessun altro modo
avrebbe potuto vivere senza il peso addosso dell'onta
o del sospetto dell'onta. E segnò essa stessa
il suo destino in un dilemma: o l'accusa che si
faceva al nonno non era vera, e valeva meglio
scampare da un mondo così tristo; o era vera, e
la rinuncia di lei apparirebbe come un sacrificio
riparatore, una rinuncia sublime in lei, giovine,
bella, ricchissima.

«Se un'idea entra nella testa di un Antoni
non c'è più santo che gliela cavi», pensò la più
vecchia delle domestiche, quando Livia le disse
che aveva intenzione di farsi suora.

Ma quando quella donna, incerta come chi
teme di dare un avviso che addolori troppo, ne
parlò al padrone, egli la fissò, poi scosse le spalle
quasi a udir cosa di nessuna importanza. Solo, die'
ordine di cominciar subito i lavori di sterro sul
poggio, ove sorgerebbe la nuova villa. E lo stesso
giorno vi condusse la nipote.

— Guarda! — le disse accennando alla vallata
stupenda.

La vita brillava nell'aria, serenava nei lontani
monti, palpitava nei colli rinverditi, fluiva e rabbrividiva
placida fra il greto del fiume.

— Io sarò morto allora — soggiunse il vecchio —.
Ma tu vivrai qui sposa e madre felice.

La ragazza tacque. E sentì che il momento di
manifestare il suo proposito era quello, e raccolse
[pg!115]
tutta la forza per dissimulare l'affanno e dire dolcemente:

— La ringrazio, nonno. Io però non ho intenzione
di maritarmi.

Seguì ancora un attimo di silenzio: insopportabile
nell'incerta aspettazione della loro anima. Il
vecchio non parlò; dovè parlar di nuovo Livia,
per dire, bianca in viso, con le labbra esangui:

— Ho la vocazione di farmi monaca.

Allora il vecchio, che a ottant'anni teneva in
soggezione tutti anche quando non usava i modi
della sua ferrea volontà e la mitigava con l'espansiva
energia del suo gran cuore, tremò a nervo a
nervo.

Paventava d'essere debole davanti a una giovinetta
esile come un giunco, o d'esser travolto
dall'ira come avrebbe fatto davanti a un minacciato
assassinio?

Le afferrò un braccio, la costrinse a guardarlo
negli occhi, e disse soltanto:

— Bada, bambina!

Quegli occhi, quelle due parole avrebbero piegato
chiunque altra, d'altro sangue. La giovinetta
che aveva nelle vene il sangue degli Antoni fu
invece inanimata alla resistenza e alla difesa.

— Se lei vuol sapermi contenta, deve consentire
alla mia volontà.

— Non dire la tua volontà! — gridò il vecchio
prorompendo —. Di' l'idea stupida che ti
[pg!116]
han messa in testa là dentro, dove io non ti avrei
mai rinchiusa!

Il rimprovero, che toccava la memoria di sua
madre, accrebbe ardire in Livia.

Esclamò:

— Le giuro, nonno, che questa idea mi è venuta
dopo che sono uscita di collegio.

E soggiunse subito:

— Mi sono convinta che il mondo è brutto e
cattivo.

— No! — il vecchio ribattè forte —: il
mondo è buono, è bello per chi ci sappia vivere.
Che esperienza puoi averne tu?

A fatica Livia compresse in cuore il suo segreto;
frenò l'angoscia; trattenne le lagrime. E
rispose:

— Basta guardarsi attorno e ascoltare.

Il sospetto si affacciò ora alla mente dell'Antoni.
E chiese:

— Ascoltar che cosa?

— Il dolore degli altri — disse lei. — Chi
non ha da lamentarsi del male che riceve?

— E fra quattro mura tu credi di evitar il
male e goder il bene della vita?

Nè attese risposta. Quasi per strapparsi a una
enormezza egli si allontanò. E Livia gli tenne
dietro singhiozzando sommessamente.

Otto giorni dopo era costretta ad accompagnar
il nonno in un lungo viaggio.

[pg!117]

.. class:: center

| \*\*\*

Meraviglie di ogni sorta, spettacoli indimenticabili;
ma non una notte la giovinetta si addormentò
prima d'aver pensato: «Non mi divertirei
come il nonno crede che io mi diverta se non fossi
ricca; e non sarei ricca se lui...».

Dal viaggio tornò così stordita e stanca da
parere intimamente mutata, queta e remissiva, e il
vecchio sperò di guarirla del tutto continuando il
rimedio.

Anche l'antica casa parve mutar anima: risonò
di feste; risplendè di signorile ospitalità.

E alla giovine non mancarono corteggiatori. Li
respingeva con ferma freddezza.

Intanto si compivano i lavori della villa, che
un giorno avrebbe dovuto vederla sposa e madre
felice. Ma lei non andava una volta a Belpoggio
che non pensasse: «Ancora due anni, poi sarò
padrona della mia volontà».

E quante volte si ripeteva: «Oh, vivere di solo
pane, senza dubitare che sia di origine impura!».

Questo pensiero diventò un'ossessione nella sua
mente, tanto più ostinata quanto più caparbio essa
giudicava il nonno a non volerla comprendere.

Così non doveva tardar molto il giorno che di
quelle due volontà in conflitto l'una si convincerebbe
o illuderebbe di aver vinta l'altra.

[pg!118]

.. class:: center

| \*\*\*

Cesare Antoni, come soleva, una mattina uscì
di casa con lo schioppo a tracolla. Scorgendolo
dalla finestra Livia patì, violento, quale non mai,
il riscontro delle due imagini. Pensò: «Il Passatore!».

E per non piangere si morse le labbra, e non
pianse.

Ma più tardi, senza un appiglio, senza un pretesto,
osò chiedere al vecchio:

— Mia madre cosa ebbe in dote?

Egli la guardò negli occhi; essa ne sostenne
lo sguardo.

— Niente ebbe. Perchè?

Niente! Dunque non avrebbe potuto dir suo,
non impuro, neanche un tozzo del pane che sino
allora aveva ingoiato e che per due anni dovrebbe
ingoiare! E al colpo inatteso, Livia abbassò gli
occhi, affranta.

— Perchè? — insistette l'altro, ancora forzandola
a risollevar gli occhi e a rispondere.

— Son decisa a disubbidirle; e avrei desiderato
evitare che lei, fra due anni, m'incolpasse
d'ingratitudine.

A ricevere uno schiaffo l'Antoni avrebbe reagito
con minor impeto. Infiammato in faccia e nelle
pupille, diritto, alto, imponente vegliardo, avanzò
come per arrestare nella sciagurata il pensiero colpevole
[pg!119]
prima che cadesse nel pentimento. E l'investì:

— Ti sei svelata, una buona volta! L'ho
avuta la prova manifesta del tuo cuore, della tua
religione, della tua pietà! Tu non vuoi obblighi
di gratitudine e di affetto; tu mi odii! Peggio:
l'odio vincola, e tu non vuoi vincoli! Hai capito
che io ho una volontà di ferro; hai temuto che la
mia volontà sia più forte della morte e io possa
dominarti sempre, finchè vivrai, e per ribellarti,
per essere libera, minacci di farti suora! Ma non
t'accorgi, sciagurata, della contraddizione mostruosa;
non t'accorgi che sei pazza d'egoismo?
Pazza! — le gridò contro.

Ella tacque; tremante; reggendosi a stento in
piedi: ma con lo sguardo immoto.

E il nonno, men violento oramai che disperato,
aggiunse:

— Già si dice! Nino Galastri a chi dimandava,
al caffè, perchè tu non trovi chi ti sposi, ha
detto: — «Non sapete che l'Antoni è matta?».

Lui? Nino Galastri?

— Lui? — fe' la ragazza, il volto improntato
di un sarcasmo che la svisava come una smorfia
atroce.

— Sì. Presto o tardi se ne pentirà; ma l'ha
detto!

E allora ella corse nella camera attigua, trasse
da uno stipo la lettera dell'innamorato respinto, e
tornò porgendola.

[pg!120]
Il vecchio l'afferrò. Mentre la leggeva lei si
aspettava che cadesse morto di colpo: leggeva:
«... sposandola, signorina, io avrei offesa l'opinione
pubblica; si sarebbe detto che la sposavo per
godere i marenghi del Passatore».

Invece il nonno gettò il foglio e rise.

— Ah, ah! E tu la conosci tutta, la storia?
Non la conosci bene? No? — Essa non rispondeva. — Te
la racconterò io! A Belpoggio, proprio
dove ho fabbricato la villa per te, per la tua
felicità, c'era una casupola mezza in rovina; e io
l'avevo affittata a un manutengolo o a un collega
del Passatore. Dopo che questo fu ammazzato,
colui fu preso e condannato non so a quanti anni
di galera. E di là scriveva alla moglie, che non
sapeva leggere e veniva da me a farsi leggere le
scritture del marito. Ma io, furbo, le leggevo prima
per conto mio. E una volta vidi che il ladro raccomandava
alla moglie di non abbandonar mai la
casa ove stava. Io, zitto!; e diedi subito commiato
alla donna. E mi misi a scavare. Scavai una, dieci,
cento pentole piene di marenghi rubati dal Passatore,
e così... Hai inteso?

— Gl'invidiosi, gli oziosi, gli ignoranti, i maligni,
i vigliacchi — seguitò l'Antoni, di nuovo
sopraffatto, nell'ironia, dall'ira — non comprendevano,
non comprendono la origine di una ricchezza
acquistata con le fatiche, con gli studi, l'ingegno,
la forza della volontà e dei nervi, e m'han
dato, a me, per collega il demonio, e hanno inventata
[pg!121]
l'infamia e ci credono! E tu vuoi farti suora
per questo!

Per questo. La storia non era vera? E come
negare che era bene uscire da un mondo ove si
commettevano coteste infamie, deturpando il nome
di una famiglia, affliggendo la vita intera di un
uomo, senza castigo?

— Sì, nonno: per questo! — Livia fu sul
punto di rispondere. Ma a veder il vecchio divenuto
livido, in una attesa di passione mortale, gli
si gettò d'impeto nelle braccia piangendo:

— Lo credo! Lo credo, nonno, che lei sia
innocente!

.. class:: center

| \*\*\*

Cominciò da allora l'equivoco che doveva durar
due anni.

Ritennero l'una e l'altra di aver vinto. «Si
rassegna alla volontà di Dio», pensava la ragazza.
«Si rassegna alla mia volontà», pensava il vecchio.
Ed ella non urtata più, cedeva nei modi;
s'inteneriva; diceva tra sè: «povero vecchio!».

Nemmeno, nel suo segreto, lo rimproverava
d'essere ostinatamente rimasto in mezzo a gente sì
perfida, perchè allontanarsi con l'onta addosso sarebbe
stata, per uomo di tal fatta, viltà; sarebbe
stata la maggiore ignominia.

Alla proposta di passar l'inverno altrove, ella
si rifiutò: e il nonno ne fu lieto.

[pg!122]
E come Dio volle, rifiorì la primavera. Il nonno
con vigile cuore vedeva rifulgere quegli occhi,
splendere quel sorriso di gioventù. Si celava dietro
le macchie del giardino a spiar la nipote allorchè
andava per il prato a raccogliere fiori umili, e non
più dubitando l'udiva cantarellare.

Gli pareva salva. Non comprendeva che ella
gioiva quale chi aspetti una prossima gioia, più
grande; non capiva perchè l'anima di lei esultava
in tal modo.

Passò, similmente, l'estate; passò un altro inverno.
Poi andarono ad abitare nella villa nuova.

.. class:: center

| \*\*\*

E giunse finalmente quel giorno. Livia era
maggiorenne.

Il nonno l'attendeva nella loggia, per dirle:

— Adesso sei arbitra di te, di me, di quanto
possiedo. Non mi abbandonare, Livia!

Ma quando ella uscì, anzi che morire di colpo
a vederla, il vecchio ebbe uno strano senso di sollievo:
gli parve cessare la sua agonia. Livia (e una
carrozza da nolo avanzò nella corte), Livia era vestita
da viaggio.

Risoluta; padrona di sè, disse:

— Addio, nonno!

Maledetta?

A mani in croce, a scorgere la maledizione nei
terribili occhi, ella scongiurò:

[pg!123]
— Mi perdoni!

Egli non parlò. Si volse a guardare i bei luoghi
che Livia non rivedrebbe mai più, quasi egli non
dovesse rivederli mai più; i monti sereni, i colli
verdi e il bianco fiume.

Poi disse:

— Ti perdono.

E le porse il braccio, e tra le serve e i servi
e gli operai attoniti, diritto, alto, imponente vecchio,
venne con lei nella corte, la condusse fino
alla carrozza.

Livia si chinò ad abbracciarlo, a baciarlo. Egli
l'abbracciò; la baciò. Sorrise. Disse:

— Addio!

.. class:: center

| \*\*\*

Indi, partita, Cesare Antoni tornò in casa; imbracciò,
secondo soleva, lo schioppo; diede ordini,
al solito; e prese la via del paese: ove, ogni
giorno verso le nove, Nino Galastri usciva di casa,
traversava la strada, ed entrava nel caffè.

Quando fu alla bottega del tabaccaio, poco
distante dal caffè, il vecchione entrò a comperar
sigari; e scegliendoli, e di tratto in tratto sogguardando
fuori, motteggiava con la tabaccaia.

— Sempre allegro, lei!

Uscì. E si fermò ad accendere un sigaro. Alcuni
paesani, che conversavano in gruppo, salutarono.
Non buono il primo sigaro, lo gettò via; ne
[pg!124]
tolse un altro. Gettò via anche quello: e... (Nino
Galastri!): d'un lampo, afferrato lo schioppo, gridando
che tutti udissero: — Il Passatore avrebbe
fatto così! — Cesare Antoni, puntò, sparò.

Il Passatore mirava dritto.

[pg!125]




VALENTINO E LUCILIO
===================


L'auriga Libanio in carcere! Forse condannato
a morire per la rivalità del padrone. Ne
amava una bella schiava, giovinetta. Questa la
sua colpa! E Boterico, il barbaro divenuto governatore
a Tessalonica, aveva dunque ricevuto
il battesimo per essere più crudele? cristiano, trattava
così i suoi servi? ascoltava così gli ammonimenti
dell'imperatore: che governasse con prudente
consiglio e cuor buono?

Gelosia d'amore e di gloria. Perchè maggior
gloria aveva acquistato Libanio auriga nel circo
che in guerra Boterico luogotenente di Teodosio il
Grande: ecco quel che gravava la colpa del
povero giovine. Dal servizio del governatore assunto
a condur nelle corse i cavalli della fazione
«prasina», aveva meritato tal favore dal popolo
che neppure le altre fazioni gli volevan male; lo
vantavano anch'esse vittorioso o vinto. E per lui
le corse di Tessalonica levavan grido, oltre la
Macedonia, a Costantinopoli, a Roma, a Milano.

[pg!126]
Nessuno infatti, da quando s'eran visti cavalli
e carri nel circo, nessuno vi aveva mai dimostrata
arte pari alla sua.

Guidava i poledri più focosi e indocili quasi
fossero attempati nell'evitar gl'impedimenti e girar
le mete; pareva che il più lieve tocco delle
sue dita alle redini rilassate avesse una prodigiosa
virtù di moderazione o, se bisognava, d'incitamento;
ogni studio di agitatori e ogni audacia di
giocolieri, compri dagli emuli perchè interrompesse
il galoppo, perdesse terreno, si rovesciasse,
tornava inutile. E agitava la frusta, ma non percuoteva.

Bello era a vederlo, il ginocchio sinistro fermo
all'appoggio del carro, la gamba destra tesa col
piede puntato nell'estremo limite a tenersi inconcusso,
il petto chino all'innanzi quasi a empirsi
dell'ebbrezza de' suoi corsieri, e il capo drizzato
a scorgere, con sguardo imperioso e sereno,
certa la gara, libera la vittoria.

— Libanio! Libanio! — acclamava il popolo.
Non gridava: — Prasina! — quasi non
vedesse più in lui la fazione, ma vedesse lui solo;
e l'ansietà delle scommesse era superata dall'ammirazione;
e il sole riflettuto dall'elmo, dalla tunica
di seta verde e dalle cinghie che la stringevano
e increspavano sembrava irradiargli il viso.

Agli occhi di quel pubblico oramai tutto cristiano
rifulgeva una apollinea imagine.

Ma adesso Libanio sospirava in una carcere
[pg!127]
stretta ed oscura; eran spente le feste che dovevan
celebrare Teodosio vincitore di Massimo, Teodosio
trionfante a Roma.

— A morte Boterico! A morte l'ingiusto!
l'indegno!

Imprecazioni e minacce passavano di bocca
in bocca; e si diceva che come l'imperatore aveva
perdonata la sedizione di Antiochia, ove era stata
abbattuta fin la statua dell'imperatrice, perdonerebbe
a Tessalonica se osasse castigare il governatore
malvagio.

Prima però di osare tanto, i cittadini più saggi
e cospicui speravano d'indur lui stesso, Boterico,
al perdono. Che lode gli verrebbe, di uomo generoso,
a trar dalla carcere il giovine caro al popolo,
e per intercessione della città intera concedergli
ciò che era inumano proibire: la felicità dell'amore
e delle nozze!

No. L'empio rispose no.

A morte! E nulla più può trattenere la folla:
irrompe al palazzo: le guardie cadono trucidate.
Boterico si fa innanzi; alza la mano per dire...
Troppo tardi dire: perdóno. È trucidato.

E sono aperte le porte della carcere.


II.
---

Quando ebbe notizia della sedizione di Tessalonica
Teodosio stava per entrare in Milano,
[pg!128]
di dove muoveva a incontrarlo Ambrogio, il santo
Vescovo. L'ira dell'imperatore cedè alla parola
di lui, che era la parola d'un santo. Ma dopo, nel
consiglio, parlò il Gran maestro di Palazzo: — Se
anche Tessalonica restava impunita, tutto
l'impero rovinerebbe, e la storia ne chiederebbe
conto all'ultimo imperatore, che aveva vinti i nemici
e non aveva saputo vincere i ribelli; che si
era addolcito della pietà dei vescovi e non si era
inasprito per la licenza del popolo.

Nè gli altri consiglieri furono da meno a rimproverare
e a esortare. Teodosio, alla fine, diè
l'ordine. Soldati fossero subito mandati a Tessalonica;
di là il mondo avesse nuovo, terribile
esempio che non s'offendeva senza pena l'autorità
imperiale, sebbene l'erede di Roma si facesse ora
il segno della Croce.

E non sarebbe l'ultimo imperatore di Roma
Teodosio il Grande! Gli ufficiali che ebbero tale
missione dal Sovrano e dalla Storia ne godettero,
e pensarono di adempierla con neroniana letizia:
nel circo, tra la folla festosa, ignara della strage
imminente, plaudente all'auriga per il quale Boterico
era morto.


III.
----

Affrancata dal novello Governatore, la giovinetta
schiava che Libanio amava diventò sposa
a Libanio. Dunque nessun dubbio che Tessalonica
[pg!129]
fosse perdonata come già Antiochia. I mercenari
testè venuti aumenterebbero le milizie di
Boterico solo per resistere ai barbari.

Nessun sospetto. C'era anzi nell'animo popolare
quell'aperto consenso di fiducia e di gioia a
cui sopra tutto pareva attendere Teodosio trionfatore,
Teodosio il Grande.

Furono riprese le feste. E mai corse annunciate
nel circo suscitarono tanta aspettazione. Appena
i «russati» o rossi e i «veneti» o azzurri
avevan saputo che la fazione «albata» o bianca
lancerebbe quattro cavalli degli allevamenti di
Cappadocia, avevano affrettate richieste a Costantinopoli.
Giunsero, per loro, fin poledri di razza
araba, dall'Asia Minore. Ma la fazione verde o
«prasina» non cercò mutamenti di corridori e
di auriga: le bastavano i suoi cavalli armeni, le
bastava Libanio.

.. class:: center

| \*\*\*

Quanta gente, il gran giorno, per la strada
che conduceva al circo! Che frequenza di vetture,
fossero rede tirate da cavalli o carruche tirate da
mule, con sopra ricchi e patrizi e matrone! In carrozza
andò anche Cesario Prisco, il ricco mercante
di gioielli, con i suoi figliuoli.

Pienamente felici, quei due. Il minore, che
non era mai stato al circo, volgeva le più curiose
domande, alle quali l'altro rispondeva con ciò
che sapeva di propria scienza e esperienza e con
[pg!130]
ciò che aveva imparato dai compagni a scuola, o
s'inventava lui. Fin sapeva, Lucilio, perchè dalla
«spina» del circo, la quale vi era la parte
mediana ove sorgeva l'obelisco, erano state tolte
le statue della dea Tutelina e di Cibele assisa sul
leone.

— Perchè? — Valentino chiedeva riflettendo
dai begli occhi chiari meraviglie sempre più
improvvise e strane al suo pensiero.

— Perchè — rispondeva Lucilio — l'imperatore
ha voluto il battesimo; è cristiano anche lui,
come noi.

— E perchè Tutelina e Cibele non erano cristiane
come noi?

E perchè questo? perchè quest'altro?

Il padre godeva a udirli cinguettare così. Ma
quando Lucilio, il più grande, fu stanco di rispondere
ciò che non sapeva e ciò che sapeva, tornò a
insistere col padre che gli dicesse per chi parteggiava,
per chi scommetterebbe.

— Io sto per i «rossi» — preveniva Valentino. — Me
l'ha detto la mamma che vincerà Libanio.

— Libanio, è prasino, non rossato! — esclamò
con sufficienza Lucilio. E soggiunse:

— Io credo che vinceranno gli azzurri. E tu,
padre? Scommetti per loro! Se sapessi che cavalli
hanno! Venuti d'Asia!

— No — ribatteva Valentino —, scommetti
per il rosso, che è il colore più bello!

[pg!131]
E il padre, il quale era della fazione albata e
aveva seco tante monete d'oro da giocare per i poledri
di Cappadocia, fingeva una grande perplessità
nella scelta. Dopo un lungo silenzio disse interrogando
sè stesso:

— Per vincere starò dunque con Valentino o
con Lucilio?

— Con me! — Con me! — pregavano ambedue
i fanciulli, a gara.

— Vincerà quello che mi vuol più bene!

— Io!

— Io, padre!

— Vincerà quello a cui voglio più bene.

— Io! io!

— No, io! — e a Valentino si riempirono gli
occhi di lacrime. Allora il padre trasse quattro monetine — quadranti — e
le diede ai fanciulli, due
per ciascuno. — Faremo così: quello che perderà
darà un quadrante al fratello, e uno a me. — Accettarono
felici di scommettere come gli uomini.

— Ma — ripigliò dopo un poco il padre quasi
preso da un nuovo dubbio —: se perderete tutti
e due? Se vincerà, invece della rossa o dell'azzurra,
la prasina o l'albata?

— Allora — esclamò Lucilio ridendo —: allora
ci teniamo noi i quadrantini, e a te niente!

— A te un bacio — concluse Valentino allungando
le braccia.

E volevano dargli un bacio tutti e due in una
volta.

[pg!132]


IV.
---

Quando entrarono e salirono al terzo ordine, già
i primi gradi, dei patrizi, e i secondi, dei cavalieri,
erano pieni; lassù trovarono liberi appena due posti
attigui. Cesario Prisco li lasciò ai figliuoli, e rimase
in piedi a capo della scalinata, di dove poteva meglio
scommettere cogli amici. Lucilio, timido, a
bassa voce indicava intanto al fratellino la tribuna
imperiale, vuota, il seggio dei giudici, le tre mete
dalla parte delle scuderie e le tre mete opposte con
la porta trionfale, nella spina, i segnacoli con i
delfini e le uova che servivano a numerare i giri
della corsa.

Nè l'attesa fu lunga. Un silenzio immenso, improvviso.

Ecco: aperte le scuderie: ecco i carri. Avanzano
sino al principio della spina; si allineano; ristanno
davanti a una corda... Un istante. E a
Valentino tremò il piccolo cuore; ebbe paura, non
sapendo di che; cercò cogli occhi il padre. Ma Lucilio
lo tirò per la veste e gli sussurrò: — Guarda!

Una mano agita una benda purpurea, la corda
cade: via!

Nel galoppo molteplice si vedevan di pari le
teste dei cavalli, le fruste alzate e i colori delle
tuniche. E cominciarono le scommesse e il richiamo
a tutti noto: — Libanio! Libanio! — Libanio non
[pg!133]
sferzava. Giunse ultimo alle mete, nel primo giro.
Prima le oltrepassò la russata.

Allora Lucilio disse, dimentico del suo entusiasmo
per la quadriga veneta o azzurra: — Io
scommetto per la russata. E tu Valentino? — Valentino
non ricordò più che appunto la rossa era la
sua fazione; ricordò che la madre gli aveva detto: — Vincerà
Libanio — e rispose: — Io sto per
Libanio, il verde!

— Sta attento! Non vedi che è ultimo, il
verde? Guarda! Guarda!

Gli agitatori e giocolieri cominciavano a operare
inganni in pro delle loro parti. Balzavano improvvisi,
correvano qua e là, e facevan gesti da impaurire,
e recavan cose da gettare nell'arena. Uno,
a cavallo, tagliò d'un tratto la via, e la quadriga
russata, che ancora precedeva, s'impennò; passò
innanzi la veneta o azzurra, e giungeva l'albata.

Ma di subito, imprevedibile, un giocoliere si
gettò a terra con meravigliosa arte, con pazzo ardire,
cogliendo l'istante e l'intervallo fra le gambe
posteriori dei cavalli e le ruote della veneta, ora precedente
a tutte; e rialzandosi incolume, quasi sorgesse
di sotto terra, spaventava i poledri dell'albata
sopravveniente.

Così la russata riguadagnò terreno, ma per poco
non arrotò la veneta e (fu da tutti i petti una voce
di terrore) non la rovesciò. Approfittò dell'istantaneo
indugio Libanio, senza che i suoi quattro cavalli,
d'un splendido mantello baio dorato, sembrassero
[pg!134]
mutar norma al galoppo: superava secondo,
subito dopo la veneta, il compimento del secondo
giro. Quand'ecco un giocoliere gli gettò
incontro un cesto: le ruote non lo toccarono. Un
altro gettò un'anfora: evitata. L'auriga ancor
primo si rivolse per colpire con la sferza agli occhi
i cavalli che già aveva al fianco, ma Libanio evitò
il tradimento facendo di nuovo scartare i suoi cavalli.
E questa volta oltrepassava primo le mete.

— Libanio! Libanio! — Tutti gli spettatori,
in piedi, plaudivano; più alte, deliranti, si levavano
le acclamazioni dalla fazione prasina.

Se non che al quarto giro questa ebbe assai
da temere. L'albata l'accostava; le era alle ruote.
E le scommesse raddoppiavano di foga.

Cesario Prisco, sicuro di vincere, guardò sorridendo
ai suoi figliuoli, ed essi parvero sentirne lo
sguardo.

— Padre! — gli gridò Lucilio. — Io sto con
te; per l'albata! — Ma Valentino pieno di ardire,
adesso, felice, battè le mani e avvertì tutto il circo:

— Io sto per Libanio!


V.
--

Repentinamente, enorme, un clamore di barbari
all'assalto entrò dalle porte, sorse per le scale,
proruppe. I mercenari! Con le spade, le lance, i
pugnali, là dentro, a colpire urlando. Urlando alzavano
[pg!135]
le lame sanguinanti; sul tumulto, sulle strida
delle donne, sui gemiti dei ragazzi, sul terrore tacito
degli uomini proclamavano la vendetta di Boterico.

Strage! Al macello andavano quanti con la
frenesia dello scampo invadevan l'arena, tra
le quadrighe già ferme, per di là raggiungere le
scuderie o la porta trionfale: i macellatori vi aspettavano
il branco. E a morire in massa andavano
quanti si addossavano per le scalette; cadevano. I
caduti facevano intoppo: monti di corpi da trafiggere
inerti.

E dal terzo ordine molti si gettavano giù nella
strada; e nei primi ordini cavalieri e patrizi invocavano
e si davan la morte tra loro, per non essere
sgozzati. A mani giunte, a voce chi alta e chi sommessa,
le matrone chiamavano Gesù Nazareno. Le
lame in alcune tentavano adagio il petto accompagnate
da oscene esclamazioni e risate; in altre il
colpo alla gola, accompagnato da un ruggito, era
così violento da quasi mozzar il capo.

La strage! Il macello per vendicar Boterico.
Per ordine di Teodosio il Grande mille carnefici su
diecimila cristiani! Settemila vittime opposero invano
il lamento dell'umanità sacrificata alla bestialità
più feroce, truculenta, sitibonda di sangue
umano.

Per vendicar Boterico! E sulla punta dell'obelisco,
nella spina, fu infissa la testa di Libanio.

[pg!136]

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| \*\*\*

Cesario Prisco aveva afferrato e preso in braccio
il figlio più piccolo, e tratto per mano l'altro,
era stato dei primi a scendere. Ma allo sbocco del
secondo ordine dovè arrestarsi, ritrarsi nel ripiano,
appoggiarsi al balteo per non precipitare; per non
perire, lui e i figli, sotto i fuggitivi che l'addossavano.
E quelli che scendevano incontravano altri
manigoldi che salivano. Cadevano morti. Egli, di
là, quasi appartato per un miracoloso consiglio, col
bambino che piangeva in braccio, con l'altro che gli
stringeva un ginocchio e piangeva, vide i morti
ostruir la scala, gli uccisori travalicarli. Poi vide
che due, con la rabbia della belva che scopre la
preda nascosta, gli muovevano contro: non mercenari:
un decurione, erano, e un vecchio legionario.

Fece in tempo a deporre il bambino, a trar le
monete d'oro, a tendere le pugna piene, a scongiurare:

— Salvateli! Ammazzate solo me, Cesario
Prisco! Quel che possiedo per la vita dei miei
figliuoli! Salvateli!

Il legionario carpì la manciata d'oro. Il decurione
parve commuoversi. Un istante. Che istante!
Ma scosse il capo e disse:

— _`Tutti` e due, no!

E il legionario:

[pg!137]
— Gli agnellini scarseggiano nel pecorame che
abbiamo da macellare!

— Uno sì! — e il decurione prese la sua parte
di monete —. Scegli! presto!

Al padre si velarono gli occhi guardando Lucilio
e Valentino che si tenevano abbracciati, stretti,
muti.

Come a un morente cui ricorre sensibile, viva,
la più remota impressione, tornò al padre la sua
propria voce che diceva ai figliuoli lontana lontana: — Chi
dei due mi vuol più bene? A chi dei due
voglio più bene? — E la voce non rispondeva
ora: — Io!

Abbracciati, stretti l'uno all'altro, adesso erano
muti. Ed egli non resse alla mostruosa necessità
della scelta, alla mostruosa condanna.

— Ammazzatemi! — supplicò scoprendosi il
petto.

Ma prime le due lame trafissero a un tempo,
sotto i suoi occhi, Valentino e Lucilio.

[pg!139]




LA PASSIONE D'UN GENTILUOMO VENEZIANO
=====================================


Il «magnifico» gentiluomo Alvise Pasqualigo...

Non vi aspettate una fastidiosa novella in vecchio
stile e vecchia forma. No, è un racconto di
amore che si può dire di ieri e d'oggi. Perchè,
come la passione è eterna nella sua vicenda di
colpa e castigo — il castigo che la colpa ha in
sè stessa — così ne è vera, e viva, e commossa,
e attraente l'espressione, quando è sincera e priva
di letteratura. E se qualche cosa varia, varia
nel costume e nell'ambiente: ciò che giova nell'apparenza
della novità.

Dunque il magnifico gentiluomo Alvise Pasqualigo,
tornato dopo lunga assenza a Venezia,
incominciò a scrivere lettere a madonna Vittoria:
per non darle noia sette anni era stato lontano da
lei; tre anni aveva errato per il mondo in vana
ricerca di svaghi; sperando che lei almeno gli
concedesse di svelarle a voce alcuni segreti, era
tornato in patria.

[pg!140]
A messer Alvise, buon amico d'infanzia, Vittoria
(che era moglie d'un giovine conte) rispose
per lamentarsi ch'egli le mandasse anche delle
ambasciate affidandole a servi. «La mia professione
è sempre stata ed è di donna d'onore, nè
mai mi sarebbe caduto nell'animo che aveste usato
meco sì fatta discortesia. Basta, pazienza, non resterò
per questo di amarvi quale fratello...».

Ma Alvise meritava scusa, e le diceva: «Se
io non vi facessi, per qualche vostra donna di
casa, intendere i tormenti che per cagion vostra sostengo,
in che modo potrei io vivere?».

E poichè la contessa scongiurava invano messer
Alvise ad essere prudente, a non mostrare il
ritratto di lei ad alcuno, a non mandarle ritratti
perchè non voleva essere scoperta; poichè, non
crudele come lui la chiamava, poteva dirgli in
coscienza: «Io vi amo; il che mi pare che non
sia male, nascendo dall'amore ogni buona operazione»,
qual fallo mai avrebbe commesso concedendogli
di parlare, dietro la porta di casa, una
sola volta?

Così, da quel primo onesto colloquio doveva
penetrare nell'animo di madonna una gran dolcezza
d'amore puro, una gran compassione per
il nobile giovine innamorato: e quando lo seppe
infermo in villa, gli scrisse amorosa che cercasse
di venir a Venezia a rimettersi più facilmente;
e poi, più tardi, gli si mostrava ammirata «dello
splendore che senza pari ritrovava in lui», e per
[pg!141]
lui pregava il Signore: anche accettava e gli
mandava piccoli doni.

Ma Alvise non viveva lieto, nè la promessa
di lei, che «se è vero che di là più che di qua vi
sia amore, e si ami, esso mio spirito in cielo vi godrà»,
gli arrecava bastevole conforto; avrebbe
voluto tornare a discorrere con lei.

Lei temeva nella dimanda ostinata un'insidia,
e disperando che l'amore di lor due rimanesse
«giusto, fedele e onesto» com'era incominciato,
minacciò Alvise di rifiutare le sue lettere. «Conosciuta
la vostra disonestà, mi sono spogliata di
quell'amore ch'io vi portava...».

E lui, disperato: «Già che tanto vi piace
che dal mondo mi tolga, son contento di soddisfarvi.
E per ciò mi risolvo, colla prima occasione,
d'andar in luogo tanto lontano che secondo
il desiderio vostro finisca i miei giorni».

Finalmente madonna Vittoria, pentita e impaurita,
un giorno l'accolse in casa. Fu quello il
giorno della colpa. E da quel dì in avanti le lettere
di madonna Vittoria si seguirono piene di
amarezza, di tristezza profonda.

Dopo ciascuno dei gioiosi convegni essa piangeva.

«Come foste partito mi gettai nel letto e con
gli occhi del corpo (benchè col pensiero a voi) mi
addormentai: indi a poco svegliatami e ritrovatami
senza di voi, cominciai a piangere sì forte che
s'io non mi fossi nascosta sotto la piega del letto,
[pg!142]
avrei senza dubbio svegliato ognuno di casa... La
malinconia m'è sì cresciuta che mi sento uscir fuori
l'anima...».

Di lui era compresa così intimamente che a
ripensarne le parole ne riudiva la voce e dalla
voce ne riacquistava quasi la sensazione intera: si
deliziava a martoriarsi finchè si abbatteva in una
mortale angoscia.

«Da quell'ultima ora che mi parlaste fino a
questa si è cresciuta in me la confusione, ch'io
non so più quello ch'io mi faccio. Le vostre dolcissime
parole mi sono rimaste così vive nella
memoria che, se talor chiudo gli occhi, parmi di
vedervi e di ragionar con voi; il che è cagione
che molte volte stendo le braccia per abbracciarvi,
e mi ritrovo ingannata. Destatami, vergognata di
me stessa sento tanta passione che mi è forza di
desiderar la morte per uscir una volta di pena...».

Non conosceva ancora la pena della gelosia;
ma quando *lui*, il conte marito, cominciò a sospettare,
e già alcuno dei vicini e dei conoscenti mormorava
della tresca, dovettero contenersi e non vedersi
che di rado. Quali altre donne amava Alvise?
Ove passava il giorno? A che feste si
recava?

Messer Alvise pareva tuttavia appassionato; e
per andare da lei, avvertito da segnali di richiamo,
sfidava ogni vigilanza. Se non che lettere anonime
persuasero il conte che la moglie lo tradiva e tentarono
persuadere madonna Vittoria che era ingannata
[pg!143]
dall'amante: il Pasqualigo ebbe minacce
di morte entro otto giorni se si ritrovasse ancora
una volta con Vittoria, ed essa pativa d'una gelosia
divenuta incomportabile tormento.

Invano egli tentò di assicurarla che solo per
nascondere il vero amore ne simulava ora un altro;
Vittoria minacciava di uccidersi.

«Ma ditemi — le scriveva l'amante per frenarla —:
vi piacerebbe ch'io rotto ogni freno di
ragione, venissi con forza a levarvi di casa per
torvi di mano a chi potrebbe tor la vita a voi? O
pure vi piacerebbe ch'io, spinto dal desiderio
della salute e contentezza vostra, uccidessi lui, e
mi convenisse poi d'esser eternamente separato da
voi?».

I pericoli infatti aumentavano con l'aumentare
dei sospetti nel conte, il quale proibiva alla
moglie finanche di stare alla finestra, e fino a un
amico dava incarico di osservarla: a un certo
Fortunio.

Costui già da tempo aveva saputo che un ritratto
di Vittoria era in possesso d'Alvise; più di
una volta era stato sul punto di sorprendere gli
amanti; forse o senza forse era stato lui l'autore
delle lettere anonime e quello che aveva trafugato a
madonna un pacchetto di lettere: di madonna era
innamorato anche lui. Oltre Fortunio spiava Vittoria
una «ribalda» cognata o suocera.

E il marito «tutto il dì gridava seco dicendole:
io ti darò tanta mala vita che ti farò anzi
[pg!144]
ora morire...». Essa pensava ad Alvise «confinata
in casa, sempre».

«Ieri vi vidi in strada, e credo certo che se lui
non era in casa, io era sforzata, rompendo ogni
velo d'onestà, di chiamarvi ad alta voce... Insomma,
questa nostra vita è troppo aspra e mi
pare quasi impossibile di poterla vivere lungo
tempo...

«Misera e disavventurata! A che termine sono
giunta per amore, dal quale non può o non dovrebbe
nascere altro che buoni affetti e pur in me
non provo altro che passioni, tormenti, e morte;
e se io potessi finire, sarei contenta...».

«Bisogna frenare gli appetiti e scacciare certi
pensieri dannosi», esortava Alvise col tono dell'amante
che riflette dopo essere stato sodisfatto.

Cercava, nondimeno, di confortarla da vicino.
Una volta, per parlarle, si vestì da donzella, e accompagnato
da una donna si pose in chiesa, alla
predica, nella stessa panca di lei; ma poi, sospettato
uomo, fu costretto ad uscire. Un'altra volta,
mentre stava discorrendo con Vittoria, essa fu sorpresa
da uno di casa e minacciata di morte.

In tale guerra, con troppo brevi tregue, l'amore
di messere Alvise si raffreddava, e nell'inquietudine
e nei pericoli (egli doveva guardarsi
da sicari; e un giorno ferì tre che l'assalirono per
via, e non osava andar fuori che accompagnato da
tre gentiluomini: Madonna Vittoria temeva che
[pg!145]
il marito l'avvelenasse) le doglianze e i raffacci
diventavano più acerbi e più frequenti.

Per lei Alvise «aveva dispregiati gli onori
della sua repubblica, per lei aveva messo a rischio
l'onore offendendo, percuotendo e ferendo non
solo uomini e donne di basso stato, ma di sangue
nobile ed alto; l'amò per tutta la vita attendendo
il guiderdone della divina maestà!». E Vittoria,
di riscontro: «Le vostre crudeltà sono tante e
tante che meritano che ciascuno le fugga!».

Alla fine, lui le scrisse che per non accontentare
i suoi, i quali volevano s'ammogliasse, partirebbe
da Venezia. Essa lo scongiurò che rimanesse;
magari s'ammogliasse; e lo minacciò: «Vi
avvertisco bene che vi potrete ancora chiamare
pentito. Tenetevi bene a mente queste parole, perchè
si verificheranno».

Lui se ne andò. E lei giurò di vendicarsi.


II.
---

La lontananza parve spegnere affatto l'antica
fiamma nel cuore di messere Alvise Pasqualigo;
ma bastò che ritornasse a Venezia perchè la
vista dell'amante gli ravvivasse nell'anima, dalle
poche faville che v'erano rimaste, tutto il fuoco
d'un tempo. Ahimè! Trovò madonna Vittoria
mutata al bene e molto sicura contro le tentazioni.

[pg!146]
«Mentre che siete stato lontano (essa gli scriveva),
per non perdere l'anima insieme col
corpo, ho pregato Iddio che rompa il fisso pensiero
che di voi avea... e fui esaudita».

Non le credette. E lei:

«Io conosco il vostro amore verso me, fuori
di ogni mio merito, ardentissimo, e confesso di
aver ricevuto da voi quantità di cortesie, che
quando anche spendessi mille volte la vita per voi,
non pagherei la minor di quelle. Ma perchè io mi
sono deliberata di voler rimettere tutte queste vanità
corporali, rivolgere l'animo a Dio e riconoscerlo
per mio Signore vivendo vita cristiana, vi
prego che non vogliate romper questo mio proponimento
col molestarmi ogni ora colle vostre lettere...».

No no... non le credeva; Alvise sospettava il
tradimento.

Infatti non pentimento, non rimorsi l'avevano
mutata così, ma la colpa di lui che era stato lontano
quattro mesi e non le aveva scritto neppure
una lettera. E non s'era mutata così come diceva:
aveva davvero un amante. Un giorno Alvise vide
che nell'altana, ove si biondeggiava i capelli al
sole, accoglieva Fortunio. Fortunio, quello delle
lettere anonime! Fortunio il delatore!

Essa negò. Ma Fortunio, per vanagloria e
paura a un tempo, disse al Pasqualigo: — È
vero —. Lei stessa, madonna Vittoria, l'aveva
tratto a sè.

[pg!147]
E Madonna Vittoria dovè confessare. E confessò
senza vergogna, con audacia, con impudenza:

«Voi sapete che vi partiste contra mia voglia
e ch'io rimasi tra tanto duolo che come morta
me ne giacevo nel letto; onde alla fine, disperata,
veggendo che non vi curavate nè anche di consolarmi
con una semplice carta, caddi in tanta gelosia,
ch'ebbi ad impazzire, e mi risolsi vedendo il
mio male senza rimedio, di oprar ogni sorta di
malia per liberarmi di tante angoscie.

«Attesi l'occasione, la quale non sì tosto
mi venne che l'abbracciai nel modo che avete inteso
da quel crudele, che più tosto dovea patir
morte che confessarvi le cose passate tra lui e
me... Ma pazienza! La mia fortuna ha voluto
ch'io spenga affatto l'amor vostro e sì m'accenda
di lui che non abbia mai requie...».

Pazienza? Ed essa perdonava a quel perfido:
l'amava e nell'amore nuovo, e nell'abiezione, non
avrebbe avuto più un pensiero, una parola, uno
sguardo per Alvise!

Alvise Pasqualigo allora non sopportò l'abbandono
deciso ed assoluto della donna che aveva
amata troppo e troppo a lungo; non volle rassegnarsi
alla vendetta di madonna Vittoria; non si
riebbe, e la gelosia travolse nel fango l'anima sua
e la dignità d'un uomo. Nessun innamorato fu mai
un mendico più sordido di Alvise Pasqualigo, che
scriveva:

[pg!148]
«Fate almeno per una volta sola che io venga
a voi, ch'io venga a baciar la terra dove voi tenete
i piedi...».

Madonna Vittoria, senz'altro, gli rimandava
i ricchi doni; le lettere, il ritratto.

E lui:

— «O mio amore infinito, o donna ingrata!
E qual altro sarebbe stato che non avesse scoperto
al mondo i vostri tradimenti acciocchè foste
stata riconosciuta per quella che siete? Voi meritavate
pure ch'io scoprissi il vostro adulterio a
vostro marito; ma io non voglio che la fragilità
di donna poco savia mi faccia far atto indegno
di me».

Si sarebbe contentato di essere amato da fratello
purchè talora gli fosse concesso di vederla,
di ragionarle «con quell'amore che sogliono i
fratelli famigliarmente»!

No: essa l'odiava, ora.

«Voi secondo ch'io bramo vi lasciate vedere
ogni giorno, ma vi mostrate sì colma d'orgoglio
che men noia mi apporterebbe il non vedervi. Se
io vi saluto voi vi volgete ad altra parte; s'io vi
parlo, sorda e muta vi mostrate, e io posso dire,
in verità, d'essere odiato a morte».

Peggio: era burlato.

«La mia mala fortuna vuole che io abbia gli
occhi d'Argo acciò ch'io vegga la cagione della
mia rovina. Son contento, poi ch'altro non posso,
che voi m'inganniate. Ma che i vostri amanti mi
[pg!149]
burlino, non patirò mai. Se gli avete cari, fate
che mi lascino stare e che si contentino di godervi».

Troppo a basso era caduto: un impeto d'ira
contro l'amante di lei, se non contro la donna,
se non contro se stesso, non avrebbe potuto scuoterlo
e sollevarlo? A vedere madonna Vittoria
alla finestra, con la faccia ridente, e Fortunio
sotto, che le rispondeva, «spinto da furor geloso»
e attaccata questione, ferì il drudo...

Ma dopo scongiurò Vittoria che gli perdonasse!

Atterrata, essa rispose: «Il solo rispetto mio
doveva por freno ad ogni vostra voglia, nè amandomi
doveva aver maggior forza lo sdegno che
l'amore; ma poi che le cose passate non hanno
rimedio e che mi chiedete perdono, io ve ne
faccio grazia...».

E, per convincerlo, gli mandò copia della lettera
con cui diceva addio a Fortunio. Gli diceva:

«M'abbandonai ad amarvi vinta da certe qualità
che mi pareva di scorgere in voi».

Le pareva! Le qualità di quell'uomo le parevan
amabili dopo che l'aveva saputo delatore, sicario,
vigliacco! Che menzogna! Che infamia!
Spudorata. Abietta.

E allora, ma solo allora, Alvise Pasqualigo
aprì gli occhi. Non comprese che se lei era giunta
a tal segno, la prima colpa ricadeva su lui stesso;
[pg!150]
non ricordò che per amor suo la donna aveva
pianto. Con un pretesto, finalmente, spezzò l'ignobile
legame.

E mutato il nome di lei, ne pubblicò, insieme
con le sue, le lettere: nel 1569.

[pg!151]




COMPASSIONE E INVIDIA
=====================


C'è chi ha bisogno di essere invidiato e chi
ha bisogno di essere compianto: forme opposte di
uno stesso egoismo e di uno stesso malcontento.

Dopo vent'anni di separazione Aldo Varni,
commerciante venuto da Milano, e Michele Bragozzi,
piccolo possidente che non aveva mai oltrepassati
i confini provinciali in nulla, si erano rivisti
un giorno per caso, e avevano rinnovata l'amicizia
di compagni di liceo.

A ritrovarsi dopo quell'intervallo di vita non
esente da delusioni e inganni, a provare il rimpianto
quasi nostalgico dell'età migliore, si sentirono
vicendevolmente attratti alla confidenza e si
abbandonarono alla loro natura.

Al caffè, dove ristavano ogni giorno alla solita
ora, parlava Aldo? Oh che uomo invidiabile! E
via e via per l'argomento preferito: quello della
felicità domestica e coniugale. Sua moglie era
un'arca di virtù. Bella, elegante, valente in tutto:
in conservarsi l'amore del marito o con l'amore
fervido, o con manicaretti appetitosi, o col buon
[pg!152]
gusto degli abiti ideati e talvolta, per saggia economia,
rimodernati da lei stessa.

Parlava Michele? Oh che uomo da compiangere!
E via e via per l'argomento preferito: l'infelicità
domestica e coniugale. Sua moglie era una
somma di difetti. Sempre di malavoglia, sempre
sarcastica, nervosa, dispettosa. Lui, povero martire,
faceva di tutto per contentarla, e senza lamentarsi:
cure, regali, vesti, cappelli, gioielli; e,
in compenso, raffacci, scenate di gelosia, litigi,
disperazioni. Una vita impossibile!

Ma mentre l'uno si sfogava impavido, l'altro
ascoltava paziente secondando solo a monosillabi — Ah! — Eh! — Già! — Uh! —;
a sorrisi
o a sospiri. Nessuno dei due tentava di contenere
le esagerazioni dell'amico, nè osava dargli torto
per il segreto timore di perdere a sua volta quella
piena accondiscendenza; non dava ragione e non
compiangeva o non invidiava apertamente come per
un ritegno di pudore. Tutt'al più Varni, contemplandosi
nella specchiera all'opposta parete e profilando
i magnifici baffi, mormorava per assenso di
compianto: — destino! —; e Bragozzi, quando
toccava a lui, raccoglieva lo sguardo smorto e smarrito
a considerarsi le scarpe e mormorava per assenso
ed invidia: — fortuna! —. Eran le parole
che tornavano, a vicenda, più grate.

Se non che a poco a poco cessarono anche di
approvarsi così. Michele Bragozzi già pensava dell'amico
tanto fortunato: «Imbecille! o s'illude o
[pg!153]
crede d'illudermi»; e Aldo Varni pensava dell'amico
sfortunato: «Poveromo! Non sa stare al
mondo, e spera che io non capisca!».

.. class:: center

| \*\*\*

Con tale accordo e reciproca conoscenza erano
venuti a un tacito patto: tener a distanza, l'una
dall'altra, le mogli. Il pensiero che esse, figurate
tanto dissimili, avessero da trovarsi insieme, metteva
in loro l'apprensione della cosa mostruosa o
assurda. E ciascuno dei due quand'era con la moglie
si studiava d'evitar l'amico paventando che
questi potesse scorgere in lei particolari nuovi, o
differenze dal ritratto che ne aveva ricevuto, e accusar
di finzione o dissimulazione il giudizio maritale.
Ma l'uno come l'altro appena a casa, ogni
giorno, riferiva alla sua signora le contrarie prodezze
della signora dell'amico; e quelle poverine
sottintendevano bene nel riferimento un'intenzione
non ingenua. «Gilda — pareva voler dire Aldo
Varni a sua moglie —, il mal esempio della Bragozzi
valga a renderti sempre più perfetta» — «Ah
Cloe! — significava Michele Bragozzi —;
se tu imitassi un po' la moglie di Aldo e provassi
anch'io qualcuna delle sue gioie!». Di qui antipatia
e astio fra le due donne, che non s'eran mai
scambiata una parola; e la irresistibile voglia, che
esse ebbero, di conoscersi almeno di vista.

Ci riuscirono presto. Ed ecco con che effetti.

[pg!154]
Diceva al marito la signora Cloe Bragozzi:

— Oggi mi sono imbattuta nella Varni. Cara!
Sembra proprio una cocotte, con quel cappello!

— Se l'è fatto da sè — mormorava lo smorto
Michele.

— Da sè? — (una risata tremenda, e apriti
cielo!) — Da sè? Così massiccio? così enorme?
così sconcio? E suo marito lo crede? E tu lo
credi? Ma dove siete nati? Allocchi! Ma non
capite che è un cappello venuto da Parigi? È un
cappello da cocotte! Ah che sciocca! Ah che
civetta!

Indulgente invece cominciava la signora Gilda
Varni:

— Sai che la Bragozzi è bellina davvero? E
non deve essere cattiva come la dipingete voi altri.

Varni, che sapeva stare al mondo, taceva. Allora
la moglie seguitava:

— Peccato che sia così stupida! Si vede; non
ha gusto. Oh quell'abito! E quegli occhi di bambola?
Che stupida!

Senza essersi mai detta una parola la signora
Gilda e la signora Cloe parevano conoscersi anche
loro da più di vent'anni.

.. class:: center

| \*\*\*

Un giorno Aldo Varni, elegante e sorridente
al solito, giunse con modi di fretta insolita e non
si sedè. Non poteva trattenersi.

[pg!155]
— Ho un forestiero in casa; un parente di mia
moglie.

E sorbendo il caffè troppo caldo proseguì, fra
un sorso e l'altro:

— Un suo cugino... Da sette anni non è stato
in Italia. Oh che tipo! che bel tipo! Simpaticone!
Pieno d'ingegno, di spirito!

Bragozzi, il quale intanto che aspettava il resto
della informazione guardava l'amico, chinò d'improvviso
gli occhi e pensò: «Uhm! Cugino?...
In che grado?».

—... Capitano di lungo corso. Da pochi
giorni è arrivato dall'Australia. E ha avute certe
avventure... Oh! oh!

Varni rideva di gusto, dopo aver posata la chicchera
sul tavolino e mentre si contemplava nello
specchio.

— Figurati che ha tre mogli legittime: una
nella Nuova Zelanda, una a Borneo e una a Cuba;
e tutte e tre fedeli, disgraziato! Se tu lo vedessi
a disperarsi! Ah è proprio un'ottima compagnia!
deliziosa! Resterà qui otto giorni, e ce ne racconterà
delle belle; che ti dirò poi.

«Anche il cugino incomparabile, adesso!»,
pensava Bragozzi. Tuttavia sorrise, per accondiscendere
alla contentezza dell'amico; lo scusò del
non restare; lo salutò: — A rivederci domani! —; e
andò difilato a casa, a portar la notizia alla
Cloe.

— Cugino? — la signora esclamò appunto
[pg!156]
come si era immaginato Michele. — Cugino? Allocchi
che siete! È l'amante! l'amante dell'arca
di virtù! E il tuo caro amico...

Il marito non la lasciò correre. Trovò necessario
interromperla:

— Non può essere! Il capitano da sette anni
manca dall'Italia. Non si fermerà qui che otto
giorni... Dunque...

— Eh! si fermerà di più! — ribattè la Cloe. — Di
più! di più! Quindici giorni ci resterà; un
mese!... Vedrai! Se pure l'arca non scapperà
prima con lui...

Quale perfidia! Per evitare il litigio Bragozzi
s'affrettava a riferire: che il capitano di lungo
corso aveva tre mogli; così e così.

— E la quarta in Italia!: illegittima, questa,
e infedele, perchè è la moglie del tuo amicone.
Oh cari!

Il litigio non fu evitato; e nel misero Michele
lasciò la consueta amarezza, il profondo rammarico
di chi si sente immutabile sotto una maligna
stella. Per sua tribolazione era arrivato a Bologna
adesso anche il cugino di lungo corso!

Infatti il giorno dopo ecco Varni sorridente,
apparentemente beato a scaricar le geste del capitano.

— Ah che caro giovine! che compagnia!

E qui una massa di fandonie. Bragozzi sorrideva,
per compiacere un po' l'amico che rideva;
[pg!157]
ma pensava: «no no, Aldo non è così imbecille
da crederci! E spera che ci creda io, imbecille!».

Poi rincasando col proposito di non parlarne
più, ecco la Cloe a provocarlo:

— Come va il cugino? Come va l'amico?
Come va la signora di tutti e due?

Basta; passarono finalmente quei maledetti otto
giorni, e Bragozzi attendeva trepidando la notizia: — è
partito —, allorchè Varni con quella
sua aria modesta, d'uno che ha una fortuna oltremodo
invidiabile, venne a dirgli:

— Sai? Sto per conchiudere un bellissimo affare
d'esportazione e importazione di merci; col
capitano. L'ho indotto a trattenersi altri otto giorni.
Un'idea splendida!

«Mia moglie ci ha colto!» pensò Bragozzi.

— Un affar d'oro, caro Michele! — seguitava
Aldo. — Presto si stipula, a Genova. Fra
otto o dieci giorni.

E per una settimana Aldo Varni non si fece
vedere al caffè. Quando ricomparve ahi! non entrò;
e fece cenno a Bragozzi d'uscire. Sotto il
portico disse con un tremito nelle labbra — e il
sorriso era diventato una smorfia —:

— Michele! Ho la fortuna d'aver un amico
come te, e desidero che tu mi consigli.

— Per la società col capitano?

Varni scosse le spalle, inquieto. Aggiunse,
piano, cessando la smorfia e assumendo una solennità
di dolore imponente:

[pg!158]
— Sono stato a Genova, e non li ho trovati!

— Chi?

Ah! Aldo Varni non avrebbe mai pensato
che Michele Bragozzi fosse così poco agile. Certe
cose bisogna afferrarle in aria. E gli rincrebbe
dover spiegarsi, dire:

— Lei e lui!

— Oh! (— Mia moglie ci ha colto! —).

— Dubito si siano imbarcati a Napoli...

E l'avevano fatto correre a Genova?

—... Ma io non sono un debole! Io, Michele,
sono un forte! — Varni alzava la voce —: Un
forte!; riconosco che la colpa è mia!

— Tua? — Bragozzi (infelice!) non capiva
più nulla. Pensava: — Sempre ragione, lei, mia
moglie!

— Colpa mia! Non dovevo trasferirmi qua da
Milano! condur qua in provincia, in questo villaggio,
una donna come quella! Così intelligente
e colta! così poetica! così fanatica per i viaggi e
le cose straordinarie! Non dovevo! E se ritorna,
io... — che ne dici? — Io sono un forte! Non
ho pregiudizi, io; e perdono!

.. class:: center

| \*\*\*

L'infedele però non tornava. E a poco a poco
Varni sembrò cambiar costume. Senza ritegno si
dimostrava abbattuto, affranto; un uomo finito che
non avesse più nessuna ragione per farsi invidiare.
[pg!159]
E Bragozzi, il quale avendo sempre bisogno del
conforto altrui non trovava mai il momento opportuno
e la parola giusta a consolare gli altri, non
sapeva che si dire. Pensava che Aldo soffrisse in
una recrudescenza di dolore; sentisse ogni giorno
più il cordoglio del perduto affetto e il rovello del
tradimento. Invece... Una indigestione val meglio
che un sistema di filosofia a mutare la visione del
mondo o la concezione della vita.

— Non vivo più! — mormorò Varni.

L'amico Michele sospirò; e stava per dire
quella che per lui era non verità ma menzogna
convenzionale: — Il tempo, amico, è un gran rimedio. — Ma
l'amico:

— Se non trovo una famiglia che preferisca
il manzo al cavallo, le ova fresche alle fradice, il
burro di Milano allo strutto rancido, e mi prenda
a dozzina, io muoio! Mi ammazzano al ristorante!

Nè Bragozzi aveva ancora raccolto lo sguardo
smarrito a considerarsi le scarpe, che l'altro già lo
colpiva in pieno petto.

— Prendimi a dozzina tu, Michele!

— Io? — esclamò inorridendo Michele. —
Con mia moglie?

Voleva dire: con una donna quale il destino
mi ha data per rovinarmi d'accordo con le cuoche
che il destino mi manda?

E il discorso cadde. Lasciando però andare in
tal modo la proposta dell'amico, Bragozzi rimase
malcontento anche di sè; e pentendosi di non aver
[pg!160]
decentemente mitigato il rifiuto, cercò di confortarsi,
a casa, con il rifiuto della moglie, che s'immaginava
inevitabile.

Ebbene, Michele disse:

— Il povero Aldo è malato di stomaco. Lo
avvelenano all'albergo.

E allora la Cloe disse; disse, subito, la Cloe!:

— Prendiamolo a dozzina noi.

Lei! Così! La Cloe! Chi l'avrebbe immaginato?

.. class:: center

| \*\*\*

E ciò che doveva avvenire, avvenne.

Non più minestre insipide, non più fritti mal
fritti, non più arrosti bruciacchiati, non più dolci
inaciditi; nella più perfetta tranquillità domestica
e amichevole armonia Aldo Varni e Michele Bragozzi
ora mangiavano a crepapancia.

Al caffè, dopo la colazione o il desinare, Aldo
Varni era felice di esclamare rivolto a qualche
conoscente:

— Oh che cuoca ha l'amico Bragozzi! E che
brava, che buona, che intelligente signora! Che
pranzo abbiamo avuto oggi!

Una cosa incredibile, mostruosa, assurda! Aldo
Varni voleva essere invidiato adesso servendosi di
colui che avrebbe meritato tanta compassione! Sì,
compassione. Varni, egoista e vano, non comprendeva
la perfidia di quella donna che si comportava
[pg!161]
così bene solo per il piacere che le aveva messo
in cuore la disgrazia coniugale dell'amico di suo
marito! Non era un'infamia? Un'infamia era!
Anche, Michele Bragozzi soffriva (benchè a pancia
piena) delle smentite a tutte le sue passate accuse.
Bel conforto aveva avuto dal confidarsi a
Aldo Varni! Varni lo smentiva di continuo con
le lodi alla signora Cloe! Bel ristoro vivere in
quiete a colazione a desinare! La moglie lo smentiva
e umiliava di fronte all'amico, sempre, con
simulazione pertinace, con una bonomia, una dolcezza
che tirava gli schiaffi!

Privo di sfogo, offeso nell'amor proprio, stanco
del suo maligno destino Michele Bragozzi incupiva
ogni dì più. Nè s'avvedeva di nulla allorchè la
moglie e l'amico cominciarono a guardarlo di sottecchi,
ammiccandosi.

.. class:: center

| \*\*\*

Ma... Ma trascorso qualche mese Aldo Varni
parlò alla signora Bragozzi, in tenero colloquio;
seriamente.

— Senti, Cloe. Ogni marito deve sospettare
della moglie se si dimostra troppo gentile e affettuosa
con lui. Tu cerca di esser meno buona con
Michele.

— Impossibile! — esclamò, tutta amore, la
Cloe. — Ora gli voglio tanto bene, a mio marito!

[pg!162]
— Appunto... Pròvati, anche per amor mio,
a non metterlo in sospetti che gli faccian male.

Ella dovè promettere. E usò, nella prova, di
un'audacia, di una sfacciataggine...!

Attaccò l'infelice Michele incolpandolo di gelosia.

— Sei geloso di Varni: capisco! Lo so!
Vergognati! ecc. ecc.

A colazione, dispetti; a desinare, sgarberie;
a tutte le ore, rabbuffi, povero Michele! Egli tornava
all'infelicità di prima; aveva da sodisfarsi
ora della cattiveria di sua moglie.

Troppo anzi! Troppa grazia! Aldo Varni
temè che il mutamento della Cloe, repentino e
grave, scoprisse il gioco al marito; e per non compromettersi
compiangendolo del tutto, fu riserbato.
Disse:

— Tua moglie è nervosa, ma non è cattiva.
Solo, bisogna saperla prendere.

Saperla prendere! Bragozzi scattò in ogni nervo.
Saperla prendere? Dunque l'intimo amico scorgeva
in lui un difetto di tattica? Dunque non vedeva
in lui una vittima del destino che l'aveva
ammogliato in tal modo; non lo riteneva un martire
innocente? Dunque non lo stimava degno di
compassione libera e profonda? Ah piuttosto che
essere giudicato così, e da uno che aveva voluto
essere invidiato per la sua propria felicità coniugale
un tempo e invidiato dopo per la felicità coniugale
d'un infelice, egli, Michele Bragozzi, arrivò dove
[pg!163]
non era arrivato mai; arrivò a riconoscere fino una
virtù di sua moglie! E attese con desiderio il momento
della riscossa.

Scattò eppur tacque quel giorno. Quando però,
alcuni giorni dopo, Varni lo compianse: — Tua
moglie oggi è davvero intollerabile! — Bragozzi,
quasi dicesse: — invidiami giustamente una buona
volta! —, ribattè pronto:

— Ma almeno lei è onesta!

[pg!165]




UN MARTIRE DELLA VERITÀ
=======================


— Peralti! — esclamarono gli ascoltatori. —
Carmelo! Il nostro Carmelo!

Già: Carmelo Peralti, il loro compaesano, da
qualche anno entrato nella Pubblica Sicurezza e
perciò rinnegato da tutti.

E Silvio il sarto riprese a leggere nel giornale
la gran notizia, ora incespicando e ora affrettando
come se le lettere, dopo l'intoppo, godessero di
lasciarsi afferrare dagli occhi e dalle labbra:

— «... la guardia Peralti, senza far uso della
rivoltella, acci... uffò gli altri due teppisti e riuscì
a trattenerli uno per mano, finchè sopraggi... unsero
in aiuto due soldati d'artigli...eria e li arrestarono».

— Capite? Uno per mano! — gridò più che
mai rubicondo e giocondo Colamosto il calzolaio. — Si
chiama forza! si chiama coraggio!

Che notizia! che fatto! E che onore per il
paese! che gloria!

— Gli daran la medaglia di sicuro! — diceva
uno.

E un altro:
[pg!166]
— Ci vado anch'io alla funzione, quel giorno.
Carmelo è mio cugino.

E un altro:

— Lo inviteremo qui per la festa d'agosto.
Berremo! Bravo, Carmelo!

Grappanera aveva ascoltato zitto e cheto attendendo
che ammirazioni e commenti gli consentissero
di parlare. Allora, al punto buono, battè la
pipetta su la costa del paracarro per vuotarla della
cenere; la riempì; accese uno zolfanello e mentre
lo zolfanello ardeva, egli, fra sonore aspirazioni,
cominciò:

— Quand'ero giovine, a Verona... in una
osteria..., che litigavano...

— Non dirla troppo grossa! — l'esortava
Pannocchia, piano, in confidenza.

Senza badare alle facce beffarde della compagnia,
con l'usata naturalezza e semplicità, con
quella sua aria di modestia, Grappanera seguitò:

—... io ne presi tre per il petto, in una
volta.

Era andata; e non era più possibile nè ritirarla
nè mutarla.

Oh! uh! Parve fosse scoppiata una bomba che
avesse la virtù di far ridere l'universo.

— Bum!... Fanfarone!... Spaccone!... —:
tale l'ammirazione che il povero Grappanera suscitava
per sè. Acceso dall'ira nella faccia patita,
egli tuttavia si sforzò a contenersi; a ingoiare.

Il medico gliel'aveva cantata chiara da un pezzo:
[pg!167]
— Sei tocco al cuore. Se ti arrabbi, ti ammazzi.
Ma come non arrabbiarsi? Bisognava pur difendersi,
difendere la verità!

Onde, deposta la cesta che aveva già infilata
al braccio per avviarsi e non pregiudicarsi quanta
salute gli restava, tornò indietro. Gridò gemebondo:

— Uno, ne presi, con questa! — E alzò la
mano destra perchè gli increduli la vedessero bene.

— Uno con questa!... — e alzò la mancina.

— E il terzo? — chiesero più voci spietate.
D'impeto, in un atto solo Grappanera fece
come un bue che abbassi la testa a cozzare o un
cane che s'avventi a mordere. — Ham! — Sissignori:
così, con la testa, la bocca, i denti — mentre
ne teneva due con le mani — egli aveva afferrato
per il panciotto il terzo dei litiganti, a Verona,
in gioventù.

Non era una cosa possibile? verosimile? Vera!

— E dopo? — Pannocchia chiese serio, quasi
per sapere ciò che più importasse. — Chi lo rammendò,
dopo, lo strappo al panciotto?

Ridevano tutti, sguaiati; schernivano cattivi
oltre il solito.

Il martire finalmente fu costretto a partire con
la cesta sotto il braccio. Ma allorchè svoltava dalla
Porta Montana, si rivolse; e agitando la sinistra,
per disperato ammonimento più che per rimprovero,
[pg!168]
rispose ai dileggi con tutta la voce che aveva,
con voce di pianto: — Mi fate morire! — E
disparve.

.. class:: center

| \*\*\*

Ogni giorno dopo desinare la compagnia veniva
là all'ombra dei tigli fuori Porta Montana a
passar l'ora del riposo, o, come dicono in paese,
l'ora di Sant'Agostino. Leggevano il giornale;
conversavano; disputavano, se non di teologia, di
politica, scienze ed arti, sdraiati su l'erba: Silvio
il sarto; Colamosto il calzolaio; Pannocchia il
sensale; Volturno Schiza, che sapeva di ogni mestiere
e d'ogni cosa, e qualche ozioso di buon
umore. Con la cesta delle paste dolci e delle mosche — perchè
il velo che avrebbe dovuto proteggere
quelle da queste era tutto buchi e le mosche passandovi
entravano a deliziarsi senza farsi scorgere — ci
veniva anche Grappanera; smorto; quasi
terreo; i baffi grigi spioventi; il berretto da ciclista
sulle ventitrè. Talvolta recava il liquore di sua
privativa, squisito e benefico nelle digestioni difficili;
ma egli tornava gradevole più spesso con invenzioni
d'altro genere. Perchè Grappanera non
diceva mai bugie; solo che le verità che diceva,
se le inventava lui. I fiori, le fronde, i frutti della
sua fantasia portentosa avevano sempre un fondo
di realtà o di ragione; le storie che narrava, le
avesse concepite ascoltando da altri fatti o cose
lontanamente consimili, o risultassero da sparsi elementi
[pg!169]
di verità certe a tutti e da lui ricomposti quasi
per cerebrazione inconscia, le sue storie si specchiavano
nella fantasia, da cui sorgevano, in un
riflesso di illusione così vivida che il primo a crederci
era lui; e vi giurava sopra, sicuro di non
dannarsi l'anima. Ma a che valevano i giuramenti?
Coloro là non gliene mandavano buona una. Nè
egli poteva staccarsi da coloro, ch'erano la sua
morte, appunto perchè chi ama la verità è trasportato
dove più la verità è combattuta, misconosciuta,
negata, spregiata.

Ignoranti! cocciuti! barbari!

— Abbiamo o non abbiamo la testa per ragionare? — egli
protestava ogni giorno; e si raccomandava
invano: — Per carità, ragioniamo, ragazzi!

Ragionando, non sarebbe parso naturale che
un uomo lungo e magro, come era lui ora, avesse
avuto molta forza un tempo? Si sarebbe forse ammalato
di cuore se non avesse molto esercitato
sangue, muscoli e nervi? E ciò considerando, non
riuscivano ammissibili le sue geste? Che c'era di
impossibile, per esempio, nella paura che aveva
fatto prendere a due ufficiali, a Verona, al tempo
degli austriaci?

Aveva una bella amorosa e una sera le venne
sete, a lei.

— Andiamo al caffè? — Andiamo. — Mentre
attendevano il cameriere, i due ufficiali, che
[pg!170]
sedevano al tavolino dirimpetto, cominciarono a
guardar la giovane, a sorridere, a strizzar l'occhio.

— Uf! che caldo!

Bolliva dentro, Grappanera. In bel modo bisognava
avvisar quei signori che se al caldo di
fuori s'aggiungeva ancora un po' più di caldo dentro,
essi, quella sera, andavano a casa con la testa
rotta. E che pensò lui? Prese con le due mani a
una estremità la tavola di marmo, la sollevò e,
come altri farebbe con una cartella, — Uf! che
caldo! —, con quella egli si mise a sventolarsi...
Semplicemente. Chi non avrebbe capita la minaccia?
I due ufficiali la capirono benissimo.

Ma ecco: — Marmo tarlato! — commentava,
serio, Pannocchia. Ecco il martirio: Pannocchia il
sensale dava sempre spiegazioni così strampalate,
aggiunte così spropositate, prove così buffe ai racconti
di Grappanera, che la verità ne restava oppressa
e schernita, nonostante i richiami alla ragione.
Si degnava di ridere a crepapancia anche Volturno
Schiza. Per il ridere Colamosto si contorceva come
in convulsione, su l'erba.

Al chiasso i curiosi accorrevano.

E: — Mi fate morire! — doveva concludere
il povero martire, scappando con la cesta delle
paste e delle mosche.

.. class:: center

| \*\*\*

Perciò da un pezzo Grappanera si era imposta
una norma che non avrebbe più trasgredita se non
[pg!171]
l'avesse provocato ad emulazione la guardia Peralti.
Volendo a un tempo risparmiar disordini al
suo povero cuore e persuadere che lo moveva il
più disinteressato amore della verità, sopprimeva sè
stesso nei racconti ove avrebbe potuto o dovuto
figurare quale prima parte; compieva il sacrificio
di sostituirvi «un mio amico», «un tale di mia
conoscenza».

Così faceva narrando del tempo che, come tutti
sapevano, era stato soldato in Austria per servizio
obbligatorio, negli ulani.

Certa nave trasportava una volta un reggimento
di ulani giù per quel fiume cui dicono Danubio e
che supera il Po, l'Adige e dieci altri fiumi dei
nostri insieme.

Quand'ecco nella vecchia carcassa tedesca
l'acqua cominciò a penetrare da molte bande. Mano
alle pompe, agli stracci, al catrame, alla stoppa
per turare i buchi. Presto! Si corre, si grida, si
suda. Invano. Ha una forza, una spinta che non
s'immagina, l'acqua del Danubio! E se seguitava
a introdursi a fiotti, non c'era da dubitare che si
andrebbe a fondo, col rischio di finire in bocca a
una balena; a una balena del Danubio.

Ma allora a un soldato, un ulano «di mia
conoscenza», venne una buona idea. Nell'alzar
gli occhi al cielo per raccomandarsi l'anima, vide
che dal cielo della stiva pendevano dei lardoni.

— I lardoni! — feci io. — Mettiamo dei
[pg!172]
pezzi di lardo subito, contro i buchi! Presto, chi
di qua, chi di là....

E fu la salvezza.

— E i sorci — aggiunse Pannocchia —, che
in Austria sono dieci volte i nostri e hanno anche
più giudizio, non mangiarono il lardo per non essere
mangiati dalle balene del Danubio.

Risa, clamori, contorcimenti della compagnia:
questo il premio al sacrifizio di Grappanera.

— Mi fate morire!

Nè meglio giovava al martire ricorrere a storie
che non contenessero proprio nulla della sua biografia
ed escludessero ogni suo vanto diretto e indiretto.
Quale relazione, per esempio, sarebbe stata
da scorgere tra lui e il gran maresciallo Mac
Mahon?

E raccontava... — (l'aveva intesa da persona
degnissima di fede) — raccontava che Mac Mahon,
dopo la vittoria, passò col suo seguito davanti a
una masseria dove stavan prigionieri duecento tedeschi,
circa. E il maresciallo ordinò al capitano
di guardia di condurgli i prigionieri a Magenta.

— Ma, generale, siamo in dodici tra graduati
e soldati!

Come avrebbero potuto, dodici militari, scortar
duecento nemici, circa, con armi e bagagli, e
senza che si ribellassero o scappassero?

Mac Mahon pensò un momento e poi... Bella
idea!

Comandò di chiamar fuori a uno a uno i prigionieri;
[pg!173]
a uno a uno fece staccare il bottone
che ne reggeva le brache alla cintola. E in tal
modo, dovendo reggere con una mano il fucile e
con l'altra le brache, i duecento prigionieri, queti
come agnelli, furono condotti a Magenta da sola
una dozzina d'uomini.

Gli ascoltatori naturalmente risero. Ma non
avrebbero riso che per l'astuzia di Mac Mahon se
Pannocchia, il quale nel '59 aveva ancora da passare
due anni prima di nascere e non sapeva nemmeno
in qual parte del mondo Magenta si trovasse,
non avesse aggiunto, serio serio:

— Me lo ricordo anch'io Mac Mahon a Magenta!

Or fino a un certo segno è compatibile l'ignoranza
che non presta fede alle opere umane, ma
non è poi compatibile chi non crede al caso, quando
ogni giorno si vedono avvenire per caso i fatti più
straordinari.

E coloro là non ammettevano neanche la storia
del merluzzo!

Con la sua cesta al braccio, Grappanera andava
un giorno per i monti, e in un luogo solitario
scorse rilucere una pozza d'acqua, e risplendervi
dentro una cosa...; un animale, enorme, che pareva
d'argento. Si accosta. Immaginate! Era... un merluzzo!

Ma chi, dal mare, l'aveva portato e messo
lassù in montagna, in una pozza, un pesce di mare
così grande? Questo il problema.

[pg!174]
— Un colpo d'aria — rispose Volturno.

E Grappanera, pazientemente:

— Non ci sono cicogne a questo mondo? Non
falchi? non aquile? Uccelli, insomma, così robusti
da pigliare un pesce, un merluzzino, in mare e
portarlo in montagna per divorarselo in santa pace?
Il pesce, però, preso da uno di questi uccelli, dovè
pensare alle faccende sue e battere e sbattere la
coda disperatamente; l'altro aperse un momento
il becco...; e il merluzzino scappò, cadde. Per
caso, proprio là sotto dove cadde, stava una pozza
d'acqua. Il problema era risolto.

— E se te lo mangiasti tutto te, il merluzzo,
quanta grappa nera ci bevesti dietro? — dimandò
Pannocchia.

Schernivano ormai per partito preso. Inutile,
oramai, qualsiasi discorso.

.. class:: center

| \*\*\*

Ma non solo per questo Grappanera pativa
sino al martirio: pativa non tanto perchè non credevano
alle verità che diceva lui, quanto perchè
credevano ciecamente alle fandonie che dicevan
loro e che imparavano dai libri e dai giornali.
Questa la sua maggior passione: di non riuscir a
convincerli delle bugie, delle assurdità stampate.

Ah la storia dei canali di Marte!

Un giorno lui, Grappanera, arrivò al convegno
[pg!175]
mentre Silvio il sarto e Volturno Schiza disputavano,
sostenendo l'uno che la gran stella che accompagna
il sole al nascere o al morire si chiama
Marte, e l'altro che si chiama Venere. La questione
non gl'importava molto; e lui, Grappanera,
tacque in attesa che la finissero. Come non la finivan
più, disse:

— Pensate che se ne abbia permale lo stellone
del dì o della sera, se non gli date il suo nome
giusto?

Ma Silvio gli si rivolse contro.

— Tu non sai niente! non sai che se è proprio
Marte, lo stellone è abitato da gente come siamo
noi, tale e quale!

E Volturno confermò:

— Gli scienziati con il cannocchiale ci han
visti dei canali come i nostri, con gli argini come i
nostri, tali e quali! L'ho letto io nel libro di mio
figlio, che fa la quinta!

Capite? Perchè il libro di suo figlio, che faceva
la quinta, diceva così, bisognava crederci
quasi fosse Vangelo! E perchè gli scienziati ci
avevan visti dei canali in Marte, Marte (guai a non
crederci!) era abitato.

Ma quel giorno Grappanera ebbe un'idea così
giudiziosa che chiaramente dimostrava agli amici
quant'erano chiù. Disse:

— Bene. Figuriamoci dunque d'esserci noi
lassù, nello stellone, a guardar giù, alla terra, con
il cannocchiale. Vi credete voi che diremmo: —
[pg!176]
Laggiù, in quella stella, che si chiama Terra, ci
han da essere degli uomini fatti come noi perchè
ci si vedono dei canali con gli argini? No! no!
Diremmo: — Quella cosa lunga là, cos'è? Una
torre! Quell'altra? Un campanile! Quell'altra?
Il camino d'una fabbrica! — Questi sono i segni
più visibili della mano dell'uomo; questi sono i
segni che non ingannano. Ecco perchè la terra si
può dire abitata. Altro che i canali, chiù che
siete!

Ma no e no: non rimasero persuasi della
ragione; gli diedero dell'ignorante a lui, povero
martire!

.. class:: center

| \*\*\*

Le invenzioni sopra tutto contribuirono ad affrettare
la fine del martirio; e tre furono i presunti
miracoli che la ragione e il cuore di Grappanera
non poterono assolutamente comportare.

Primo; l'aeroplano. Allora, poco più che un
quarto di secolo fa, nessuno degli scienziati solenni
avrebbe ammesso quale possibile invenzione che un
corpo più pesante dell'aria non solo volasse ma si
dirigesse alla sicura per il cielo. Era dunque da
rimproverar Grappanera se, per solo amore della
verità, sosteneva che la notizia di cotesta invenzione
non era bevibile? che il giornale letto dal
sarto conteneva balle di bugie?

Palloni se ne eran visti tanti a volare, anche
con uomini dentro, che egli ne avrebbe ritenuto
[pg!177]
possibile uno grande come la cupola di San Pietro
a Roma, e capace di portar, magari, due o tre
famiglie, purchè il pallone andasse a suo capriccio.
La macchina invece descritta nel giornale di Silvio — un'automobile
con le ruote, le ali e il motore — andava
dove voleva chi c'era sopra.

— Ragioniamo! Per andar dove si vuole è
o non è necessario un appoggio? la terra, ai piedi
e alle ruote; l'acqua, alle barche e ai bastimenti?
Ma la terra e l'acqua sostengono i meccanismi di
direzione perchè esse si toccano, si sentono, si
prendono. Prendete in mano dell'aria se siete
buoni!

A tagliar corto la disputa, Colamosto ricorse
agli uccelli.

Quasi che gli uccelli non avessero l'anima fatta
apposta per volare e non l'avesse inventata chi ne
sapeva più di un giornalista: Domineddio!

Ma il guaio fu che la disputa d'aeronautica
si tirò dietro la seconda delle dispute più grandi
e funeste, quando poi Volturno Schiza parlò, rivolto
a lui, il contradditore: — Tu l'altro giorno
dicevi: — prendete in mano dell'aria se siete
buoni! — E oggi io ti dico che l'aria si può liquefare,
e se si può farne un liquido, si potrà anche
prendere in mano dentro una bottiglia o un bicchiere!
L'ho letto io nel libro di mio figlio, che fa
la quinta.

Grappanera si provò a ridere a questa fola come
loro ridevan delle sue verità. — Ah! ah! l'aria
[pg!178]
liquida! l'aria in bicchieri, l'aria in bottiglie! Non
era buffa?

Ma anche il ridere gli sconquassava il cuore.
Tacque. Riflettè. Trovò il modo a dimostrar l'errore
di quei creduloni: di nuovo per assurdo, da
perfetto dialettico.

— Se l'aria, che è un fiato...

— Un gaz, vuoi dire — corresse lo Schiza.

— Se l'aria, che è un gaz, si può ridurre a
liquido, il mio liquore, che è un liquido, si potrà
ridurre a gaz. Bene! Me lo paghereste due soldi,
voi, un bicchierino di gaz? E io potrei dire: il
mio gaz guarisce lo stomaco?

Furono convinti dell'errore, per assurdo? Ma
che! Meno che mai!

— Mi fate morire!

E la terza delle più funeste invenzioni...

Era vecchia, ma disgraziatamente se ne discorse
la prima volta pochi giorni dopo che _`Grappanera`
aveva tanto sofferto in causa della guardia
Peralti.

Si discuteva, a proposito di un truce delitto,
intorno alla pena di morte. E Volturno asserì — e
gli amici confermarono — che in America hanno
una curiosa maniera di punir gli assassini e liberarsene.

Raccolgono due o tre fulmini in una scatola,
raccostano al condannato, che senza sospettar di
nulla sta a sedere tranquillamente in una poltrona,
[pg!179]
toccano una molla, i fulmini sbalzan fuori..., e
giustizia è fatta!

Colamosto disse, tutt'allegro:

— Presto o tardi questo sistema si userà anche
qui da noi.

E Silvio:

— La mannaia e la forca erano un'infamia!

E Pannocchia:

— Ma così, con quella cassettina, dev'essere
un piacere anche fare il boia!

Grappanera era rimasto a bocca aperta. Se ci
son cose al mondo infrenabili, inafferrabili, che
scappan da tutte le parti, sono le saette. E coloro
credevano si potessero raccogliere e metterle in
una cassettina come le anguille! Quando si arriva
a questo punto, a dover udir questo, non c'è neppur
più da augurarsi di campare. Meglio andar in un
altro mondo dove non si stampino fole di tal sorta
e non ci sia nessuno che ci creda!

Grappanera, quand'ebbe chiusa la bocca, prese
la sua cesta e si avviò ansimando ma in silenzio.
Quando fu alla Porta Montana si rivolse; ripetè
il solito disperato gesto, ma non disse: — Mi fate
morire! — E disparve.

Il giorno dopo, all'ora di Sant'Agostino, la
campana della parrocchia avvisava la solita compagnia
che egli era passato da questo mondo pieno
di menzogne alla verità eterna.

[pg!181]




IL VITELLO
==========


.. class:: right

| *20 luglio.*

Ma sì! Per il mese che potrò restarci in riposo
e quiete il luogo mi piace. Pura l'aria che cala dai
monti e sale dal fiume; bella la vista dalla mia
finestra; fresche le ombre d'intorno: un senso d'antica
pace contiene questa vecchia casa dai muri
massicci. E i padroni di casa son ricchi d'antico
stampo, ricchi che lavorano la terra e mostrano
nell'onesta faccia e nei modi franchi una semplicità
cordiale. Non ci siamo mai visti prima d'oggi,
e ci siamo riconosciuti subito. I due vecchi — il
reggitore e la reggitora — m'han chiesto tante scuse
non so di che, asserendo per altro che qui starò benone;
nè m'han detto d'aver dubitato che rinunciassi
a venir da loro perchè ci hanno, in casa, una
parente malata. La casa è così grande! E io non
debbo darmene pensiero; non debbo nemmen sapere
in che camera giaccia quella poverina: debbo
godermi senza fastidi la bella campagna, e nessuno
mi disturberà. Sono libero! solo!

A Francesco, il padron giovine, che è lui di
fatto il reggitore della famiglia o il direttore dell'azienda,
[pg!182]
è bastato avvertirmi che sarà sempre
pronto a' miei comandi; e lo zio e il garzone, più
timidi, e gli operai mi fanno scappellate da lungi,
e zitti. Quanto a Reno, il compagno che avrò
sempre fido, mi dice tante cose, ma senza parlare.
È un grosso cane dagli occhi malinconici, dal muso
lungo e dal cranio appuntito: intelligente, e anche
con lui ci siamo riconosciuti subito. S'avventa furioso
agl'intrusi; me, mi ha accolto scodinzolando,
quasi sapesse che sarei arrivato, e mi promette un
affetto immenso in ricambio di qualche tozzo di
pane. Degli altri animali, non ho da temere nessun
disturbo. La cascina con la stalla piena di buoi è
discosta; la cavallina pascola queta nel prato; la
scrofa e il degno figliuolo si imbrattano lontano...
Ho visto, tra le galline, i galletti, i tacchini e le
anitre, un'oca; ma che ha a fare un'oca con un
letterato che usa penne d'acciaio?

Dunque pace e libertà; ozio e beatitudine!

... Quale sarà la camera dell'inferma?


.. class:: right

| *22 luglio.*

Ieri, mentre desinavo al rezzo, è capitato il medico
condotto. Saluti; pochi complimenti. Gli ho
chiesto: — È grave? — Non ha potuto negare
che è uno di quei casi in cui la scienza si rimette ai
decreti della natura; però ha soggiunto: — È robusta,
e tirerà innanzi un pezzo. — Come a dire: — Stia
pur tranquillo; stia allegro. Morirà quando
[pg!183]
lei non sarà più qui. — Benissimo! — Buona sera,
dottore!

... La sera, quando sono andato di sopra, ho
guardato all'uscio in fondo alla loggia. È sempre
chiuso: deve essere là.


.. class:: right

| *24 luglio.*

Io sto bene. La mattina mi alzo col sole e la
frescura mi ravviva il sangue per tutta la giornata.
A un'ora di sole, come dicon qui, una carrozzella
viene a prendermi e mi guida lungo il fiume, per
una strada deliziosa, allo «Stabilimento». E faccio
un bagno grato quanto un lavacro spirituale. Al
ritorno, la colazione, bevendo acqua eccellente e
vino idem, mi persuade meglio di un volume di
Tolstoi che la felicità sta in noi. Posso abbandonarmi,
io, anche a una dormitina di alcune ore.

E segue, nel pomeriggio, la lettura dei giornali.
Politica, scandali, delitti, informazioni sfuggon
di sotto agli occhi senza lasciar tracce nella
memoria. Nè si dica che l'ozio annoia. Un filosofico
benchè muto colloquio con Reno, quando non
mi sonnecchia a lato; una capatina nel frutteto dove
anneriscono certe prugne e s'indorano certi fichi da
Paradiso Terrestre; un'occhiata ai lavori dei campi;
un po' d'attesa a chi passi per la via —, e giunge
l'ora di desinare. La sera, vengono a trovarmi conoscenti
vecchi e nuovi, e si chiacchiera, si fuma, si
beve, si gusta la bellezza del firmamento, e si
[pg!184]
ride. C'è uno il quale ride con tale impeto che
deve udirsi anche nella camera più recondita della
casa...

Lo so! lo so! La Morte, nel suo transito fatale
e perenne, guarda a questa casa di buona gente.

— *Tutto mio, tutto mio* — canta da presso la
civetta.

Ma: — Non ci badi — mi dice il reggitore. — È
il suo verso.


.. class:: right

| *25 luglio*.

Effetto d'assuefazione: il ricordo dell'inferma,
ridestato in me dal quotidiano apparir del medico,
non mi dava più che una tenuissima noia. Non c'è
beatitudine perfetta; e Reno, per esempio, non
manca di pulci.

Se non che la paesana che mi serve da cuoca
ha vinto finalmente la soggezione, ha sciolta la
lingua e mi ha avvelenata la colazione, stamattina.

— Sa? — mi ha detto. — L'ho vista...

— Chi?

— L'ammalata.

— Ebbene?

— Vedesse com'è ridotta! Era una bella donnona,
ma adesso... Patisce pene d'inferno. Eppoi,
ha una paura...

— Paura di che?

— Teme dar disturbo a lei. Quando si lamenta,
per il male, si sforza perchè lei non senta...

[pg!185]
Per poco io non ho gettato a Reno tutta la bistecca.
E la cuoca ha seguitato:

— Esser ridotta così, agli ultimi anni, che
avrebbe potuto passarli bene! Perchè ha dei quattrinetti.
Staremo a vedere a chi toccheranno.

Intanto io pensavo...

E l'altra puntando l'indice al naso e facendomi
la confidenza a voce sommessa (non è una chiacchierona):

— Gli eredi, vedrà, saranno questi parenti qui,
sebbene ne abbia degli altri, più stretti. Ma di chi
la colpa? Ha una nipote, figlia di sua sorella, che
è in bisogno. La nipote, appena lei cominciò a patire,
se la prese in casa per curarla meglio, diceva.
Invece un bel giorno le ragazze, le figliole, aprirono
cassa e armadio e se ne spartirono i panni, come
fosse già morta. Son cose da fare? Un po' di prudenza
ci vuole, di pazienza! E l'ammalata se ne
addiede; mandò a chiamare il reggitore, questo qui,
e si fece portar via. Allora la nipote mise di mezzo
un frate...

Io pensavo...

—... un frate che la consigliasse a far testamento
e a lasciar tutto a lei. Il testamento l'ha
fatto, ma — l'ho saputo da un testimonio — alla
nipote gli toccheranno solo cento scudi.

Io pensavo: «Se ammalato fossi io, in questa
casa, e quella poverina fosse sana, non verrebbe
forse a salutarmi qualche volta? a farmi coraggio?».

[pg!186]
— Le avete fatto coraggio? — ho chiesto
alla cuoca.

— Sì. Le ho detto: — quel signore che è qui
vi vuol presto nel prato a conversare con lui.

— E lei?

— Ha voltato la testa, ha ficcato la faccia
contro il cuscino, per pianger piano...


.. class:: right

| *27 luglio.*

Dimani la voglio fare, la mia visita di pietà.
La voglio fare! La debbo fare! A ogni costo.


.. class:: right

| *28 luglio.*

Oggi è domenica, e l'inferma ha avuto altre
visite e parole di consolazione; attimi, forse, di
speranza. Tra gli altri che son venuti a trovarla
c'è stata la nipote vedova, quella avida dell'eredità,
e a vederla si direbbe una buona donna; ma
che non fa il bisogno? Essa, che è sorda e sorride
come i sordi, ha rotta la consegna di non avvicinarmi;
è venuta a chiedermi se sto bene, per susurrarmi
che l'ammalata sta male. — Male! male!
Non camperà una settimana. Il dottore non capisce
niente.


.. class:: right

| *31 luglio.*

Anzi il dottore ha capito subito la mia intenzione.
Alla dimanda: — È molto peggiorata? —,
s'è prima stretto nelle spalle, significandomi che
[pg!187]
talvolta la natura non s'appaga di vincer la scienza
ma vuol anche corbellarla; poi ha detto: — È
meglio che lei non la veda.

Consiglio disinteressato! La vista dolorosa potrebbe,
infatti, guastarmi il sangue. Ma io, risolutamente,
ho imposto a me stesso un *aut-aut*: domani
o vederla o partire!


.. class:: right

| *1 agosto.*

E stamane la cuoca mi ha chiesto:

— Ha sentito? questa notte?

Anche le notti scorse, svegliandomi di soprassalto,
ho teso l'orecchio, se mi giungesse qualche
gemito, e non ho mai udito nulla.

— C'è stato il prete tutta notte.

Il prete? ad assisterla? Avrà dunque perduta
la coscienza. La mia visita sarebbe ormai inutile...

Che sollievo!

Ma per tutto il giorno ho dubitato. — È
morta? — La reggitora e il figliuolo mi sfuggivano;
il vecchio m'ha parlato del tempo, e che
non piove, e che mancherà presto il mangime alle
bestie... Sempre disgrazie! Però nella faccia onesta
leggevo una maggior pena: quella di non aver saputo
e di non sapermi preparare all'evento. Egli
e i suoi si sentono in colpa verso di me. Turbare la
mia quiete così!

A sera ho scorso la vecchia salir frettolosa le
scale con un bicchierino di vin santo...

[pg!188]


.. class:: right

| *2 agosto.*

*Tutto mio! tutto mio!* È morta.


.. class:: right

| *3 agosto.*

Sono casi, ma strani e perciò notevoli. Ieri sera
Reno — non ci fu verso — ha voluto salir con
me, s'è accucciato presso il mio letto e v'è rimasto
tutta notte. Abbiamo dormito poco e male.

Oggi ho chiamato Francesco, il giovine, e gli
ho detto sottovoce:

— Non vi date pensiero. Quando la porterete
via, andrò per il campo.

Egli mi ha sorriso e, al tempo stesso, ha lasciato
scorrere per le guancie abbronzate due lagrimoni.

Ha detto:

— Lei badi a Reno. — Poi, come a un
amico:

— Alla disgrazia ci eravamo preparati; ma
adesso cominceranno i guai, per quel po' di roba...

.. class:: center

| \*\*\*

Via! Il diavolo non è mai brutto come si dipinge,
ossia la Provvidenza non manca mai. Non
dico per me: io ho mantenuto la parola, nè mi
sono afflitto troppo, per non dar dispiacere ai miei
ospiti. Dal campo, lontano, ho sogguardato al trasparir
delle fiammelle, tra gli alberi; e tenevo in
chiacchiere Reno perchè non uggiolasse.

[pg!189]
E dopo, anzi, mi sono quasi divertito.

Persiste in questi luoghi l'uso della cena funebre,
a cui s'invita la parentela e che, con una
bella scorpacciata, accorda in piena cordialità le
necrologie. Però qui minacciava la questione del
testamento, noto per l'indiscrezione dei testimoni.
Anche coloro che nulla ne speravano temevano da
un momento all'altro il conflitto fra la nipote vedova
e sorda, o i suoi figliuoli, e i presunti eredi.

Dalli e dalli, chi con dire: — La poverina
ha finito di soffrire — o: — Ha fatto il suo purgatorio
in terra —; e chi con aggiungere: — Adesso
sta meglio di noi — o: — È in Paradiso di sicuro — la
sorda ha udito e non ha potuto contenersi.

— In Paradiso ci sarà andata se avrà fatto le
cose giuste.

Le ha risposto Francesco, il giovinotto:

— Non sta a noi giudicare.

Ma ha ribattuto un figlio della vedova:

— Sta a chi ha nelle vene più sangue della
sua gente, di lei. Gli eredi dobbiamo esser noialtri!
Siamo noi i parenti più stretti!

E il reggitore, il vecchio:

— La roba si lascia a quelli che la meritano,
a quelli che ci voglion più bene!

— Bravo! — ha esclamato un Tizio rompendo
la neutralità.

— No! — ha esclamato un altro, il quale
[pg!190]
deve trovarsi in cattive acque: — Si aiuta chi ha
bisogno! Se no, il diavolo ride!

Così il conflitto è presto diventato una mischia
di voci virili e femminili. Già sormontava qualche
bestemmia romagnola. Il sangue romagnolo ribolle
per poco; e qui non si trattava di poco, ma di più
che diecimila lire: nella Cassa! — Si sa! — Lo
sappiamo! Dov'è il libretto?

— Il libretto — ha gridato Francesco — l'ho
io in consegna e lo darò a chi di ragione!

Intanto anche Reno ringhiava. Il baccano degli
uomini e delle donne offendeva il suo senso bestiale.

.. class:: center

| \*\*\*

— Oh! reggitore! Francesco! correte!

E la voce del garzone ha soggiunto, anche
più forte:

— Portate del sale! Correte!

Che cosa è successo? Che cosa succede?

Accorrono con la lanterna, col lume; anch'io
accorro, tra gli altri, uomini e donne, nella stalla.
Quivi le voci irose si mutano in esclamazioni di meraviglia
o d'invidia... Una vacca ha partorito, zitta
e quieta, un bel vitello! Com'è grande! Vedo il
vecchio cosparger di sale il neonato e la madre
lambirlo, leccarlo, tutto molle, con materna tenerezza.

— Chi va e chi viene — osserva il vecchio
sorridendo e rialzandosi.

[pg!191]
E le parole del saggio inspirano d'improvviso
il padrone giovine. Francesco, in mezzo agli astanti,
chiama la vedova. Dice:

— Sentite, Rosina. Non sta a noi giudicare
la volontà di quella che se n'è andata. Avrà fatto
le cose secondo la sua coscienza. Ma per amore di
quella che se n'è andata, voi l'accetterete da noi,
quando sarà da vendere, questo che è venuto proprio
adesso, come mandato da Dio a metter pace tra
di noi?

La sorda resta un po' estatica, con gli occhi
fissi, quasi dubiti di aver male udito; poi si getta
singhiozzando nelle braccia di Francesco.

Un brivido fugge per i rudi nervi degli astanti;
a qualcuno s'arrossan gli occhi. Si mormora: *bravo!
bene!* Parecchi si abbracciano.

.. class:: center

| \*\*\*

... E andiamo a letto contenti tutti. Io ho in
cuore una tenerezza...; e mi par di vedere la puerpera
leccare e tener caldo col fiato il suo figliuolo.

[pg!193]




ZVANÒN
======


Lo rivedo ancora bene — Svanòn — nella
penombra della memoria: alto, massiccio, imponente
quale un gigante a me bambino, e strano per
gli occhi chiari cilestri in contrasto con il viso bruno
e i baffi e i capelli neri. E ne ho precise in mente
le parole, perspicue le attitudini di quando la mia
anima e la sua ebbero dalla sorte una vicendevole
tragica apprensione. Ma poco o nulla io ricordo dei
suoi modi con gli altri; non so se agli altri apparisse
temibile come a me, eppur buono; se con gli
altri ridesse come con me quasi cedendo a una giocondità
improvvisa; se la dolcezza del suo sguardo
fosse turbata spesso, non fosse più di un fuggevole
consenso alla debolezza e alla letizia delle piccole
creature.

Era, nella famiglia patriarcale, il secondo o
terzogenito. Dei cinque fratelli solo il più attempato
aveva donna, con parecchi figliuoli giovani già fatti,
allorchè s'ammogliò il quintogenito, di cui non
rammento neppure il nome. Più che il nome — Adalgisa — rammento
invece della novella sposa:
il sorriso che pareva splendere da tutta la sua
[pg!194]
persona; un'imagine di luce nella oscura casa campestre,
tra la reggitora vecchia cadente, la cognata
oppressa dalle faccende famigliari, gli uomini rozzi.
E nel campo, tra il verde...: così: la scorgo, la
Gisa, venir dal rio per la costa recando sul capo il
cesto della biancheria lavata e tenendolo con le
braccia nude; la gonna rossa sostenuta da un lato,
alla cintola, per aver libero il passo, e una gamba
fin quasi a mezzo scoperta; i capelli biondi scomposti,
e il sole che pareva tutto per lei.

Quanto tempo era trascorso dal dì delle sue
nozze a quello che lei s'impresse così vivamente
nella mia memoria puerile?

Forse non più di un anno.

.. class:: center

| \*\*\*

Quel giorno avevo ottenuto il permesso d'andar
con la Gisa al rio. Lavando, cantava ad alta voce;
ma nessuno udendola avrebbe dubitato cantasse a
voce tant'alta per essere udita lontano — era lieta,
era bella —; nè a me bastava l'età della discrezione,
a cui ero appena giunto, per concepire tal
dubbio allorchè, con un rumore di frondi rimosse a
un impeto, vidi arrivar Tito: Tito del Mulinetto,
che veniva qualche volta alla villa a giuocare alle
bocce coi contadini.

Egli si adagiò su la riva mentre la donna sciacquava,
in ginocchio su la pietra, e io, al solito,
lavoravo a scavar nella sabbia.

[pg!195]
Discorrevano, ridevano. E mi stancavano. Mi
spiacevano.

Forse antipatia di quel giovine ben diverso da
Zvanòn, che se mi aveva seco e non aveva altro
da fare consentiva ai miei capricci? Per colui invece
era come io non esistessi. O me lo rendeva
antipatico un arcano presentimento?

Stanco, dissi alla donna:

— Vado a casa.

Lei non voleva. Mi aveva in consegna, e dovevo
restare. Minacciò, pregò.

Otto o nove mesi dopo, costretto a ripensare e
a rievocare quanto mi avvenne quel giorno (e ritenni
in mente e in cuore per sempre) sentivo un accento
quasi di pianto nella sua preghiera di restar con lei,
quasi temesse, dal mio allontanarmi, un pericolo.
Ma Tito non mi fè parola.

— Sono stanco di star qui — ripetei.

E scappai.

Oh non per correre a casa, come la donna credette!
A mezza costa c'era la pozza del vincheto;
e mi venne voglia di un vincastro dalla rossa scorza.
Tra i vinchi d'intorno all'acqua componevano un
folto le vitalbe, i pruni, i biodi, le carici, sì che a
penetrarvi non s'era visti nemmeno da chi saliva
per il sentiero alla volta della casa.

Entrai nel folto; girai alla parte opposta,
dove m'invitava con belle aste un vinco vecchio ma
basso; mi arrampicai su quello. Raggiunto che
ebbi l'inforcatura del tronco, vi fermai i piedi e
[pg!196]
prima di staccare il virgulto ambito mi volsi a
guardare di là, arditamente pago della mia prodezza.
Vedevo lì giù, tra i pioppi, il rio; e la Gisa
con l'uomo.

Essa, in piedi ora, porgeva a Tito, disceso a
lei, i pannolini; e li torcevano tenendoli l'una a
una estremità e l'altro all'altra. Poi egli li gettava
indietro, su l'erba.

Infine, salirono alla riva.

Ed egli accostò il viso al bel viso.

E poco dopo, mentre stavo appiattato e seduto
a sfogliare il virgulto, scorsi tra il folto la
donna che avanzava sola per il sentiero declive.
Aveva sul capo il cesto della biancheria lavata e
lo reggeva con le braccia nude: la gonna sollevata
a un fianco, una gamba scoperta sin quasi a
mezza gamba; i capelli scomposti.

E il sole pareva tutto per lei.

Rimasi alla pozza perchè, mentre percuotevo
l'acqua con l'asta a sollevar spruzzi sfavillanti,
ci avevo fatta una scoperta: di certi pesciolini mai
visti, a due zampe che parevano terminare in
manine; col capo tozzo, gli occhietti spalancati,
con tutto il corpo tutto coda, grosso e corto; la
pelle scura, a macchie più scure. Brutti. Oh prenderne
almeno uno!...

Quand'ecco un rumore, una voce grossa.

— Cosa fate qui?

Sobbalzai, mi volsi. Cedetti a Zvanòn, che mi
afferrò un braccio e mi scostò dall'acqua.

[pg!197]
— A rischio d'annegarvi! Allora sì, i vostri! — sgridava.

Per scusarmi gli dissi:

— Voglio uno di quei pesciolini.

E lui, severo:

— Pesciolini? Ranocchini, sono; ranocchi
non ancora fatti. Andiamo!

Tagliò i vimini per cui era venuto; si sospese
dietro, alla stringa, il pennato; mi prese, con la
mano libera, la mano, e ripetè:

— Andiamo!

E soggiunse, mentre andavamo: — Lo dirò
a vostra madre il rischio che avete corso: di annegarvi
nella pozza!

Cominciavo a persuadermi di aver commesso
una marachella più grave delle solite; e se di mia
madre temevo più il dolore che i rimproveri, di mio
padre temevo il rimprovero più di qualsiasi castigo.
Bisognava che Zvanòn non dicesse nulla alla
mamma; bisognava che egli dimenticasse il mio
fallo prima di giungere a casa. Ebbi, nell'ingenua
scaltrezza di un fanciullo settenne, l'idea di distrarlo
dal pensiero di me con ciò che vagamente
sospettavo dovesse stupirlo; e gli dissi: — Sai?
Ho visto che Tito del Mulinello ha dato un bacio
alla Gisa.

Egli si fermò, di colpo; mi guardò negli occhi
per sorprendervi la verità. Un istante. Sentii, nell'istante,
la sua anima apprendersi alla mia; e
[pg!198]
n'ebbi tal pena che, non interrogato, confermai in
fretta.

— Sì sì: è vero!

Allora lui rise. Disse, come a darmi subito
ragione del suo stupore enorme:

— Oh dunque non lo sapete, voi, che Tito
è fratello della Gisa?

E riprendemmo la via.

— Povero Tito! — aggiunse Zvanòn dopo
un tratto —. Deve tornar soldato, fra poco. Non
verrà più a giuocare alle bocce con noi.

Eravamo al sommo della costa; oramai a casa.
E io dubitavo ancora; temevo che Zvanòn mi conducesse
dalla mamma. Ma un'altra idea mi soccorse.

— E le boccine di terra creta quando me le
fai? Fammele, Zvanòn!

Tacque. Poi rispose:

— Adesso adesso... Io lego i fasci di sterpaglia.
Voi intanto ammolirete la terra creta, e dopo
faremo la fornacetta da cuocer le palline.

Così io ottenni ch'egli dimenticasse d'accusarmi,
ed egli dovè sperare che non parlerei a nessuno
di Tito e della Gisa, e di quel che avevo
visto.

.. class:: center

| \*\*\*

Otto o nove mesi dopo, a Bologna, al pomeriggio
di un giorno invernale, una scampanellata mi
fece correre prima della domestica ad aprir l'uscio.

[pg!199]
Zvanòn!

Non mi sorrise; non mi salutò; mi guardò.
Un istante.

Ed ebbi di nuovo quell'impressione di pena,
indefinibile, per me, se non dicendo che l'anima
sua si apprese, nell'istante, alla mia. Questa volta
però non era stupore in lui: angoscia. Ed era Zvanòn
ed era un altro.

— Cosa m'hai portato? — gli chiesi timidamente.

Non rispose. Mi chiese:

— Dov'è vostro padre?

La domestica lo condusse nello studio.

Indi a poco, da uno spiraglio, scorsi che mio
padre usciva con il contadino. E giacchè Zvanòn
non era più lui, io intuii una sventura.

Infatti quando mio padre tornò... — Ascoltavo
palpitante dietro l'uscio quel che diceva con la
mamma —... Zvanòn aveva ammazzato con un
colpo della vanga dal lato del taglio, in litigio,
per una cinquantina di franchi che gli doveva — perduti
nel giuoco da Tito — Tito del Mulinetto!

Per una cinquantina di franchi che Tito aveva
perduti al giuoco?

— No no! — fui per gridare in uno scoppio
di pianto, e precipitarmi di là, dai miei, e dire: — Io
lo so il vero perchè Zvanòn ha ammazzato
Tito!

Ero certo. Il lampo della verità aveva illuminata
la mia mente non più ingenua, come otto e
[pg!200]
nove mesi prima. Entrai in cucina. Dissi alla
donna:

— Zvànon ha ammazzato Tito, con la vanga!

La vecchia domestica allibì. Non poteva credere.
Conosceva da tanti anni quella famiglia: galantuomini:
gente di fede: cristiani. Impossibile!

— Per una cinquantina di lire. Tito non gliele
voleva dare... — E chiesi:

— Tito non è il fratello della Gisa?

— Ma che! — fece la donna. Soggiunse: — Povera
Gisa! Avere per cognato un assassino!

La vecchia non sospettava d'altro. Ma io
sapevo perchè Zvanòn aveva ammazzato Tito:
Zvanòn che mio padre aveva accompagnato a costituirsi.
Ne ero certo. Quelle occhiate...

.. class:: center

| \*\*\*

Ed io tacqui il mio segreto. Non ero forse complice
del delitto?

Questa paura mi occupò tremenda. Pensavo:
se io non mi fossi fermato alla pozza dove c'erano
i ranocchini non ancora fatti, e non avessi voluto
prenderne uno, e per prenderlo non avessi corso il
rischio d'annegare, Zvanòn non mi avrebbe minacciato
d'un castigo e io non avrei detto nulla a
Zvanòn.

Zvanòn, no, non avrebbe ammazzato Tito!
Certissimo. Quelle occhiate... Di chi dunque la
prima colpa?

[pg!201]
Se io svelassi il mio segreto non metterebbero
in prigione anche me: me che avevo la mia mamma
sempre malata, e non potevo darle tanto dolore,
e non potevo abbandonarla senza che io morissi?
No, non dovevo dirglielo il mio segreto, dirle la
paura che mi occupava tremenda, senza che lei
patisse della mia stessa paura. In prigione il suo
figliuolo, compagno di un assassino!

Con tutti dovevo tacere. Con tutti!

Ma quel segreto era troppo più grande di me.

A scuola, chinavo improvvisamente il capo sul
banco e piangevo.

— Perchè piangi? — mi domandavano i compagni,
il maestro.

Rispondevo:

— Non lo so.

E mi canzonavano perchè piangevo senza sapere
il perchè.

.. class:: center

| \*\*\*

Al processo Zvanòn ripetè quel che aveva
detto a mio padre il dì che era venuto per consiglio,
e quel che aveva detto al procuratore del Re e a
tutti.

In litigio, acciecato dall'ira, aveva colpito,
senza intenzione di uccidere. Voleva essere pagato
del debito; dei cinquanta franchi vinti al giuoco.

Alla dimanda se fra lui e Tito del Mulinetto
fossero stati precedenti rancori o ci fossero altre
cause di rancore, rispose: — No.

[pg!202]
I testimoni confermarono che erano amici.

Nessun sospetto, in nessuno, della tresca fra
Tito e la Gisa. E Zvanòn parve ricevere impassibile
la condanna.

Mio padre, riferendo in casa del processo, conchiudeva:

— Si direbbe quasi che ha voluto essere condannato
lui, a trent'anni.

E io capii. Zvanòn aveva voluto salvare l'onore
della sua famiglia; l'aveva salvato.

Ma aveva salvato anche me — pensavo; e la
gratitudine che sentivo per lui era così grande da
rendermi gradevole, ora, il segreto più grande di
me. Avrei sfidato la morte piuttosto che rivelarlo.
Povero Zvanòn! Mi era ben _`manifesto` ora il significato
di quelle sue occhiate che mi prendevan
l'anima! Che colpa avrei commessa, per lui;
che tradimento d'amico; che infamia se avessi
detto a qualcuno, pur a mia madre: — Vidi che
Tito baciava la Gisa!

E con che cuore ascoltavo le notizie che a intervalli — a
lunghi intervalli — ci davano i parenti
del prigioniero! Ci mandava a salutare.

Poi ci mandò dei regalucci: d'opera sua. Una
volta fu un vasetto in forma d'anfora; un'altra volta
un cestello; un'altra volta una scatola col coperchio.

L'opera era abbellita da rilievi, fregi, piccole
frutta, fiori a tinta color mattone; e tutto composto
[pg!203]
di polvere di mattone e di pane ammollito ed essiccato,
che stecchi contenevano saldo.

E avvenne che guardando entro la scatola ci
leggemmo scritto nel fondo, a tinta più rossa (sangue?): — *per
Dolfo.* — Allora guardammo nel
fondo esterno del cestello e dell'anfora, e ci vedemmo
le stesse rosse parole: — *per Dolfo.*

.. class:: center

| \*\*\*

Scontati soli cinque anni di pena Zvanòn moriva,
a Portolongone.

Io ero sui dodici anni. Non temevo più. E rivelai
finalmente perchè Zvanòn fu omicida. Allora si
comprese chiaramente come, non giuocatore, egli
avesse attirato l'altro, che era scarso a quattrini,
a giuocar di molto: per conseguire un pretesto da
finir la tresca in un litigio.

E a me dissero:

— Facesti male a tacere. Parlando avresti mitigata
la pena di quel disgraziato; non sarebbe forse
morto in carcere.

Ma anche adesso non so persuadermi che feci
male. Zvanòn al disonore della sua famiglia preferì
Portolongone.

E col pane del suo nutrimento componeva le
cose che rammentassero a chi lo aveva aiutato a
salvar l'onore dei suoi, la sua gratitudine, l'affetto
imperituro, l'anima sua. *Per Dolfo.*

[pg!205]




LA CASTA SUSANNA
================


L'orrida bellezza dei «calanchi»! Dalla parte
ove il monte dirupa nella Landa sino al limpido
rio quella rovina par l'opera d'una gran fantasia
turbolenta e ansiosa che la morte abbia interrotta,
improvvisamente freddata quasi a castigo d'orgoglio;
e l'anima che ammanta di verde i dorsi al di
sopra e riempie la valle di colori e di voci lì sembra
tenuta in un lungo stupore, sembra attonita e
stanca in un sogno che fu e non è più pauroso.

Diroccate muraglie, quali tramezzi disposti con
regola e sostenuti da irti sproni, protendono guglie
e cuspidi, estendono creste, si aprono a tagli, a
frastagli, a crepe, a solchi, a strappi, a lacerazioni,
a incavi tra cui le ombre e le luci mutano
lente; e i tronchi vertici, e le sottili lame dentate, e
i corrosi ricami — quando un soffio di vento si direbbe
bastasse ad abbatterli, confonderli, disperderli — rimangono
in vista, fuori degli sconvolgimenti
massicci e su le profondità opache, come
fortunati avanzi di un infantile capriccio o di una
sublime audacia. Il sole accende la sabbia gialla
che ricopre le balze argillose ma non un filo di erba
[pg!206]
erompe dalla inerte materia. È una squallida uguale
tristezza. Eppure così bella!

.. class:: center

| \*\*\*

I calanchi — a cercarvi conchiglie fossili — furon
la méta dei primi giuochi per me e Adriana:
compagni d'infanzia.

E forse quell'asprezza del luogo nativo ci aveva
come d'istinto allevati a una fiera puerizia, che
contrastava all'educazione familiare.

Ma con l'aumentar dell'età preferimmo scendere
per i campi nella Landa e là raccoglier fiori con
lo spettacolo della montagna di fronte, così vario
di tinte e di luci nel seguir delle ore. Giorni beati
dell'anima ancor candida! giorni felici delle prime
ingenue e pure tentazioni d'amore!

S'intende però che, con tutto il bene che ci
volevamo, Adriana ed io ci accapigliavamo spesso;
a volte più che lo sfogo di una bizza improvvisa era
quasi una prova di ribellione. Avevamo l'arcana coscienza
di esser legati dall'affetto per sempre, e
ci bisognava anche la coscienza di poter divincolarci.

A volte diveniva fin necessario l'intervento di
qualche amico per rimetterci in pace: a fatica
sembravamo far grazia l'uno all'altra; e ne avevamo
tanta voglia di sorriderci e di correr via insieme,
incontro alla gioia, incontro a un non dubbioso avvenire!

[pg!207]

.. class:: center

| \*\*\*

I nostri prediletti amici erano due uomini attempati:
Isidoro Lamandini, il vignarolo; e Paolo
Querzè, il falegname, che aveva la bottega su la
strada maestra.

Il primo, di solito in giacca alla cacciatora e
lo schioppo a tracolla, c'incuteva un rispetto affettuoso
perchè, forte e temuto, a noi si dimostrava
servizievole e carezzevole. Possedeva un'arte meravigliosa.
Balzava vestito nei borroni della Landa e,
intorpidata l'acqua, acchiappava i pesci con la disinvoltura
d'uno che cogliesse cose inerti, e ce li
gettava splendidi e boccheggianti su l'erba.

Il secondo — Paolone — sapeva tagliar il vetro
difilato col diamante, e preparar vernici di ogni
colore, e raccontarci lunghe storie che s'inventava
lui spacciandole come vere. Quando non aveva
voglia di fole, cantava, a squarciagola, del brigante
Mastrilli e di «Erminia fra l'ombrose piante».
Ma il divertimento più grande quei due ce lo
davano a contendere per scherzo fra loro. Se ne
dicevan di cotte e di crude; se ne facevan di tutte
le sorta. Non di rado Paolone restava senza pialla
e Isidoro senza schioppo, e spendevan ore e ore a
cercar quella o questo minacciandosi di legnate e
finendo all'osteria a bere un litro.

.. class:: center

| \*\*\*

A sedici anni Adriana era una ragazza come ce
ne sono tante, se cresciute fuor del mondo. Timida
[pg!208]
che arrossiva per nulla, si vergognava della sua timidezza
e per rifarsi s'avventava a dispetti e a impertinenze.
Vanitosa fino al capriccio, sdegnava le lodi
alla sua bellezza quasi fossero canzonature. Buona,
godeva a parer cattiva. E se la dicevano innamorata,
protestava offesa. S'intratteneva più volontieri
con me che con le amiche perchè io le piacevo di
più: che c'era di strano?

D'inverno quando, giù a Castello, lei passava
i giorni tediosi in casa e in chiesa, e io in città
sospiravo le vacanze per rivederla, mi scriveva
lunghe lettere in presenza della madre e gliele leggeva:
notizie; motti; confidenze; insolenze, magari:
parole d'amore nessuna. E guai se mancavo
alla consegna di far lo stesso!

Come ebbe da riferirmi la disgrazia capitata all'amico
Lamandini cominciò la lettera così:

«Ho da raccontarti una storia da ridere...».

Isidoro e Paolone l'ultima notte di carnevale si
eran presa una sbornia solenne. Rincasando sopra la
neve, l'uno aveva piegato a destra, l'altro a sinistra
con la pretensione d'indirizzarsi l'un l'altro per
la via buona. E Isidoro era precipitato nella pozza
piena d'acqua gelata, presso la chiesa.

Ma Paolone, che non stava diritto e non aveva
forza di trarlo fuori, chiamava aiuto invano. Nessuno
gli credeva; gli davan dell'ubbriaco; dubitavano
d'una burla.

E la lettera finiva:

[pg!209]
«Isidoro s'è ammalato, e forse morirà. Non
ci mancava che questo per farmi piangere!».

.. class:: center

| \*\*\*

Quell'anno gli esami di licenza liceale ritardarono
il mio ritorno in campagna. Il giorno che finalmente
vi giunsi non trovai Adriana in casa. — Sarà
nella Landa a cucire — mi disse la madre.

Era là, infatti, all'ombra delle querce e dei
pioppi, ove il rio più affondava tra le sponde folte
di acacie e di vinchi. Ma non riuscii a sorprenderla
con un grido: — Adriana!

Mi prevenne, incontro. Era pallida.

— Gli esami? — chiese.

— Bene!

Allora si sfogò in rimproveri. Tenerla in pena!
Non telegrafarle! Esagerava l'inquietudine per dissimulare
il suo desiderio — e frenar il mio — di
consolarci più che con una stretta di mano dopo così
lunga assenza.

— Mi vuoi ancora bene, mi ami! esclamai.

Confermò con la luce degli occhi e del sorriso.

E dimandò:

— Perchè dici ancora?

— Perchè sei diventata più bella!

Scosse le spalle mormorando: — Lo dicon
tutti. Ma — aggiunse seria — è ora di metter
giudizio!

E a dar insieme prova di giudizio m'impose di
[pg!210]
raccoglierle fiori e mentastro, come quando eravamo
bambini.

Intanto lei cuciva e discorreva.

— Che paradiso, qui! Ci starei da mattina a
sera!

Indi, col tono di chi dice la cosa più semplice,
più naturale, più innocente del mondo:

— Che brividi di delizia in quest'acqua così
fresca, all'ombra! Ci fo il bagno ogni giorno.

Io ebbi un senso di disgusto, quasi di panico.
E dissi:

— Se qualcuno ti vede?

— A mezzodì, quando tutti sono a desinare?
Chi temi che ci venga quaggiù?

Fui per gridarle: — Non voglio! —; se non
che sapevo che per piegarla al mio volere non era
quello il modo. E tacqui. Un silenzio — speravo — ammonitore.

Tacere quando avevamo tante cose da dirci!

— Ah! — esclamò lei d'improvviso. — Mi
dimenticavo di darti una brutta nuova. Paolone sta
male. È a letto da tre giorni con una polmonite.

E Lamandini?

Indovinò la mia dimanda.

— Isidoro se ne andrà alla caduta delle foglie.
Tisi senile.

.. class:: center

| \*\*\*

Il giorno dopo andammo a trovar Paolo Querzè.
Era infuocato dalla febbre e di tratto in tratto
[pg!211]
delirava. Ma a udir le nostre voci volle sollevarsi;
e ci sorrise dicendo:

— Ah la gioventù! Siete contenti, voi due!
E raccogliendo lo sguardo in me solo:

— Com'è bella Adriana!

Poi socchiusi gli occhi e spento il sorriso, mormorò:

— E io muoio.

In quel punto udimmo tossire, da basso.

Lamandini.

Saliva a stento la breve scala. Quando fu su,
dovè sedere per ricuperar il poco di fiato che gli
avanzi dei polmoni gli concedevano ancora. Ma
aveva ancora tant'animo!

Si accostò al letto dell'amico, a scherzare con
tutta la rudezza di un tempo.

— Fai proprio viaggio, Paolone?

— No — l'amico rispose. — Aspetto che te
ne vada tu, prima.

— Prima io? Non credo. A ogni modo, hai
regolati i tuoi conti, per non aver noie, di là?

— È presto! — ribattè l'altro. — Tu, piuttosto,
l'hai avuto il permesso di transito? il passaporto?

— Non ne ho bisogno. Non ho ammazzato
nessuno.

— Nemmeno io.

— Non ho rubato.

— Nemmeno io. Ma e il resto, Paolone?

— Niente!

[pg!212]
— Ah niente? Ti par niente aver mancato
fin all'ultimo?

— Mancato?

— Sì: con quelle ispezioni... — e Isidoro
strizzò l'occhio a Adriana sorridendo: il sorriso di
un cadavere —; le ispezioni tra l'acaciaia, mentre
una bella ragazza faceva il bagno...

— Anche tu, con me — conchiuse l'altro,
mesto e affannoso.

Adriana, ch'era avvampata all'oltraggio ignorante,
diventò così pallida che temei svenisse.

— Andiamo! — affrettò.

.. class:: center

| \*\*\*

Appena fummo su la strada si fermò affrontandomi.
E con voce sicura, con sguardo fisso, con
anima imperiosa disse:

— Tutto è finito tra noi due! Lasciami. Io ti
lascio!

Impazziva? Tremai a dimandarle che cosa le
avevo fatto, io, di male; che colpa avevo io se
coloro l'avevano offesa. Voleva pigliassi a schiaffi
due moribondi?

Oh non questo voleva!

— Non capisci? — insistè stupita, più addolorata,
pareva, dalla mia incoscienza. — C'è da
spiegarle certe cose? Non capisci la mia ripugnanza?
Non capisci che mi sarà intollerabile, per
sempre, questo pensiero? il ricordo di quello che
tu hai udito oggi, di me?

[pg!213]
Non capivo: non potevo capire il pericolo in
cui per colpa non mia correva il nostro amore.
Esperto del mondo e della donna avrei risposto: sì.
Concedere per forse ricuperare.

Invece, con gli occhi pieni di lagrime, l'invocavo: — Adriana!
Adriana! — La scongiuravo: — Non
farmi soffrire!

— Non soffro anch'io? — gridò irritata dalla
mia debolezza, muovendosi per avviarsi. E ad ultima
difesa io ebbi un sorriso amaro e dissi: — Un
pudore esagerato! — Schifiltoso, volevo dire; assurdo
a pensarlo!

Lei, senza ribattere, si avviò.

Mi mordevo le labbra per non rompere in
pianto. Pensavo e non sapevo che pensare. Perduta!
Tutto sarebbe stato inutile... Perduta!

Tutto inutile?

Ah costringerla a voltarsi, a insolentire, a
schiaffeggiarmi! Forse era, col pentimento di lei,
la salvezza, dopo!

Sghignazzai; gridai:

— La casta Susanna!

Ma Adriana non si voltò.

Era finita.

.. class:: center

| \*\*\*

Laggiù, nel praticello della Landa, dove lei
non sarebbe tornata mai più, io piansi. Eppoi inveii
[pg!214]
come l'avessi presente; la accusai di crudeltà, di
demenza, di ogni cattiveria, di perfidia.

Ma a poco a poco, nel mentre stesso che l'accusavo,
la difendevo.

Innamorata d'un altro aveva colto quel pretesto
per liberarsi di me? No. Amava me: ne ero certo.
Da che cosa dunque attingeva la forza per vincere
e respingere il nostro amore? Perchè? Perchè?
Per una impressione morbosa? Nulla sapevo io,
povero ragazzo ignaro, di isterismo e di psicopatia
femminile; ma no: non poteva essere un male dei
nervi o del sangue la causa di tanto dolore! E
nemmeno il pregiudizio religioso che l'incolpasse
dell'aver condotti a peccato mortale quei due vecchi
prossimi a morire. No: doveva esser stato l'orgoglio!
l'orgoglio ferito! Ma quale? Ma perchè?
Ecco. L'orgoglio, era stato, che aveva una radice
profonda nell'indole della donna, nel sesso: l'orgoglio
della verginità che si sentiva contaminata;
l'orgoglio come della sanità che avesse patito il
contatto della brutalità in dissoluzione, della corruzione,
della morte; l'orgoglio di un amore puro,
alto, nobile che era stato macchiato, abbassato,
avvilito da sguardi, pensieri osceni, da schifose voglie;
l'orgoglio di un'anima profanata che si comprendeva
diminuita dinanzi al suo stesso amore.

Più tardi però, agli anni dell'esperienza,
quando ci pare d'avere conosciute bene le donne,
mi chiesi più d'una volta: Adriana avrebbe tanto
sofferto di quella profanazione se invece che vista
[pg!215]
dai due vecchi, di cui l'uno era preso alle spalle
dalla morte e l'altro le andava incontro, fosse stata
vista dai miei occhi innamorati e avidi d'amore sano
e forte?

Ma anche adesso non so che cosa rispondermi.

[pg!217]




BUONA GENTE
===========


I.
--

La fattoria vecchia, grande come un castello,
con davanti l'ampio prato e lo steccato in mezzo
per i puledri, e il muricciuolo di cinta investito
dai capperi (il profumo di questi fiori, così tenui,
al luglio!); la montagnola della conserva
che le acacie difendevano dal caldo; l'orto con
la vasca (belle, ora, anche le salamandre!); eppoi
i campi di grano e di canapa, tra gli olmi,
belli...

La stretta per cui si svegliava con un nodo
alla gola non gli veniva da un'improvvisa imaginazione
brutta o triste nella serenità del sogno;
gli veniva da quel sereno fondo senza fine, da
quel sole abbagliante, fermo. Nel destarsi, se vi
era luce, stentava a riconoscere lo stambugio ove
lo ricoverava la lavandaia; e gli pareva che il
cuore gli si allargasse a vedere il cane dormente
lì a lato della branda.

Non gli restava più che il cane. E il suo
passato era nel sonno e nei sogni. Ma quanto soffriva!

[pg!218]
Invano pregava Dio ogni sera che lo liberasse
da questa pena. Non bastava che espiasse, nella
miseria, e tenesse l'espiazione quasi elemento
della sua ultima vita; no, non bastava: l'afflizione
più grande doveva patirla dormendo. E il contrasto
fra la sua sorte e la sorte di tutti gli altri,
che al soffrire trovavano riposo al dormire, gli
imprimeva in faccia quel triste sorriso mesto, come
d'ironia mitigata da un doloroso pudore.

Ma diventava una contrazione spasmodica,
quel sorriso, se qualche antico conoscente incontrandolo
lo salutava e gli porgeva la mano.

— Stringermi la mano? — egli chiedeva mentre
porgeva timidamente la sua.

E con fatica, quasi gli mancasse il respiro,
rispondeva alle dimande spietate per essere pietose.
Le figliuole? Una era suora, a Lugo; l'altra,
moglie di un avvocato, stava a Firenze.

— Perchè non andate con lei?

Rispondeva:

— Capirete...

Già: capirete che un avvocato che si stima
non può mantenersi tra i piedi il suocero in voce
di aver rubato, e il conte Sesti, da cui era stato
cacciato per ladro, aveva tante conoscenze, in
tutta Italia!

— Non mi avanza che questo — aggiungeva
Procolo Granari accennando al cane.

— Fatevi coraggio, Procolo!

Egli si avviava scuotendo il capo senza dir
[pg!219]
nulla, senza salutare. Avrebbe potuto dire che il
genero guadagnava poco e che la figlia aveva
da mandargli solo un piccolo aiuto di quando in
quando? che l'ignoranza d'ogni cosa all'infuori
della campagna, e gli anni e i malanni, non gli
permettevano di buscar un soldo? che mancando
di protezioni non sperava di essere ammesso nel
Ricovero di Mendicità?

Andava vagabondo e il cane, alla corda, lo
seguiva più mesto di lui perchè pativa più fame.

Ah! quel bracco così alto e macilento!

Faceva sin ridere i monelli; e lo chiamavan
*Tredici*! E se a vederlo solo, Procolo Granari,
curvo nella lunga persona, coi capelli candidi sfuggenti
di sotto il cappellaccio, la barba bianca rada
su le guance smunte e quel suo sorriso, con gli
abiti oramai cenciosi, eppure puliti, e le mani di
un pallore esangue, pulite, avrebbe commosso per
quasi un'apparenza di nobiltà decaduta ma non
perduta, a vederlo con il cane enorme, pelle e
ossa, agli occhi anche non maligni egli assumeva
un aspetto sinistro; il suo sorriso pareva cattivo.

Maltrattare così una povera bestia!


II.
---

Invece di crescere, il soccorso della figlia, da
Firenze, scemò. Essa gli scriveva che il marito
non guadagnava abbastanza da risparmiarle sacrifici,
[pg!220]
e lo scongiurava di rivolgersi a questo o a
quello per entrar nel Ricovero.

Ma Procolo Granari a mendicare raccomandazioni
da questo o da quello preferiva rivolgersi
alla pietà anonima, su la strada.

Ahimè! Al male preferibile non è sempre
agevole adattarsi, e per quanto egli si ripetesse
che era necessario provare il castigo, quando stava
per stender la mano al passante gli mancava l'animo;
non sentiva più la fame.

E il cane sbadigliava.

Fu appunto un lungo e tacito sbadiglio di
quest'altro disgraziato che gli suggerì un giorno
il mezzo a superar la vergogna: mendicare non
per sè, ma per lui, il solo amico che gli rimaneva.

Se lo tirò dietro fin in Piazza San Domenico.
Aspettò davanti alla chiesa.

Quando ne vide uscire una vecchia signora,
mosse verso di lei col cappello in mano.

— Un po' di carità per questa povera bestia.

Aveva parlato così sommessamente che la signora
ne aveva inteso a fatica le parole e, meravigliata
della richiesta, a volgere gli occhi diè
un grido.

— Che orrore, mio Dio!

In fretta traeva due soldi dalla borsetta. Ma
li porse con viso turbato. E disse, tremante di
sdegno:

— Perchè lo tenete se non avete da dargli
da mangiare?

[pg!221]
— Non ho coraggio...

— E avete il coraggio — interruppe andando — di
vederlo morire di stento!

Procolo traversò la piazza; entrò dal fornaio
a comperar due soldi di pane. E sbocconcellandone
la metà, intanto che spezzava e dava al cane
l'altra metà, guardava con occhi pieni di lagrime;
e il rimprovero della signora gli pareva giusto.

L'elemosina per cui rompeva il digiuno l'aveva
avvelenato.

Eppure gli convenne ripetere l'esperienza che
non era riuscita male del tutto. E affrontò un tale
nella cui faccia di ricco borghese credè scorgere
buon cuore e buon umore.

— Mi scusi...

Il signore s'affoscò. Prevenne:

— Non sapete che l'accattonaggio è proibito?

Procolo tentò giustificarsi accennando al cane.

L'altro lo considerò un istante, ne potè trattenersi
dal ridere, dal dire:

— Va a lavorare anche tu!

Lo scherno.

E a testa bassa, senz'ira, anzi con un'amarezza
di coscienza colpevole, il vecchio si incamminò
per una strada appartata, sebbene nel
centro della città.

Ivi ricuperò la speranza.

Una giovane bella, elegante, si fermò ad osservar
non lui ma la carcassa ambulante; e con mirabile
[pg!222]
ingenuità, non sapendo che altro pensare,
dimandò seria:

— È una réclame?

Senza rispondere a parole Procolo scosse il
capo, e chinò gli occhi.

Allora la passeggera comprese; aperse il portamonete.
Ma l'ufficiale, che essa attendeva,
giunse in tempo a fermarle la mano.

— Non capisci? — esclamò. — Fan patir
le bestie per eccitare la pietà pubblica!

E vòlto al colpevole:

— Se ci fosse una guardia — minacciò — vi
farei arrestare!

Rincamminandosi a testa bassa, il vecchio udì
che la bella voce diceva: — Che delitti! Il
cane potrebbe arrabbiare, rompere la museruola...

... Se rincasato Procolo Granari non avesse
ricevuta una cartolina-vaglia della figliuola (venti
lire), non solo avrebbe dimessa l'idea che la
mattina gli era parsa sagace, ma avrebbe accusato
il solo amico che gli restava al mondo di essergli
anche lui causa di soffrire.

E la notte sognò che andava a caccia con
Reno per una prateria fiorita, ed erano felici tutti
e due finchè il sole del sogno lo svegliava angosciato.


III.
----

Accadde che per mutamento della sorte a
suo solo favore Reno fu davvero felice.

[pg!223]
La contessa Torselli nell'uscire un giorno dal
suo palazzo di via Goito — l'automobile l'attendeva — ebbe
impedito il passo da quel cane. Non
esitò a chiamare colui che lo conduceva.

— Ehi! signore!

Procolo si fermò.

— Il suo cane è ammalato. Io appartengo alla
Società protettrice degli animali, e il mio nome
basterà perchè vi sia curato gratuitamente.

Porgeva, molto gentile, il biglietto da visita.

Ma Procolo Granari disse:

— Non è ammalato. Ha fame. — E col
suo mesto sorriso aggiunse, piano: — Come me.

— Fame? — riprese la signora dopo un attimo
di perplessità. — Venga!

Rientrò nell'atrio; premè il bottone del campanello;
ordinò alla portinaia:

— Dite al cuoco che vi mandi giù subito una
scodella di zuppa per questa povera bestia, e dategliela.

Indi a Procolo:

— Ogni giorno all'ora d'oggi ci sarà qui, in
portineria, una scodella di zuppa per il cagnone.
Se ne ricordi!

E senza aspettare ringraziamenti la contessa
Torselli, protettrice degli animali, salì in automobile.

-----

Ogni giorno Procolo restava fuori nell'atrio,
forse per non soffrir anche di invidia, intanto che
[pg!224]
Reno ingoiava la zuppa. Si spicciava con poche
boccate. Pronta, la portinaia alzava la scopa.

— Passa via, brutta bestia!

E il cane, sebbene non sazio, scodinzolava
tornando al padrone.

Ma a poco a poco la portinaia s'intenerì.
Quegli occhi pieni di riconoscenza già prima che
lei aprisse il cancello; quel lieve uggiolare quando
lei tardava, quasi voce di preghiera o timore;
quel tentativo di balzarle amicamente contro — l'avrebbe
baciata a suo modo se essa non si ritraeva
svelta e se a lui più non premeva spingere
con una zampata l'usciolo e correre al noto angolo — le
fecero cambiar apostrofe. La «brutta bestiaccia»
diventò in ischerzo un «brutto matto»;
e poi il nome proprio di Reno fu amicamente
usato nei richiami e nelle carezze.

Ora bisognava alzare la scopa perchè il cagnone
non avrebbe voluto uscire così presto dal
luogo di delizia. Si accucciava ai piedi della
donna, guaiva, parlava. — Tenetemi sempre qui,
con voi.

— Gli manca la favella — la portinaia ripeteva —,
ma si capisce lo stesso. Che giudizio!
Che giudizio può avere una bestia!

Mentre il padrone gli rimetteva la museruola
e la corda al collare, il cane scodinzolava; era
però evidente ne' suoi occhi l'intimo conflitto fra
le due affezioni: la vecchia e la nuova.

E un giorno appena fuori di casa sfuggì, con
[pg!225]
uno strappone, di mano a Procolo; il quale giunse
al palazzo Torselli dubbioso di non trovarvelo. Se
le guardie l'avevano accalappiato, addio!

Invece la portinaia disse:

— È qui. — E lo chiamò più volte:

— Reno! Reno!

Il cane non compariva. Perchè? Dov'era?
Dove si era nascosto?

Finalmente lo scopersero nel bugigattolo del
carbone. Fingeva dormire.

Onde Procolo scosse il capo. Aveva capito.

— Anche questo... — mormorò.

E la portinaia:

— Lasciatelo a noi. Vi risparmierete i quattrini
della tassa.

Sì! La tassa gliela aveva pagata due volte la
lavandaia sua ospite; ma adesso la lavandaia era
stanca di non ricevere più un acconto. Già aveva
pregato «il signor Procolo» di cercarsi altro
alloggio.


IV.
---

Al dormitorio di via delle Mole si pagavano
cinque soldi per notte; spesa non grande chi pensi
che in ogni giaciglio c'eran cuscino e coperta di
lana — sebbene il cuscino, il quale avrebbe dovuto
esser bianco, al lume della lampada a petrolio
apparisse del color della coperta; la quale
avrebbe dovuto essere bigia —, ma spesa non
[pg!226]
piccola, cinque soldi, per i frequentatori non forniti
di paga costante o guadagno sicuro.

E il signor Giulione e la signora Tecla, proprietari
e ministri dell'azienda, non facevan credito
a nessuno.

Così, quando nell'avanzar dell'inverno gli
mancasse o tardasse il soccorso della figlia, il
vecchio Granari poteva trovarsi a questo dilemma:
o morir d'inedia o morir di freddo. Poteva anche,
però, morir d'inedia e di freddo contemporaneamente.

E una mattina, a gennaio, il signor Giulione
e la signora Tecla entrando nella stamberga per
la pulizia — e che pulizia! — ebbero una sorpresa:
s'accorsero di una trasgressione al regolamento
non avvertita la mattina prima d'andar a
riposare. L'ultimo letto di destra era ancor occupato.

Scossero quel corpo inerte nella buca del pagliericcio.

— È morto? — il marito dimandò confuso.

— No — rispose la moglie. — Va a prendere
l'aceto.

Per l'aceto il giacente rinvenne; cercò con lo
sguardo, senza riconoscere dove fosse. Pronunciò
qualche parola.

— Muoio — di — fame.

— Corri! Dammi il latte che m'è rimasto
nella teglia — ordinò, ansiosa adesso, la signora
Tecla.

[pg!227]
Ma il latte, deglutito a pena, non rimase in
quello stomaco, tanto era debole. E allora la signora
Tecla riempì la mente del marito con commissioni
successive, di cui, nella sua intenzione,
una sostituiva l'altra e che il signor Giulione credè
invece fossero da adempier tutte quante.

— Va alla farmacia a prendere un cordiale. — (Il
grosso uomo s'incamminò). — Va a chiamare
il medico all'ambulatorio. — (Due passi). — Va
in Municipio a dir che vengano i pompieri con
la lettiga. — (Due passi). — Va all'Ospedal
Maggiore: caso d'urgenza. Di' così: caso d'urgenza. — (Partì
di trotto).

Poi la signora Tecla, indossata la mantella,
scese per consiglio all'osteria di fronte: un basso
fondo.

L'ostessa esclamò: — Latte freddo gli ha
messo in gola? Brodo caldo vuol essere!

Súbito attinse alla pentola, che borbottava al
fuoco, e con una scodella del liquido fumante
seguì l'amica. Intanto la serva annunciava a chi
passava:

— Sapete? Al dormitorio c'è uno che muore
di fame. Proprio moribondo!

La voce si sparse in un attimo per la contrada.

E la carbonaia — la famosa manutengola
detta la Strazzarola — accorse con una tazza di
caffè; e la fruttivendola guercia recava un ovo fresco.
Anche, dal postribolo, in vestaglia di lana
rossa, uno scialle bianco su le spalle, i capelli
[pg!228]
sciolti e una guancia imbellettata e l'altra no, la
Romana si precipitò gridando:

— Io, la salvo io questa creatura! Assassini!
Vigliacchi!

Chi fossero gli assassini e i vigliacchi sapeva
lei, portando una bottiglia di cognac e un bicchierino.

Alle grida, lo spazzaturaio avvicinò l'asino e
la biroccia a una colonna; salì, armato della lunga
scopa. E salì al dormitorio anche Figuretta. Senza
cappello, in pelliccia, si calzava i guanti. Figuretta
il borsaiuolo, uscito il giorno innanzi di collegio. — In
vacanza — spiegava lui.

— Io! io! — ripetè la Romana facendosi
largo fra le donne, disperate che il vecchio non
ritenesse nè brodo, nè caffè, nè ovo. — Lo
salvo io!

Gli versò, per la fessura della bocca, un bicchierino
pieno di cognac.

E Procolo Granari riaprì gli occhi; ricompose
la faccia. Sorrise.

La prostituta era contenta come d'un miracolo
compiuto da lei.

— Non avete parenti al mondo? — chiese
la carbonaia. E la fruttivendola:

— Non avete nessuno?

Procolo rispose, con abbastanza voce:

— Una figlia — suora — a Lugo.

— Bene! — notò, in disparte, Figuretta.

[pg!229]
— Un'altra — ne ho — a Firenze — moglie d'un
avvocato.

— Meglio! — Figuretta disse più forte.

Pausa. Ora il vecchio, affannato, agitava una
mano; che gli ricadde, di peso.

— Non c'è niente da fare — sentenziò la
fruttivendola. Se ne andava con lo spazzaturaio.

— Un gocciolo solo! — insisteva frattanto la
Romana. — Un gocciolo solo, poveraccio!

— Se l'ubbriachi, San Pietro non gli apre la
porta! — ammonì, di lì dov'era, Figuretta.

Ma Procolo voleva parlare. Gemè:

— Anche Reno — il mio cane — mi ha — abbandonato.

E il borsaiuolo:

— Si sarà messo con una cagna borghese.

— La contessa...

Una risata delle astanti, meno la Romana.

—... la contessa... — di via Goito...

E il borsaiuolo, serio, accostandosi:

— La contessa Torselli? La conosco.
Quando usavano gli abiti «tailleur» col taschino
sotto il petto — una comodità — mi regalò il
suo orologino d'oro.

Nuova risata.

— Il conte... — ripigliava Procolo — il
conte... — (non ricordava neppure questo nome,
il nome del suo padrone!) — Dalla fattoria — vecchia — mi
passò — alla — nuova. — Ero sempre
[pg!230]
stato — un galantuomo. — Le ragazze — le avevo
messe — in educazione...

— Bella educazione! — Figuretta seguitava
a commentare.

— Vennero a casa. — Senza la madre — spendi
e spendi. — Speravo. — Il conte si ammalò...

— Ma non crepò. — Figuretta affrettava
alla conclusione.

Concludeva anche Procolo.

— Quando fummo — ai conti — mi mandò via. — Ladro.

— No! Imbecille! — corresse a bassa voce
il borsaiuolo. — Un fattore che si fa cacciar via
per ladro prima d'essere arricchito, che imbecille!

Entrò un'altra della casa di tolleranza.
Bionda; sentimentale. E Figuretta le diè luogo
con una mossa da gentiluomo. Ma la ragazza
inorridì. Fuggì dicendo:

— Mi par di vedere il mio babbo!

— Tutto lui! Unica differenza, che la figlia
di questo babbo qui fa la suora a Lugo.

Non sorrisero al borsaiuolo che la carbonaia
e l'ostessa, mentre se ne andavano anche loro.
Non c'era, infatti, più speranza di giovar a quel
disgraziato. Moriva.

Quando arrivò, finalmente, il signor Giulione.
Non glien'era riuscita bene una. Per il cordiale
bisognava una bottiglietta o una tazza. Il medico
era impegnato. Aveva detto: — Se ha fame, dategli
da mangiare. — I pompieri non si muovevano
[pg!231]
che per un infortunio. All'Ospedale pretendevano,
com'è giusto, carte in regola.

— Tanto, è inutile — mormorò la Romana,
sempre china su l'agonizzante; alle cui labbra,
di tratto in tratto, appressava il bicchierino.

Ecco: — Il prete — il morente potè dire con
l'ultima voce.

— Non importa. Vi assolvo io — assicurò
Figuretta.

Ma questa volta la Romana gettò all'amico
una truce occhiata.

— Finiscila, per li mortacci tuoi! — E alla
padrona di casa: — Accendete una candela!

-----

... Rimasero soli lor due, la prostituta e Figuretta.

Lei si inginocchiò. Pregava sommessamente.
Lui attese un poco; indi le si accostò, a dirle all'orecchio:

— Romana, prestami dieci lire per andar all'Eden.
Prima di sera te ne porto cinquanta.

Seguitando a pregare, la Romana tolse dalla
tasca della vestaglia la chiave del comò; gliela
diede.

Allora il giovine si chinò su Procolo Granari
e piano, ma spiccando le sillabe come per
farsi udire da un sordo:

— Diteglielo a Dio, se lo vedete, che la
buona gente siamo noi!

[pg!233]




IL TESTAMENTO
=============


I.
--

Instaurato che sia il Comunismo non si udrà
più ripetere quel che nel paese di San Giorgio al
Piano fu ripetuto nei caffè, in ogni bottega, in
ogni casa, in ogni canto alla morte repentina del
sindaco comm. Ceredoli: — Ha fatto testamento? — Non
l'ha fatto? — Eredi i figli e le figlie in
parti uguali? E la vedova? La legittima alla moglie?
l'usufrutto? Di quanto? — Quanto avrà lasciato?
Un milioncino? Meno? Più?

Ah sì! beati i tempi in cui le eredità saranno
di soli affetti! Lásciti di tal sorta non muoveranno
torbide invidie, e s'immagina come ne godranno i
figli amanti del dolce far nulla e le figlie amanti
del dolce far qualche cosa, ma con eleganza, con
lusso, e coi necessari dispendi. In quel paese, però,
prevaleva allora alla curiosità bassa e oziosa un
desiderio discreto: sapere in che modo il commendatore
Ceredoli — sindaco benvoluto da quasi
tutti — si era comportato davanti alla morte: se
aveva pensato al caso di spirare all'improvviso tra
[pg!234]
le braccia di Sant'Andrea d'Avellino. E possibile
non si fosse proposto di serbar defunto la stima che
vivo aveva meritata da quasi tutti: giudizioso, giusto,
onesto, modesto, caritatevole? Non era forse
stato uno di quei borghesi (di una volta) che seguendo
le vecchie tradizioni domestiche civili e
religiose sapevan conciliare la borghesia alla virtù?


II.
---

Solenni i funerali; con lungo séguito, al trasporto,
di gente concorsa anche dalla città e dalle
campagne. C'era una carrozza carica di ghirlande
e sul feretro una di puro lauro e una di fiori candidi:
significato chiaro in questa se non in quella
pur alla scarsa intelligenza del popolo. E i preti
e i frati recitavan le preci con voce così cordiale
che si sarebbero detti del tutto contenti. I discorsi
alla Porta, prima che il carro svoltasse per l'ultimo
tragitto, non finivan più; e i saluti alla salma parevan
auguri d'un viaggio che nessuno degli oratori
credesse dover compiere anche lui, un giorno o
l'altro. Poi, al ritorno, l'assessore anziano interrogò
i colleghi se non trovassero opportuna l'idea di dedicare
all'illustre estinto un busto di marmo, nel
giardino pubblico.

— Purchè non si oppongano le disposizioni
testamentarie — osservò il segretario del Comune.

[pg!235]


III.
----

Sempre allegro, Agosti, il segretario del Comune,
sudava a non ridere nelle gravi circostanze
perchè ne rilevava, a sè stesso e agli altri, i contrasti
comici. Così ammoniva: — Siamo seri — appunto
quando più presentiva il pericolo di scoppiare
in una risata aperta o in singhiozzi di riso
irrefrenabile. — Siamo seri — susurrò all'orecchio
dell'amico assessore dell'Igiene entrando nel salotto
di casa Ceredoli. L'intera Giunta ci era venuta
per la visita di condoglianza alla vedova e
per informarsi intorno al testamento.

Ed ecco aprirsi l'uscio e presentarsi la vedova
accompagnata dalla luce della gran vetrata di contro.
Agosti, che teneva gli occhi bassi (— siamo
seri! —), ebbe da quella luce una rivelazione, uno
spettacolo strano e inatteso. La signora aveva indossato
in fretta la veste nera senza pensare che
la tenuità del tessuto la rendeva trasparente. E
mostrava come velate impudicamente le gambe. E
che gambe! due colonne calzate d'un colore dubbio
e basate su due piedini in scarpine lucide.

Bastò. Sentendo che gli sarebbe vano ogni ritegno
il segretario si volse, e col fazzoletto al viso
andò a scoppiare presso l'altra finestra. I suoi singhiozzi
ruppero il silenzio di quegli istanti, e
l'assessore anziano, mentre egli e i colleghi s'inchinavano,
[pg!236]
ne approfittò a proferir belle parole
d'occasione.

— La commozione così sincera del nostro segretario
le dimostra, signora, quanto il suo signor
marito era amato dai dipendenti e come grande
debba essere il cordoglio dei suoi colleghi del
Consiglio comunale che noi, qui, abbiamo l'onore
di rappresentare.

— Grazie..., s'accomodino... — balbettava
la vedova col fazzoletto in mano.

E tutti sedettero, tranne Agosti che le commoventi
parole dell'assessore anziano indussero a
singhiozzare più forte.

— La Giunta anzi — seguitò il capo della
Giunta — ha in animo di proporre al Consiglio
che le virtù dell'illustre estinto e il compianto della
cittadinanza siano ricordati in un monumento, in
un busto...: se pure le disposizioni testamentarie
di un uomo tanto modesto non vi si oppongano e
non dimostrino preferenza per le opere di pietà.
Nel qual caso...

— Ma il testamento non si è ancora trovato — interruppe
la vedova asciugandosi gli occhi. — Non
sappiamo se l'abbia fatto...

Meraviglia in silenzio. Possibile? E l'uscio
dell'altra camera si riaperse e ad uno ad uno, con
successivi inchini, entrarono il figlio del defunto e
i tre generi. Il segretario che si era quietato, cercò
di far largo scostando sedie e poltrone. E si mordeva
ferocemente la lingua.

[pg!237]
Strette di mano, in silenzio.

— Possibile? — disse l'assessore anziano rivolto
alla vedova.

Essa riferì ai venuti l'argomento del discorso.

— Impossibile che non l'abbia fatto! — rispose
il figlio. — Un uomo come mio padre...

— La previdenza, la prudenza in persona...

— Ma — obiettò il più lungo dei generi — se
avesse avuta l'intenzione di testare il povero
commendatore non ne avrebbe avvertita la sua signora,
per cui non aveva segreti?

— Ah! questo è vero! — la signora disse
asciugandosi gli occhi.

— Ma — obiettò il più piccolo dei generi col
tenue sorriso di chi si lascia scappare una castroneria —:
a far testamento ci si tira, dicono, la
morte addosso.

Oh! Protestarono. — Il povero commendatore
non aveva di questi pregiudizi!

— Ma — obiettò il genero di mezzo per
accomodar la topica dell'altro —: il povero commendatore
forse dubitò di spiacere alla signora. — Già:
come a dire che la superstiziosa era lei! Altre
proteste. Il segretario sgattaiolò a prender aria.

— Mi viene il dubbio — intervenne a questo
punto l'assessore anziano — che se non è presso
il notaio Tibaldi, il testamento sia nel gabinetto
del sindaco.

— Questo sì! — Ipotesi verosimile.

[pg!238]
E subito si deliberò di mandare una commissione
in municipio.

— Segretario! segretario!

Agosti rientrò con faccia dolente. Egli e il
figlio Ceredoli, un genero e due degli assessori se
ne andarono alla ricerca in municipio.

Tra i rimasti c'era l'assessore dell'Igiene, che
sino allora non aveva aperto bocca. Qualche cosa
bisognava pur dire! Disse avanzando una nuova
ipotesi:

— E non hanno interrogato il canonico Bonerba?
Era così amico del povero commendatore!
Forse lui ne conosce le intenzioni.

— Perbacco! — fecero i due generi ch'eran
rimasti lì seduti.

Come mai non ci avevan pensato?

E lor due con quello dell'Igiene se ne andarono
subito subito in cerca del canonico Bonerba,
alla cattedrale.


IV.
---

Dal municipio tornarono con un fascio di carte
inutili: fatica particolare, a portarlo, del segretario
Agosti, il quale si tenne punito così della sua
ilarità intempestiva, e rideva ripensandoci. Ma
dalla cattedrale gli altri messi recarono di meglio.

Quel sant'uomo del canonico Bonerba arrivò
rosso e sbuffante (non è legge che tutti i santi
[pg!239]
debbano avere il ventre smilzo) e chiese di parlare
da solo a sola con la vedova. Allora gli estranei
alla famiglia si mossero a salutare, per assentarsi.

— No no — esclamò il canonico —: la loro
presenza, quali rappresentanti del Comune, è forse
più che conveniente, necessaria tra poco.

E quindi tutti, fuorchè i due — il sacerdote
e la signora — passarono nella camera da desinare.
Ivi erano in perfetto lutto le figlie e la nuora
del defunto.

— Desideravo d'essere chiamato per uscire di
perplessità — continuò il sacerdote. — Non che
io sappia se il mio povero amico abbia o no testato,
ma so quali erano le sue intenzioni testamentarie
e rispetto alla chiesa e rispetto alla beneficenza,
alle opere pie.

— Ah — sospirò la vedova — se l'ha fatto,
il testamento, dove l'avrà dunque depositato?

— Ecco...; appunto... Il mio povero amico
aveva una preoccupazione sola: non turbare l'armonia
della sua famiglia veramente esemplare. Si
sa...; i beni di questo mondo generano dissidi,
alle volte, fin tra le persone più affezionate. E
Ceredoli era così delicato, così sensibile, che aveva
quasi il pudore della sua saggezza, della sua giustizia,
della sua prudenza. Mi spiego?

— Ah! — sospirò la vedova asciugandosi gli
occhi.

— Voglio dire che se fece testamento forse
lo nascose perchè il figlio e le figlie non sapessero
[pg!240]
che l'aveva fatto e non ne pensassero male (pur
troppo la fragilità umana...). E il Signore nel
chiamarlo a sè non gli lasciò tempo di avvisare lei
o me o altri del luogo ove aveva riposto il documento.

«Riposto»? Potere di una parola! La vedova
a udirla ebbe un lampo di chiaroveggenza in un
istantaneo risveglio della memoria. Ricordò la cassapanca
secentesca ai piedi del letto nuziale e la
cassettina che v'era dentro, antica anch'essa, in
forma di bauletto o di cofano.

Balzò in piedi esclamando:

— È nel cofano dentro la cassapanca del
seicento!

Il sacerdote la trattenne con dolcezza nell'atto
e nella voce.

— Aspetti, signora. O il testamento si trova
dove lei dice, o non vi si trova. Se non si trova
neppur lì io mi credo in obbligo di dichiarare oggi
stesso, con le cautele consigliate, anzi imposte dalla
legge, quali erano le intenzioni del mio amico. Per
questo ho pregato i membri della Giunta di rimanere.
E se il testamento si trova, non le par bene
che sia aperto da mano di notaio? Non le par
conveniente mandare prima di tutto per il dottor
Tibaldi?

La signora annuì. Un servo fu mandato per il
dottor Tibaldi. Quindi essa, la vedova, portò nella
camera da desinare e vi depose su la tavola il cofano
avito. Era chiuso. Ne mancava la piccola
chiave.

[pg!241]


V.
--

Il canonico, la vedova, il figlio, le tre figlie,
i tre generi, la nuora, i quattro assessori e il segretario...:
15. In quindici, nella camera da desinare,
aspettavano il notaio.

Che venne, finalmente.

— Siamo seri — mormorò Agosti all'orecchio
dell'assessore d'Igiene; e col coltello in mano si
pose, ritto in piedi, dietro la seggiola in cui, a
capo della tavola, siederebbe l'uomo del Diritto.
Davanti, aspettava il cofano. E gli porse — il
segretario al notaio, appena questo fu al posto — il
suo coltello da caccia, per forzare la debole
serratura. Di qua e di là della tavola, stavano, in
piedi il figlio e i generi; di fronte, le signore e
il canonico, e più indietro, in piedi, i rappresentanti
del Comune.

Momenti di aspettazione ansiosa, dissimulata
da facce serie e sguardi severi.

— Constatato che nel cofano che si presume
contenga il testamento del fu comm. Antonio Cerédoli
manca la chiave idonea ad aprirlo — il notaio
chiese — tutti gli aventi diritto, senza eccezione,
consentono che si sforzi la serratura?

— Sì! sì! — tutti risposero.

E *cric* fece al passar della lama il concavo
coperchio. Aperto subito; senza sforzo. E...

— Eh? cosa? — disse il dottor Tibaldi voltandosi
[pg!242]
indietro quasi il segretario avesse parlato.
Rossi erano; congestionati, sembravano, tutti e due.
Ma Agosti non aveva parlato; aveva veduto quel
che il notaio aveva veduto.

— Eh? cosa? — Scappò via, Agosti, fuori
della stanza, come se ci avesse veduto un leone a
bocca spalancata o una leonessa, dentro il cofano.
Per dir meglio, più semplicemente — con scandalo
dell'assemblea — scappò via come uno che non
può più resistere.

— Cosa? cos'è stato? Cosa c'è? — adesso
significavan nello stupore enorme tutte le facce,
mentre il notaio rialzava appena appena il coperchio
e si accertava che le carte lì dentro erano
tutte della stessa sorte.

Sì, tutte della stessa, sorte! della stessa natura!

Il povero uomo del Diritto cercò il modo e le
parole per trarsi d'imbroglio. Trovò. Parlò con
voce tremula:

— Quanto è contenuto qui dentro non è ostensibile. — Non
è ostensibile — ripetè —; non ammette
alcun atto legale, e solo a un amico intimo
della famiglia spetta consigliar il da farne.

Così dicendo il dottor Tibaldi venne col cofano
dal canonico, lo depose sull'ampio seno di lui; e
susurrate che ebbe due paroline all'orecchio del
sant'uomo, scappò via lui pure quale uno che non
ne può più.

[pg!243]


VI.
---

Che cosa conteneva il cofano?

Conteneva...

(— Dentro la mia casa e dentro la mia coscienza
ci si può guardare come se avessero le pareti
di vetro puro — soleva ripetere il povero
comm. Cerédoli. Questa l'arma che l'aveva difeso
da ogni più feroce attacco partigiano, da ogni più
forte avversione, da ogni più recondita insidia).

Il cofano conteneva...

(— Il bene sociale riposa sul bene della famiglia — spesso
ammoniva il canonico Bonerba —;
e il bene della famiglia riposa su la virtù e sul buon
costume, su la rettitudine e sul buon esempio:
guardate la famiglia del comm. Cerédoli).

Conteneva...

(E il figlio Cerédoli diceva spesso: — In fatto
di moralità con mio padre non si scherza; è fin
eccessivo. — )

Conteneva...

(E la madre Cerédoli raccomandava, di quando
in quando, ai generi: — Specchiatevi nel commendatore,
e renderete felici le mie figliuole. — ).

Conteneva...

(— Ah il babbo! — esclamavan le figliuole
alzando gli occhi al cielo).

Conteneva, insomma, dei ritratti...

[pg!244]
Eh? cosa?

... ritratti di donne...

(— Ah il nostro sindaco! — esclamavano i
cittadini di San Giorgio al Piano, alzando gli
occhi alle finestre di lui —. La sua casa è come
se fosse tutta di vetro puro —).

... ritratti i quali, sebbene non avessero vesti
a determinarne l'epoca, si vedeva che erano modernissimi.

Eh? cosa?

Appunto: nella cassapanca del seicento, ai
piedi del letto nuziale, dentro il cofano che aveva
forse accolti i mistici o verginei segreti di qualche
avola, il povero comm. Cerédoli ci teneva delle
fotografie — concludendo con le due paroline dal
dottore Tibaldi mormorate all'orecchio del santo
uomo —... fotografie oscene.

[pg!245]




CHE COSA E' IL MONDO?
=====================


È enorme il mistero dell'Infinito, ma è enorme
anche il naso del signor Petronio. Dicono che in
origine non era così, che lo trasformò una malattia;
e certo chi lo veda, quel naso, la prima volta, pensa
subito a una di quelle conflagrazioni di sostanze misteriose
e recondite, a una di quelle eruzioni vulcaniche
o a uno di quei terremoti per cui una bella
montagna andò sottosopra e rimase tutt'un disordine
di lavine e rocce, anfratti e magagne, precipizi e
rupi; non senza le tracce che in tali rovesci lascian
gli uragani e vi rinnovan le tempeste. (Fuori di
similitudine, l'uragano o la tempesta potrebbe essere
il vin buono!).

Ma errerebbe chi non avendo mai visto il signor
Petronio lo immaginasse, dalla descrizione del suo
naso, un brutto vecchio. Tutt'altro! è simpatico.
La persona alta e ben proporzionata serba ancora,
oltre ai settant'anni, vigoria e salute; la perfetta
canizie dei capelli, delle ciglia e dei baffi mitiga il
rosso della carnagione e la vastità delle orecchie; e
soprattutto piacciono la pacatezza del suo parlare,
indizio di animo onesto e il sorriso dei suoi piccoli
[pg!246]
occhi, indizio di sicura fede. Qual fede? In sè
stesso: la fede più consolante e più invidiabile.
Mentre sul mercato il signor Petronio passa per sensale
in granaglie, nella vita intima e tra gli amici
discorre da filosofo che sa di non errare, sapiente.
E sì che egli non sa nè leggere nè scrivere!
Pare un miracolo; eppure durante mezzo secolo ha
potuto commerciare in granoturco, riso e fagiuoli,
restando galantuomo, sebbene analfabeta, e avanzandosi
dei soldi. Quanto alla filosofia, il suo difetto
d'istruzione o non è difetto o è lacuna che si
ripara con altro mezzo. Perchè si noti anche questo:
chi legge ubbidisce più o meno a chi ha scritto;
chi va a scuola ubbidisce al professore. E credete
voi che tutti quelli che tengon la penna in mano
abbiano giudizio? Eh!, buon senso ci vuole! Il
buon senso è il rimedio del signor Petronio, è la
forza della filosofia; e se qualche filosofo non lo
crede, poco importa: lo crede lui, e basta; appunto
perchè lui non sa nè leggere nè scrivere e la
pensa a modo suo.

Naturalmente a chi scorge chiara, chiarissima
ogni cosa nel mondo e ogni faccenda dell'universo,
talvolta rincresce gli manchi il più acconcio mezzo
di persuader gli altri, che san leggere: il signor
Petronio ha chi lo ascolta e l'approva ma, purtroppo,
solo al caffè, non in Parlamento, non in
Senato, non al Ministero, non alle corti di Europa,
non agli imperi d'Oriente e alle repubbliche
[pg!247]
d'America, non a casa del diavolo laggiù, al Transvaal
o in China.

E ripete con desolata invidia:

— Che fortuna saper di lettere! — Si consola
però subito. — Io non ne so e ci rimedio: col
buon senso.

Così, quando al caffè ode leggere dagli amici
il giornale e ode i commenti alle notizie politiche
e alle miserie pubbliche, si riconforta, si libera a
giusto interprete di quel foglio stampato con inesplicabili
caratteri, e la sua stessa deficienza gli sembra
una conseguenza logica della sua filosofia e della
legge che la sostiene: egli, cioè, non comprende
un'acca del giornale e comprende tutto l'universo, al
contrario di chi guarda al sole e non vede più nulla.
O come a dire: i giornalisti, i letterati, gli scienziati
scrivono quel che sanno e (salvo il rispetto) non
sanno quel che scrivono; e i governanti pretendono
di condurre per la strada diritta e non s'accorgono
che girano in tondo! In tondo girano; in tondo giriamo:
è la legge!

Infatti: oggi corre innanzi un uomo o un
popolo, e domani un altro; finchè il primo torna a
precedere. Oggi a me, domani a te. — Il figlio
del dottore farà lo spazzacamino, e il figlio dello
spazzacamino sarà dottore. — Sempre non è seren,
sempre non piove. — L'uomo crea e l'uomo distrugge. — Progresso,
eppoi regresso. — Tutto è
equilibrio; tutto è armonia; tutto su e giù. — E
[pg!248]
la conclusione sta nell'unico principio in cui riposa
il sistema del signor Petronio:

— Il mondo è una ruota che prilla! — Ecco
tutto!

Direte che non è una concezione nuova. Grazie
tante!; essa raccoglie le dottrine di Pitagora, quel
delle sfere in musica, e di Galileo, quel del pendolo;
le dottrine di Newton, quello a cui cadde la
mela sul naso, e di Darwin, quello dell'evoluzione e
delle azioni e reazioni per cui da una scimmia balzò
fuori l'umanità. Ma prima di tutto, se non è originale
il sistema, è originale il signor Petronio, che
nessuno potrà mai incolpare d'aver copiati quei gran
filosofi. In secondo luogo, quanti secoli saranno che
morì Pitagora? Mettiamo venti, trenta secoli. Ebbene,
se dopo trenta secoli, al giorno d'oggi, il
signor Petronio la pensa press'a poco come il gran
Pitagora, ecco la più bella prova che il mondo è
proprio una ruota che gira. In terzo luogo, sia di
Tizio, sia di Sempronio o del signor Petronio,
questo sistema è il più semplice, il più intelligibile,
il più spiccio per risolvere tutti i problemi fisici, morali,
economici, sociali, politici. Il cielo è tondo,
il sole è tondo, la luna è tonda; dunque la terra
deve esser tonda. È la legge! Le stagioni da un
pezzo in qua non combinan fra loro? Dunque presto
torneremo a godere della primavera e dell'autunno.
È la legge! Quest'anno son care le patate:
quest'altr'anno saran cari i fagiuoli. È la legge.

Concepito il mondo così, ogni cosa procede liscia.
[pg!249]
Nemmeno il progresso e le scoperte della
scienza turbano la fantasia, e un vecchio settantenne
può sinceramente lodare il presente in confronto del
suo passato. Automobili, tram, biciclette trascorrono
davanti agli occhi del signor Petronio lasciandolo
pago, quasi ci avesse avuto la sua parte a
inventarli. Pacifico, egli ragiona: — si è sempre
detto che in China la macchina a vapore esisteva
mille anni prima che da noi; e chi vi dice che non
ci esistessero anche i tramvai o gli aeroplani? E
viaggeremo tutti per aria e gli aeroplani saran così
fitti che succederanno scontri e disgrazie, e si buscheranno
malattie come a viaggiare in terra, tali e
quali. Ma, pur troppo, torneranno i giorni della barbarie,
e i nipoti dei miei nipoti, poverini, patiranno
come me quand'ero ragazzo, che pigliavo scapaccioni
per paga se aiutavo qualche soldato «dal
becco di legno» a levar la ruggine dal fucile. È
questione di buon senso: è la legge. —

Infine, quando tutti concepissero il mondo così,
ci sarebbero meno birbanti, ricchi e poveri, e meno
scioperi: per l'armonia politica non si avrebbero
tanti senatori o deputati sempre pronti con i loro
tromboni o i loro argomenti e le loro grida a fracassarsi
la testa da cari colleghi; e per l'armonia famigliare
non si contenterebbero tante stonature e tanti
corni e scorni e suicidi in due. Ad esempio, voi,
con una donna quale la moglie del signor Petronio,
vi sareste affogato nel fiume per liberarvene! Tutto
il santo giorno: — Petronio, ho male qui; Petronio
[pg!250]
ho male qua —; quasi un filosofo avesse obbligo di
esser medico e quasi i medici possedessero l'arte di
guarire un male qui e un male qua! Lui invece
esorta la sua signora a rassegnarsi, a gettar nel
pozzo quella morfina maledetta che le fa far tante
smorfie, contorsioni e sussulti, a bere vin buono e
a sorbir aria fresca, insieme con suo marito che
d'inverno spalanca finestra e bocca appena giorno
perchè il freddo gli ammazzi tutti i microbi nella camera,
nello stomaco, e magari sul naso. Ma son
vani consigli; nè giova ripetere, per consolarla:

— È una ruota, Càrola; una ruota che gira.
Una volta tutte le donne avevano il convulso:
adesso han l'isterismo... (La signora Càrola è sui
settanta anche lei)... Una volta non c'era altro
rimedio che l'*Aceto dei sette ladri*; adesso, la
morfina. Ma non dubitate che si tornerà all'aceto
e al convulso: soltanto, ladrerie e donne saran
sempre quelle!

.. class:: center

| \*\*\*

A proposito della signora Càrola la biografia
del signor Petronio contiene un aneddoto che rivela
l'uomo e nell'uomo rivela insieme il buon marito
e il pensatore profondo. Ma bisogna, per questo,
risalire a diciassette o diciott'anni or sono, quando
il mondo pareva aggravato dalla guerra giapponese
cinese. I medici — i quali san leggere ma non
capiscon nulla — consigliavano l'inferma signora
[pg!251]
Càrola a distrarsi; e un giorno che il marito doveva
andare a Bazzano per contrattare, là presso, una
partita di granturco, dàlli dàlli, riuscì a caricare la
moglie in treno e a distrarla dal finestrino con lo
spettacolo della campagna ancora estiva e dei casolari
e dei villaggi pieni di gente allegra. Arrivati
che furono, entrarono in paese. Lei si abbandonò
su di una seggiola del caffè, e fra un sorso e l'altro
di vermouth cominciò a sbigottir la caffettiera con
le smorfie, le scosse e la storia dei suoi malanni.
Egli intanto prese la via del monte; giunse in
mezz'ora alla cascina, e in quattro e quattro otto
s'accordò col venditore. Una bottiglia di lambrusco
aiuta ad appianar gli affari non meno che un
giro di ruota a comprender l'universo.

Di ritorno, il signor Petronio non pensava più
affatto al frumentone; e il suo sguardo navigava inconscio
nella gran luce del pomeriggio, che avvolgeva
la terra e infondeva sin nelle pietre un calore
di vita gioiosa e feconda. Sebbene non ci fosse
ombra di bosco e la strada polverosa, ardente e deserta
difilasse aliena da frescura di fonte o da soavità
di rivo, un poeta avrebbe scorte chi sa quante
amadriadri e ninfe a tentarlo procaci e scappargli
via proterve. Il signor Petronio se ne veniva lemme
lemme, catelon catelone, non badando neppure ai
piccoli ciottoli in mezzo al suo cammino. Sorrideva
a sè medesimo, intanto che a ogni curva o svolta
l'ombrello perdeva la direzione del sole e, inutilmente
[pg!252]
aperto, lasciava riscaldare nel cranio sottoposto
il buon senso della filosofia.

Quand'ecco, alle prime case di Bazzano, sbucare
l'amico Mascarella, sensale anche lui, ma
di bestie bovine.

— Oh! quel Petronio!

— Oh Mascarella!, amato mio bene!

— Venite a Bologna?

— Pronti!

E s'accompagnarono.

— Come van gli affari? — domandò il signor
Petronio, giocondo e rosso più del solito.

— Male! siam giù!

— E la guerra?

— Che guerra?

— Là, in China! Non sapete?

Mascarella, infatti, sapeva leggere.

— A me — rispose — a me la guerra in
quel paese non mi fa nè caldo nè freddo. In America
la vorrei...

— Non vi fa concorrenza, a voialtri, la China?

In quel punto un paesano chiamò, per due parole,
Mascarella. Quando venne, rispose:

— Che concorrenza volete ci facciano i Chinesi?
A quel che si legge, mangiano i cani, e gli
uomini, da loro, servon da tiro. Vi mettereste a sensale,
voi, da cani e da cristiani?

— Maomettani, direte: son d'un'altra fede.

— Sian di Maometto o sian del diavolo, son
[pg!253]
razza di cani. Dunque..., che gusto matto grapparli
per il codino e dondolarli come zucche!

Il signor Petronio disapprovava, evidentemente.
Ma in quel punto l'amico entrò dal tabaccaio e vi
si trattenne un po' a discorrere. Riprendendo il cammino,
riprese il signor Petronio:

— Vorreste ammazzarli tutti quanti?

— Chi?

— I Chinesi.

— Tutti! Far del largo, anche per voi! Se
laggiù non ci nascesse più frumento, riso o fagioli,
voi diventereste milionario!

— E qui, dopo? A mandar la roba là, ci
mancherebbe a noi. Bell'interesse! Non capite che
è una ruota? Abbondanza là, carestia qui: abbondanza
qui, carestia là. Invece di far la guerra,
per questo, sarebbe meglio venir a patti; contrattare. — Quanto
domandate, voi Chinesi, per lasciarci
coltivare il riso anche a noi, Italiani, Inglesi
o Russi? — Tanto! — Vi diam tanto; e parola
da galantuomini. Una stretta di mano, senza protocolli;
e *amen*!

— Ma la guerra non si fa per questo, per guadagnare.

— Perchè allora?

— Per la civiltà.

Il signor Petronio non attendeva altra risposta.
Cominciò tranquillamente l'esposizione del suo
sistema, la spiegazione della legge civile, umana,
mondiale, divina. Ad ascoltarlo, strada facendo, si
[pg!254]
aggiunse un bazzanese, che andava egli pure alla
stazione, per venire a Bologna, e poichè il filosofo
s'arrestava di frequente chiedendo: — È chiaro? — Capite? — La
vedete come me, voi due? —,
fu necessario, a non perdere il treno, prendere una
scorciatoia.

Arrivarono in tempo alla stazione. Ma dove
intendeva giungere il signor Petronio con la sua
ruota che gira? Nient'altro che alla pace universale!
Il sensale Mascarella e il Bazzanese, che sapevan
leggere, interrompevano, però; interloquivano
a lungo, con le loro ragioni e bestialità. Sicchè
dopo un'ora e mezza di viaggio, arrivando a Bologna,
il filosofo non era riuscito a persuaderli di
altro che della pace in China e solo per evitare, nell'avvenire,
un'invasione di Chinesi in Europa, in
Italia, a Bologna, a Bazzano, in mercato, forse,
a rubar bovini maschi e femmine.

Ed ecco che, appena fermo il treno, si ode
gridare da ogni parte:

— La pace! la pace! Ultimi telegrammi! Notizie
della pace! Telegrammi dalla China!

Subito il signor Petronio comperò due o tre
giornali; felice come se avesse imparato a leggere
in quel punto. Poi discese, e disceso che fu, si volse
a guardar nel sedile del vagone e su, alla reticella.
Nonostante il gaudio, gli pareva d'essersi dimenticato
qualche cosa. Ma l'ombrellino l'aveva:
sotto il braccio. E la pace era fatta! Fuori della
[pg!255]
tettoia, Mascarella, che era già convinto nella chiaroveggenza
del filosofo, domandò:

— Venite a desinar con me, Petronio? Leggeremo
i fogli.

Allora il filosofo ebbe una luce attraverso il
cervello.

— E la mia donna? — esclamò.

... Povera Càrola, che l'aspettava ancora nel
caffè a Bazzano, con tutti i mali addosso e senza
morfina in tasca!

.. class:: center

| \*\*\*

Eppure questo buon Petronio, forse per il naso
più che per il resto, dispiacque un giorno a uno
sconosciuto che capitò al caffè e che l'ascoltò
un pezzo in silenzio, eppoi l'investì arrabbiato
come una bestia. Inutile dire che era un altro filosofo.
Disse, gridò:

— Ah lei vede tutto chiaro, tutto semplice, tutto
spiccio? E lei mi risponda, con la sua ruota: perchè
si nasce, perchè si muore? Mistero! Di dove
veniamo, dove andiamo? Mistero! Perchè non c'è
male senza bene e bene senza male? Mistero! Perchè
la coscienza ci dirige e dove ci dirige? Mistero!
Se la morte è un male perchè ci è data e se la vita
è un bene perchè ci è tolta? Mistero! Perchè
l'uomo fu sempre infelice, insaziabile del vero, instancabile
a progredire e a che fine? Mistero!

Il signor Petronio sorrideva zitto e quieto quasi
pensasse: Qual'è il sistema filosofico che non incontra
e trascura le piccole difficoltà?

[pg!256]
Ma l'altro filosofo proseguì sempre più torvo e
più violento:

— Bando alla sua ruota! e risponda! Perchè
tutta la materia è in moto? Mistero! Perchè il
feto sviluppandosi nell'alvo passa per tutti i gradi
e tutte le forme dell'evoluzione animale? Mistero!
Che cosa è l'etere? la luce? Perchè la telepatia?
Quale l'essenza della vita? Che cosa è il sonno?
la morte? l'enorme mister dell'infinito? In una
parola, che cosa è il mondo?

Il signor Petronio aveva ascoltato tutt'orecchi
(che orecchie!) e sorridendo; e alla fine della sparata
non si scompose. Si grattò a pena a pena il
naso, s'alzò pacifico più che mai e con la gran
semplicità del suo buon senso, del suo cuore e della
sua eloquenza, rinunziando una volta tanto alla sua
ruota, rispose:

— Ce la spiego io, in due parole, la questione.
Dalla vita alla morte, e anche dopo la morte, il
mondo è tutto un imbroglio!

[pg!257]




NELL'ANNO XX DELLA RE-SO-EU
===========================


Quando, nel quattordicesimo anno della Re-So-Eu
(Repubblica Sociale Europea; 2010 d. C.)
i radiotelegrammi, gli eliogrammi e ogni sorta di
elettrogrammi annunciarono l'invenzione del dottor
Pantìfilo, la meraviglia non fu quale si crederebbe.
Da un pezzo si conosceva la «emostatina», con cui
quasi istantaneamente si arrestava ogni più violenta
e copiosa emorragia; da forse un decennio era in
uso la «sutura spontanea», per cui in breve si
cicatrizzavano le più profonde ferite, si riconnettevano
i nervi, le vene, le arterie, i tessuti; e fin
dal secolo ventesimo era stata intravveduta l'efficacia
dei raggi «ultra-rossi» a mantenere la vitalità
nervea. E che faceva il dottor Pantìfilo?

Mozzava la testa ai conigli o alle cavie; ne
impediva con l'«emostatina» l'effusione e la dispersione
del sangue; salava di radio, per così
dire, le parti recise; operando sempre alla luce
ultra-rossa riattacava le teste mercè la «sutura
spontanea»; e dopo poche ore le cavie e i conigli
decapitati e rincapitati sgambettavano allegri
[pg!258]
al pari di prima. Il merito della risurrezione era
dunque particolarmente dei sali di radio, e, tutt'al
più, del modo con il quale il dottor Pantìfilo se ne
valeva.

Nè la nuova invenzione poteva ritenersi di qualche
utilità pratica. Dopo le stragi che avevano condotta
l'Europa evoluta alla fratellanza universale,
le ghigliottine «perfezionate e multiple» erano
state rinchiuse nei magazzini della gran Repubblica,
a Lublino. Non poteva più accadere che teste di
innocenti di dentro ai panieri sembrassero accusar
d'ingiustizia il fratello boia; e non c'era da sperare
che in via privata qualche capo di uomo o di
donna fosse tolto dal busto con la precisione netta
e meccanica che si richiedeva alle esperienze del
dottor Pantìfilo.

Ma ecco che nell'anno XX della Re-So-Eu
(Repubblica Sociale Europea) i radiotelegrammi,
gli eliogrammi e ogni sorta di elettrogrammi da
Lublino (nel centro, o quasi dell'Europa) trasmisero
al mondo intero una ben più strepitosa notizia;
annunciarono il fatto orrendo per il quale il dottor
Pantìfilo doveva esser presto consolato oltre le sue
speranze.

Là, a Lublino, capitale della Gran Repubblica,
si era scoperta una cospirazione contro il
Fraternale Governo; il direttorio, cioè che gl'innumerevoli
soviety europei, mediante le dodici confederazioni
elettríci, ogni anno componevano coi
[pg!259]
più insigni rappresentanti del socialismo internazionale.

Sì, da appena vent'anni la Gran Repubblica
era stata costituita su l'eguaglianza economica, che
da secoli si credeva la base più salda alla umana
e civile beatitudine, e già l'ancor recente costituzione
pareva difettosa, vessatoria, tirannica, iniqua.
A quanti? Eh! se molti erano gli uomini malcontenti,
dagli Urali al Tago, dal Capo Nord a Candia,
le donne malcontente erano moltissime. Chi
l'avrebbe mai detto? Ottenuta la parità agli uomini
in ogni esercizio manuale e intellettuale, in
ogni materiale e moral benefizio, le donne per ogni
dove eran state prese dalla smania di superare gli
uomini in tutto; da ogni parte e da un pezzo tendevano
a sovvertire l'ordine della società distendendo
e annodando le fila di una trama manifesta, e adescavano
i maschi in qualunque modo potessero a
renderseli partigiani e seguaci.

Il Fraternale Governo, di sua natura fiducioso,
benigno, quasi ingenuo, aveva lasciato correre — come
al principio del secolo ventesimo, là verso
il 1921, i governi della borghesia lasciavan correre
il femminismo rivoluzionario —. C'era ben altro da
pensare! Ma la trama ebbe termine e potere esecutivo
proprio in Lublino; si scoperse, a Lublino,
ch'era affidata... — incredibile! orribile! — ai
cinque personaggi forse più famosi nella Gran Repubblica:
cinque glorie del pensiero e dell'opera,
emergenti dalla universale società in modo che il
[pg!260]
solo soprannome scientifico bastava a distinguerle e
celebrarle nel mondo intero: Serenidad, Marjana,
Rankness, Uebersinnlich, Prôneur.

Queste e questi erano i congiurati a far saltare
in aria il palazzo del Direttorio e il Direttorio che
v'abitava, come nell'età delle bombe anarchiche:
Serenidad, l'astronoma nata in Ispagna: l'austera,
severa, intemerata donna che quantunque fosse già
vecchia proseguiva i suoi portentosi studi su la geografia
e l'etnografia planetarie; Marjana, la scienziata
fisico-chimica nata in Russia: la forte, giovine
viragine che quantunque fosse di tendenze un
po' mistiche compieva stupefacenti e positive esperienze
su le monadi e gli elettroni; Uebersinnlich,
il filosofo nato in Germania, il quale sebbene fosse
un po' troppo grasso era forse il pensatore che più
aveva avvicinato l'Assoluto; Rankness, lo sportsman
inglese, il restauratore della bellezza corporea
dopo che gli sport pazzeschi dei secoli decimonono
e ventesimo avevano deformato il tipo umano; e
Prôneur, il francese poeta, per il quale tutto era
detto quando si diceva che era Prôneur il poeta.

Ebbene, costoro si eran messo in mente che un
ritorno alla monarchia feliciterebbe l'Europa; una
monarchia, però, di genere femminile e femminista.
E da quei pensatori che erano ragionavano
così:

Diceva Serenidad, l'astronoma: — Le colossali,
singolari, uniche opere che si osservano in
Marte non possono essere effetto che di una volontà,
[pg!261]
di una sovranità individuale, non collettiva. Un governo
di molti non avrebbe avuta la concordia necessaria
a ordinarle e a compierle. Ma se l'individuo
che in Marte comanda a moltitudini di
uomini, fosse un uomo, la civiltà di Marte sarebbe
press'a poco quella di su la terra al tempo dei
Faraoni. Invece la civiltà in Marte, per consenso
di tutti gli astronomi, è più progredita che su la
terra; dunque in Marte domina la donna. Facciamo
su la terra come in Marte!».

Alla conclusione stessa arrivava per la sua via
Marjana, la fisico-chimica, sostenendo che a viver
bene l'uomo deve seguire le predisposizioni della
Natura o, meglio, dell'Ente soprannaturale alla
cui legge la Natura ubbidisce: in natura (è fenomeno
accertato da secoli) le monadi prevalgono
agli elettroni.

Da che non differiva molto il ragionamento
dello sportsman Rankness. Gridava: — L'agilità
delle membra, la robustezza dei muscoli, la consistenza
della fibra hanno il fine di migliorare l'umana
razza; mezzo necessario a tal fine è piacere alle
donne. Ma non si fa piacere o servigio ad alcuno
senza riconoscerne la superiorità.

E Uebersinnlich, il filosofo: «Da secoli è accertato
che la donna nella somma delle energie
psichiche supera l'uomo. Finchè la donna rimase
inferiore all'uomo nelle energie fisiche e intellettuali,
un equilibrio tra i sessi fu possibile; pareggiata
la donna all'uomo nella forza e nella cultura
[pg!262]
della mente, essa è diventata superiore all'uomo
nel resto e, per legge di evoluzione e di perfettibilità,
la donna ha dunque da predominare.

Quanto al poeta Prôneur, egli cantava la perfezione
sociale dell'alveare: una regina; le api
operaie; i fuchi riproduttori. Da milioni d'anni — diceva — i
fuchi son paghi d'esser fuchi. Oh che
virile gioia sarebbe per gli uomini non essere altro
che fuchi! Lode ai fuchi! Gloria alle operaie!
E viva la regina!

Or il Fraternale Governo non si era perduto
a confutar cotesti ragionamenti: ma quando ebbe
in mano il tubetto che una donna operaia deponeva
nella sala del consiglio e che acceso sarebbe bastato
a sconquassar tutta Lublino, quando la donna
interrogata rivelò sorridendo, con incoscienza che
un tempo sarebbe parsa eroismo, chi le aveva dato
il micidiale incarico, esso — il Direttorio — non
indugiò a prendere una severa deliberazione, per
amore, s'intende, della Gran Repubblica.

La proposta di rinchiudere i rei nella casa di
salute psichica, quali delinquenti soliti, non passò;
l'attentato alla salute della Gran Repubblica non
era da compatire o da compiangere come un qualsiasi
assassinio commesso per forza morbosa. Ci
voleva un esempio di castigo spaventevole.

E con undici voti su dodici i congiurati furono
condannati a morte.

A morte?

[pg!263]
Ma la pena di morte non era stata abolita dalla
Costituzione sociale? Maledetta la logica!; non
si poteva violare la Costituzione per punire chi
violava la Costituzione!

Fu allora che uno dei membri governativi pensò
al trovato più paradossale che mai fosse stato fatto:
al trovato del dottor Pantìfilo.

— Bella idea mi viene! — esclamò quel tal
membro. — Condanniamo a morte i rei per convincere
che la Gran Repubblica non scherza, e zitti
e queti facciamoli risorgere per dimostrare, dopo,
che nessun governo sarà mai più generoso della
Re-So-Eu.

E fu così che il dottor Pantìfilo ebbe finalmente
cinque teste umane a sua disposizione. Egli — chiamato
d'urgenza — garantì che l'operazione
riuscirebbe senza fallo purchè la ghigliottina «perfezionata
e multipla» fosse eretta nella piazza della
sua clinica, vicino vicino ai laboratori: quivi si
appronterebbero cinque gabinetti illuminati a luce
ultra-rossa; quivi si trasporterebbero subito subito
i cinque corpi decapitati e rinchiusi al momento
dell'esecuzione in casse radioattive, e le cinque
teste mozzate e rinchiuse al momento dell'esecuzione
in altre cinque casse radioattive: poi, presto,
si procederebbe agli adattamenti capitali e alla
rivivificazione dei corpi.

Benissimo! Tutti frattanto giurarono di mantener
il segreto intorno ai propositi governativi; e
i radiotelegrammi, gli eliogrammi e ogni sorta di
[pg!264]
elettrogrammi annunziarono soltanto che i cinque
rei riconosciuti ordinatori della cospirazione rivoluzionaria
erano da considerarsi come messi fuori
della Costituzione.

.. class:: center

| \*\*\*

Ma la notizia data in tal forma dispiacque,
dagli Urali al Tago, dal Capo Nord a Candia.
Che intendeva significare il Direttorio con la frase
che «i rei eran da considerarsi come messi fuori
della Costituzione»? Fuori a parole o di fatto?
Privati dei diritti civili e repubblicani, soltanto?
O mandati in case di salute? o piuttosto e meglio
in una vecchia carcere, in un antico ergastolo?

Guai ai governi i quali non hanno idee chiare
e edificanti!

Se non che i cittadini di Lublino a vedere il
giorno dopo, nella piazza della Clinica, la ghigliottina
«perfezionata e multipla», compresero
come il Fraternale Governo aveva, al contrario,
idee molto chiare e molto edificanti, e non dubitarono
più per la sorte della Re-So-Eu.

Pochi protestarono che con la pena di morte
si violava la costituzione sociale; pochi mormoravano:
infamia! I più avevan voglia di veder in
azione la ghigliottina «perfezionata e multipla».

E una gran folla si accalcò intorno al patibolo.
Nel cielo, sopra, i velivoli volteggiavano adagio
[pg!265]
adagio per goder con libero respiro lo spettacolo
da troppo tempo non dato.

La funzione, del resto, non durò che pochi
minuti.

Così: i rei, in fila, ascesero il palco infame e
con a lato i cinque incaricati di deporne i corpi tronchi
nelle casse radioattive, si disposero ciascuno alla
sua lunetta: dinanzi a loro, altri cinque assistenti
aspettavano l'attimo per mostrare le teste al popolo,
deporle subito nelle altre singole casse e distribuirle
nei gabinetti del laboratorio.

Al segno del fratello boia i giustiziandi s'inginocchiarono.
Essi gridarono: «Viva la monarchia
fem...!».

E, rotta a mezzo nelle cinque bocche l'ultima
parola, le esecuzioni furono fatte, cinque in una
volta, senza scuotere l'animato, alto silenzio dell'attesa.
Impossibile far meglio e più presto!
Quel che segui, s'immagina, poichè tutto procedette
secondo le prescrizioni del dottor Pantìfilo.

Tutto?

Quasi tutto.

I rei erano stati disposti sul palco in questo
ordine, e in questo ordine prendendoli — da sinistra
a destra — i loro corpi tronchi furono distribuiti
nei gabinetti della Clinica: l'astronoma, lo
sportsman, il poeta, il filosofo, la fisico-chimica.

Invece, per una lieve svista, le teste furono
portate ai gabinetti nello stesso identico ordine, ma
[pg!266]
prendendole da destra a sinistra: la fisico-chimica;
il filosofo; il poeta; lo sportsman; l'astronoma.

Che accadde? Pur questo è facile immaginare.
E per l'ansietà della faccenda e per la densità
della luce rossa, la quale confondeva aspetti e fisionomie,
gli assistenti del dottor Pantìfilo s'accorsero
dell'equivoco solo quando spensero la luce
rossa e accesero le lampade azzurre per immergere
gli operati in un sonnellino ristoratore. Spaventati,
allora corsero dal maestro, con le mani nei capelli,
esclamando:

— Abbiamo scambiate le teste!

Il maestro palpitò, tremò, guardò il corpo che
aveva reintegrato lui stesso e sorrise. Si era riserbata
per sè la testa più difficile da mettere a posto:
quella del poeta, e vide che errore non c'era. Lì
per lì non ebbe agio a riflettere che nell'ordine dell'esecuzione
il poeta, sia contando da destra sia
contando da sinistra, aveva occupato sempre il terzo
luogo; per il poeta pareva non essere avvenuto
scambio.

Ma il dottor Pantìfilo non sorrise dopo, nello
scorgere che davvero al vecchio corpo dell'astronoma
Serenidad era toccato la bella testa di Marjana,
la fisico-chimica, e che il giovane corpo
di Marjana ora aveva in cima la vecchia testa di
Serenidad; si mise anche lui le mani nei capelli a
riscontrar nella persona dello sportsman Rankness,
l'inglese, la testa del tedesco filosofo Uebersinnlich,
e viceversa.

[pg!267]

.. class:: center

| \*\*\*

Eppure i cinque corpi reintegrati in tal modo
riposavano così dolcemente! Forse sognavano d'essere
a riposar in paradiso, premiati per il loro ideale
di monarchia femminile e femminista.

Possibile che la meravigliosa scoperta del dottor
Pantìfilo, in conseguenza di una semplice svista
degli assistenti, dovesse finire in tal modo, suscitando
uno scandalo enorme dagli Urali al Tago,
dal Capo Nord a Candia, disonorando l'Europa
in America, in Africa, etc.?

No! Bisognava riparare!

E il dottor Pantìfilo (che ingegno!) si mise a
sedere, riflettè, si alzò; poi sorrise e disse ai suoi
assistenti:

— Io dimostrerò che costoro d'ora innanzi vivranno
più contenti di prima!

Infatti egli si era già persuaso che con l'aiuto
del caso aveva fatta un'altra, maggiore scoperta;
e deliberò di escludere il merito del caso.

Come il Fraternale Governo lo chiamò a render
conto dell'errore commesso, egli parlò francamente:

— Fratelli! Ho trovato il mezzo di render
davvero felice l'umanità. Avanti la grande rivoluzione,
che diede alla società europea l'assetto
di cui tutti dovremmo esser lieti, gli uomini parevano
soffrire per cause meramente esteriori; stato
[pg!268]
economico, differenze di classi, ambiente sociale.
Tutto ciò fu mutato. Ebbene, voi avete visto, di
questi giorni, se la generosa magnanima Re-So-Eu
bastò a render pago il genere umano! No. E perchè
no? Perchè gli uomini hanno il male, il nemico,
non fuori di sè ma in sè stessi. Le espressioni che
corrono su la bocca di tutti: «bisognerebbe mutar
la testa alla gente», «colui, colei non ha la
testa a posto», non dimostran forse l'intuizione
volgare e secolare di fenomeni morbosi dei quali
sino ad ora la psicologia e la patologia non han
conosciute le cause?: non accertano che spesso nel
corpo umano c'è un disquilibrio organico, una discordia
funzionale tra le membra o le viscere e il
cervello; un contrasto fra le attività pazienti e riflesse
e la facoltà acuente e promovente, che è anche
l'attività pensante? Sì, fratelli miei! Per ridar il
benessere fisico e psichico a chi l'ha perduto, e
quindi per ridar la quiete alla società, è proprio
necessario sostituir le teste a corpi cui meglio convengano;
mettere, cioè, davvero le teste a posto!

L'assemblea governativa approvava. Ciascuno
del Direttorio pensava non ai mali della società
fraterna ma ai malanni del suo proprio corpo e alla
possibilità di rimediarvi così radicalmente.

— Con fortunato tentativo — seguitò il dottore — e
con coscienza tranquilla ho colto l'occasione
per un nuovo esperimento. L'operazione è
riuscita a meraviglia. E considerate che io avevo
[pg!269]
solo quattro persone da avvicendare! Il poeta ho
dovuto lasciarlo tal quale, perchè le storie letterarie
attestano che quando la critica vuol correggere i
poeti, i poeti fan peggio di prima. Ma io ho resa
felice Serenidad, l'astronoma. L'illustre donna, carica
di gloria per le sue scoperte, già risentiva i malanni
dell'età e perciò, senza aver coscienza di ciò,
cospirava. Ora, nel corpo di Marjana, essa raccoglie
l'umana perfezione: il senno dell'età matura e
l'energia della giovinezza.

E Marjana è pur essa felice. Quante volte i
giovanili femminili disturbi la distrassero da' suoi
studi profondi e dalle scoperte intravvedute! Quante
volte ella maledisse le basse tentazioni che le scemavano
la gloria! Ora non più: ora essa, in una
gioia di liberazione, affretterà le prove del suo
sublime ingegno, contenta di compensare con la
fama immortale gli anni di meno che nel corpo
senile dell'amica avrà da vivere.

Anche Marjana non cospirerà mai più!: statene
certi!

E a Rankness, lo sportsman irrequieto, esuberante
di forze, malcontento perchè gli pareva di
non trovar idoneo sfogo alle energie nervose e
muscolari, ho dato la moderazione d'un corpo ligio
a una mente ordinata, pacata e lucida; ho data la
quiete individuale, famigliare e sociale nella persona
del filosofo.

E Uebersinnlich, il filosofo? Oh dite dite!:
chi meglio di lui, irrobustito nelle membra dello
[pg!270]
sportsman, potrà vantare le delizie della *mens sana
in corpore sano*?

A questo punto l'assemblea del Fraternale Governo
scattò: applausi, abbracci, baci. Il dottor
Pantìfilo fu proclamato lo scienziato più grande
della Re-So-Eu.

.. class:: center

| \*\*\*

Ah povero dottor Pantìfilo! Che errore! che
disastro!

Appena usciti, perfettamente in gambe, dalla
clinica, coloro che avrebbero dovuto ringraziarlo
tanto, imprecarono contro di lui.

Primo e più forte protestava il poeta Prôneur.
Il quale diceva che s'era visto aprir dinanzi agli
occhi le porte del Paradiso ma che gliele avevano
subito rinchiuse in faccia. «Appena vidi il sol che
ne fui privo!». Diceva che la gioia di sentirsi
dividere con un colpo netto — tàffete! — e con
un fulgore di luce divina la sede della poesia dal
corpo bruto e vile è tal gioia che nessuna altra
morte può darla uguale, e andava attorno agitando
una scure e pregando gli amici di rinnovargli quel
servizio. Fu necessario rinchiuderlo in una «casa
di malati psichici», cioè in un manicomio. Ma trattandosi
d'un poeta geniale, non c'era da farsene
caso. Il guaio fu che lo sportsman, l'inglese, con
folli tentativi di suicidio revolverava i passanti perchè
[pg!271]
il braccio armato sbagliava il bersaglio. Il disgraziato,
capeggiando le membra del filosofo, a
ogni momento stupiva d'essere così pigro e lasso. — What
is that?, «Che cosa è questa?» —,
gridava fuori di sè. Sopratutto l'eccitava la idrofobia
delle membra disubbidienti ogni volta che
gli veniva il pensiero di far un bagno. E peggio,
se possibile, si sentiva il filosofo tedesco. Egli — e
a lui pareva cosa nuova in lui — asseriva che
adesso ragionava coi piedi, con le gambe, con le
braccia, con tutto, fuor che con la testa, e correva
e saltava di qua e di là senza riposo. — Was ist
das? — Sfido! Aveva le gambe, le braccia e il
resto del più famoso sportsman della Re-So-Eu!
Bisognò mandarli tutti e due a tener compagnia al
poeta.

Quanto alle due donne, oh che miseria! oh che
umiliazione, che abiezione del femminismo!

A considerarsi sotto al capo, così diverse da
quel che erano una volta, le infelici s'abbandonarono,
loro così celebri pensatrici, all'atavica vanità
del sesso, della fragilità di Eva.

Imbellettata e ritinta l'astronoma Serenidad
andava in giro invocando: — Amore! amore! volontad! —,
e chiamava i passanti susurrando: — Vedeste
come sono bella! e piangeva disperata
perchè a guardarla in faccia le rispondevano: — Va
via, brutta vecchia!

E tutta infronzolita e in guardinfante, per nascondere
[pg!272]
le deformità del corpo, Marjana ora malediceva
le monadi; urlava: — Abbasso gli elettroni! —;
e ammoniva alla voluttà ideale, senza
combinazioni chimiche. Ma in segreto piangeva,
minacciava d'impiccarsi. Si sentiva così vecchia;
vecchia così presto! Povera donna!

Povere donne! le mandarono in manicomio
anche loro.

E là imprecarono più dei maschi colleghi a
quella che era stata la generosità o la vendetta della
Re-So-Eu (Repubblica Sociale Europea).

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[pg!274]

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.. class:: center large

| DELLO STESSO AUTORE

    ROMANZI:

    *L'Ave* (Zanichelli); *Ora e sempre — In faccia al
    destino* (Treves).

    NOVELLE:

    *Vecchie storie d'amore — Amore e amore* (Zanichelli);
    *Novelle umoristiche — Il zucchetto rosso
    e storie d'altri colori — Il diavolo nell'ampolla — Faccie
    allegre* (Treves); *A stare al mondo...*
    (Vitagliano); *Sotto il sole* (Urbis).

    PER RAGAZZI:

    *Asini e compagnia* (Bemporad); *Cammina, cammina,
    cammina...* (Treves).

.. clearpage::

.. topic:: Nota del Trascrittore

   Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come
   le grafie alternative (sodisfatto/soddisfatto, Ceredoli/Cerédoli,
   die'/diè e simili), correggendo senza annotazione minimi errori
   tipografici. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi
   il testo originale):

      | 85 — e saran sempre buoni `amici`_ [animici]
      | 89 — Monterúmici, piaceva ed `esilarava`_ [esilerava]
      | 110 — s'era sbagliato ad `affezionarglisi`_ [effezionarglisi]
      | 136 — `Tutti`_ [Tutte] e due, no!
      | 178 — pochi giorni dopo che `Grappanera`_ [Grappaneva]
      | 202 — Mi era ben `manifesto`_ [menifesto] ora

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A Word from Project Gutenberg
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The Full Project Gutenberg License
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Section 1. General Terms of Use & Redistributing Project Gutenberg™ electronic works
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the Foundation as set forth in Section 3. below.

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the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
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limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
remaining provisions.

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the trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
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production, promotion and distribution of Project Gutenberg™
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including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
or any Project Gutenberg™ work, (b) alteration, modification, or
additions or deletions to any Project Gutenberg™ work, and (c) any
Defect you cause.


Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg™
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Project Gutenberg™ is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of
computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
from people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg™'s
goals and ensuring that the Project Gutenberg™ collection will remain
freely available for generations to come. In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg™ and future generations. To
learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the
Foundation web page at http://www.pglaf.org .


Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
``````````````````````````````````````````````````````````````````````````````

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
http://www.gutenberg.org/fundraising/pglaf . Contributions to the
Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to
the full extent permitted by U.S.  federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr.
S. Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are
scattered throughout numerous locations. Its business office is
located at 809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801)
596-1887, email business@pglaf.org. Email contact links and up to date
contact information can be found at the Foundation's web site and
official page at http://www.pglaf.org

For additional contact information:

 | Dr. Gregory B. Newby
 | Chief Executive and Director
 | gbnewby@pglaf.org


Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
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Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without wide spread
public support and donations to carry out its mission of increasing
the number of public domain and licensed works that can be freely
distributed in machine readable form accessible by the widest array of
equipment including outdated equipment. Many small donations ($1 to
$5,000) are particularly important to maintaining tax exempt status
with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements. We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
state visit http://www.gutenberg.org/fundraising/donate

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations. To
donate, please visit: http://www.gutenberg.org/fundraising/donate


Section 5. General Information About Project Gutenberg™ electronic works.
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Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg™
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg™ eBooks with only a loose network of volunteer support.

Project Gutenberg™ eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the
U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
edition.

Each eBook is in a subdirectory of the same number as the eBook's
eBook number, often in several formats including plain vanilla ASCII,
compressed (zipped), HTML and others.

Corrected *editions* of our eBooks replace the old file and take over
the old filename and etext number. The replaced older file is
renamed. *Versions* based on separate sources are treated as new
eBooks receiving new filenames and etext numbers.

Most people start at our Web site which has the main PG search
facility:

  http://www.gutenberg.org
            
This Web site includes information about Project Gutenberg™, including
how to make donations to the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to subscribe
to our email newsletter to hear about new eBooks.

