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   :PG.Id: 35321
   :PG.Title: Selvaggia de' Vergiolesi
   :PG.Released: 2011-02-18
   :PG.Rights: Public Domain
   :PG.Producer: Carlo Traverso
   :PG.Producer: Claudio Paganelli
   :PG.Producer: Barbara Magni
   :PG.Producer: the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
   :PG.Credits: This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.
   :DC.Creator: Giuseppe Tigri
   :DC.Title: Selvaggia de' Vergiolesi
   :DC.Language: it
   :DC.Created: 1876

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                    SELVAGGIA DE' VERGIOLESI
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   This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
   almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
   re-use it under the terms of the `Project Gutenberg License`_
   included with this eBook or online at
   http://www.gutenberg.org/license.

   

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      Title: Selvaggia de' Vergiolesi
      
      Author: Giuseppe Tigri
      
      Release Date: February 18, 2011 [EBook #35321]
      
      Language: Italian
      
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      \*\*\* START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK SELVAGGIA DE' VERGIOLESI \*\*\*

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      Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.

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      This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.


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   | SELVAGGIA
   | DE' VERGIOLESI.
   
   |
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   | RACCONTO STORICO
   | DI
   | GIUSEPPE TIGRI.
   
   |
   |
   
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   EDIZIONE RIVEDUTA E CONSENTITA DALL'AUTORE.
   
   |
   |
   
   .. class:: center
   
   | LEIPZIG:
   | F. A. BROCKHAUS.
   | 1876.

|
|
|

.. clearpage::

[pg!iv] 

.. epigraph::

   | «Così or quinci or quindi rimirando,
   |  Vidi in una fiorita e verde piaggia
   |  Gente che d'amor givan ragionando.
   |  Ecco Dante e Beatrice, ecco Selvaggia;
   |  Ecco Cin da Pistoia; . . . . . . . . . . .»
  
   — :small-caps:`Petrarca` *nel Trionfo d'Amore*.

|

.. class:: center

*Proprietà letteraria*

|
|
|

[pg!v]

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   :class: dedication

   .. class:: center 

   AL COMMENDATORE

   .. class:: center larger

   UBALDINO PERUZZI

   .. class:: center

   | CHE
   | NEL REGGIMENTO MUNICIPALE DELLA SUA FIRENZE
   | COME NE' CONSIGLI DELLA CORONA
   | DEGNISSIMO APPARVE DEL NOME AVITO
   | E DEGLI STUPENDI EVENTI D'ITALIA
   | REDENTA DA SECOLARE SERVAGGIO
   | QUESTO RACCONTO DELLE PATRIE ISTORIE
   | GIUSEPPE TIGRI
   | CON ANIMO FIDUCIOSO INTITOLA.

|
|
|

[pg!vii] 

.. toc-entry:: Proemio

PROEMIO.
========

Nella sua raccolta di romanzi contemporanei italiani,
l'editore Brockhaus accoglie, per la seconda volta, l'opera
d'un pistoiese. La scelta non è fatta a caso. Come la
Montagna Pistoiese è forse, con la Montagna sanese, il
luogo d'Italia ove si parla più schietta, più viva, più
poetica la nostra favella, così è lecito supporre che i
più efficaci scrittori di questa favella abbiano a ritrovarsi
fra pistoiesi e sanesi. Giuseppe Tigri è nato in Pistoia
nel 1806; nè solo nacque in Pistoia, ma vi si educò
giovinetto, v'insegnò lettere, finch'ei venne dal governo
italiano nominato ispettore delle scuole elementari per
la sua provincia nativa. E alla sua città e provincia
egli dedicò pure le migliori opere del proprio ingegno
gentile, quali sono le *Selve*, elegante poemetto didascalico
fornito di molte note, per le quali conseguiva lode di
molta diligenza presso i due immortali fratelli Jacob e
Wilhelm Grimm, quand'essi, venuti insieme a visitar la
Toscana, ricercarono a Pistoia del Tigri; la pregevole
e ricca raccolta dei *Canti popolari toscani*, della quale
l'editore G. Barbera in Firenze intraprese già tre fortunate
edizioni; una erudita Memoria storica [pg!viii] *Intorno al 
palazzo pretorio o del potestà di Pistoia* (Pistoia 1848);
un buon libro su *Pistoia e il suo Territorio* (Pistoia
1854); una piccola ed eccellente *Guida della Montagna
Pistoiese*, che fu ristampata in quest'anno, con una carta,
sotto gli auspicii del Club Alpino italiano; e, infine, questo
medesimo romanzo, ove si intrecciano ingegnosamente gli
amori del celebre poeta Cino da Pistoia, amico di Dante,
con la Selvaggia, col racconto dell'Assedio che i fiorentini
ed i lucchesi posero alla città di Pistoia sul principio
del secolo decimoquarto.

E non è a credere che, per aver dimostrato tanta
costanza e vivezza d'affetti alla sua terra natale, Giuseppe
Tigri siasi poi raccolto in queste sole tenerezze cittadine.
Nessun pistoiese ha, senza dubbio, reso con le lettere
omaggio più continuo alla propria città; nessun pistoiese
si mostrò guida più dotta e cortese del Tigri al forestiero
che visitava la sua terra così piena di memorie; ma il
Tigri, in tempi ne' quali pareva delitto anche il solo voto
per la liberazione della gran patria italiana, esprimeva
nelle sue scritture nobili sensi patriottici; e, quantunque
ascritto agli ordini ecclesiastici, imparava per tempo a
distinguere il rispetto che si deve alla religione da quello
che non sempre si sono meritati i papi; e con Dante
e con Cino da Pistoia si augurava egli pure che la
potestà imperiale regia fosse bene distinta dalla potestà
pontificia. Di questi sentimenti del Tigri parecchi indizii
troverà in questo stesso romanzo il lettore tedesco, onde
potrà argomentare quali pensieri si volgano nella mente
di una parte eletta del clero liberale italiano.

Quanto al valore intrinseco della *Selvaggia*, come opera
[pg!ix] 
d'arte, io non ho diritto di formare alcun giudizio. Ogni
lettore che abbia senso di gentilezza, pregierà da sè stesso
i sentimenti delicati che vi si muovono; e, sebbene vi si
scorga più tosto una lingua letteraria che quella viva
del popolo, molte grazie naturali la fanno ancora seducente;
alcune delle descrizioni sono vivaci e pittoresche: la poesia
della vita italiana fra le lotte del secolo decimoquarto,
in parecchie pagine, lampeggia. Io credo passato il tempo
de' romanzi storici, anzi, per dire il vero, credo che essi
siano sempre stati un genere assai falso di letteratura.
Vi è più vera poesia nella storia semplice che non vi
possa essere in un ricamo romantico sopra la storia. I
*Promessi Sposi* rimangono ancora opera unica nella nostra
letteratura; è stolida ogni presunzione d'emularla e di
superarla; e chi volesse fare un cattivo complimento al
Tigri dovrebbe canzonarlo così: «sapete quel ch'io penso
del libro vostro? esso lascia dietro di sè i *Promessi Sposi*».
Fra i duecento romanzi storici che conta la nostra letteratura,
la *Selvaggia* merita, senza dubbio, un posto
d'onore; ma non dopo i *Promessi Sposi*, sì bene dopo
i romanzi storici dell'Azeglio e del Grossi, che sono già
essi stessi a una distanza notevole dal capolavoro manzoniano:
il *Cecco d'Ascoli* del Fanfani, la *Selvaggia* del
Tigri, i romanzi storici di Luigi Capranica e di Carlo
Belgioioso sono, fra le opere de' romanzieri italiani viventi,
degni di ricordo, a condizione, tuttavia, che non ne venga
esagerata la importanza. La *Selvaggia* del Tigri, oltre
il vantaggio d'essere scritta in buona lingua, offre poi
ancora quello d'educare nell'animo del lettore sentimenti
di squisita gentilezza. Non è questo lo scopo suo preciso,
[pg!x] 
ma poichè lo scrittore ha l'animo ornato di ogni cortesia,
egli doveva pure necessariamente improntarne l'opera
del suo ingegno eletto.

Io sono pertanto lietissimo di vedere accolta nella
Biblioteca italiana del tanto benemerito signor Brockhaus
questo leggiadro ed onesto racconto di uno de' nostri più
gentili scrittori viventi; e, per rallegrarmene, fui contento
di potergli mandare innanzi queste mie poche e disadorne,
ma, spero, veridiche parole.

   | :small-caps:`Firenze`, 31 Marzo 1876.

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ANGELO DE GUBERNATIS.

|
|

[pg!xi] 

.. contents:: INDICE
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   :depth: 1

[pg!1] 

.. toc-entry:: I - Il castel di Vergiole

CAPITOLO I.
===========

IL CASTEL DI VERGIOLE.
----------------------

.. epigraph::

   | «E rimembrando delle nuove talle
   |  Ch'ivi son delle piante di Vergiole,
   |  Più meco l'alma dimorar non vuole,
   |  Se la speranza del tornar gli falle.»

   — Messer :small-caps:`Cino da Pistoia`, *Sonetto*.

Erano gli anni 1305 allorchè un cavaliere cinto di tutt'arme,
e portante sull'elmo un bruno pennoncello, al cadere
dell'ultimo giorno d'aprile uscivasi di Pistoia per la porta
di Ripalta, volgendo a maestro il suo focoso destriero. Le
messi verdeggianti per ogn'intorno, l'aere tepido anche oltre
l'usato, e una pienezza di vita che alla nuova stagione par
che in ogni essere si trasfonda, sembrava rallegrassero il
cavallo e il cavaliere. Non appena ebbe corso un breve tratto
di strada, ch'egli accennando ad un paesetto sul primo colle
a maestro, e dimandato a certuni che tenevano la stessa via,
se fosse quello Vergiole;

—Messer sì—rispondevagli un montanaro—lassù entro
alla valle è il castello del capitano.

E il cavaliere inchinata la testa verso di lui come a modo
di gratitudine, pago di non essersi ingannato, si rimetteva a
galoppo sul suo cammino. Finchè sopra un ponte assai stretto
varcato l'Ombrone, cresciuto allora per lo sciogliersi delle
nevi appennine, e che, senza sponde, per largo tratto si dilagava;
poco stante si faceva a salire più lentamente per un
viottolo tortuoso e assiepato tanto di stipe del vicin bosco, e
[pg!2] 
d'altri arbusti, che ad ogni svolta gli paresse impedito il
sentiero. Però quelle stipe rosso e bianco fiorite, miste ai
bianchi-spini stellati, e agli abbraccia-bosco a fior giallo
mandavano già intorno un grato odore aromatico; e stavano
a compensare dell'orrido delle piante più alte, come di querci
e castagni, che bruche bruche vi sorgevan per mezzo, non
avendo che allora incominciato a spuntare le prime foglie.
Se non che a misura ch'ei s'elevava, spingendo la vista più
sopra fra i novelli divelti, e certe regolari piaggette, scorgeva
agevolmente la via che restavagli a fare, divisa dai campicelli,
per basse siepi di pruneti e virgulti: mentre là per quei campi
si vedea qualche vigna; qualche frutto primaticcio già in
fiore, come il mandorlo, il pesco e il susino; e frammisti a
filari i pallidi olivi: che agitati in quell'ora da un venticello
più mosso, con quelle piccole e spesse foglie bianche e verdastre,
ne mostravano l'ampia chioma vagamente variabile
di colore.

Quivi sorpreso al grandioso spettacolo del sole al tramonto,
arrestava per poco il cavallo: e rivoltosi indietro, rimirava
nel piano la città di Pistoia allor piccoletta, ma ben murata
e turrita, cui le fertili e pittoriche valli dell'Ombrone e di
Brana fanno magnifico anfiteatro. Poi si faceva a percorrere
ansiosamente col guardo le sue pomifere coste allora fiorenti,
e le vaghe circostanti colline, che, a colui che si avanzi per
le nordiche terre appaiono presso che dell'ultime a offrire
il prodotto delle vigne e degli oliveti: e dove nondimeno lussureggiano
di tal guisa, che sembra faccian qui ogni sfoggio
di lor piena vegetazione. Ammirava infine con compiacenza
quell'orizzonte sì lucido, che le segna d'intorno la bella
cinta de' monti a settentrione, tutti coperti di castagneti e
di querci, e nell'alture appennine, di faggi e d'abeti. I
quali monti da un lato, movendo dal Sasso di Cireglio, si
distendono in ampia cerchia a declive verso ponente sino al
Castello di Serravalle: da dove poi prolungandosi a mezzodì
da Montalbano a Pietramarina, lasciano però tanto spazio da
far sì che si scorga in fondo in fondo come in panorama, e
spesso quasi in un gran velo diafano tutt'avvolta Firenze.
Sul lato opposto dal punto più culminante dei monti del Teso,
[pg!3] 
altri monti, altri poggi che volgono in semicerchio. E dove
gli altri, intorno al bacino che la pianura pistoiese racchiude,
nelle medie stagioni, investiti dai raggi del sole al tramonto,
si colorano in cupo azzurro; quelli invece a greco-levante
prendono una tinta sì vivace e rossastra, che quasi li diresti
di granito orientale. Tutti poi per altri gioghi ricongiuntisi
ai colli di Fiesole e fino a quelli dell'Apparita, stanno ora
come fiorente e trionfale corona di tre città.

E un altro vago fenomeno, rimirando giù in basso, l'aveva
sorpreso. In ogni pianura che la ricingano i monti, il cadere
del sole offre sempre un aspetto di meraviglia: ma qui e in
questa stagione, direi soprammodo incantevole per certa speciale
configurazione dei luoghi. Infatti la catena dei poggi
che si dilunga da settentrione a mezzodì, divide a ponente
questa valle d'Ombrone da quella di Nievole: ed il sole col
calarvisi dietro, manda refratti i suoi raggi quasi che paralleli
attraverso alle depressioni della giogaia, e all'alte torri
del castello di Serravalle; e stampa per cotal guisa sulla
verde pianura, in direzione di levante, brillantissime strisce
dorate, che tratto tratto mutando di luogo, producono effetti
sempre nuovi e bellissimi. Per lo che ei vedeva per esse
Pistoia investita come da un torrente di luce, e tinte in bel
porporino le sue mura e le torri; mentre, altri lucidi solchi
si distendevano su i circostanti terreni, in quel tempo la più
parte palustri: e tanto splendore seguitando con l'occhio,
quelle vivide strisce le scorgea prolungate sino a Firenze. E
se elevandosi un poco per le dette colline, cotal fenomeno
era bello in quel tempo, non è a dire quanto apparisca più
incantevole adesso; potendovisi scorgere a occhio nudo, quando
l'aria sia pura, irragiata la gran torre del palazzo della Signoria,
e la cupola di S. Maria del Fiore: monumenti secolari
i più maestosi e per arte stupendi. S'aggiungano a
questi cento e cento altri de' più moderni che stan cogli antichi
in così vaga armonia; e Firenze dovremo pur convenire
che l'è unica forse delle città italiane che, senza tener
conto dei pregi più eletti di civiltà, anche dal lato solo
materiale ed artistico alletti cotanto per essere degnamente
ammirata.

[pg!4] 
A tal vista non è a dire qual commozione si suscitasse
nell'animo del cavaliere! Quando omai vedutasi venir meno
la luce diurna, immerso in quella mestizia che anco al cuor
d'un guerriero suole infonder quell'ora, non pensò più che
a riprender via per quella piaggia, e arrivare alla meta
proposta.

Sovr'un poggio dirupato e per la più parte di macigno,
che oggi a grandi filoni vedresti coperto di musco, d'edera
e di gramigna e intersecato d'una folta querceta, sedeva un
tempo il castello del Vergiolesi. Un duplice filare di cipressi
gli apriva l'adito dal fianco di ponente: una forte e prolungata
muraglia lo assicurava da mezzodì posando a scaglioni
fin giù nel burrone. Il rio della Tazzera che sotto gli si
biforca, e ne bagna il poggio tutt'ora, lo presenta da ogni
parte scosceso, e come a guisa di piccolo promontorio, sol
dal lato di settentrione-ponente ricongiungendosi al monte.
Non rimangono adesso che poche vestigia del fabbricato.
Nondimeno da quelle può argomentarsi ove fosse situata la
torre che sporgeva di lassù da una cinta merlata a vedetta
della pianura. E ancor vi si scorgono i sotterranei del castello
assai spaziosi: e fra la bassa querceta e fra i cerri, i
mucchi delle pietre di quelle mura che circoscrissero l'estensione
del fortilizio: e le cui bozze quadrate di grigia arenaria
hanno servito, non sono molti anni, a inalzare il campanile
della prossima chiesuola d'Arcigliano.

Era presso al castello un tempietto di pietra, che dal suo
campanile a foggia di torre con gli archi aperti a semicerchio,
appariva di quelli tanti che restano ancora su queste colline,
fondati sino dal tempo della Contessa Matilde. Poco più in
basso dal lato di levante sorgeva un palazzotto d'un solo
piano; i cui pertugi sbarrati di ferro; la campana che in
mezzo a un arco a sesto acuto stava sopra di esso, e lo
stemma della repubblica pistoiese sopra la porta, avrebbe
dato facilmente a conoscere che quella era una potesteria.
Ivi infatti risedeva il potestà dei due prossimi paesetti, di
Vergiole e di Gello. Vi s'accedeva per questa medesima
via; l'antica mulattiera dell'alta montagna che seguitava
fino a Prunetta: quindi per S. Marcello fino al varco di
[pg!5] 
Boscolungo per Modena. Un piano inclinato, e lastricato a
frequenti risalti e cordonati dava l'accesso, alquanto ripido,
alla parte anteriore del castel di Vergiole. La sua torretta
si vedeva spiccare in mezzo a belle selve di castagni. Aveva
dinanzi un piazzale, d'onde s'entrava, varcato il ponte levatoio,
nel centro della fabbrica, che era un cortiletto, capace
d'accogliervi pochi fanti e cavalli.

Non appena il cavaliere giungeva sulla crina del poggio,
che la scolta della torre l'aveva annunziato al fido scudiero
del Castellano. Guidotto, tale era il suo nome, stava occupato
a forbire le armi del nobil Signore, cui per doppio titolo
dipendeva, essendo figlio del castaldo di Vergiole. Affacciatosi
agli spaldi, col suo occhio di lince anche a molta distanza
aveva già subito riconosciuto il cavalier De Reali, e
prevenivane il capitano. Intanto il cavaliere giunto al piè
del castello, trovava sulla scalinata lo scudiero che venivagli
incontro; e aderendo al desiderio di lui che era sceso di
sella, lo invitava a salire: mentre un palafreniere già pronto,
presogli a mano il cavallo, girando a tergo gliel conduceva
alle stalle.

Non erano però sfuggite all'occhio di lui che saliva due
gentili donne: una delle quali provetta d'età, l'altra giovanissima
e bella, che dal sinistro lato del monte dirette a
quella volta, pareva che forse per l'ora assai tarda affrettassero
il passo più dell'usato. Come appena il cavaliere le
ravvisava, e fatte omai più vicine, ben s'accorse che con
qualche sorpresa si erano soffermate e gli volgevano il guardo,
cortesemente le salutò. Varcato poi il ponte levatoio, la
porta del castello si chiuse dietro di lui.

Era giunta la sera. Lo scroscio del sottoposto torrente
si confondeva con l'alitar fra le fronde d'un vento sommosso
più dell'usato e più fresco. Le incognite intanto a prender
posa dalla salita si eran soffermate su quel breve ripiano del
quale il castello si circondava. A poco a poco disparivano
al guardo loro che spaziavasi intorno, non che la città, i
villaggi, i verdi campi e le grosse fiumane; financo il prossimo
bosco di pini, d'albatri, e de' rigogliosi felceti, dove
soleano recarsi a diporto, e ne venivan pur dianzi. Non mai
[pg!6] 
il sole era caduto sì splendido fra le prossime torri di Serravalle.
In quel campo del cielo ancora infiammato dal raggio
estremo del gran pianeta, era tornata a brillare di sua luce
soave la stella d'amore. L'affissò con desio la donzella, e
traendo un lieve sospiro, si volse alla madre, le porse dolcemente
il suo braccio, e a brevi passi se n'entravano nel
castello.

Ma mentre ogni cosa nel silenzio della notte taceva, mentre
placido era l'aspetto della natura, vegliavano, e come onde
in tempesta agitavansi i pensieri per entro alla mente del
Signor di Vergiole, e del novello arrivato.

Era questi il valoroso cavaliere messer Simone di Filippo
Reali di Pistoia. Non appena l'uno l'altro si erano avvicendati
il saluto, che il De Reali, al capitano venutogli incontro
nella sala del castello di già illuminata, presentava
una lettera ch'ei diceva di grande importanza.

—Da dove, o cavaliere?

—Dal comando generale delle armi.

—Che mai?—Ed apertala, e rapidamente percorsa:

—E questo financo dovevano aspettarci? Oh! voi pure,
voi pure il sappiate.

E portagli la carta, il cavaliere la svolse e ad alta voce
leggeva:

   «Capitano Vergiolesi,

   I miei fidi di Fiorenza e di Lucca mi mandano celato
   avviso che fra qualche giorno le milizie di queste repubbliche
   si raccorranno in un campo presso Fiorenza, e
   che ivi attendono il Duca di Calabria per venire con
   grosso esercito ad assediare Pistoia. Starò ancora aspettando
   più certe novelle: ma frattanto la città vostra è
   in pericolo! Venitevi senza indugio. Attende da voi
   anch'adesso e consiglio e soccorso

   — *Il vostro* :small-caps:`Capitan degli Uberti`».

—E il mio braccio e quello dei miei figliuoli lo avrà!—Così
di subito il Vergiolesi; che ad un tempo afferrata la
spada distesa sul tavolino, forte sdegnato ripercotevala su di
[pg!7] 
esso. Quindi al cavaliere risolutamente accennando con mano
d'assidersi presso di lui, in questi termini gli favellava.

—È omai lungo tempo, e voi pure il sapete, che i Fiorentini
e i Lucchesi si collegano ai nostri danni. Ma con qual
dritto e con qual giustizia chi è mai che nol vegga?

—Io mi spavento, o capitano,—soggiungeva il Reali—a
pensare di qual novella vi sono stato latore. Perchè ove
noi, che pochi pur siamo in faccia ad un'oste così poderosa,
da altre genti potessimo almeno aspettare un sostegno, con
più coraggio potremmo tentar la difesa. Abbiamo, è vero,
i Pisani; abbiamo i Senesi, e gli Aretini amici di nostre parti;
ed essi, si dichiararono che ci avrebber soccorso: ma più
credo io di danari che d'uomini, stretti che sono di guardare
i propri confini. Ora, siamo noi ben sicuri di que' di quassù?
(e accennava all'Appennino) da' quali forse il più valido aiuto
d'armigeri....

—Vero pur troppo!—interruppelo il capitano.—I
Bolognesi erano nostri antichi alleati. E adesso, chi l'avrebbe
pensato?.... Oh! messer Cino, l'amico nostro, già di
costoro....

E il Reali—Nol sapete? Fino di ieri ei tornava fra noi.

—Tornato! così fuor di tempo? Gravi dunque oltre modo
debbono esser gli eventi: perchè pochi giorni decorsi sapete
voi quel che di là mi scrivesse?

E fattosegli più d'appresso e premendogli un braccio, con
più bassa voce e lenta e repressa, diceva:

—Che da qualche tempo era un continuo apparire a
Bologna di Fiorentini e Lucchesi: e rimanevan celati e segreti
conciliaboli vi tenevano. Che le calunnie contro a' Bianchi
avean già quasi sovvertito il pretore; e più che le parole, la
gran quantità di fiorini d'oro corrompeva la moltitudine e
si comprava un partito. Che già i Neri prendevan baldanza:
e d'altra parte fra i Bianchi l'irritazione era giunta a tal
punto, che erano per irromper le ire, non volendo più sopportare
i lor dispregi e gl'insulti.

—Dio!—esclamò il Reali—che speranze abbiam dunque
a nutrire dopo siffatto abbandono? In che mai dobbiam
noi confidare?

[pg!8] 
—Nelle nostre armi e nel nostro coraggio!—proruppe
il Vergiolesi.

E in così dire, levatosi risoluto, afferrava con la destra
nuovamente la spada, e la sinistra orizzontalmente distesa,
alquanto immobile si rimaneva. Sicchè, alto com'era della
persona, fiero nel volto, e con occhi nerissimi scintillanti, ti
sarebbe sembrato non altrimenti che un supremo capitano di
guerra, che innanzi a' suoi prodi ha intimato la pugna.

Appresso commetteva al Reali riferisse all'Uberti, che
la mattina veniente avrebbe assistito alla solenne conferma
de' suoi uffici, e conferito con lui; e senza più si eran divisi.


[pg!9] 

.. toc-entry:: II - I Bianchi e i Neri

CAPITOLO II.
============

I BIANCHI E I NERI.
-------------------

.. epigraph::

   | «Vedess'io questa gente d'un cor piano
   |  Ma ella è bianca o negra.»

   — :small-caps:`Messer Cino`, *Canzone*.

.. epigraph::

   | «Pistoia pria di Neri si dimagra,
   |  Poi Firenze rinnova genti e modi.»
  
   — :small-caps:`Dante`, *Inferno*, canto XXIV.

Quale straordinaria impressione avesse prodotto nell'animo
del capitan Vergiolesi l'annunzio di guerra recatogli dal De
Reali può solo immaginarlo colui che, posto mente alle turbinose
vicende dell'italiane repubbliche, e fra queste alla
pistoiese, dovrà convenire che mai più prepotenti non dominarono
come allora gli odi e gli sdegni; le ambizioni più
violente degl'individui fra di loro, fra le diverse fazioni, fra
l'una e l'altra città. Per lo che all'intelligenza di queste
pagine reputiamo utile d'accennare di ciò che riguarda il
signor di Vergiole e il cavalier De Reali; non che del civile
stato di Pistoia, e de' politici avvenimenti che si compierono
prima di questo tempo.

Dicemmo già che M. Simone De Reali fu valoroso capitano
di parte Bianca. Ma però non di quelli cui il proprio partito
suol soverchiar la ragione, nè altro attendono che a non far
ciò che imprese a fare la parte avversa, ancorchè faccia
bene. Antico errore degli uomini di parte, che per sistematica
[pg!10] 
opposizione toccando spesso gli estremi, trasser la patria
in man de' settari e in rovina. Riflessivo e prudente era
invece l'animo del De Reali. Infatti quattro anni innanzi,
quando i suoi concittadini per le intestine discordie de' Cancellieri
videro ridotta in pessimo termine la città, si adoprò
egli prima a far riunire il general Consiglio del popolo, perchè
a una nuova magistratura che si chiamò *de' Posati* fosse data
autorità e balia di far leggi e statuti per la pace della repubblica.
E fu pure dei primi a proporre al Consiglio che
per conseguir questa pace era d'uopo che almen per tre anni
si desse ai Fiorentini, già loro alleati, la protezione e tutela
della città. All'interne discordie forse un terzo che si fosse
intromesso, più poi un'estranea autorità come quella, credè
che più facilmente avrebbe conciliato le parti. Infine la sua
mite indole e generosa non d'altro studiavasi che di rendere
alla terra natale la perduta tranquillità e la sua floridezza.

Non così moderato era l'animo del Vergiolesi. Troppe
condizioni poneva innanzi per ottener questa pace. E sì che
egli pur la bramava: non però mai col piegarsi a siffatta tutela.
Per lui era questo un troppo umiliar la città.

Nè poco ostacolo gli facevano a ciò i principii ereditati
da' suoi maggiori. Non che di magnatizia prosapia, si diceva
uscito dalla famiglia romana Vergilia, dalla quale, emigrata
con molte altre in Etruria, vuolsi che il villaggio che la
accoglieva prendesse nome Vergiole. Contava poi fra' suoi
antenati fino dal 1156, da Guido che fu primo signor di Vergiole,
lunga serie di avi che occuparono in patria e fuori i
più nobili uffici. Noverava un Tancredi console dei militi;
un messer Orlandetto gonfaloniere di giustizia; ed il celebre
Guidaloste già vescovo di Pistoia, ed eletto anche capitan
generale delle milizie, perchè di grand'animo e pratico molto
delle cose di pace e di guerra. Ebbevi in fine messer Soffredi
capitano e rettor di Bologna; e tutti costoro costantemente
della parte de' Ghibellini. Di questi tempi poi il cavalier
Bertino, e messer Luca fratelli del capitano Filippo;
Fredi e Orlandetto, figli di questo, non avevano smentito in
parole ed in fatti l'attaccamento alla parte della casata, irremovibili
in quella lega dei Ghibellini e dei Bianchi.

[pg!11] 
Ora nissuno più del capitano avvisava che se le molte
milizie, come dicevasi, insiem collegate, venissero a quest'assedio,
male da soli avrebber potuto resistere. Vedeva che
molti dei cittadini più valorosi erano stati cacciati, e così
la sua parte, per adesso dominatrice, a breve andare correva
rischio d'essere umiliata e disfatta. Non per questo era uomo
da trarne sgomento. In faccia anzi al pericolo gli cresceva
l'ardire. Benchè presso al duodecimo lustro, si sentiva animo
giovanile e capace di grandi cose. Se queste poi in pro della
patria, nol trattenevan dubbiezze od ostacoli. Ma sebbene i
più savi in politica sien d'avviso non esservi principii certi
e norme invariabili per giovarle, se non quelle dell'onestà,
e doversi anzi mutar consiglio ne' modi, ove l'esigano gravi
cause e il pubblico bene, per lui non era sì agevole il rimoversi
dalle proprie opinioni, e la sua parte una volta abbracciata,
doveva esser quella. Un carattere sì tenace del suo
proposito, e l'autorità di probo cittadino, ed esperto nell'armi,
aveva influito a condurre alle sue parti, non che quelli
di sua parentela, moltissimi di città e del contado. Si tenevano
infatti nella casa dei Vergiolesi in Pistoia i più importanti
consigli. Di qui si deliberava sulle pubbliche aziende;
le opinioni più generose si rafforzavano, e prendevan voce
per ogni lato.

Messer Fredi, di lui figliuolo, non meno del padre era
fervido e risoluto: congiungeva però alla fierezza dell'uomo
d'armi tale urbanità, tali attrattive nell'aspetto e nel favellare,
che, come in lui eran doti spontanee e naturali, gli
acquistavano fra' suoi compagni stima ed affezione particolare,
e una deferenza a' principii del padre suo, ch'ei pur professava.
E lo notavano come il modello del proprio zio messer
Bertino, quattr'anni innanzi ucciso a tradimento da quelli
di parte Nera, e che passava pel più nobil cavaliere della
città. Messer Orlandetto, il minore de' figli, non differiva
nell'animo dal fratel suo; sicchè ambedue per indole nobile
e generosa formavano il vanto della famiglia, e la speranza
del lor partito.

I deplorabili ultimi avvenimenti, e le discordie più accalorite
della città, avevano da qualche tempo fatto men tollerante,
[pg!12] 
aspro anzi e risentito l'animo del capitano; il quale
solo talvolta placavasi, e rimetteva del consueto disdegno al
cospetto di sua figlia Selvaggia.

Costei con un parlar dolce, e sempre giusto e persuasivo,
esercitava sopra di lui tale arcana potenza, che egli, pel
grande affetto che le nutriva, senza esitare piegavasi al piacer
suo. Chè anzi ogni più lieve alterazione di salute o di spirito
della diletta figliuola, bastava a recare in quel forte
animo il più grave sgomento.

Conferiva non poco quest'amore per essa a moderarlo
con la consorte. La quale quanto più implorava dal cielo
a' suoi cari più miti gli spiriti, e il viver cittadino più riposato
e tranquillo, ad ogni nuovo rumore per la città, più si
poneva in angustie, e stava in sospetto pel marito e pei figli.
Per lo che messer Lippo, se ella alcun giorno gli fosse apparsa
timorosa ed afflitta, usciva subito in rabbuffi e in rampogne;
o per lo meno soleva ammonirla che l'occhio bagnato di
lacrime non è atto a vedere. E allora, ponevale innanzi la
fredda ragione, l'onor di famiglia e i diritti di cittadino, che
ad ogni modo con le parole e con l'armi chiedevan difesa
e vendetta. Tali erano e così insite in tutti quelli animi
queste gelose passioni, che l'offesa più lieve, o quale si fosse
divergenza di parti bastava loro a por mano sul brando.

Ma di tal fiamma distruggitrice chi primo portò qui la
favilla? Come e per quali cagioni fu secondato un incendio,
che or celato ora aperto e in varie forme ebbe fomento per
tanti anni?

La gran lotta fra l'Impero e la Chiesa, suscitatasi in
Germania pe' diritti a conceder titoli e investiture, ne diede
l'origine. Il grido de' Guelfi e de' Ghibellini, partito dalla
battaglia di Wisenberg, si diffuse prima per Lamagna, poi
su i campi d'Italia. Qui dunque come colà si parteggiò sulle
prime pe' medesimi pretendenti: o per Cesare e i fautori appellaronsi
Ghibellini, o per Pietro e si dissero Guelfi. Come
coloro che avevano ereditato le fiere lotte di Gregorio VII
e di Arrigo IV, cercavano le parti di far trionfare ciascuna
la propria supremazia: la quale mirava, per l'una a fondare
un nuovo regno o meglio federazione in Italia, che distruggendo
[pg!13] 
ogni traccia delle conquiste longobarda, greca e araba, dipendesse
da Roma; per l'altra invece da Aquisgrana. Ma
imperatori e papi, che dovevan comporre a concordia la
specie umana, la turbarono trasmodando ne' loro poteri non
ben definiti.

Ildebrando immaginò di levar la Chiesa a prima potenza
della terra; e per toglierla affatto dalla sudditanza degl'imperatori,
che per vero con le investiture dei benefizi ecclesiastici
si erano arrogati un diritto che ad essa spettava, egli
solo voleva esser detto re dei re, signore de' dominanti. Ma
gl'imperatori, presumendo di avere ereditato la potestà antica
dell'Impero Romano, sdegnarono di sottostare a cotesta dipendenza.
La Chiesa, o meglio la Curia romana frattanto,
col suscitar pur essa a pro suo l'elemento dell'antico Impero
Latino, e con la sua rappresentanza che era in Roma nel
Senato, studiavasi d'amicarsi i Comuni italiani favorendo le
tendenze d'emancipazione dei popoli, cui già pesava la straniera
supremazia. E per questo lato in que' primi tempi l'alta
protezione pontificale potè essere all'Italia di molto vantaggio.
Ma in questo mezzo i Comuni, traendo profitto dalle discordie
che non cessavano fra la Chiesa e l'Impero, non vollero più
sottostare nè all'uno nè all'altra. Fu da quel tempo che
ciascuno non pensò più che a provvedere a se stesso. Già
da ogni parte s'era svegliato uno spirito nuovo. Cominciarono
i popoli a scuotere il giogo feudale mantenuto dalle due
potestà; poi a volere un governo d'ampia forma repubblicana,
civili e propri Statuti. Gli Italiani liberati dai barbari, fatti
ricchi e potenti pe' grandi commerci, avevan sentito la propria
forza, la virtù e la dignità d'un gran popolo. Sorgeva infatti
fin da quel tempo pei municipi la prima aurora di libertà:
la quale, per quanto osteggiata dai loro dominatori, nei due
secoli appresso andò sempre diradando le invide nubi, finchè
con la crescente luce di civiltà il genio italico ravvivato, apparve
alla fine nel suo pieno splendore.

Perduravan le funeste contese fra la Chiesa e l'Impero,
allorchè, dopo la morte del secondo Federigo, il Comune di
Pistoia coi più della Toscana si volse al partito dei Guelfi.
Sperarono sorti migliori dalla protezione non più di un
[pg!14] 
principe straniero, ma italiano e pontefice. Tardi però s'accorgevano
che questi, debole per sè come principe, non con
armi proprie ne prendeva la tutela, ma sì con quelle di altri
stranieri.

Nondimeno in Italia a quel tempo ogni Comune, novello
polipo, viveva già d'una vita propria, e fra loro era sorta
una nobile emulazione.

Negli ultimi trent'anni con che compivasi il tredicesimo
secolo, Pistoia col suo distretto fioriva già di commerci, d'industrie,
di banche: aveavi culto di lettere e di scienze, e
grande amore di arti belle. In prova di sua cultura basterà
ricordare per le prime un Meo Abbracciavacca, un Lemmo
Orlandi, e lo stesso sciagurato Vanni Fucci, assai pregiati
fra i trovatori; poi quel Soffredi del Grazia, uno de' più antichi
prosatori italiani, le cui scritture sono innanzi al 1278.
L'amor per le scienze si facea manifesto per quel famoso
frate Leonardo pistoiese che primo scrisse un trattato sul
computo lunare (1280) e per la cattedra di Leggi che dal
celebre Dino da Mugello si teneva in Pistoia. Di messer Cino
de' Sinibuldi non è a dire, quando tutti ancora l'ammirano
e gli fanno onore.

Del culto poi delle arti belle (esse pure sicuro argomento
di civiltà) fanno fede pur sempre, il celebre altar di S. Jacopo
di bassi rilievi d'argento, che, con *la Sagrestia de' belli arredi*,
segnano dugent'anni del buon tempo dell'orificeria,
de' ceselli, de' nielli e di smaltature. Il quale altare dall'orafo
cittadino Ognabene, e da altri si cominciò ad arricchire di
pregiati lavori fino dal 1287. Aveva dipinto in cattedrale il
pistoiese Manfredino d'Alberto, che adornò San Michele di
Genova nel 1292, e l'altro pittore e mosaicista Vincino che
lavorò nel Camposanto di Pisa. Quindi son ricordevoli, il
palazzo del Comune ed alcuni bei templi: le sculture poi
dei pergami, d'un Guido da Como; le mirabili d'un Guglielmo;
e le quasi uniche d'un Giovanni, l'uno e l'altro
pisani. E se si pensi che queste opere sorsero le più sul
finire del secolo XIII, e appresso, in una piccola città, fra
le lotte della civiltà e del dispotismo, fra i corrucci più fieri
de' cittadini divisi, sono anche oggetto di maggior meraviglia.
[pg!15] 
A queste prove di civil governo aggiungi gli Statuti pistoiesi,
che furono de' primi in Italia (circa il 1117) a distruggere i
privilegi feudali, a recare fra i cittadini una più equa ripartizione
di diritti: infine i belli ornamenti della propria milizia.

Le quali istituzioni, degne invero di forte e libera gente,
avrebbero assicurato a Pistoia le più prospere sorti, se *il
mal seme*, sparso prima in Firenze pel crudo fatto de' Buondelmonti,
non avesse prodotto entro di essa e nelle terre vicine
l'amaro frutto della discordia.

In Pistoia di questi tempi primi a insorgere e parteggiare
con nuovi nomi furono i Cancellieri; sopra gli emuli Panciatichi
potenti già per dovizie acquistate con la mercatura,
per uomini d'arme, chè ne contavano lino a cento, e diciotto
cavalieri a spron d'oro, per grandigia e per ambizione di
dominio. Rifugge l'animo a ricordare le feroci rappresaglie,
prima fra le dette casate le maggiorenti in città, insorte poi
fra una medesima parentela, intendiamo fra quella de' Cancellieri.
L'aspra vendetta del taglio d'una mano presasi
da uno di loro sopra un giovinetto parente, dal quale innanzi
per rissa un figliuolo dell'altro era stato non gravemente
ferito: vendetta tanto più cruda quanto che il feritore era
venuto a chieder perdono agli offesi; fu cagione che la detta
casata col nome di Bianchi e di Neri (così detta o dai nomi
delle madri stesse, o dai colori che portavano in guerra, o
da qualsiasi altra cagione) si dichiarò avversa e divisa in
cotal modo, che trassero seco i cittadini d'ogni ordine o da
una parte o dall'altra, e fieramente s'inimicarono.

Tutti ora a Pistoia come a Firenze si dissero Guelfi, ma
nel fatto con diverse intenzioni, quelle, cioè, di far risorgere
più violenti gli sdegni fra nobili e popolo. Di qui la suddivisione
dei Guelfi di Pistoia in Bianchi e in Neri, e questi
con propri capi ed insegne. Ma feroci e temibili tanto, che
i capisetta bisognò incontanente bandirli a Firenze. I Bianchi,
poichè furon vinti, cercarono aiuto colà presso dei
Ghibellini, e vi trovaron parteggiatori nella famiglia dei Cerchi:
i Neri unitisi a' Guelfi, in quella de' Donati.

Però questa fazione de' Bianchi e de' Neri non è a credere,
come da alcuni fu asserito, essere stata la favilla che
[pg!16] 
suscitò la fiamma delle discordie di Firenze. Bisognerebbe
avere obbliato le vecchie ire personali di quei cittadini fin
da quelle de' Bondelmonti e degli Amidei; la superbia dell'antica
nobiltà già alle prese con la gente nuova: l'una capitanata
da Corso Donati, l'altra da Giano della Bella; e
di qui sino a quest'anno le rappresaglie, le uccisioni, gl'incendi;
e per fine la spedizione violenta degli usciti contro la
città loro; spedizione che, sebbene fallita, pose il colmo alle
divisioni. Esse eran già all'estremo fra quelle mura, quando
i fatti di Pistoia vi s'immischiarono. I quali, secondo che
rilevasi da Dino Compagni e dal suo moderno illustre biografo
e commentatore, Carlo Hillebrand, altro non furono
che una suddivisione de' Guelfi, e un episodio di quella feroce
epopea di sciagure italiane, che dopo dieci anni non si udì
più ricordare, perduto nei primitivi nomi di Ghibellini e di
Guelfi. Terribile lezione pur sempre pei popoli bramosi di
libertà, perchè serbino concordia; se pongano mente che
mali indicibili procacciassero allora le divisioni d'una sola
famiglia!

Alla fazione de' Neri s'accostarono tutti i Guelfi aristocratici:
a quella dei Bianchi i Guelfi popolari: quelli sostenitori
delle pretese feudali; questi bramosi di conservare la
loro libertà democratica. Parteggiavano co' Bianchi in Firenze
gli uomini più notevoli per nobiltà di natali, per indole
buona, per ingegno e sapienza. Un Guido Cavalcanti, gentile
poeta; l'intemerato storico Dino Compagni; oltrechè l'astrologo
Cecco d'Ascoli, i verseggiatori Guittone d'Arezzo e Jacopone
da Todi: lo storico Giachetto Malespini, il giureconsulto
Donato Alberti, il legista Petracco; e in fine, a porre
in fama la schiera, Dante Alighieri.

Stavano all'incontro pe' Neri molti de' popolani con a
capo Corso Donati; i Frescobaldi, i Pazzi, i della Tosa.
Questo rinnovarsi dell'antica lotta, benchè per breve, ma
più violenta, non però fece sì che le sette, invocando i simboli
di parte del papa o dell'imperatore, parteggiassero con
loro e per loro. I nuovi nomi non furono che una parola
d'ordine, cui rispondevano per ravvisarsi le famiglie nemiche.
Si accostavano di preferenza a quella fazione d'onde speravano
[pg!17] 
maggior beneficio, o temevano minor danno. Infine, per
avervi man forte a schiacciar l'avverso partito escludendolo
dagli onori e dai beni della repubblica per ottenerli essi
stessi. E infatti, per l'assenza dall'Italia e per l'abbandono
dell'imperatore, i Guelfi, non più come un tempo popolari
tutti, ma parte ora aristocratici, riuscirono in ultimo a prevalere.
E ciò perchè aiutati da papa Bonifacio che da Roma
potentemente li favoriva, tanto da mandare un venturiero di
Francia a capitanarli, e a far quel gran male che poi diremo.
E soprastarono anche per altra ragione. Perchè gli Spini di
Firenze che eran banchieri del papa e altri aderenti Neri,
allora siccome sempre, nel temporale governo lo circuivano,
e volentieri per loro utile lo secondavano. Si ebbe un bel
chiedere a Bonifazio s'interponesse a concordia: quella sua
indole violenta all'uffizio di paciere non s'affaceva gran fatto.
Nondimeno inviò a tal uopo a Firenze il cardinal d'Acquasparta.
Inutilmente però. I Bianchi avevan già occupato il
governo: e temendo che la corte di Roma abusasse de' poteri
che dimandava per abbassarli, rifiutarono al cardinale di ridarsi
in balìa. Ed ei sì partì e la città interdisse.

Allora la signoria di Firenze opinò di poter conciliare
senza esterno intervento col porre a confine i caporali d'ambe
le parti. Ma i Neri di subito con Corso Donati andarono
al papa, e lo incitarono contro a' Bianchi, e, come gli chiamavano,
contro a' *cani del popolo* per abbassarli, e favorire
la nobiltà. Or come a Bonifazio premeva molto di abbassare
Federigo usurpator di Sicilia, e di ripor questo regno in
mano degli Angioini di Napoli da lui deferenti, invitò a tal
impresa Carlo di Valois, fratello di re Filippo di Francia,
e con questa spedizione colse il destro ad un tempo di favorire
i disegni de' Neri, inviando il francese, come già l'altro
Carlo d'Angiò, in qualità di vicario in Toscana con cinquecento
cavalli, e col titolo di paciere di Firenze. Sperava il
papa con ciò di recarsi in potere assoluto, e alle sue parti
tutti quanti i Comuni. «Così (osserva uno storico illustre)
nell'anno medesimo in cui a Roma si dava col giubileo general
perdono a tutti i peccati degli uomini, si preparava ivi
[pg!18] 
stesso una grande iniquità, che a Firenze e altrove fu cagione
di lunghe sciagure.» [#]_

.. [#] :small-caps:`Vannucci`, *I primi tempi della libertà fiorentina*.

Mentre queste cose da siffatti protettori si macchinavano,
e il *consiglio de' Posati* a Pistoia aveva già consegnata per
amor di concordia la signoria per tre anni al Comune di Firenze,
la fazione de' Bianchi fiorentini abusando della fiducia,
non appena giunta in Pistoia, per afforzarvisi di prepotenza
cacciò la Nera, e ne disfece le case e le torri. In questo
modo riformata la parte Bianca, poco stette che non fosse
poi fatta segno alle tremende vendette de' Neri che tenevano
il governo di Firenze e di Lucca, e secondavano le male
arti de' fuorusciti. Che volesser costoro già l'abbiam detto.
Chiamar lo straniero a Firenze per lor private vendette, era
massima iniquità. E lo straniero avido di potere e di danaro,
venne e vi si fece tiranno. Scellerato paciere, che a
nome del papa dava forza ai ribaldi di riempire di sangue
e di desolazione tanto bella città! Sotto il suo usurpato
governo ogni sorta di nefandità fu commessa. Al principio
dell'anno 1302, Carlo di Valois macchiato omai di molti delitti,
se ne partì e andò a Roma per aver consiglio dal papa,
e gli chiese danari. Bonifazio (come narra pure Dino Compagni)
gli replicò che mandatolo a Firenze, *lo aveva messo
nella fonte dell'oro*. Risposta che bene spiegava la qualità
delle sue intenzioni.

Dai fatti che seguitarono, apparisce secondo i cronisti e
lo storico prelodato, che fin d'allora fu stabilito l'esilio dei
Bianchi. Infatti il Valois tornò a Firenze, e sapendo che
ivi era *la fonte dell'oro*, saziò a quella le bramose sue
voglie. Fece altre rapine; diè sentenze di morte; pubblicò
i beni, e arse le case ad alcuni, che falsamente e con empio
artificio furono accusati di aver cospirato per ucciderlo. Imprecato
da tutti, deliberò di partirsi; ma prima «nuovi tormenti
e nuovi tormentati!» Per mezzo del suo vil potestà,
procede alle condanne del bando, ed esiliò oltre a seicento
cittadini, i principali de' Bianchi, che sparsi per Toscana e
fuori, fecero causa comune coi Ghibellini. Tra questi esuli
[pg!19] 
fu anche il grande Alighieri. Citato a comparire per essere
stato dei Bianchi, e per aver contrastato alla venuta dello
straniero, non si presentò, ed ebbe arse le case, confiscati i
beni, e condanna di morte! Ma egli aveva il modo a vendicarsi
solennemente delle scellerate condanne; e fra le miserie
dell'esilio, sentì crescersi la forza dell'animo per consacrare
all'infamia i furibondi settari, e i suoi giudici iniqui.


[pg!20]

.. toc-entry:: III - Fiori e armi

CAPITOLO III. 
=============

FIORI E ARMI.
-------------

.. epigraph::

   | «Quando va fuori adorna, par che 'l mondo
   |   Sia tutto pien di spiriti d'Amore,
   |   Sì che ogni gentil cor divien giocondo».

   — *Sonetto di* Messer :small-caps:`Cino`.

.. epigraph::

   | «Ridendo, par che s'allegri ogni loco;
   |   Per via passando, angelico diporto,
   |   Nobil negli atti, ed umil ne' sembianti».

   — *Altro Sonetto di* Messer :small-caps:`Cino`.

Da antico tempo costumava a Pistoia, come a Firenze, di
festeggiarsi dal popolo nel primo giorno di maggio il ritorno
di primavera. Ciò si faceva sulle pubbliche vie e nelle case,
con trionfi di fiori, con giuochi, con balli, e con sollazzi di
varie guise. Dopo gli ultimi eccidi per le civili discordie, e
dopo gli esili di tante famiglie, i tempi a dir vero in Pistoia
per pubbliche feste non pareano opportuni. Nondimeno da
circa tre anni che vi fu creato il consiglio de' Posati, e per
la tutela che ebbe di quel governo il Comune di Firenze,
vedendo i rettori restituita alquanto di quiete alla città e al
distretto, essi medesimi vollero in questo giorno ripristinare
in modo straordinario pubblici rallegramenti, e far così
obliare per qualche istante le passate sciagure. E il popolo,
che agli spettacoli per propria indole si sente allettato; quello
poi di sì forti tempre, e vivace ad un tempo, che facilmente
passava dalle danze agli assalti, ignaro al tutto della nuova
[pg!21] 
sventura che al di fuori gli si apprestava, n'ebbe caro l'invito,
e concorse desioso a prendervi parte.

Ed ecco che fino dall'alba i sacri bronzi suonavano a
festa. Da quell'ora, del più bel mattino d'un primo di
maggio, la cattedrale riboccava di popolo, perchè era solito
che anche co' sacri riti si festeggiasse questo bel giorno. Lì
in quella piazza maggiore avresti veduto giungere ogni momento
giovani donne, per lo più dal contado, farsi largo fra 'l
popolo con volti belli e giulivi, e con a braccio ed in capo
gran canestri di rose, avvicinarsi alla chiesa, e alla porta di
essa presentarle a un sacerdote che le benediva. Antico costume
che in Pistoia, e in questo mese, tuttora si mantiene,
e che forse si volle sostituire alle pagane feste floreali.
Que' fiori si vendevano poi per le vie, a mazzi e a ghirlande
come un li volesse. Le rose in tal giorno avevan pel popolo
un che di mistico, di lieto augurio, di benedizione, tanto che
non v'era alcuno che ricusasse di farne acquisto. Al cessare
del suono a doppio di cattedrale, la campana della torre
grande di sul palazzo del capitano continuava a gran tocchi:
e al tempo stesso le trombe marziali, rispondendo per ciascuno
de' quattro quartieri della città, appellavano gli uomini
d'arme alle insegne.

—Che è questo?—si dimandavano, imbattendosi per
la via di S. Prospero, due vecchi cittadini.

—Calen di maggio, messeri: forse Dio! nol sapete?—replicava
loro un altro sopravveniente.—Oh! alla fine mi
s'apre il cuore: un po' di festa, un po' d'allegria!...

E un di quelli:

—Ma dove va' tu col capo? Oggi che han che fare i
fiori con l'armi?

E porgendo l'orecchio:

—Sta'! sta'! non senti? Qui, non ti pare? si fa appello
agli armigeri; il campanone suona a rintocchi.

Usciva allora dal suo palazzo lì presso, tutto chiuso nell'armatura,
messer Fredi de' Vergiolesi, che avendo udito quel
dialogo:—Buoni popolani!—avvicinandosi disse loro—col
buon dì buona ventura gli è questa che vuo' contarvi.
Sappiate che agli anziani del Comune giungeva da pochi
[pg!22] 
giorni un messaggio del cardinal da Prato molto amico nostro,
pel quale si pregava il Consiglio di non voler porre indugio
a confermar nelle cariche di potestà e di capitano generale
delle nostre genti il valoroso messer Tolosato degli Uberti.
E questo atto solenne, in armi tutte le compagnie, si compirà
questa mane.

—Ah! ecco! così va bene! benissimo!—esclamarono
i tre vecchi con la massima gioia.—Viva il nostro gran
capitano!

Queste esclamazioni facevan soffermare intorno ad essi
alcuni giovanetti loro parenti, che per caso passavano con
altri amici! e:—Come, come—dissero incuriositi—rieletto
proprio il dell'Uberti?

A' quali il più vecchio poggiato ad un bastoncello, fendendo
l'aria con una mano, con gravità rispondeva:

—Sì, sì. Eh figliuoli! Se non era lui! Prima col suo
valore: e badate, ci vuole! poi con la nomea che si è conservato
d'un'illustre famiglia: chè, vedete, non ha mai mutato
parte: ghibellino sempre! Lui, e lui proprio qui fra
noi ci voleva, che non del paese: perchè.... uhm! Dio ne
guardi! Ma egli nobile, egli imparziale, mettesse ordine e
pace; e temuto da' nostri vicini, ci desse anche con loro quel
po' di riposo che da un anno e' si può dir che godiamo.

Queste giuste parole le approvavano tutti. Ma intanto
avevano inteso una certa nuova, che li affrettava a separarsi:
parte per proseguire verso la piazza; i più svelti poi prendendo
a fretta pe' vicoli, chi da un lato, chi da un altro,
per esser de' primi a informarne gli amici. E già i cittadini
d'ogni età e d'ogni ceto erano accorsi al proprio armamentario
o loggia, che era il corpo di guardia d'ogni quartiere
della città; e fornitisi delle armi, ciascuna compagnia co' lor
capitani moveva alla piazza maggiore a porsi sotto il comando
del capitan generale.

In Pistoia, fino dai tempi de' Consoli, dodici erano le compagnie
del popolo, divise tre per quartiere, e di tutte le
persone che dalla prima gioventù alla vecchiezza erano atte
alle armi, fossero nobili o popolani. Volevan con ciò che
fosse dovere di tutti di custodir la città, perchè i cittadini
[pg!23] 
non si dividessero fra loro in due classi troppo diverse; l'una,
la nobilesca, agguerrita, operosa, ma fiera e arrogante, e
ministra di tirannie come spesso avveniva: l'altra, la popolare,
oziosa ed inerme, e troppo inclinata a una pazienza
servile. Perchè infine, dicevano, nissun cittadino dev'essere
agli altri terribile, ma tutti insieme farsi temibili ai nemici
della patria. Esercito stanziale, siccome adesso, in questo,
come negli altri Comuni, in Italia non v'era. Le compagnie
armate ne facevan le veci. Potrebbe dirsi che quasi col medesimo
ordine e intendimento vedemmo istituita la guardia
nazionale mobile nel nostro regno. Che anzi alcuni scrittori,
e principalmente inglesi e alemanni, hanno notato, esser la
moderna landwehr della Prussia imitata dall'antica Ordinanza
della milizia nelle repubbliche italiane; cioè dal tempo della
Lega Lombarda fino all'Ordinanza del Macchiavelli, perfezionatore
delle passate costumanze.

Or mentre la campana del capitano aveva appena cessato,
e già la città brulicava di gente che avviavasi in piazza da
ogni strada, annunziate dai trombettieri vi si vedevano entrare
con bell'ordine e con belle armature le tre compagnie del
quartiere di Porta Lucchese, che andavano a schierarsi fra 'l
palazzo del capitano e il fianco destro del Duomo. E vi
entravano quasi ad un tempo dal lato di mezzodì, e facendosi
eco con uno squillo uguale di trombe, quelle del quartiere
di Porta Gaialdatica. Dalla ripida via di levante, fiancheggiando
il nuovo palazzo della Signoria, poco appresso salivano
in piazza i militi del quartiere di Porta Guidi. Dal quartiere
infine dell'antica porta di S. Andrea, allor di Ripalta, vi
convenivano le ultime tre compagnie: e tutte e dodici portavan
diverse e bellissime insegne; e co' santi protettori della
parrocchia da cui si traevano; e con animali e fiori simbolici,
ricamati in lana, in seta o in oro a colori vivissimi: tali come
i cronisti ce le descrissero e come si vedon dipinte nel magnifico
cortile dell'antico palazzo pretorio, ora del tribunale di
questa città.

In ogni quartiere aveavi una compagnia di arcieri: le altre
portavano picche e lance, e alabarde di varie forme e scudi
rispondenti alle armi, dalla forma dei quali i militi prendevano
[pg!24] 
nome di tavolaccini o di palvesari. V'erano pure in città
un trecento cavalieri coi loro capitani ed alfieri. La ristrettezza
del luogo non offriva però assai spazio per ischierarveli
e far di sè bella mostra. Infatti la piazza del Duomo, sul
lato di ponente, era limitata da una fila di case che a distanza
di poche braccia sorgevano parallele ad altre; e dove,
dopo 80 anni circa, fu fabbricato il Pretorio con quella semplice
architettura che vi si vide fino al 1842; prima che,
come di presente, fosse accresciuto d'un piano, e così perdesse
in parte del primitivo carattere. Quelle case poi non
furono demolite che nel 1311 per ampliare come adesso la
piazza. A settentrione, dove ora si vede un'altra fabbrica
non finita, detta il Palazzaccio, sorgeva il palazzo del capitano
del popolo con l'alta sua torre: ad oriente la chiesa
di Santa Maria Cavaliera, e un lato (il sinistro) dell'attuale
palazzo del Comune che solo da pochi anni si costruiva: infine,
a mezzodì, il lato destro del Duomo. Così la piazza
non aveva che quest'unico dei grandiosi monumenti che ora
l'abbellano; e come nelle vie principali, in luogo di pietre
non v'erano che grossi mattoni a coltello.

La cavalleria o cavallata, come allora la chiamavano, era
sotto gli ordini del capitano Filippo Vergiolesi. Per mancanza
di spazio l'aveva schierata lungo la via di San Giovanni,
e solo ne distaccava alcuni cavalieri per far ala e
contenere la folla. Gli altri capitani si erano già disposti
col Vergiolesi presso al palazzo del capitano generale, Tolosato
degli Uberti, ed attendevano che egli giungesse.

Non furono che pochi istanti e se ne usciva sopra un bel
palafreno, bardato di lucenti brocchieri; egli poi splendido
per le armi. Cominciando dall'elmo, con alti e bianchi pennoncelli;
usbergo, braccialetti, cosciali e schinieri erano tutti
a lamine e squamme di forbitissimo acciaio, con sopra rabeschi
d'oro mirabili: il petto poi coperto d'una cotta bianca
tessuta d'argento con in mezzo la nera aquila ghibellina. Al
suono degli oricalchi, al levarsi in alto dei bei gonfaloni ed
agli evviva del popolo affollatosi di ogni intorno, moveva
dalla piazza e coi principali dei militi s'avviava al palazzo
del Comune. Non già a quel palazzo maestoso del Municipio,
[pg!25] 
d'architettura gotico-italiana, che ora veggiamo, del quale
non più che da 10 anni (1295) aveva posta la prima pietra
il famoso Giano della Bella, quando, bandito da Firenze e
qui riparatosi, piacque ai rettori di eleggerlo a potestà. Era
invece l'altro antichissimo che in parte fiancheggia il lato
destro di quel bel Battistero che allora da Cellino di Nese
da Siena sul disegno d'Andrea Pisano da tre anni si costruiva.
Il detto palazzo, che a settentrione non aveva case dinanzi,
si estendeva alla piazzetta contigua, or del mercato; dal qual
palazzo per certo le venne il nome di *Sala*. Questo nome,
che serba ancora, riscontrasi le fosse dato prima del mille
e forse all'epoca dei Longobardi: perchè in questa piazza
era una statua di Luitprando XVIII, re loro: e questa di
*sala*, è pur voce longobarda che significa palazzo, corte principale
e resedio d'autorità.

Qui adunque su quella sua torre, di cui non restan che
i ruderi, sventolava a quell'ora il gonfalone del popolo; e
nella sala maggiore di detto palazzo, adunati, il gonfaloniere
di giustizia coi dodici anziani e i dugento consiglieri del popolo,
al capitan degli Uberti, in merito de' suoi grandi servigi,
erano per confermarsi i due maggiori uffici, di capitano e di
potestà. Com'egli infatti vi giunse e andò ad assidersi al
banco del potestà in mezzo a suoi ufficiali, due damigelli
riccamente vestiti recarono in un vassoio d'argento al gonfalonier
di giustizia la bacchetta del comando, ch'ei di nuovo
consegnò all'eletto. Fu un momento solenne, quando gli
astanti, fatto silenzio, udirono, il gonfaloniere rivolgergli
gravi parole nell'atto della consegna; essendo che anche
questa volta, fuor del costume, si riunissero in lui tre grandi
poteri; il civile, il giudiciario e il militare. Allora il degli
Uberti si alzò, e con lui tutti; e distesa la destra sul libro
degli evangeli che gli stava dinanzi: «giuro (pronunziò a voce
alta) di difendere e mantenere la città di Pistoia e il suo
distretto secondo che gli Statuti comandano: particolarmente
di tutelare gli orfani e le vedove; le chiese e gli spedali e
tutte le altre ragioni di religiosi, di pellegrini, di mercatanti,
rimosso odio e prego, e tutte malizie da questo dì a un
anno.» Quindi i giudici e tutti i suoi ufficiali che gli facevano
[pg!26] 
corona, distese le destre, ripeterono a una voce: «giuriamo!»

Dopo ciò, il nuovo eletto disceso col seguito nella piazza,
a piede, fra la folla plaudente, si diresse alla cattedrale. Le
trombe del Comune squillavano: le campane suonavano a festa.
Lo accompagnavano gli anziani, vestiti in lucco di color rosa
e ricami in oro, calzatura di scarlatto, e berretta di velluto
chermisi guernito di perle e di una candida piuma. Appresso
gli ufficiali suoi ed i consiglieri; aggiuntivi ora gli operai di
Sant'Jacopo. Procedevano i tavolaccini del Comune vestiti di
verde, che, accennando con un'insegna, sgombravano la via.
Seguivano i trombettieri, le cui lunghe trombe d'argento erano
adorne di una banderuola bianca con in mezzo l'insegna del
Comune, la scacchiera bianca e rossa, con fregi e nappe
d'oro: ed essi pure in abito di gala, e con in petto una larga
piastra d'argento incisavi la detta insegna. Un buon numero
di mazzieri con mazze d'argento, vestiti di rosso e di bianco,
ne chiudeva il corteggio.

Alla porta del tempio, il degli Uberti, ricevuto dal clero,
fu da esso accompagnato all'altare di Sant'Jacopo. Là, il
venerando vescovo della diocesi, messer Bartolomeo Simibuldi,
orando, attendevalo. Un altro giuramento, secondo, gli Statuti,
doveva profferire dinanzi a lui. L'opera di Sant'Jacopo
custoditrice della celebre *sagrestia de' belli arredi*, per le
molte ricchezze da amministrare e per la sua dignità, era
allora in Pistoia una nuova magistratura. Giunto appena il
degli Uberti alla cancellata della cappella, il vescovo lo invitava
ad entrarvi. E lì, a piè dell'altare del grande patrono,
presenti i detti operai, posta la destra sugli Statuti di detta
opera, i quali un chierico sopra un guanciale gli presentava,
«giuro, egli disse, di offerire all'altare del messer baron
Santo Jacopo un pallio di lire dodici di pisani, il giorno di
sua festività.» Allora il prelato solennemente lo benedisse.

Uscito di cattedrale, era di nuovo a cavallo in mezzo agli
altri cavalieri nella piazza maggiore. Arrestatosi dinanzi
al proprio palazzo fra le cittadine milizie che gli facevano
ala, un banditore, dati tre squilli di tromba, a gran voce
annunziò al popolo che, per volere dei magnifici signori e
[pg!27] 
consiglieri del Comune, messer Tolosato degli Uberti era
stato confermato negli uffici di potestà e di capitano generale
delle armi. Un grido universale di lieti evviva scoppiò allora
da ogni lato. I cittadini erano omai assuefatti a scorgere in
lui la propria gloria e la propria difesa!

All'uscire d'ufficio di ogni capitano del popolo costumavasi
che, quando avesse egli ben meritato della repubblica,
il Comune lo presentasse di un ricco dono. Ora, sebbene
l'Uberti sull'uscire vi fosse subito confermato, il Consiglio
del popolo non volle passarsi di far quest'offerta a un personaggio
sì degno. Quand'ecco, com'era dell'uso, venire a
lui due giovani delle primarie famiglie sopra bei palafreni,
portando in alto l'insegna del Comune. I quali, come gli
furono rimpetto, prima agitarono i gonfaloni e li piegarono
dinanzi a lui: poi, accostatisi, gli presentarono a nome della
città, in due vassoi d'argento che i donzelli del Comune porgevano
loro; l'uno un pennone, una targa, una barbuta ed
un cappelletto con la corona d'oro; l'altro un mesciroba
con otto tazze d'argento; il tutto, come narrano le cronache,
della valuta di trecento fiorini. In questo mentre gli alfieri
agitarono le insegne, i capitani brandirono le spade, e ogni
milite levò in alto le lance e gli scudi, facendo così un saluto
d'onore al valoroso lor duce. Rispose egli al saluto; e passate
in rivista le schiere, con nobili parole le congedava.

Bello e gradito spettacolo fu allora a vedere il marciare
animoso di quei militi cittadini nell'uscir dalla piazza fra i
lieti suoni delle trombe, e il dividersi come raggi dal centro
per tante file, e il luccicar di quegli elmi e di quelle armi,
fatte ora più splendide pel sole già alto e promettitore di
una bella giornata.

Non appena infatti avevano i baldi giovani depositato alle
proprie loggie l'armatura e le armi, che i più, ripreso il
saio e la cappa, si davano a raccorre le apprestate corone;
e ciascuno alla casa della fanciulla che più gli aggradiva,
dove non l'avesse fatto sull'alba, si recava ad appendervi il
maio fiorito. Nelle famiglie gelosi riguardi per le proprie
figliuole, o pregiudizi fra 'l popolo in quel giorno non v'erano.
Cotesta si aveva per un'usanza cavalleresca, e come un culto
[pg!28] 
che ogni giovine dabbene intendeva di rendere al gentil sesso.
Il costume era pubblico, e nessuno per certo avrebbe avuto
a ridirvi.

Ma già un maio più bello richiamava su quella piazza
l'ammirazione di tutti. Era questo un alberello fronzuto
di foglia lucida e sempre verde, che ha nome fra noi d'albatro
corbezzolo, e che soleva prescegliersi perchè appariva come
simbolo di una continua fecondità, portando a un tempo bianchi
fiorellini e picce di rosse frutta. Tagliato al mattino sulla
collina presso Vergiole, e sfrondato in basso per circa tre
braccia a fine di poterlo portare, era stato pensiero di alcuni
giovani di adornarne la chioma con piccole corone e molti
mazzetti di fiori, legati con nastri color di rosa dei quali
avevano cinto anche il fusto. Si sapeva però che l'apprestamento
veniva tutto dalle Compagnie delle arti maggiori e
minori; dei medici e degli speziali, ecc.; come de' cimatori,
degli armaioli e degli artigiani della seta e della lana: di
questi in particolare in maggior numero nella città. Tutti
quelli che vi appartenevano, cotesta mattina gli avresti veduti
con vesti di vari colori e di foggie assai strane, e tutti
a far capo intorno a bel maio coi lor gonfaloni. Si era deliberato
doversi andare a piantare con gran corteggio fuor
della porta di Ripalta, sul prato grande di Santa Maria Maddalena,
ora di S. Francesco. E infatti come si furono radunati,
vi si condussero con quest'ordine.

Andavano innanzi, aprendo il corteggio, gli araldi delle
Compagnie di ciascun'arte, sopra cavalli bardati in foggie
tutte bizzarre, come le vesti loro; parte suonando le trombe,
parte i tamburelli; e ciascuno con una piccola banderuola
in asta che sorpassavagli il capo, portante l'insegna dell'arte
propria. Seguivano poi a piede, riccamente vestiti, i rettori
delle arti maggiori coi loro componenti e coi loro gonfaloni,
tutti intorniati di fiorite ghirlande. Nel centro appariva il
gran maio portato in alto da un nerboruto garzone vestito
di rosso, cui facevan corona giullari saltanti che percotevano
nacchere e sistri: quindi una schiera di senatori di pifferi,
di flauti, di nacchere (una specie di timpani), di cenamelle
(stromenti a fiato) e di mandolini. Poi un'altra di sonatori
[pg!29] 
di cembali, di crotali, di viole, di arpicordi, di trombe, di
cornamuse, che dividevano il gruppo dei cantori delle ballate.
Si chiudeva il corteggio coi rettori delle arti minori, loro
consorti e gonfaloni; cui dietro faceva pressa una festante
popolazione. Lungo la strada non era tabernacolo sacro che
non avesse accesi più lampadari, e non fosse attorniato da
festoni di freschi fiori. Costume che in questo giorno nella
città si continua sino a' dì nostri, coi così detti *altarini di
maggio*. Non v'erano balconi che non si vedessero adorni
di tappeti e di ghirlande, e gremiti di spettatori. Fra i
quali vi facevano bella mostra le gentili donne, che coi loro
sorrisi davan segno di saluto e di compiacenza alla sollazzevol
brigata.

Inoltratisi poco fuor della porta, verso il mezzo di un'ampia
e verde prateria tutta fiori di primavera, ivi come in suo
degno luogo stabilmente collocarono il maio. Subito un gran
cerchio vi si formò torno torno dalle genti delle Compagnie.
E allora i suonatori, che vi stavano in prima fila, diedero
principio ai concerti. Una schiera poi di giovinetti, con vesti
a vita e a striscie bianche e rosse e berretti piumati, incominciò
su quei suoni a modulare questa graziosa canzone.
Era di Guido Cavalcanti, e diceva così:

   | Ben venga maggio
   |  E il gonfalon selvaggio!
   |  E a me consenta Amore
   |  Di primavera mia
   |  Goder l'almo colore,
   |  Goder la leggiadria
   |  Quanto l'occhio il desia,
   |  Quanto più splende il maggio.

Or mentre fra gli evviva i più lieti, era ripetuta e avvicendata
con altre strofe e coi ritornelli degli strumenti,
ognuno, ascritto alla Compagnia delle arti, profittava del privilegio
di staccare dall'albero un mazzetto di fiori, lasciandovi
le corone che v'erano poste per ornamento. E allora
avresti veduto quei giovani penetrar fra la folla per adocchiar
le fanciulle più loro simpatiche e più avvenenti (in quel giorno
tutte ben messe in abito da festa e cinte il capo di fiori) e
offrir loro il mazzetto.

[pg!30] 
Bisogna dire che chi fosse stato in quell'ora su i bastioni
delle mura vicine, vi avrebbe goduto del più bello spettacolo.
Per quella gran prateria primieramente un brulichio di gente
infinita; ma un agitarsi senza disordine; come un cantare e
gridare, e qua un suon di trombe, là di tamburi; ma quei
canti e quei suoni e tutto quel movimento non essere infine
che una viva espressione di gioia.

Sarebbe stato un vedervi sorgere qua e là banderuole infiorate,
quasi tanti punti di centro: e trabacche di venditori
di vino e di commestibili, dove il popol minuto già s'accalcava;
perchè d'ogni parte e di continuo andava crescendo,
tanto più per que' che giungevano dalle vicine campagne.
Non vi sarebbe stato dentro le mura un luogo sì ampio per
raccogliervi tanta gente, benchè allora anche più vasto di
quel che adesso. Perchè questa storica piazza non aveva in
quel tempo per confine a sinistra che la gran chiesa di S.
Francesco, però non compiuta, essendo in costruzione da soli
10 anni (1294). Sul lato destro non eravi alcuna casa, tranne
una chiesetta di S. M. Maddalena giù in basso, con poche
case del sobborgo, racchiuse poi nel terzo cerchio. Non aveva,
gli è vero, nè un terrapieno arborato, nè la regolarità che
adesso; acquistava però una certa vaghezza dalla sua maggiore
estensione, e dalla cura che si aveva, che, destinata
fin da antico a' tornei, alle giostre e a' pubblici diporti, vi
fosse il prato ben mantenuto; e gli alberi, sebbene in gruppi
irregolari dai lati ed in fondo dove il terreno più rialto si
prestava al riposo, gelosamente vi si conservassero. Non
essendo poi limitata, come ora, dalle mura urbane, era bello
potervi scorgere fra mezzo le piante le più fronzute l'aperta
campagna fino alle circostanti colline, e godervi così il vario
e quasi sempre sorprendente spettacolo del sole al tramonto.

Era già oltre il mezzo del giorno e il cielo non poteva
esser più limpido e l'aria temperata di più mite calore. La
gente raccoltasi a gruppi qual sotto gli alberi o sotto le
tende, omai posava sull'erbe e su i fiori, e si rallegrava al
sorriso delle sue donne e al comune tripudio. Era questa,
può dirsi, la festa più popolare di quella stessa, benchè più
solenne, ma più nobilesca, del loro patrono il messer barone
[pg!31] 
Santo Jacopo. Colà tutti mangiavano e bevevano insieme, e
intonavano le più allegre canzoni.

Dalle Corti, come già in Sicilia, la poesia in Toscana era
passata fra 'l popolo. Il suo carattere, in ispecie qui, fu un
commisto d'arte pudica e di naturalezza, finchè il reggimento
fu democratico, e geloso del buon costume. Solo i poeti che
succedettero, imitando servilmente il Petrarca, impoveriron
d'assai l'espression dell'affetto. Nè solo prevalse lo spirito
pedantesco; ma alle caste canzoni di Dante, di Cino, e del
Cavalcanti, cui s'informarono certi canti popolari toscani,
tenner dietro le spensierate ed epicuree di Lorenzo il Magnifico,
e di altri nell'epoche posteriori. Nè è meraviglia; se
si rifletta che prevalenza fino dal quattrocento ebbe in Toscana
la letteratura greca e romana; e più che al buono ed
al bello che vi splendeva, si tenesse dietro al licenzioso costume
del paganesimo. Ma poi, perchè anche questa delle
straniere signorie era arte di regno;—corrompere per dominare!—e
la corruzione delle lettere e de' costumi preparò
allora, e preparerà sempre la servitù! Invece, al tempo di
che parliamo, fra un popolo libero e di nobili sensi, non
udivansi intonare che canzoni gentili. Qua un drappello di
giovinette cinte il capo di fresche rose, adagiate in famiglia
su molle strato e alle bell'ombre, cantava sul liuto una ballata
di messer Cino; là un'altra di Guitton d'Arezzo. E
d'appresso, sopra un pratello rialto ed ombrato, amorosi
garzoni rispondevan loro con quelle dell'Alighieri:

   | «Donne che avete intelletto d'amore».

Tutto spirava serena giocondità. In cielo e in terra, dovunque
parea festa e contento.

In varie parti accanto alle trabacche de' venditori de' commestibili,
o d'ornamenti e gingilli, si faceva un largo di persone,
dentro del quale avresti veduto un saltimbanco dar
prova d'agilità delle membra; ora piegandosi in strane guise,
ora saltando e facendo lazzi per destare l'ilarità.

Qua un conduttore di cani, che ritti su due piedi li tenea
giocolando, e un'accorta scimmia in farsetto rosso buffoneggiava
proprio d'intorno. Là una gran gabbia dove si facevan
[pg!32] 
veder pappagalli di vari colori, che sia con l'aspetto o con
li strani lor gridi (a male agguagliare come certi uomini)
facilmente per poco danaro pascevano la curiosità de' più
gonzi.

Di già era l'ora che al suono allegro degli stromenti, e
per una piccola moneta ai sonatori, si concedeva a ciascun
popolano di fare cinque o sei giri di frullana o di veneziana,
di moresca o di trescone intorno al maio con la propria donzella.
La cerchia degli astanti soleva ogni tanto far plauso
ai più agili danzatori: in specie quando in quest'ultimo ballo
precipitoso si vedevan confondersi vesti di mille colori, e
volti di grazia e di colore modesto, e chiome brune e bionde
all'aura sparse, e occhi vispi e lucenti apparire e sparire in
que' vortici.

E a godere di queste danze soleva intervenire negli anni
lieti anche la classe de' nobili. Nè questa volta mancarono.
Importava loro, or più che mai, per quanto l'abituale orgoglio
in molti pur sempre vi ripugnasse, di mostrarsi al possibile
più popolari: sì perchè era stata lor contrapposta, per
conseguire gli uffici, la istituzione delle arti: sì infine per
mantenersi il popolo sempre più fermo e fedele al loro partito.
Per lo che a quell'ora vespertina li avresti veduti incamminarsi
a brigate fuor della porta; e per cortesi modi e
parole, via via farsi largo di mezzo alla folla.

In una di tai brigate era anche il gentil poeta Guittoncino,
poi detto sempre Cino de' Sinibuldi. Inoltratosi fra la gente
insiem con gli amici, si trovò dinanzi a un gran circolo di
persone; dove, in mezzo e presso un'asta piantata in terra
con la insegna della scacchiera (lo stemma del Comune, come
abbiam detto), vedevasi un giullare, vestito a scacchi per far
più breccia nel popolo; con strana berretta rossa, ed in più
colori la veste; con la viola da tre corde che gli pendeva dal
collo, ed il bossolo della questua dalla cintura.

Cotesta razza di buffoni e di cantastorie brulicava per
tutta Europa. Campavano generalmente alle spalle dei gran
signori, o dei Comuni (e anche quel di Pistoia ne aveva allora
uno suo, denominato Gazzino) ed erano il trastullo di tutte
le Corti bandite. Recavano da un paese all'altro novelle di
[pg!33] 
pubblici casi e privati, in mancanza di gazzette e di chiacchiere
a stampa; e per questo, e perchè con arguti motti
pungevano e destavano il riso, erano, si sa, accarezzati da
tutti. Nelle parti però di Toscana, dove il feudalismo, più
che altrove, andava scemando, e Corti non v'erano, se ne
contavano pochissimi. Costui infatti era venuto di Lombardia
e dimorava da qualche tempo in Firenze. Il quale, come
seppe di questo straordinario concorso, vi venne subito per
tentare un guadagno. Eccolo là infatti, che, dopo aver raccontato
le novelle ed i romanzi più strani della Tavola Rotonda
e di Guerrin meschino, si aggirava col bossolo fra gli
astanti, e, dandosi a questuare con lazzi e parole le più scimunite,
aveva raccolto di già buona messe; ma qualche altro
tornagusto gli bisognava per alletare. E credette di averlo
trovato col cantare alcuni versi di Lemmo da Pistoia, uno
degli ultimi e più amabili trovatori che allora vivessero.
Annunziava con magnifiche parole, e per far più colpo, essere
questi versi di un pistoiese, e messi in musica da quel Casella,
eccellente cantore e maestro in quest'arte, e l'amico
del famoso poeta Alighieri.

E la canzone, ch'ei stava cantando, incominciava così:

   | «Lontana dimoranza
   | Doglia m'ha dato al cor lunga stagione.»

Ma, come messer Cino l'ebbe udito alcun poco, preso da
sdegno di sentirsi guastare con un accento il più strano e
con indicibili storpiature quelle belle melodie e que' versi di
Lemmo amico suo, non potè regger più oltre. Si fece innanzi
al tristo giullare, lo riprese aspramente, e gl'impose
silenzio. Non è a dire se plaudissero tutti, in particolare le
nobili donne a questa difesa del buon trovatore! Quando
poco discosto un altro spettacolo attraeva la loro attenzione.

Trattavasi di un astrologo, che si spacciava anche per
alchimista e gran fisico. Montato sopra una tavola ingombra
di barattoli, era appariscente per la sua nera veste talare,
listata di rosso col campo a stelle d'oro, pel suo alto cappello
nero a guisa di cono, e per una gran barba che gli
scendeva fino al petto. Con una bacchetta, che dicea misteriosa,
[pg!34] 
accennava da prima un gran libro tenuto aperto nella
sinistra, che vantava contenere i più rari segreti di quel
celebre Zoroastro, inventore dell'arte magica. Ivi, secondo
il sistema di Tolomeo, erano delineati i pianeti: ed ei ne
dava ad intendere le virtù e gl'influssi sopra il globo terraqueo
(immobile, com'ei diceva) e sopra gli uomini: potere
ed influssi comunemente creduti anche dai più colti di quell'età.
Certo che per vane ed ampollose promesse non avrebbe
ceduto in ciarlataneria ai prestigiatori, ed ai *medium* dello
*spiritismo* dei nostri tempi.

Ma quel che aveva da destare una certa curiosità, era
una cassetta con una gran collezione di pietre preziose e di
gemme, delle quali come amuleti già fino ab antico fu fatto
grande uso in Oriente, d'onde la gran quantità di pietre incise,
che ancora ci avanzano, della China, dell'Assiria e di
Babilonia, e che egli poi di tutte queste, secondo la teoria,
che in allora correva, del provenzale Pietro de' Bonifazi, ne
indicava le particolari virtù.

Or via via additando con la bacchetta ciascuna, così cominciò
a dire:

—Vedete! Il diamante ha virtù di render l'uomo invincibile;
l'agata d'India o di Creta lo fa buon parlatore; l'ametista
resiste alla ubriachezza; la corniola pacifica l'ira e le
pubbliche liti; il giacinto provoca il sonno; la perla reca
allegrezza nel cuore; il cammeo vale contro l'idropisia quand'è
intagliato; il lapislazzuli posto al collo de' fanciulli li rende
arditi; l'onice d'Arabia e d'India rintuzza la collera; il
rubino, sospeso al collo quando si dorme, caccia i pensieri
fantastici e noiosi. Affermava che se l'uomo sarà casto avrà
sperimentato la virtù del zafiro e del sardonico: lo smeraldo
tien viva la memoria e rende l'uomo giocondo; il topazio
(chiamato da Plinio crisolito o pietra d'oro) raffrena l'ira e
la lussuria; la turchina ci guarda dalle cadute. Ti vuoi
rendere invisibile? hai l'elitropia; preservarti dai pericoli?
hai l'aqua marina. Il corallo si oppone alle folgori, e l'asbesto
al fuoco. Aggiungeva che il berillo fa innamorare; il
cristallo estingue le sete dei febbricitanti: la calamita attrae
il ferro, e finalmente il granato reca gioia e contento.

[pg!35] 
Dopo questa gran filastrocca di prodigiosi trovati per
raccogliere intorno a sè gli avventori, veniva alla parte per
lui più stringente, offrendo in vendita a ciascuno certi suoi
particolari specifici. Si sbracciava a narrare quanti mai ne
avesse spacciati a Firenze; tanto che si augurava in Pistoia
un esito non men fortunato. Ma il vero volpone per guadagnarsi
denari e partigiani era giunto in mal tempo. La
turba de' gonzi, in specie della campagna, che potea dargli
ascolto e comprare in suoi farmachi, era quasi tutta avvinazzata;
e tranne che di liquori e di canti, a quell'ora potevi
sgolarti, non volea saper d'altro. Sicchè deluso del suo
guadagno, irritato che i più attendessero al giullare vicino,
si rivolse al circolo del rivale, e a quell'insegna del Comune
di Pistoia (la scacchiera) che eravi eretta, e come in tono profetico
in questa guisa esclamò:

—Bene sta! gioite, gioite! Ma io leggo già nelle stelle;
e su quella scacchiera in luogo di un cavallo e d'una torre,
vi scorgo un leone e una pantera; (voleva alludere al Leone
di Firenze, e alla Pantera di Lucca) e i giuocatori azzuffarsi
e venire al sangue, e... e...

—E che vuoi dirci con questo, eh?—interruppelo un
popolano che s'era accorto dell'infausta metafora.

—Venisti forse a portarci il malanno? Fuori di qua,
brutto uccello di tristo augurio.

—Fuori, sì, fuori!—un dopo l'altro, e poi un grido
di tutti.

—Fuori, e t'affretta!—soggiunse un nobil messere—o
ti faremo far la fine del tuo insatanassato Guido Bonatti.
Qui non si vuol Guelfi a insultarci!

—Non si vuol, non si vuole! ammazza, ammazza!—da'
più risoluti si cominciò a gridare.

E già qualche stile era uscito dalla cintura, quando a un
tratto s'udì esclamare:

—Eccoli! eccoli!

—Dove? chi sono?—si ripetè in un subito da mille
voci: e non altrimenti che in un campo di grano le spighe
sommosse dal vento, fu un piegarsi di mille teste da' berretti
rossi o dalli scuri piumati, e andar tutti verso una parte.
[pg!36] 
Distratta così l'attenzione di costoro per altro lato, bastò
l'incidente per dar tempo al mal capitato impostore per
chiuder la cassetta, porre tutto in un sacco, e svignarsela a
gambe. Intanto quell'onda imponente di popolo spingendosi
in giù per consenso fino dall'alto della prateria, come trovasse
una diga venne ad arrestarsi allo sbocco della via del
sobborgo.

Ma chi eran coloro che potevano così all'improvviso richiamar
l'attenzione e gli sguardi di tutti?

Lasciato il proprio castello per tornare in città, appunto
in quel momento v'entrava a cavallo, e passavasi in fondo
del gran piazzale la famiglia de' Vergiolesi. Una vera dimostrazione
di general gradimento l'accoglieva sul suo passaggio.
Ell'era amata e reverita generalmente: perchè fra le pistoiesi,
se non delle prime per larghezza di censo, certo era delle
più nobili per blasone, in que' tempi di qualche prestigio;
ma poi insieme delle più popolari per affetto operoso alla
testa del partito de' Bianchi, quello dell'intera città.

Procedeva la cavalcata con innanzi i tre figli: di seguito
il capitan messer Lippo, e a sinistra sua moglie, su due
magnifici morelli: dietro, in due coppie, i quattro loro scudieri.
Nell'inoltrarsi fra tanta gente, e fra le voci di giubilo
che s'udivano d'ogni parte, anche i cavalli si mettevano in
brio: e a stento si sarebbero frenati, massime quelli dei giovani,
due vivacissimi baio-fuocati, se non avessero avuto così
validi cavalieri. Ma popolo e nobili che li attendevano, la
gioventù in particolare tutt'accorsa sul loro passaggio, non
rifinivano di salutare que' che venivano in prima fila, cioè a
dire, gli amabili cavalieri messer Fredi, e messer Orlandetto,
e in mezzo loro Selvaggia, la gentile sorella. Cavalcava essa
con baldezza e leggiadria singolare un generoso destriero
bianco come la neve, che quasi consapevole del pregio di
colei che portava, caracollando, scoteva altera la testa, ma
senza darle ombra di minor sicurezza. Un semplice abito
di tessuto in lana color di rubino, stretto alla vita, dalla cui
cintura di cuoio lucido con borchie dorate pendeva una borsa
di velluto verde trapunta in oro: in testa poi una berrettina
di velluto nero con bianca piuma da un lato, da dove un velo
[pg!37] 
bianco le scendeva sugli omeri e in balia dell'aria si sollevava,
davano maggior risalto alla bella persona. Inchinavasi
ella in passando agli amici della famiglia, e insiem co' fratelli
pareva dicesse loro con gioia: «A rivederci a questa sera.»
E fu notato come il saluto fra Selvaggia e messer Cino fosse
ricambiato vivissimo, e quale fra chi con gran desiderio si
cerca e s'incontra. Chè molti omai si erano accorti dell'affetto
particolare del giovine verso di lei: e certi anche amici,
o per invidia, o per poter dire di aver interpretato alcuni
suoi versi, lo reputavano il fortunato amatore.

Or mentre una sì lieta accoglienza li accompagnava fino
alla porta della città, il baccano, il tripudio e i canti del
popolo crescevano a dismisura. E già, fatta sera, si vedevano
accendere qua e là per l'estensione di quel vasto terreno
alcuni falò, e i briosi ragazzi porvi su delle stipe, attizzarne
il fuoco, e schiamazzarvi d'attorno.

Intanto poco a poco la gente abbandonava il piazzale e
tornavasi alle sue case: molti poi della campagna in grande
allegria tenevan dietro a brigate di cantamaggi e di sonatori.
I quali, durante cotesta notte e fino alla prima alba come
in quella decorsa, andando per la pianura o scavalcando poggi
e colline, si recavano a far serenate, e a piantar maggi di
casolare in casolare, d'un villaggio ad un altro, innanzi alle
case di vaghe fanciulle: per parte, s'intende, de' loro dami,
che solevano guidarveli, e che al poeta improvvisatore indicavano
il nome di esse, e il tema di lode per la famiglia.
Quegli stessi falò come segni di gioia si vedevano giro giro
pel territorio, in piano ed in poggio. E fra tante castella
che tenevano parti diverse, benchè il contado molto dipendesse
dalla città, poteva dedursi da quelle baldorie la indicazione
de' luoghi dove abitava la famiglia od un popolo del partito
de' Bianchi e de' Ghibellini.


[pg!38] 

.. toc-entry:: IV - Amore e danze

CAPITOLO IV. 
============

AMORE E DANZE.
--------------

.. epigraph::

   | «Vidi. . . . . . . . . .
   |  Gente che d'amor givan ragionando.
   |  . . . . . . . . Ecco Selvaggia,
   |  Ecco Cin da Pistoia.»

   — :small-caps:`Petrarca` nel *Trionfo d'Amore*.

.. epigraph::

   | «Vedete, donne, bella creatura
   |  Com' sta fra voi maravigliosamente!
   |  Vedeste mai così nuova figura,
   |  O così savia giovine piacente?
   | Ella per certo l'umana natura
   |  E tutte voi adorna similmente;
   |  Ponete agli atti suoi piacenti cura,
   |  Che fan maravigliar tutta la gente.
   | Quanto potete a prova l'onorate,
   |  Donne gentili, che ella voi onora,
   |  E di lei in ciascun loco si favella.
   | Unque mai par si trovò nobiltate,
   |  Ch'io veggio Amor visibil che l'adora,
   |  E falle riverenza, sì è bella!»

   — *Sonetto di* :small-caps:`M. Cino` *per Selvaggia*.

In quella parte più elevata della città di Pistoia, quasi
rimpetto all'antica chiesa di S. Prospero, ora detta di S. Filippo,
sorgeva la casa de' Vergiolesi. Era essa, con le più
di quel tempo, tutta fabbricata a mattoni senza intonaco o
tinta qualunque: con alcune scorniciature dei medesimi alle
finestre di sesto acuto, e con grandi archi di pietra che mettevano
alle sue logge. Solevano queste, di facile accesso
[pg!39] 
perchè al pian terreno, servir di convegno ai cittadini per
novellare, giuocare a tavole, a scacchi, o per negoziare di
faccende pubbliche e di private. Nelle case de' magnati era
qui dove in prima i forestieri si ricevevano, e gli uomini
d'arme della famiglia vi dimoravano come di guardia. Una
parte di quell'architettura che avea del grandioso, potè vedersi
anco a' dì nostri, finchè la moderna industria, gretta
per lo più anche ne' pubblici palazzi, non ne tolse quasi le
tracce. Solo adesso la pubblica coscienza per quelli antichi
e monumentali ha gridato: «Se non siamo da tanto da poterne
erigere de' somiglianti, che almeno, a documento di storia
d'un popol grande, si sappiano conservare!» Quanto a questa
casa, ad attestare che ivi era, non vi rimane adesso che lo
stemma della famiglia a bande trasversali, e nell'interno un
avanzo della sua torre. Tutto quel fabbricato, fino all'antica
chiesa di S. Biagio può dirsi essere stato un castello presso
alle mura del primo cerchio, ed era in quel tempo di pertinenza
di messer Lippo de' Vergiolesi.

All'un'ora di notte di quel primo di maggio questa casa
splendeva già torno torno di faci, e molti panegli ardevano
fin sulle cime della sua torre. Nel cortile come nella loggia
si vedevano alcuni uomini d'arme dipendenti dal suo signore.
Molta gente andava e veniva per quella via, anche uomini e
donne della campagna; perchè cotesta notte, seguitando la
festa, i ponti levatoi delle porte della città v'era ordine non
dovessero alzarsi. Si soffermavano incuriositi, come suol farsi
dal popolo per ogni insolita cosa, e scorgevan di già dai piccoli
vetri delle finestre illuminata una fila di stanze a maestro,
fino alla gran sala che volgeva a ponente. Stavano nelle
anticamere li scudieri ed i servi della famiglia; pronti questi
ai comandi; quelli ad annunziar gl'invitati introdotti nelle
sale di essa.

In una di queste, la più prossima alla gran sala, erano
intorno disposte molte sedie a bracciali, guernite di velluto
a colori diversi; belli stipi intarsiati di legni rari e di pietre
preziose con sopra vasellami di freschi fiori. I torchietti
pure che la illuminavano eran cinti di fiorite ghirlande, conforme
il carattere della festa. Là sopra una di quelle sedie,
[pg!40] 
dove nel dossale si vedeva trapunto in seta e in argento lo
stemma dei Vergiolesi (uno scudo a sbarre trasverse bianche
e celesti), vi si trovava adagiata una gentil donna. Un abito
di drappo oltramarino dai colori dello stemma gentilizio, tessuto
a fiorami d'oro, con le maniche chiuse al polso; una
berretta di velluto chermisi guernita di grosse perle; cintura
e fermagli ricchissimi, la designavan subito per una nobile
dama. Infatti era essa madama Adelagia consorte del capitan
Vergiolesi. Benchè innanzi con gli anni, serbava pur
sempre nel volto le tracce della prima avvenenza. L'animo
poi sì affettuoso per la famiglia e a tutti indistintamente cortese,
le avea conciliato e le manteneva la riverenza d'ogni
classe di cittadini.

E già alcuni degl'invitati le facevan corona. Fra questi,
favellando col suo Orlandetto, si vedevano nobili damicelli
in veste color cilestro o rosato, con in mano piccolo berretto
rosso, giubboncino di raso, e calzoni a due colori stretti alla
gamba. Allorchè fra di loro col fratello ser Fredi giungeva
Selvaggia.

Vestiva essa un bianco abito serico, stretto alla vita con
cintura d'argento ed un aureo fibbiale. Una sopraveste
egualmente serica cilestrina con grandi maniche aperte dal
gomito al polso, e sopravi bottoni e ricami d'oro, ne arricchivano
l'ornamento. Oltrechè sul confine delle candide
braccia le si avvincevano due smanigli con perle, che pure
a un sol filo le pendevano dal collo. Un serto cesellato in
argento le cingeva la bianca fronte, e le teneva raccolto il
bel volume de' suoi capelli, sì biondi che parevano fila d'oro,
e a grandi ricci le cadevan sugli omeri. Il suo volto era
bianco rosato. Gli occhi, Cino stesso cel dice, eran soavi e
pien d'amore. Alta della persona, snella e dignitosa a un
tempo nel portamento. Disegnandone le belle forme, potea
dirsi che ritraessero di tutta la grazia greca. La sua voce
financo, nè troppo esile, nè troppo grave, le usciva con un
suono sì dolce e sì melodioso da farsi udir per incanto. Cotali
pregi si piacevano d'ammirare l'invitati alla festa nella
nobile figlia del Vergiolesi; quando li scudieri vennero annunziando
le une poco dopo le altre, co' lor cavalieri consorti
[pg!41] 
e famiglie, madonna Oretta de' Panciatichi; Imelda e Viola
di messer Rinieri de' Cancellieri di parte Bianca; monna Alagia
degli Uberti; donna Fiore de' Gualfreducci; donna Ghisola
de' Lazzari; monna Bice de' Muli; Dialta de' Tedici; Finamore
de' Sodogi; Lieta de' Reali; donna Porzia de' Rossi; donna
Lauretta di Laute de' Sinibuldi, l'amica intima di Selvaggia,
e le donzelle cugine sue Vergiolesi, Lamandina, Guidinga,
Matelda, Albachiara e Argenta. Queste con alcune altre,
quasi che tutte della classe de' maggiorenti, per avvenenza,
per ricche vesti e per sfoggio di gemme d'ogni maniera, facevano
bella mostra: sfoggio già andato tant'oltre a danno
della domestica economia, che dal Comune, co' suoi Statuti
suntuari, fino a certa misura si tentò d'impedirlo.

Da messer Fredi eran quindi presentati alla madre i principali
banchieri della città; gli Ammannati, cioè, i Visconti,
i Reali, i Chiarenti, i Panciatichi. Eran costoro una potenza
nel paese, e una fonte di floridezza pe' grandi cambi e negozi
che facevano in Italia e fuori. Basti il dire che la
banca reale degli Ammannati, tre anni avanti volendo assestare
i suoi conti, aveva interposto il pontefice perchè da
Odoardo re d'Inghilterra fosse sodisfatta di centocinquantamila
fiorini d'oro, dei quali egli era debitore a detta ragione.
Le venivano presentati pur anche i capitani delle compagnie
del popolo, e altri ufficiali del Comune col suo gonfaloniere
di giustizia. Nè mancava fra loro il nuovo potestà e capitan
degli Uberti, cui primo messer Lippo offerivasi innanzi, grato
dell'onore che gli recava. Non è poi a dire con quanta
squisitezza di cortesia si volgesse a tutti Selvaggia o con
parole o con atti.

Or mentre in lieti crocchi ciascuno a piacere si tratteneva,
Selvaggia aveva preso a favellare con le giovani cugine, e
pareva che molto si rallegrasse. Ma chi però le avesse letto
nel cuore, vi avrebbe scorto non altro che uno sforzo di compiacenza;
e a un tempo uno sgomento, una pena, che rivelava
talora col guardo inquieto come di chi cerca ansiosamente
qualcuno. Eppure in quell'istante quel suo desiderio
lo divideva con molte di quelle dame! Omai si sapeva il
ritorno inatteso di messer Cino. Chi avrebbe mai pensato
[pg!42] 
ch'ei non fosse dei primi alla festa! Perchè, come dicemmo,
non era ignoto l'affetto scambievole fra Selvaggia e il gentile
poeta. E se egli è vero che la lunga assenza d'amata persona
ne cresce la brama, può argomentarsi se ella bramasse
di rivederlo! Egli, il suo Cino, toccava appena sei lustri.
Alto della persona, il volto lungo ed espressivo, occhio, vivido,
perspicace; preveniente di modi e parlatore leggiadro;
egli di nobil casata, che ebbe fra gli avi un console della
repubblica, potestà e capitani; e di quegli anni l'onorando
vescovo della città. Oltrechè era in lui merito de' più pregiati
a quei tempi, quel di legista. Passava di già per un
dei più degni fra i discepoli de' celebri professori, Dino Rossoni
ed Accursio: e adesso tornava in patria dalla Università
di Bologna col titolo onorifico di baccelliere, che lo abilitava
alla giudicatura. A farlo anche più accetto al gentil sesso
conferivano molto i suoi meriti letterari. Si sapeva oltracciò
come negli ultimi mesi ch'ei fu a Bologna si fosse legato
d'amicizia non che di concetti politici (lo che ivi fra i Bianchi
era grato) col grand'esule Dante Alighieri che al partito
dei Guelfi bianchi inclinava, e del quale già si conoscevano
alcuni canti dell'*Inferno*. L'amicizia con gli uomini
rinomati dà sempre un prestigio e una compiacenza.

E certo doveva essergli di bel vanto l'avere ad amico un
sì sublime intelletto, che Cino appellava *diletto fratello e
signor d'ogni rima*; e cui per la morte della sua Beatrice
dedicò un'affettuosa canzone. Già fin dai primi anni era
stato fra loro un ricambio di dolci versi. Pensiamo poi quanta
fosse la compiacenza di messer Cino nel sentirsi chiamato
da quell'alma sdegnosa e parca dispensatrice di lodi, dopo
del Cavalcanti il *secondo de' suoi amici*! Nel suo *Volgare
eloquio* esser detto uno di quelli che più dolcemente ebbero
scritto di poesia; che dirozzaron la lingua, che la ridussero
districata ed egregia, civile e perfetta; e infine *cantor d'amore*
esser nominato da lui!

E sì veramente l'amore, e l'amor di Selvaggia (e ben ce
lo attesta il suo Canzoniere) gl'ispirarono i versi, e quel *dolce
stil nuovo* che differenzia i poeti dai trovatori. Perchè, per
quanto i menestrelli e i trovatori siciliani alla Corte di Federigo
[pg!43] 
a Palermo, (e si aggiunga pure i molti che vi convenivano
di Toscana, dove eran già noti alcuni scrittori di
versi italiani), fosser dei primi a vocalizzare, quasi diremo,
la italica lingua su i lor liuti con serventesi e ballate amorose;
le fu d'uopo d'esser dirozzata, di farsi pura e gentile,
e di esplicare infine tutte le doti che in sè chiudeva di forza,
varietà e armonia; lo che non certo le era nè le fu concesso
fra un popolo che in generale sentiva ancora dell'arabo e
del saraceno; con un Governo dispotico, e che solo per incidenza
e per pochi anni ebbe un re dedito alla musica e al
poetare; ma potè solo in Toscana e con stabile fondamento,
fra un popolo per ingenita disposizione più gentile, con ordini
liberi, e il più progredito di civiltà. Ora, sia per mente e
per cuore era Cino in quel tempo uno degl'ingegni più eletti.
Nè l'amor suo fu già ideale e fantastico come quello de' trovatori
amanti di professione. Sebbene rivelato con le forme
della scuola platonica, era nobile, caldo e verace. L'aveva
accolto in cuor suo già da qualche anno; sicchè da quel dì,
com'egli ne scrisse, null'altro chiedeva che

   | In lei poner la mente
   | Poi di ritrarne rime e dolci versi.
   | Angel di Dio somiglia in ciascun atto
   | La sua giovine bella.
   | Da lei si muove ciascun suo pensiero
   | Perchè l'anima ha preso qualitade
   | Di sua bella persona.
   | E ciò fin da quel tempo
   | Che gli occhi suoi gentili e pien d'amore
   | Ferito l'ebber col dolce guardare.

Nobile era l'affetto che portava a Selvaggia. Lontano,
non altro bramava che di rivederla, dicendo che

   | La sua dolce accoglienza
   | Gli cresceva l'intenza
   | D'odiare il vile, e d'amar l'alto stato.

Pregiato vanto d'amore, che ogni donna di accorto e
delicato intelletto dovrebbe piacersi di riportare.

E cotal vanto ebbe Selvaggia sul suo messer Cino; perchè
egli addivenne primo in quel tempo fra i maestri di diritto
[pg!44] 
civile, ed egregio fra i più gentili poeti. Nè questo culto
della poesia disdegnavano allora in Italia le nobili donne.
Venturose anzi e felici pubblicamente si dicevano quelle che
lo avessero meritato. Fra le quali, prima è da porre Beatrice
de' Portinari, donna di virtù piuttosto singolare che rara,
come colei che seppe ispirare il sublime cantore della Divina
Commedia. E come già innanzi la Nina siciliana di Dante
da Maiano, verseggiatrice del pari che la gentil donna Gaia
figlia di Gherardo da Camino, nominata con onore dall'Alighieri;
quindi si novera la Vanna del Cavalcanti, la Lauretta
del Montemagni, la Laura del Petrarca.

Di Selvaggia poi potea ben dirsi che fin dai primi anni
quella sua gentil alma fu tocca da una straordinaria visione
del bello, di cui Cino le apparve effigiatore nelle sue dolci
rime. Ma sì era modesta dell'animo, che, per quanto affetto
nutrisse in cuor suo, non comportava però che ei nel pubblico
e con pubbliche lodi lo palesasse. Tale è il concetto d'un suo
madrigale che si legge fra le rime di messer Cino. Ella di nobil
gente, di squisito intelletto d'amore, ben s'addiceva che con
l'arte del canto e del toccare il liuto, si fosse data a coltivare
le lettere rifiorenti allora in Italia, e nobil palestra
d'ogni civile persona. Angelica creatura veramente era essa.
Una di quelle, che in tempi di feroci passioni e fra uomini
discordevoli, pure, umili, e in sè raccolte, erano destinate a
molto soffrire per tentare di ricondurli a più miti affetti, al
perdono, alla pace.

Questo carattere di bontà, cotesta sera forse anche più
attraente le appariva nel volto. Frattanto in quella sala,
dove molto era già il concorso degl'invitati, s'udì profferire
il nome di messer Cino de' Sinibuldi, e gli occhi di tutti si
volsero verso di lui.

Adornava la svelta persona una veste che era il lucco di
velluto chermisi serrato alla vita, e stretti pure i calzoni
d'ugual colore, con al fianco una ricca cintura, da cui pendeva
la spada. Teneva in mano una berretta del detto velluto,
da cui, com'era dell'uso, scendevano dai lati due piccole
bende. L'andar suo era franco: il suo sguardo riservato
e cortese.

[pg!45] 
Giunto dinanzi a madonna de' Vergiolesi,

—Eccovi il reduce amico nostro!—disse subito messer
Lippo, presentandolo alla consorte e alla figlia.

—Che siatevi il ben tornato!—con molta grazia gli
si volgeva la nobil madonna.

E Selvaggia alquanto arrossendo:

—Oh sì! veramente vi aspettavamo!

Cui egli:—Nulla mai di più caro di sì compita accoglienza!

Dopo ciò fu un udire come sopraffatto le loro congratulazioni,
quelle de' giovani Vergiolesi e degli altri amici:
a' quali tutti rispose con ugual cortesia. Assente da qualche
anno, ben è da credere con qual contento fosse tornato fra
sì care persone, e si trovasse poi dinanzi a colei che era in
cima de' suoi pensieri.

Salutò quindi le altre nobili dame: molte delle quali
com'ambissero di piacergli, lo colmavano di cortesie. Si
diedero infatti a lodarlo innanzi a Selvaggia di avere imposto
silenzio al giullare di piazza, che spropositava in frasi ed in
voci i bei versi di Lemmo.

—Io—disse loro—volli impedire lo strazio della canzone
del mio buon amico. Mi son troppo cari quei versi.

—E vorreste dirmi la canzone qual era?—gli chiedeva
Selvaggia.

—Quella—ei rispose—che incomincia:

   | Lontana dimoranza,
   | Doglia m'ha dato al cor lunga stagione.

—È sì bella e consuona tanto co' miei sentimenti!...

E in questo, mess. Cino affissò con un guardo di tale
affetto Selvaggia, che ella abbassò gli occhi e non seppe che
dire. A chi avesse ignorato i legami che già avvincevano
que' due giovani cuori, da quello sguardo, e da tal commozione
avrebbe detto che l'amor loro avesse allora principio.

Rompeva il silenzio la buona madre e diceva:—È la
canzone che più spesso suol cantar sul liuto la mia Selvaggia.
Melodìa sì soave mal si comporta di sentirla guastare. E
voi, anche come amico di messer Lemmo, a ragione ne prendeste
[pg!46] 
le parti. Ben vi lodano le nobili donne, chè l'opera
è generosa e degna di voi, messer Cino!

—Questi versi—riprendeva Selvaggia—belli di per
sè, messi poi in musica da Casella, ricordo che io li ebbi in
dono da Lemmo stesso, e non so dire quante grazie gli resi,
e come gli ho sempre cari, venutimi da tanto autore!

In questo appunto messer Lemmo compariva fra loro. E
udito il soggetto del lor ragionare, se ne mostrava obbligato
in special modo a Selvaggia. Poi con affetto il più vivo si
stringeva al seno l'amico Cino.

Intanto una musica a ballo, ma lenta e soave, s'intonava
dall'orchestra nella gran sala vicina. Selvaggia e la madre
fecero invito ad entrarvi: e i cavalieri, presa per mano ciascuno
una dama, vi s'introducevano, e davan principio alle
danze. A quella introdotta da messer Cino che rinnovavagli
cortesi parole sulla difesa di Lemmo, egli con certa ilarità:

—Ma che volete!—rispose—abbastanza prendono
occasione di strapazzarci, noi, poveri trovatori di rime!

—Trovatori però anche d'amorose e felici avventure!—soggiunse
essa, e con tal malizietta, che l'uno e l'altra lasciaronsi
con eloquente sorriso.

La sala, dai gravi soffitti, con intagli dorati, brillava per
lampadari magnifici e per torchietti disposti intorno alle pareti.
In una di queste si vedevano appesi li stemmi del Comune e
dei Vergiolesi. Nell'altra, fra grandi cornici di legno intagliato,
spiccavano i ritratti degli avi della famiglia. Qui pure
grandi sedie a bracciali, ma di corame in colore con lucide
borchie.

Di già in quella sala una gioia più libera pareva diffusa
sopra ogni volto. Solo un cavaliere v'avresti veduto con
occhi foschi, e accigliato così, da fare uno strano contrapposto
fra tanto giubilo. Era costui un parente dei Vergiolesi, messer
Nello de' Fortebracci.

Frattanto il volto di Selvaggia, vinta la nube che lo aveva
per poco offuscato, s'animava di tal contento che co' detti e
co' modi godeva quasi di farne partecipi quanti le eran vicini.
Chi ne conosceva il carattere non poteva dire che ciò nascesse
da ambizione. Era un impulso abituale della sua indole;
[pg!47] 
impulso, quasi che inconsapevole, d'ingentilirsi e d'ingentilire.
Qualità che pur si riscontrano in certe anime privilegiate,
bramose di destare in altri quel puro senso d'affetto e di
gioia che provano in sè: al modo del poeta che sente e s'accende,
e vorrebbe pure trasfondere in altri quella viva sua
fiamma. Anche allora che si dava alle danze l'avresti detta
pur sempre la regina della festa. A render più lusinghiere
le danzatrici contribuivano non poco in quei tempi il genere
dei balli; governati da melodie sì lente e soavi, che più che
invitare con celeri passi a circuirne la sala, obbligavano invece
a movenze di grazia; sia che l'una coppia s'intrecciasse
con l'altra, o distaccandosi alcun danzatore si facesse dinanzi
alle dame in atteggiamento di reverenza e di leggiadria.

Or avvenne che dopo un breve riposo, e recati in giro
eletti rinfreschi, un coro di fanciulle rallegrò inaspettatamente
la festa. Era il canto d'una Ballata, pensiero tutto unico
di Selvaggia! Dimorando al castello, ella stessa aveva voluto
addestrare a questo *canto a ballo* varie giovinette dalla voce
più intonata e più chiara. Se non che talora mentre le accompagnava
sul suo liuto, fra l'una e l'altra strofa, usciva
in preludi così mesti e soavi, che quelle fanciulle ne rimanevano
estatiche. La Ballata era questa:

   | «Giovine bella, luce del mio core,
   | Perchè mi celi l'amoroso viso?
   | Tu sai che il dolce riso
   | E gli occhi tuoi mi fan sentire amore.
   | E sento dentro al cor tanta dolcezza
   | Quando ti son davanti,
   | Ch'io veggio quel che amor di te ragiona.
   | Mai poi che privo son di tua bellezza
   | E dei tuoi bei sembianti,
   | Provo dolor che mai non m'abbandona.
   | Però chiedendo vo la tua persona,
   | Desioso di quella cara luce
   | Che sempre mi conduce
   | Fedel soggetto dello tuo splendore.»

E ripetevano di tratto in tratto come per intercalare:

   | Giovine bella, luce del mio cuore.

E a un tempo su questo canto s'intrecciavano lievi danze.

[pg!48] 
Tostochè messer Cino n'ebbe udite le prime parole, si
volse a Lemmo con gran meraviglia; ma non potè a meno
di non mostrarsene soddisfatto e ad un tempo commosso. È
da sapere che questa Ballata fu composta da Cino [#]_ : ch'ei
la diede in segretezza all'amico perchè vi facesse porre la
musica, e la donasse a Selvaggia, ma come sua.—Così almeno,—diceva
egli—avrò in sorte, benchè ella lo ignori,
che alcuni miei versi li possa cantare liberamente, o udir
chi li canti presso di lei.—Non però che in seguito, mutato
consiglio, egli stesso non glie li inviasse, e a lei non fossero
grati; disvelandone anche l'amore con certe allusioni al suo
nome, come già Dante a quel di Beatrice, il Montemagno a
quel di Lauretta, il Petrarca a quel di Laura. Ma frattanto
Selvaggia di questi versi ignorava affatto il vero autore; e
credendoli anzi di Lemmo, pensò che a lui, che per sicuro
sarebbe stato alla festa, all'udirli cantare avrebbe fatto una
grata sorpresa.

.. [#] Estratta dal Codice 1118 Riccardiano, che contiene una raccolta delle
   poesie di Cino.

Or mentre i plausi risonavano per la sala al buon esito
della musica, e alla gentile che l'avea procurata; rivolta
Selvaggia alle dame che le erano attorno:

—Io non voglio—con molta grazia diss'ella—che
passi questa serata senza che vi proponga il *giuoco della
ghirlanda*.

—Bene sta—replicarono esse. E i cavalieri:—Ci
piace molto. Così potremo far prova della eloquenza simbolica,
e della cortesia di colei che sortirà ad intessercela.

—Parmi—soggiunse ella,—che questo giuoco non
meglio s'addica che a sì bel fiore di dame, e al principio
del bel mese dei fiori. A noi adunque a intrecciar ghirlande
pe' nostri amici.

Lemmo allora alle dame:

—Affè, che la proposta è gentile! Non vi pare che madonna
Selvaggia nella gaia scienza si sia fatta maestra?

—Veramente!—ripeterono a una voce.

E fra gli scherzi gioiali si raccolsero coi cavalieri in gran
[pg!49] 
cerchio a formare, com'era dell'uso, questa ideale ghirlanda.
Ad intesser la quale doveva ciascuna ricordare un fiore o
una foglia che alludesse al cavaliere cui destinavasi; e si
dava lode a colei che il faceva con più d'ingegno. Dovevasi
poi dar ragione perchè si scegliesse piuttosto un colore che
un altro; meglio una rosa che un giacinto; mentre i fiori
come le pietre preziose avevano allora un linguaggio simbolico,
che resultava dalla qualità, dal colore, o dal modo di
collocarli. Il verde, per esempio, indicava speranza; il rosso,
amore; il bianco, innocenza. Questo linguaggio si dava ai
fiori anche per cose più gravi; e un giglio situato capovolto
sull'asta, vediamo in Dante che annunziava la sconfitta d'una
fazione. A dar segno di timore e speranza si offeriva una
rosa con le spine e le foglie. Se nulla era da temere nè da
sperare, si tenea capovolta: togliendo le spine era simbolo
di tutta speranza. Il fior d'arancio, se posto sul capo, indicava
affanno dell'animo; sul cuore, amoroso tormento; sul
petto, noia.

—Io offro—diceva Lauretta de' Sinibuldi cui toccò in
sorte di dar principio—io offro al nobile messer Fredi la
mia ghirlanda. Essa è tessuta di verdi foglie: perchè, che
sarebbe la vita senza il conforto della speranza? Ma il fiore
che solo bramo vi si distingua, vuo' che sia il giglio. A leal
cavaliere qual egli è, il candore dell'anima deve in ispecial
modo aggradire.

Ed egli:—Gran mercè Lauretta; voi veramente mi leggeste
nel cuore!

È da sapere che messer Fredi aveva incontrato spesse
volte Lauretta da sua sorella, e se n'era invaghito. Perduta
la madre da due anni, era la prima volta che la donzella
interveniva a lieto convegno. Non poteva dirsi un fior di
beltà, ma certo di molta grazia e di senno.

Seguitando il giuoco, talora le dame si davano a pungere
i cavalieri con motti curiosi e di spirito. Allorchè a sua
volta toccò la scelta a Selvaggia. Essa allora volgendosi al
Sinibuldi, e fattosi un poco vermiglia, così prese a dire:

—Io intesso a messer Cino una corona di lauro, e offro
a lui una rosa perchè ne rallegri il suo poetico serto.—E in
[pg!50] 
questo, toltasi dal petto una bella rosa maggese ravvolta fra
verdi foglie, con ingenuo sorriso gliela porgeva.

Pensiamo se a Cino fosse grato quel dono! Gli giungeva
sì inatteso, che per esprimere a cotal donatrice tutto quel che
sentiva, quasi mancarongli le parole. Ma Selvaggia fu molto
paga di quella sua commozione.

—Avess'ella le spine?—con certa curiosità si domandarono
alcune.

—Chi sa! sicuro le verdi foglie, simbolo di speranza,
non vi mancavano.

Ad ogni modo quel dono fra le giovani donne non potè
dirsi non avesse destata qualche piccola invidia. Perchè è
da notare che in messer Cino (con particolar cortesia da esse
accolto come suolsi d'un giovine nuovo-reduce dopo un'assenza
non breve), recò sorpresa di scorgere tanta affabilità
disinvolta, un eloquio sì facondo e soave, e certa lieve malinconia
che gli appariva nel volto, e rendevalo sì espressivo,
che n'eran rimaste incantate quasi che tutte.

Frattanto che le danze si riprendevano, Cino s'avvicinò
a Selvaggia, che da un lato della sala se ne stava a parlare
con Lauretta di lui cugina.

—E permettete—le disse—ch'io vi ringrazi di nuovo
del vostro bel dono?

—Oh! di che mai, messer Cino!...

—Da voi questa rosa!—riprese egli mostrandogliela
con compiacenza.—Oh veramente l'immagine vostra! Sì,
vi confesso che al mio ritorno non potevo attendermi una
sorte più lieta! Sarebbe questo un augurio che per me di
*Selvaggia* diveniste *pietosa*?

—No, no, non dir questo!—Lauretta soggiunse allora
al cugino.—Tu non ricordi...

—Ah! credimi, Lauretta—la interruppe Selvaggia—gli
uomini non ci conoscono, ed obliano facilmente! E messer
Cino, per quanto sì colto e delle donne cavaliere cortese, ce
ne porge la prova!

—Selvaggia!—riprese egli—e con quali argomenti,
voi discreta quanto gentile, potete dir questo? Volesser le
stelle che i vostri occhi, i quali ad esse somigliano, potesser
[pg!51] 
penetrarmi nel cuore! Leggervi l'affanno crudele provato
fin qui, in un'assenza sì lunga... e questa confortata soltanto
dal pensiero di rivedervi! E ora!... ora che vi son presso,
fedele vassallo di voi, donna unica del cor mio; ora che del
vostro sguardo ho potuto bearmi... e pel vostro dono prezioso
potermi dire il più felice degli uomini...

—Ma tu non lo ascolti, Selvaggia!—interruppe Lauretta,
volta all'amica, che alle parole di lui si era fatta già
pallida, e quasi in abbandono ed in estasi, al braccio della
sua confidente. Quando di subito ravvivata, si volse ad esso,
e con dolce modo gli disse:—Oh! messer Cino! non vi
scordarono le mie compagne, e vi potrei scordar io?

Queste parole furon profferite, nel separarsi, con tal volger
di sguardo, che al giovine amante brillaron gli occhi di gioia.
Era ivi appunto in disparte e non visto Nello de' Fortebracci:
all'udire gli ultimi detti e quell'amoroso incontrarsi dei loro
sguardi, fece un tal gesto come d'un uom furibondo, e fuggì.

Le danze e l'allegro favellio continuavano ancora, quando
Selvaggia, cui incombeva di far gli onori della festa, tornò
con l'amica a prendervi parte.

Gli uomini più gravi eran rimasti a convegno nella prima
sala e in altre vicine. Il capitano Vergiolesi e il potestà
avevano già convenuto che non si dovesse far trapelare tra i
cittadini la minaccia dell'assedio. In un giorno di tanto concorso
una nuova di questa fatta avrebbe messo a subbuglio
l'intera città. Perciò anche la festa doveva aver luogo, serbandone
con chicchessia, coi figli stessi di messer Lippo, il
più assoluto silenzio. Nondimeno, benchè si sforzassero di
simularsi tranquilli, un segreto sospiro mandavano spesso dal
petto, e molto affannoso!

—Che sarà mai?—ridotti in disparte dimandava il Vergiolesi
al potestà degli Uberti.

—Che sarà? Gravissimi fatti questa volta ho timore!—E
in pochi detti colui gli accennava le cause e ne deduceva
le possibili conseguenze.

—Importa dunque di prepararvisi, e senza indugio—ei
concludeva.—Ma, e il Consiglio?

E l'altro:—In breve sarà adunato.—Intanto dimane—lo
[pg!52] 
avvertì il degli Uberti—fate che messer Cino v'informi
minutamente di ciò che accadeva a Bologna. Io attendo un
messo da Pisa, un altro da Firenze. Voi vedete se il tempo
stringe! Dalle nuove però i consigli e il provvedere.

—Sta bene. Andiamo adesso, chè alcuno in passando
non ci oda, o ne prenda sospetto.

Nell'avanzarsi, il Vergiolesi incontrava il venerando vecchio
Astancollo Panciatichi, uno dei magnati ghibellini che
teneva banca reale, cui dimandò:

—Vorreste voi compiacermi di qualche nuova del vostro
Vinciguerra?

—Per lettere, che mi spediva l'altro ieri col mezzo degli
Spini, banchieri a Firenze, so che si serba in salute, e di
presente egli è in Avignone. Onori per vero a lui non mancarono
dal re Filippo. Ma che per questo? Che mi fanno
gli onori, che conto i guadagni che la nostra banca là in
Francia ci ha procurato, se io nol riveggo? La vecchiezza
m'incalza, ed ei non dà segno di farmi sperare il ritorno.
Ah! voi non sapete, messer Lippo, che sia l'avere un figlio
esule e da tant'anni! Un figlio amatissimo che doveva essere
il sostegno di mia vecchiezza! Perduta la consorte, non mi
rimane che la mia povera Oretta; buona figlia che ell'è,
ma per noi dati ai negozi, non bastevole a soddisfarci, nè io
a curarla come vorrei.

—Ma perchè—soggiunse l'altro—ora che gli esuli
Bianchi possono rimpatriare, non viene in soccorso di voi e
del Comune, che ne ha tanto bisogno?

—E' teme sempre gli inganni dei Guelfi! Troppo omai
li ha conosciuti anche in Francia! Razza di vipere e' li
chiama, che in Corte del papa s'annidano, e per coperte
vie, e sotto il manto di Santa Chiesa si fanno strada dovunque,
corrompono ed avvelenano l'Italia.

—Pur troppo, ser Astancollo! Ma noi per questo dovremo
perderci d'animo? Sfidiamoli a viso aperto, e la giustizia
di nostra causa alla perfine vedrete che dovrà trionfare.
Oh! io, ve lo giuro! quanto a me non cederò un sol passo,
e farò di tutto per impedire che qui i Guelfi ed i Neri prevalgano.

[pg!53] 
Nè paia strano al lettore che un medesimo tetto accogliesse
a quei tempi un Panciatichi e un Cancellieri.

Della famiglia di questi ultimi v'erano soli alcuni di parte
Bianca. Banditi e rifugiatisi a Pisa; trionfando di nuovo in
Pistoia la propria fazione, sostenutavi dal degli Uberti, avevano
potuto rimpatriare. Ma poi la fazione per quei cittadini
era tutto: e all'occorrenza dimenticavano per essa, o,
a meglio dire, soffocavano gli affetti domestici.

Fra questi e altri particolari era già avanzata la notte,
e s'udivano i suoni più allegri, coi quali si riprendevano le
danze. Erano esse la *Furlana* e la *Veneziana*, che solevan
farsi in gran cerchio e a passi più concitati sul finire della
festa. Ancora alcun poco e la eletta schiera, paga omai di
sì gentili accoglienze, si congedava dalla famiglia.

Messer Cino, nell'accomiatarsi, era pregato dal Vergiolesi
di volersi recare a lui nel giorno veniente. Selvaggia, nell'udir
ciò, diè segno di tal compiacenza, che non potè celare
al guardo del giovane Sinibuldi; tantochè, lieto esso pure,
coi suoi amici se ne partiva.


[pg!54] 

.. toc-entry:: V - Consiglio e difesa

CAPITOLO V. 
===========

CONSIGLIO E DIFESA.
-------------------

.. epigraph::

   |   «Molte volte addiviene che all'estremo
   | gaudio conseguita il lutto.»

   — :small-caps:`Salomone` nell'*Ecclesiaste*.

Fino dal far della notte le tenebre in quei tempi nella
città eran fitte per ogni strada. Solo qualche lampada posta
innanzi a sacri tabernacoli sui canti d'alcune case, a cura
però di privati in opposizione agli errori de' Paterini, tramandava
un piccol barlume, e serviva così a scopo religioso
e civile.

Nell'uscir dalla festa, Cino si era accompagnato con
l'amico Lemmo e col Cancellieri. Nè Lemmo si era premunito
di lanterna, nè gli altri due avevano avvisato di farla
portare ai propri servi, come soleva la nobil gente: e
benchè i domestici dei Vergiolesi le avesser loro profferte,
scherzosi e giulivi ne ringraziavan, dicendo che era un bell'andare
al lume delle stelle; e già si erano incamminati per
le proprie case.

Tutti dovevan fare la stessa via, e così l'uno all'altro
poteva esser di scorta. Messer Cino, già venduta l'antica
casa de' Sinibuldi in S. Maria cavaliera, insieme a quella
de' Taviani e de' Cremonesi per erigervi l'attual palazzo del
Comune, abitava ora in altra sua in parocchia di S. Ilario.
Di qui doveva passare il Cancellieri, che, essendo de' Bianchi,
aveva casa presso l'abbazia di *San Bartolommeo in pantano*,
detta così perchè nella parte più bassa della città. Poco
distante era la casa di Lemmo. Costoro, fin da quando erano
usciti all'aperto, si erano accorti che uno sconosciuto, ravvolta
la persona in ampio mantello, e chiuso il cappuccio,
li seguitava. Quando ecco che giunto il Sinibuldi alla porta
di casa e presso ad entrarvi, quell'incognito che dal lato
opposto della via passava loro dinanzi, fu udito profferir
chiaramente, benchè a voce repressa:—Maledizione!—

Tutti a un tratto posero la mano sull'elsa, non sapendo
in quell'ora, per chi di loro e a qual fine un sì strano imprecare.
E intanto che colui a gran passi si dileguava:

—Ma sapete ch'io dubito—disse il Sinibuldi—che
sia stato dispetto di quel cotale perchè non m'abbia potuto
aver solo per via! Da quella imprecazione, Lemmo, non ti
parrebbe?

—Oh! appunto per te! Ad ogni modo meglio così, t'avremo
salvato!

—Bada però—soggiunse Cino—che la spada al fianco
non la tengo per nulla, e all'occasione l'avrei saputa impugnare.
Ma, dico io, quella parola perchè appunto qui? Non
ti par proprio per me?

E l'altro:—Ne avresti forse qualche ragione?

—Non dico questo; perchè assente da qualche tempo...
Poi riflettendo:

—Se non fosse!... Alla festa mi parve che uno... con
una tal guardatura! Messer... ma no... non è possibile!
Oh! no, no, nissuna cagione... non so davvero...

—Via dunque non ti porre in sospetto. Sai già a che
tempi viviamo!—E il Cancellieri egualmente rassicuratolo,
si divisero ricambiandosi un amichevol saluto.

Ma però il Sinibuldi non mal s'apponeva. Lo sconosciuto
era Nello de' Fortebracci. Una forte inimicizia perdurava
da qualche tempo fra le loro famiglie. Dopo che i cittadini,
avvenuto il crudel fatto de' Cancellieri, si videro spesso dalle
torri con balestre e con pietre, e per le vie con stocchi e
con spade venir fra loro a battaglia, accadde un giorno (così
narrano le storie) che certi della parte Nera, cioè ser Fredi
di messer Sozzofante, Bertino Niccolai, che guardava la fortezza
[pg!56] 
del Pantano di messer Simone Cancellieri, e altri, stando
in Pistoia presso alle case di messer Gherardo de' Fortebracci
e consorti, messer Gherardo li volle offendere perchè egli
era nipote di quel nobile cavaliere, messer Bertino, ucciso
poco fa dallo Zazzara, fratello del detto ser Fredi. Dalle
parole misero mano alle spade, tantochè per quella rissa tutta
la città fu in armi. Ser Fredi e i compagni si accostarono
a quei di casa i Sinibuldi; combattendo sempre con messer
Gherardo e con quei di sua casa. I Sinibuldi, prode e gagliarda
gente, vennero a tale assalto, che messer Loste de' Sinibuldi
percosse addosso a messer Gherardo, e uno spiede molto
grande infisse nel fianco a Braccino, uno dei figli di messer
Gherardo, tanto che quel disgraziato fu tenuto per morto. Messo
sopra un palvese, lo portarono a casa, ponendo ogni cura per
veder di salvarlo; ma dopo tre giorni il suo povero padre lo
dovè piangere estinto. Da quel tempo fu un odio implacabile
fra la casa de' Fortebracci e quella de' Sinibuldi. Nello, come
fratel di Braccino, aveva anch'esso combattuto per sua difesa.

Ma perchè mai sì fiera minaccia contro di Cino, assente
in allora e da ambe le parti stato sempre stimato affatto
estraneo a questi corrucci?

È da sapere che Nello da qualche tempo si era perdutamente
invaghito della bella Selvaggia. Una tal sera, incontratala
ad una festa che si dava dai parenti di lui, colpito
da tant'avvenenza, le volse gli occhi sì desiosi, che ella non
dubitò di rispondervi con un sorriso: quel sorriso però che
una fanciulla felice ed ingenua concede ad ognuno. Ma l'errore
di certi uomini fatui sovente gli è questo, di presumere
da ciò d'aver avuto un ricambio d'amore. E Nello di fatti,
fin da quel giorno incantato ed illuso per tanta grazia, si
era ingegnato di essere sempre dov'ella soleva recarsi. Favellarle
di già aveva potuto più volte, e anco, benchè indarno,
le aveva aperto il suo cuore. Al ricco giovane poi non era
mancata una schiera di adulatori, che già si rallegrava con
lui della bella conquista; benchè in fondo non fossero altro
che suoi desideri, e a misura che gli crescevano, e altri lo
lusingava, gli paressero quasi che realtà; cosicchè per tal
guisa anche il suo amor proprio v'era forte impegnato. Ma
[pg!57] 
come sperare che ella obbliasse per lui quell'amore che sin
dai primi anni portava al suo Cino? Donzella com'era di
squisito sentire, rigettò da sè con bel garbo ogni profferta
dello altero giovane, del quale poi nè pregi morali, nè della
persona potevano ispirarle affezione. Pure egli fidava sempre
che almeno per ragione di convenienza la famiglia di lei non
avrebbe sdegnato di stringersi in parentela con un giovine,
solo in famiglia, e con uno dei più ricchi magnati della città.
Tanto era innanzi in quest'idea vanitosa, che non potè concepire
come attenderne una repulsa. Ma i Vergiolesi, pel
gran rispetto che avevano al voler di Selvaggia, tanto più
che si erano accorti della sua assoluta avversione, non che
consigliarvela, non le ne tennero parola.

Frattanto l'arrivo inatteso di messer Cino era stato pel
Fortebracci come un colpo di fulmine che l'aveva atterrito.
Odiava già in cor suo il troppo noto rivale. Ma pure illudendosi,
badava a pensare:

—Se ella non ha dato risposta alle lettere mie; se non
ha voluto udire quel tale che si doveva intromettere presso
di lei per appagare le mie brame, dovrò perdere ogni speranza?
Il riserbo suo naturale le avrà forse imposto di non
riscrivermi. È probabile anche che non abbia creduto di
dover affidare ad estranei una risposta sì grave, dalla quale
sa omai che mi attendo o la vita o la morte!

Di queste e somiglianti illusioni pascevasi tuttavia messer
Nello. Ma com'ebbe inteso che il rivale era giunto; che
da lei, rientrando in città, era stato salutato in tal modo da
far parlare di sè: poi, per colmo, alla festa quei loro sguardi
e quei detti, dei quali egli stesso dovè esser testimone,...
tanto lo invase la gelosia, tanto l'odio contr'a Cino, che in
quella sera giurò d'assaltarlo, e di provocare una sfida.

Intanto Cino, ignaro di tutto questo, non mancò di recarsi
puntualmente nel giorno appresso dal Vergiolesi, e stettero
insieme a lungo e segreto colloquio. Nel tempo che il capitano
gli confidava la notizia dell'assedio, questi gli confermò
pur troppo ciò che gli aveva scritto da Bologna, che ogni
dì più il partito dei Bianchi in quella città andava scadendo,
e sottentrava l'avverso. E aggiungevagli che già non solo
[pg!58] 
si cospirava pei Neri, ma v'era chi aizzava la plebe mutabile
per mille guise, perchè provocasse con fieri motti, e atterrisse
poi con minacce quanti erano, gli estranei in specie,
che se li credesse contrari. Sicchè egli, avutane già qualche
mala parola, vide non esser più tempo di rimanere per
aspettarsi di peggio, e all'improvviso se n'era partito. Assicurava
però il capitano che l'amico suo, messer Onesto
Bolognese, l'avrebbe informato di tutto e si terrebbe in debito
di riferirglielo.

Il Sinibuldi, uscito da lui, non ebbe altro pensiero che
quello della sua donna e di chiedere però d'essere introdotto
nelle stanze di monna Adelagia e di Selvaggia; e non è a dire il
contento che ne provò all'udire come subito gli fu concesso!
Egli era di nuovo inebriato d'amore! E come avrebber potuto
svolgergli pur quella immagine dalla mente tutte quante erano
dame e donzelle che aveva incontrato alla festa, coi loro sguardi
prolungati, con le dolci parole e i lusinghieri sorrisi, dopo aver
riveduta una volta sì gentile e sì bella la sua Selvaggia? Essa
era stata per lui assente un essere soprannaturale, uno spirito
consolatore, un angelo! Ora non solo la preferiva di già a
tutte quelle vaghe donne, che ivi ebbe incontrato, ma gli
pareva che Selvaggia splendesse unica di pregi i più eletti,
e stando fra loro le onorasse e le adornasse, come colei che
destava in tutti, al solo vederla, reverenza, meraviglia e piacere.
Pure la sua trepidazione nel riporre il piede su quelle
soglie fu grande. Ma il gradimento amichevole, con che
venne accolto, fu pari alla gentilezza di quelle anime. In
quel incontro familiare i cuori dei giovani provaron di nuovo
quel senso di un affetto consolato che non s'esprime. Madonna
Adelagia, che aveva avuto sempre tanta stima per
Cino, gli portava affezione come a figliuolo, e ora si compiaceva
che i propri figli rannodassero con lui l'amicizia. Perchè
ella dicevagli:

—Molto sì, molto per costume e per dottrina avranno
da imparare da voi! Oh! se il mio Orlandetto poteste dirigermelo
negli studi, ve n'avrei davvero debito e grazia!

Orlandetto, di già avvenente garzone, e cui ella nutriva
un affetto particolare, varcava allora di tre anni il terzo
[pg!59] 
lustro, e più che agli studi si sentiva inclinato agli esercizi
cavallereschi. Or pensiamo se messer Cino ebbe in grado
cotal proposta; sicchè subito le rispose che nulla gli sarebbe
stato più caro che di fare il piacer suo. Si aggiungevano a
queste le preghiere di Selvaggia; nè altro vi voleva perchè
ei ne provasse tutto il contento che suol destare una bella
e fortunata occasione. Amico già di famiglia, vedeva con
ciò un nuovo titolo che per frequentarla legavalo ad essa, e
in tal maniera, che nessuno onesto avesse a ridirne. Ciò, più
che a lui, aggradiva a Selvaggia, che, come abbiam detto,
non bramava l'affetto suo in alcun modo svelato: quasi le
paresse che quel fuoco, quanto più nascosto, dovesse esserle
anche più sacro.

Dal lato di mezzodì, la casa de' Vergiolesi aveva contiguo
un piccolo giardino e una privata cappella. Solo una bassa
muraglia separavalo dalla strada. Or come sulla sera Selvaggia
soleva recarvisi,

—Vogliamo—disse alla madre—che dopo tanto messer
Cino rivegga con quanta cura coltivammo sempre le nostre
piccole aiuole?—ed ella volenterosa assentendo, a pochi
passi erano già nel giardino. Ivi ogni fiore di primavera
faceva bella mostra; ed erano tali che dai petali colorati
tramandavano quasi tutti un odore gratissimo.

—Vedete—diceva a Cino la madre—vedete un poco
bellezza di rose che abbiamo! Da questo nostro rosaio fu
colta da Selvaggia la rosa che vi porgeva iersera.

—Tanto più l'avrò cara—ei rispose—quanto che
ambedue vi adoperaste sì bene alla piena vegetazione di
questa che per me è la regina dei fiori. Quante volte, credetelo,
nella mia lontananza ho ricordato anche i fiori del mio paese!
E di questi che amo tanto, di là dall'Apennino pel clima
più rigido non potendo trovarne in questo mese che raramente,
e tanto più, sì gentili cultrici, sovvienmi d'avere scritto
una canzone che incomincia così:

   | Deh quando rivedrò 'l dolce paese
   | Di Toscana gentile
   | Dove il bel fior si vede d'ogni mese!

—Sì veramente; il giardin de' bei fiori!—soggiunse la
[pg!60] 
madre.—E un benedetto Eden sarebbe il nostro, ove orride
serpi non vi stessero ascose. E voglia il Cielo!... perchè un
funesto presentimento... da qualche tempo!...

E in questo dire, vedutasi innanzi dischiusa la porta della
cappella, com'era solita in quell'ora, vi si recò a pregare.
Allora subito messer Cino si fece a narrare a Selvaggia quel
che la sera dopo la festa gli era accaduto, quanto a quell'incognito
e alle udite parole.

—Santa Vergine!—esclamò ella—non altro poteva
esser costui...

—Chi dunque, chi mai?

—Nello de' Fortebracci!

—Oh! ecco—replicò Cino:—sovvienmi alla festa,
quand'io parlava con voi d'una certa sua guardatura... Ma
è noto già il suo naturale, e non credeva giammai!... E che
vuol egli da me? Ma voi dunque sapete...

Allora Selvaggia, benchè trepidante, a togliergli ogni sospetto,
gli andò svelando rapidamente le insistenti profferte
dell'amore del giovane e il franco animo con cui le ebbe
respinte.

Stupì egli a tal nuova, e bastò ciò per comprendere la
cagione non solo, ma le possibili conseguenze di quella minaccia.

—Ahimè!—sospirò ella—che della vostra assenza
gli amici vostri avessero dovuto dolersi, era ciò naturale.
Ma che adesso, tornato in patria, si debba tremare per voi!...
ed io, messer Cino, io esserne la cagione!...

Ed egli:—Ogni periglio sarebbe lieve a sfidare quando
fosse per voi, dolce mia donna!

—Oh! non dite questo! Di voi unicamente mi preme ora!

—Dunque anche lontano... voi di me solo, o Selvaggia,...
nè mai obliaste?...

Ed essa, abbassato lo sguardo; poi sollevatolo a lui, con
passione soggiunse:

—E con qual core l'avrei potuto? Ora poi che siete
alfine fra noi e che le vostre parole tanto mi rassicurano!...
Valoroso di rime e di leggi! Ah! sento che la gloria vostra
quasi è la mia; e come vi bramo, sarete, n'ho fede, onorato
[pg!61] 
dovunque. Ma, se alcun potere posso avere sul cor vostro,
Cino, di grazia ascoltatemi. Furibonda è l'indole di costui;
la vostra vita è preziosa: e per tante ragioni, che potete
pensare, non deve esporsi a un terribile rischio. A Fredi,
mio fratello, che è di animo conciliativo e a noi benaffetto,
andate e confidate ogni cosa. Egli solo può deludere in tutto
quel forsennato, voi porre in calma e a un tempo me stessa.

—Oh! generosa! tanta previdenza per me mi dà prova
che anche il cuore v'ha parte. Ve ne saprò esser grato,
non dubitate! Ora e sempre il vostro volere sarà il mio!—E
come in atto di solenne promessa, messer Cino le stese
la destra. Ella accoglievala nella sua; e fu una di quelle
strette di mano che vanno al cuore.

La madre era tornata in giardino. Ei le accompagnava
alle proprie stanze, e si partiva da loro risoluto di dare
effetto all'amoroso consiglio.

La città era tuttora inconsapevole della minacciata sciagura,
quando la mattina seguente un suonare a distesa della
campana maggiore della torre della Cattedrale la faceva avvertita
che il general Consiglio del popolo doveva convocarsi
in straordinaria seduta. In un baleno si sparse che questa
volta si teneva nella chiesa di *S. Giovanni for civita*; così
chiamata anche allora, benchè dentro al secondo cerchio,
dall'essere stata eretta fuori del primo. Altre volte, come
sta scritto, radunavasi in Cattedrale, e anche nel tempio degli
Umiliati. Costume antichissimo; perochè reputavano quel
magistrato non altrimenti che un sacerdozio civile; il quale,
siccome per amor di giustizia dal principio religioso doveva
informarsi, per la santità del luogo che l'accoglieva, ingenerasse
nel popolo maggior rispetto e autorità.

—Una grave comunicazione del potestà! si era già incominciato
a vociferare.

—Cose serie!!—a mezza voce ripetevano per la via:
e intanto si facevano capannelli per ogni lato, e l'uno l'altro
s'interrogava:

—Che se ne dice? Ci hanno dato forse l'assalto ad
altre castella que' Paterini?

—Uhm! che volete sapere quel che mulinano i Guelfi?
E il peggio, crediatelo, gli è dei nostri che aizzano!—E un
altro:—e dite anche de' Neri fuorusciti.

—O quelli sì che tirerebbero all'esterminio! Per vendetta
peggio che tutti!—Badate, messeri—soggiungeva
un buon vecchio—quando chi non c'entra ci vuol metter,
le mani, e' non ne va una bene! Si vede proprio che il bene
stare ha a durar poco nel mondo! Vedete un po'! ieri l'altro
tutti in gioia e in festa, e oggi... che sarà mai?

In questo mentre s'udivano alcune voci:—Indietro, indietro!
Libero il passo!—Erano i donzelli del Comune
che ammonivano la folla. I signori del Consiglio s'avvicinavano.

Usciti dal palazzo comunale venivano a due a due, molto
gravi nell'aspetto gli operai di S. Jacopo e di S. Zeno; il
sindaco del Comune e della grascia; i dodici anziani, e ultimo
il gonfaloniere di giustizia co' suoi ufficiali e co' suoi
militi, e vari donzelli che portavan le insegne.

Entrati in chiesa, vi trovavano già schierati i dugento
consiglieri, il potestà e capitano di guerra, col Vergiolesi
primo capitano della cavalcata, e il cavalier De' Reali;
anch'essi dei consiglieri, che solevano scegliersi da ogni classe
di cittadini. Sedeva il gonfaloniere nel primo posto, con attorno
gli anziani sopra un alto ripiano, cui può dirsi facesse
spalliera il bel pulpito marmoreo di Guglielmo da Pisa, che
da soli trentaquattro anni v'era stato scolpito. A destra, in
luogo del pari onorevole, il potestà: e in gran cerchio ellittico
a doppio ordine i consiglieri. Fra gli spettatori, i cittadini
più riguardevoli, e di quanti era capace la chiesa. Le porte
da tutti i lati di essa, che era isolata, le guardavano poche
milizie cittadine. Conferiva d'assai alla maestà di quel tempio
la sua primitiva semplicità. Un gran trittico con buoni dipinti
all'altar maggiore, cui pregavano i fedeli vòlti ad oriente, e
soli altri due altari dai lati con bei lampadari e le pareti
in gran parte dipinte di sacre istorie, ne costituivano tutto il
suo ornamento.

Non appena il gran consesso posava, che il gonfaloniere
sorse il primo a far noto che di gravi cose i padri della
patria eran chiamati a trattare, e di gravi novelle a ricever
[pg!63] 
contezza, e queste dall'onorevole potestà che a cotal fine
vedevan fra loro. Il quale, come n'ebbe avuta facoltà, levatosi,
così prese a dire:

—Magnifici ed onorevoli, gonfaloniere di giustizia, anziani
e consiglieri del popolo! Non mai per più grave cagione
mi faceva a compire solennemente l'ufficio di potestà e di
capitano di guerra, che vi piaceste affidarmi, nè per più
urgenti casi dovevasi qui radunare il general Consiglio del
popolo. È d'uopo che voi sappiate, e da me che per certa
scienza ne son fatto sicuro, qualmente il Comune di Firenze,
collegatosi con quello di Lucca, ha già deliberato di spedire
le proprie milizie e molte straniere a por l'assedio a
Pistoia!

A queste parole un fremito generale si destò nel Consiglio,
e fra i cittadini che v'assistevano.

—Pur troppo—seguiva egli—un nuovo ed ingiusto
atto che non ha nome! Tanto più che da qualche tempo lo
Stato nostro tranquillo a nissun de' Comuni che or ci minaccia
aveva dato occasione di lamentare una offesa.

—Noi invece finora i provocati e gli offesi!—s'udì ripetere
con isdegno da diversi.

Quindi uno di essi:

—E qual ragione e qual diritto pongono innanzi costoro
per l'iniquo divisamento?

Cui il potestà:

—Ragioni e diritti voi dite! Nè tampoco saprebbero
immaginarli, se non que' del più forte, ch'essi poi non osan
di far palese. Perchè anzi io vi dico che di nascosto si apprestan
le armi; e che appellato, è in via il duca di Calabria
co' suoi migliaia di Mughaveri e Catalani, e piomberanno fra
breve, come lupi sopra gli agnelli, su questa nostra sventurata
città!

Alzatosi allora il capitan Vergiolesi:

—Permettetemi, o signori, ch'io vi palesi tutto l'animo
mio. Diritti nissuno potrebbe lor consentire, ma neppur solo
pretesti: quando altre volte noi, seguendo parti diverse da
quelle loro, nondimeno siam rimasti in un pacifico accordo.
Ma certo parve che qualche diritto se l'arrogassero da quell'infausto
[pg!64] 
giorno che (per unico miglior mezzo!...) fu opinato
il nostro governo dovesse darsi in tutela de' Fiorentini!

—E che?—soggiunse il De' Reali—sarebbe mai questo
un rimprovero d'un consiglio, del quale i' mi fui il principale
autore? Capitano! Noi chiedevamo posa alle funeste divisioni
d'alcuni magnati, ai tumulti dei discordevoli cittadini,
alla fazione de' Neri, e Firenze ce la otteneva!

—Ma crediatelo—riprese l'altro—non per nostro,
ma per loro vantaggio! Perchè voi vel sapete, i principali
di tal fazione erano a Firenze i Cerchi, gli Adimari e que' della
Tosa, tutti già Ghibellini, e che ora collegati coi Bianchi han
creduto d'assicurarsi così un partito più stabile. Che ci valse
l'aver mandato fra noi un potestà e un capitano per riformarci
a parte Bianca; veder disfatte da' militi loro e da una
plebaglia comprata le case de' Rossi, de' Sinibuldi, de' Tedici,
de' Tebertelli, de' Ricciardi, de' Lazzari; arsa perfino e distrutta
la fortezza di Damiata, e così la parte Nera e Guelfa
cacciata dalla città; quando, sotto un nuovo pretesto di pace,
altra mano più potente e tirannica, invocata da un fiorentino,
e cui Fiorenza follemente si sottopose, tentò di tornarci a
parte Nera, e fra quella e la nostra repubblica fu cagione di
nuove discordie? Un Corso Donati non doveva mai, non che
essere udito, ricevuto neppure dal pontefice Bonifazio! Invece
blandito questi da una lusinga, e dell'occasione facendo suo
pro, chiama a soccorso uno straniero, chiama di nuovo il
Francese! Oh! ma qual velo gli cadeva in Anagni! Che poi
si dovesse aspettare Italia dagli stranieri, glie l'avevano omai
palesato l'Angioino ed i vespri di Monreale! Mala pianta
per questo suolo era quella del fiordaliso! Fosse stato pur
d'oro, egli era un fior de' Capeti! E chi fu primo a gradirlo?
I Fiorentini! I Pistoiesi non già! Quando Carlo,
sceso dai nostri monti pel greto d'Ombrone, s'avvicinò a
Pistoia, ci avvisammo venire a noi un *Signor senza terra*, che
facilmente però si sarebbe tolta l'altrui; sicchè non era tempo
di cogliere fronde d'olivo per fargli festa; ma sibbene, come
fu fatto, di rafforzar la città; e solo in questo modo premuniti
e sicuri uscir fuori e onorarlo. Ed egli sel seppe e non
osò venirvi! E bene andò: che, per quanto piccolo Stato,
[pg!65] 
con dignità ci facessimo intendere! Oh! quella volta il maligno
Muciatto Franzesi che lo guidava, non rise, no, de' suoi
stolti consigli! Ben Fiorenza sua patria ne dovè piangere,
e ravvedersi, ma tardi, e pagare intanto con gli esilii e le
multe di tanti nobili cittadini troppo caro quel suo mal consiglio
e quella sua cecità!

E nondimeno questo preteso paciaro che non fece pur
contro noi? A mano armata ci assale; e non potendo in
città (che le nostre armi gli posero nel codardo animo lo
sgomento!) si appaga di sorprendere e derubarci le vicine
castella; tanto che la sua caritativa missione recasse a lui
qualche frutto! Serravalle, il Montale, Lamporecchio, pur
troppo v'è noto! forti castella per sito, e ben munite di nostre
milizie, ci furon sottratte con violenza ed inganno!

Pure a noi era giunto favorevole il destro di far costar
cara a Fiorenza la zizzania tornata a spargere per man di
costui sul nostro terreno! Il cardinal da Prato ne incoraggiava;
non ci mancavano le armi dei nostri alleati Aretini,
Bolognesi e Romagnoli, talchè la spedizione della Lastra dell'anno
decorso, alla superba repubblica doveva esser di funesta
memoria. Non ci voleva che la giovanile imprudenza
di Baschiera de' Tosinghi: che impaziente dell'aspettare il
soccorso dei nostri col degli Uberti, per troppo impeto in
prima, in ultimo per viltà, un'impresa sì certa voltò in danno
ed in lutto! Di qui l'ardir del nemico, e questa fiera vendetta
onde ora ci assale! Frattanto io propongo al Consiglio
che statuisca, che per savi uomini da lui eletti si debbano
senza indugio apprestare armi ed armati, e ogni sorta di fornimenti
a una valida resistenza.

E allora il De Reali:

—Ma prima che imprendiamo una guerra sì disuguale
di forze, prima di correre un estremo pericolo, abbiamo noi
ben ponderato se meglio non fosse acconciarsi alla proposta
di riprendere in Pistoia i Guelfi Neri che respingemmo; e per
amor di concordia, piuttosto che le vite dei cittadini, sacrificare
i nostri, giusti sì, ma privati rancori?

Cui il venerando Astancollo Panciatichi, subitamente levatosi,
rispondeva:

[pg!66] 
—Che ascolto io mai? Quando la vipera vi s'è avventata
altra volta, e v'ha ferito del suo stral velenoso, vorreste voi
per lo meglio riporvela in seno? Chi non sa che a siffatte
ferite unico rimedio è un ferro rovente e senza aspettare?
Cittadini! il mio voto concorda con quello del capitan Vergiolesi.
Armi, armi, armi! Si muniscano poi le nostre mura
validamente; ma ricordiamo che il più valido usbergo loro
debbono essere i forti petti dei cittadini.

E il degli Uberti:

—E questo pure è il mio avviso; e come capitano di
guerra chiedo ampie facoltà per provvisioni di viveri e d'armi.

—Sovvengavi—riprese il Vergiolesi—come il degli
Uberti conosca già il valore dei nostri militi. Egli strenuo
e degno erede del gran Farinata, li condurrà alla vittoria,
non altrimenti che fece un altro nostro potestà, Corso Donati,
capitanando a Campaldino le nostre schiere, sicchè pei loro
ardimenti ne trionfarono. Sovvengavi infine che un mezzo
secolo fa, se dovemmo subire un assalto improvviso dei Fiorentini,
sapemmo anche respingerli.

Infervorati così quelli spiriti, senz'altro opporre, che anzi
per voto unanime statuirono doversi trarre le somme occorrenti
per una pronta difesa. Di che la direzione suprema
voller commessa al degli Uberti e al Vergiolesi. Deliberarono
poi che tutti i fuorusciti Bianchi, e quanti erano alleati Bolognesi,
Pisani, Aretini e Senesi, s'invitassero a collegarsi e
a venir loro in aiuto. Molte altre cose provvidero per l'interno.
E infine, sulla proposta del Vergiolesi, elessero giudice
delle cause civili nella città Messer Cino de' Sinibuldi;
reputando che, tornato in patria in sì difficili tempi, col senno
e con la dottrina potesse molto giovarla. Con questa unanime
deliberazione il Consiglio fu sciolto.


[pg!67] 

.. toc-entry:: VI - L'assedio

CAPITOLO VI. 
============

L'ASSEDIO.
----------

.. epigraph::

    «E tutto faceano per avere Pistoia, della
    quale forte dubitavano; perocchè la teneano
    i loro avversari, ed eravi dentro messer
    Tolosato degli Uberti.»

    — :small-caps:`Dino Compagni`, *Cronaca*, Lib. III.

Poche ore erano scorse dallo sciogliersi del Consiglio, che
già ogni cittadino era stato informato della triste novella.
Quali per le vie se n'andavano inquieti l'uno con premura
chiedendo all'altro; quali ne tenevan proposito per le case
in lunghi e segreti colloqui. Benchè, valutate le circostanze,
prevalesse fra i più il timore d'una disfatta, stavan però con
l'opinione del Consiglio; perchè rancori privati erano in molti,
e nel bollore di essi le moltitudini non vanno mai a riflettere
al pubblico danno. Non valevano i consigli dei moderati,
quando que' più con diversi argomenti parlavan sempre a
passione.

—Che siamo noi divenuti?—Con quel disdegno con
cui ora si parlerebbe d'un'aggressione straniera, diceva un
popolano a' suoi vecchi compagni d'arme di guardia al palazzo
del capitano, e cui già molti giovani s'eran fatti d'attorno.—Che
siamo noi divenuti, da dover cedere di nuovo alle
prepotenze dei Fiorentini? Non furono assai quelle che ci
toccò a soffrire ne' tre anni passati, fatti padroni di casa
nostra? Alla larga con tali amici, che vedete un po' ora quel
[pg!68] 
che ci minacciano! E il de Reali voleva che venissemo a
patti con loro! Cittadini, badate!... Eh! già di voi non ne
dubito, non può esserci uno che non sia pronto con l'armi a
tenerli di nuovo in avviso! Perchè sfido io se nol dobbiamo!

E un di quelli coi soliti vanti, ma che eran pure un grande
sprone a serbarli gelosi dei dritti loro.

—Sicuramente!—rispose.—L'avviso l'avevamo loro
già dato a Campaldino. Il Vergiolesi ben fece a ricordarlo
al Consiglio, perchè può dirsi che fummo noi che col nostro
coraggio decidemmo della vittoria. Ma essi soli par che l'abbian
dimenticato!

E quel primo aggiungeva:—E sì che allora eravamo in
campo aperto! Oh! sta a vedere se da una delle più munite
fortezze com'è davvero la nostra città, non sapremo respingerli!
Voi giovani poi, viva Dio! spero che sarete con noi!

—Sì ora e sempre a difesa della patria!—gridarono
essi ad una voce: e pieni d'entusiasmo guerresco si mossero
insieme per le vie della città, infervorandosi in quell'idea e
facendo gente al loro partito.

Alcuni, financo gente di chiesa, e dei monaci stessi (che
eran molti e del paese, e in quei tempi anche in cose del
Governo erano assai consultati) a secondar più che altro gli
umori del popolo, predicavano: de' Fiorentini non se ne avesse
a temere, perchè i gastighi di Dio da qualche tempo piovevano
a flagello sopra di loro. E fuvvi un frate che in un di
que' giorni alla plebe commossa, uomini e donne indistintamente,
nell'uscir dalla chiesa del suo convento, lì sul getto,
richiesto del suo parere, aspettò che tutti gli fossero attorno,
poi fe' cenno che l'ascoltassero, e così disse loro:

—Dovete sapere che compiesi appunto un anno quando
a Firenze fu gradito un bando, che chi voleva veder le pene
dell'inferno andasse ad Arno tra 'l ponte alla Carraia e quello
di S. Trinità. Che credete voi che immaginassero? In quel
tratto di fiume vi avevan condotto di molte barche, acconce
per modo, che vi si fecero fuochi e vi si poser caldaie, con
uomini in forma di demoni e di anime di trapassati, cui facevan
subire ogni sorta di pene. Ed essendo il ponte alla
Carraia di legname, si caricò per modo di gente, che non
[pg!69] 
resse e cadde; e chi v'era su, cadde nell'acqua e tra le
fiamme: di che molta gente si guastò e morì. E così (concludeva)
in pena del sacrilego giuoco fu permissione divina
che molti veramente andassero a penar nell'inferno!

—Gesù e Maria! Proprio vero?—si domandaron le
donne raccapriccite.—Che Dio ne salvi, scampi e liberi!

—Ebbene, fratelli; qual opera più iniqua potrebbe ora
agguagliarsi a questa, di venire ad assediare un'innocente
città? Oh! ma io ho fidanza che i nostri nemici non ci
avranno appena circondati d'assedio, che Dio si leverà
contro loro, e dinanzi a queste mura li vedremo in fuga e
dispersi!

Il fatto di tale spettacolo dato in Arno, che fu a onore
del cardinal Niccolò da Prato, e d'invenzione di quel cervello
balzano di Buffalmacco pittore, e la triste rovina che vi sopravvenne,
tutto, pur troppo, era vero! Ma dovea riguardarsi
come tant'altre pubbliche calamità: e argomento siffatto
sarebbe stato di niun valore sopra animi più tranquilli, e meno
appassionati e superstiziosi.

Intanto di lì a poco di giorno in giorno si vedevano arrivare
in città, reduci dall'esiglio, quanti erano in Toscana del
partito de' Bianchi. Costoro (come suolsi per la più parte
dagli esuli esasperati dai patimenti) dopo aver di lontano per
lettere, con una troppo viva narrazione dell'ire nemiche e
di lor disagi, esagerati i fatti; non valutando il mutamento
dei casi e dei tempi, perduto anzi il vero concetto dell'interna
situazione del proprio paese; presenti ora rifiammavan li
sdegni, e non che voler sentire proposte d'assestamenti e di
pace, animavan tutti a resistere. Così Pistoia, ultimo rifugio
de' Bianchi, sola e con piccole forze, si preparava con indomito
animo a sostenere il più terribile degli avvenimenti che
possa colpire un'intera popolazione!

E sì che sebbene moltissimi fossero coloro che fomentavan
guerre e vendette, non mancava dall'altro lato chi dimostrasse
al popolo la grandezza del pericolo cui si esponeva, e come
su certi alleati non avesse più a far conto.

Ed infatti uno de' fuorusciti, giunto allor da Bologna, e
cui per brama di fresche novelle per le vie facean pressa, 
andava narrando ciò che messer Cino di già prevedeva: che,
cioè, il giorno precedente al suo lasciar la città, oltre ad
avere Fiorentini e Lucchesi comprato con l'oro que' popolani,
le calunnie loro contro de' Bianchi avevan finito di sovvertire
il pretore. Che il conte Tordino da Panico capitano de' militi
della montagna bolognese, andato con gente armata a Bologna,
e là fattosi capo dei rivoltosi, era venuto in piazza
col popolo prezzolato; e per di più, fattosi forte di cavalieri
e di fanti del vecchio partito Guelfo de' Geremei, aveva gridato
con essi:—Muoiano quanti sono i Lambertazzi! muoiano
i Bianchi Ghibellini, e vivano i Guelfi Neri!—Che di già
si facevano molte confische; che i popolani discordi, e parteggiando
pur sempre chi per l'una chi per l'altra di quelle
loro potenti famiglie, s'erano accapigliati, avevano per le vie
sguainato le spade, e si parlava di molti feriti: ma che infine
trionfavano i Neri; e che egli, a stento potuto uscir di città,
per gran fortuna n'era scampato.

Provocata a Bologna una tal riforma, e tolti a Pistoia
anche questi alleati, se ne stavano i Fiorentini ad osservare
gli andamenti de' Pistoiesi, ma frattanto non si movevano. E
forse a tali estremi non sarebber giunti o almeno sì presto,
se inaspettatamente non veniva a morte in Perugia, avvelenato,
come da molti si disse, il pontefice Benedetto XI. Egli
era di mite indole, e uomo puramente di chiesa; e come sapeva
le male intenzioni de' Fiorentini verso Pistoia, aveva
sempre interposto la sua autorità ed i suoi buoni uffici col
mezzo del cardinal da Prato, a metter pace fra le fazioni.
E se non riuscì a comporle cotal pontefice di natura sì buono,
si deve, egli è vero, attribuire ai corrucci de' cittadini in quel
tempo giunti all'estremo; ma molto anche alla forma di quel
suo Governo, e infine alla debolezza dello stesso pontefice,
che lo rendeva facilmente cedevole agli astuti artifici de' suoi
ministri.

Non appena a Firenze s'intese da' Guelfi che il papa era
morto, e che i cardinali erano molto discordi per la nuova
elezione; facendo assegnamento sul tempo che, durante il conclave,
avrebbero avuto, nel quale sarebber tornati a intraversare
i loro disegni; fu allora che stabilirono insieme
[pg!71] 
co' Lucchesi di portar la guerra a Pistoia, di porvi l'assedio,
nè dipartirsi finchè in poter loro non fosse caduta. Disposer
frattanto che ciascun Comune per la sua parte s'affrettasse
a fornirsi delle milizie occorrenti.

Piccola, come abbiam detto, era la città di Pistoia, perchè
il suo cerchio, che era il secondo, a poco oltre un miglio
poteva estendersi. Movendo infatti dall'antico ponte di San
Lorenzo (in prossimità della qual chiesa scorreva allora il
torrente Brana) seguitava a ponente, e giungeva al Castello
de' Conti Guidi a Ripalta. Quindi per la via, detta ora del
Corso Vittorio Emanuele, si protraeva fin presso S. Maria
Nuova; e di qui infine piegando a settentrione si richiudeva
sul S. Lorenzo. Ma benchè di circonferenza sì limitata, era
però notevole questo cerchio, come lo descrive il Compagni,
per le bellissime mura tutte merlate, con torri e fortezze e
porte da guerra; ponti-levatoi, e grandi fossi d'acqua all'intorno,
sicchè per forza la città non potea conquistarsi. Le
quattro porte che davano il nome ad altrettanti quartieri
della città, erano: la Gaialdatica, ora Carratica, la porta Guidi,
quella di Ripalta, e la Lucchese. A queste se n'aggiungevano
altre piccole di soccorso, dette postierle.

Or sebbene i Fiorentini sapessero come la città fosse ben
munita e da gente di gran valore, non si ristettero dall'impresa.
I Pistoiesi dal canto loro si dieder subito a raccogliere
armi ed armati per tutto il distretto: raddoppiarono d'operai
le antiche officine d'armi, come di celate, di alabarde e di
spade; e molti poi assoldarono a rafforzare i bastioni e le
porte.

Sul bastione delle mura a tramontana, che dalla sua chiesuola
fondata nell'866, chiamasi ancora S. Jacopo in Castellare,
ferveva già il lavoro fra molti operai, per gli opportuni
restauri e per nuovi baluardi. Eravi costassù un largo altopiano,
che dalle torri contigue e dalla bertesca di messer
Baschiera de' Rossi, estendevasi in semicerchio fino alla chiesa
di S. Salvadore. Il qual bastione si vede tuttora sorretto
da muraglioni più alti che altrove; essendo che la città da
questo lato mantenga sempre in pendenza il sinistro fianco
dell'ultimo sprone dell'Appennino, sicchè per accedere
[pg!72] 
al centro della città debba farsi da questa parte una breve
salita.

Una mattina a dirigere que' lavori se ne stava un tal giovane,
sul cui volto era impressa una profonda mestizia. Le
nebbie della pianura spinte verso i monti da una brezza
leggera, si addensavano nelle convalli. Alcune nubi nerastre
sorgevano da ponente; i raggi del sole riverberandosi su questo
svariato orizzonte, ne componevano un quadro magnifico. Il
giovane era messer Fredi de' Vergiolesi. Non preso punto
da quello spettacolo, figgeva immobilmente lo sguardo sulle
vicine campagne che verzicavano ed eran fiorenti per ogni
dove. Quel cuore sì nobile non poteva abbandonarsi a ricevere
dolci impressioni, quando la sua terra natale la vedea
minacciata da sì grave pericolo. Gli pareva di scorgere di
già per que' vasti terreni abbattute le vigne, le semente disperse,
atterrati gli ulivi e ogni altro frutto: in fiamme poi
i casolari, fuggiaschi i poveri agricoltori, e, come sentirsi
risuonare alle orecchie i lamenti e le strida di quegl'infelici.
E in questo pensiero imprecando agli avversi vicini, per un
subito moto di sdegno portava la mano alla spada. La stringeva
appunto nell'atto che tra spensierato e baldanzoso gli
veniva dinanzi Nello de' Fortebracci. Che sorridendo del
piglio severo del Vergiolesi, gli si volse e gli disse:

—Ohè, ohè! messer Fredi! Vuoi forse batterti meco?
In verità che da compito cavaliere come se' tu, non mi sarei
aspettata una formale disfida per isceglier luogo più conveniente.

—Non parmi tempo questo da motti di scherzo per non
dire d'irritazione—replicavagli il Vergiolesi.—Ora che
tu al pari di me devi sapere che danno sovrasta a queste
povere campagne, a' loro coloni, a' loro abituri, che andranno
distrutti, e in fine alla patria; e alla quale, credo, non dovrebbe
mancare il tuo braccio.

—No—ripigliava l'altro—benchè io ancor non mi
sappia se la patria stia poi in queste tue capanne che già
deplori se saranno abbruciate. Sono come la rena che il
fiume depone e ritoglie; e se fosser distrutte, oh! non mancheranno
mascalzoni di villani che, per servire, e se voglion
[pg!73] 
mangiare, torneranno di nuovo a sementarci le terre; e allora
le capanne, non dubitare, le vedrai presto rifabbricate.

La prepotenza feudale si rivelava tutta in queste parole,
come in quel titolo di villani dato a quel modo a que' poveri
agricoltori. La inferiorità del contadino nelle gradazioni
della società, non era allora che al terzo stadio per giungere
allo stato di uomo libero. Prima schiavo, poi servo alla
gleba, infine villano; lo che voleva dire libero, è vero, rimpetto
alla legge e uguale al cittadino; ma moralmente inferiore
e servo. E se ancora degli agricoltori in qualche provincia
d'Italia in questa condizione se n'abbiano a deplorare,
il lettore ne giudichi.

—Ma e poi—seguitava il Fortebracci—tu mi parli
di capanne distrutte! Sì per mia fè! Che forse noi stessi
per furor di partiti, quando ci è parso e piaciuto, non abbiam
fatto altrettanto?

E a lui il Vergiolesi:

—Ti parvero forse tempi prosperi quelli al nostro paese?
O non piuttosto quando il Comune, in pace con tutti, ingrandiva
il territorio per via di trattati; apriva comunicazioni
per nuove strade con Modena e Bologna; e quando il commercio
per le molte banche, e pe' lavori d'ogni maniera vi
prosperava, e al popol minuto assicurava i guadagni?

—Io non mi so troppo di questi tuoi mercatanti e bottegai,
e di popol minuto; e poco mi preme che meglio o
peggio si vada in Lombardia. A me basta che alle nostre
famiglie non venga meno nobiltà, potere e ricchezza per conservarci
quel lustro che ci lasciaron gli avi nostri, e che in
fondo è anch'esso un benefizio pel popolo. Sebbene, ci è
mai riuscito di placarla verso di noi cotesta gentaglia? Non
ci ha forse obbligati ad ascriversi alle arti? ad atterrare
una parte delle nostre torri? Non la vediamo di già imparentarsi
con noi, e vestire il lucco ed il mazzocchio all'uso
dei nobili? Ma che per questo? Ci vedessero avviliti, miseri
e sdruci come paltonieri, non verrebbe meno la loro invidia
e la loro insolenza! Questi tuoi banchieri poi un giorno
o l'altro speculeranno sulle nostre case e su' nostri averi se
[pg!74] 
li accarezziamo poi tanto. Disprezzali come me, e vi troverai
il tuo meglio.

—Disprezzarli! Nè ti è mai sovvenuto dell'apologo dello
stomaco e della testa?

—Ma io non so—riprendeva l'altro—nè di apologhi,
nè d'altre storie: parlami d'armi, di cavalli e di donne.

—Ecco—soggiunse il Vergiolesi—ecco la cagione
delle nostre sciagure! Un'indifferenza per quanto v'ha di
più nobile, di patriottico...., un orgoglio egoista, e la sola
soddisfazione del presente che ne fa sacrificar l'avvenire!
Ma meno male quando tutti seguivano una parte: ora....

—Ora vuoi dirmi che alcuni teniamo dai Bianchi, altri
dai Neri. E se ciò ti molesta, perchè non andiamo tutti
dalla parte Nera e scansiamo quest'assedio? Io.... oh! io
posso dirti che nol provocai!

Questi ultimi detti furon profferiti dal Fortebracci con tal
sorriso di scherno, da farne irritare non che un figlio del
capitan Vergiolesi, ma qualunque altro che sentisse il più
lieve pudore del nome di cittadino. Tutta la bile che chiudeva
quel maligno contro Cino ed i Vergiolesi amici di lui,
parve che in quel istante si riversasse sulle sue labbra. Anco
dal fisico, lungo della persona e di spalle alquanto ricurve;
due neri occhi affossati e cupi, tinti in giallo come la faccia;
e questa larga e schiacciata, e il naso egualmente depresso:
all'udirlo poi tutto volgere al ridicolo e tenere in dispregio,
poteva ben designarsi per un di coloro (de' quali a danno
d'ogni paese in ogni tempo non v'è difetto) che personificano
il genio dissociatore, il genio del male. Più dannosi alla
patria di que' tali che apertamente l'avversano: perchè per
quanto scettici in tutto, non lasciano per ambizione di brigarne
gli uffici; e non appena ottenuti, per personali rancori
acuiscono quel po' d'ingegno che ebbero, per contraddire e
opporre, ne vada pure il ben pubblico. Con cavilli svisano
i fatti agl'improvvidi; si fanno poi, con parole audaci e con
minacce se vuoi, un partito nella setta de' cattivi e de' pusillanimi,
e spesso per alcun tempo (perchè i buoni per consueto
fidenti nelle rette loro intenzioni sono inattivi, e sovente,
secondo il dettato, val più un cane che abbaia che un
[pg!75] 
leone che dorme) riescono a turbar gli animi dei cittadini e
dividerli.

Messer Fredi a que' detti non fece che un atto di sdegnosa
maraviglia e di compassione sopra di lui che ben conosceva;
e senza neppur degnarlo d'un guardo, risoluto si
mosse altrove.

Di ciò seppe male al Fortebracci. Quel suo spirito inquieto
e divorato da prepotente passione e da gelosia, aveva
bisogno d'erompere. S'aggirò tutto il giorno per la città,
solo col suo pensiero, non udendo e vedendo, in mezzo a un
andare e un venire di popolo: qua di milizie a portar sopra
carri nuovi attrezzi di guerra; là a schierarsi per le piazze
sotto le armi, e addestrarsi agli ordini de' capitani.

Allorquando, senz'avere una direzione, si trovò quasi
istintivamente di faccia alla porta di casa sua, e faceva atto
di entrarvi. Se non che lo fermava uno sconosciuto, che diceva
venire appunto in traccia di lui.

—Chi siete voi? Che volete da me? aspramente gli dimandò.

—Messer Fortebracci, io vengo a nome del vostro zio,
esule a Prato, per favellarvi.

—Entrate allora.—Ed aperta la porta si avviò con lui
nelle sue stanze.

Quivi giunti, l'incognito così prese a dirgli:

—Voi già sapete che un formidabile assedio è per esser
posto a questa città.

—Lo so.

—I cittadini nulla hanno fatto per rimuovere da sè così
grave sciagura.

—E mal s'abbia chi se la volle!

—Vostro zio, cui nonostante la diversità delle parti, sta
a cuore un nipote par vostro; che potrebbe, vedete bene, o
messere! potrebbe un giorno esser l'erede delle sue molte
ricchezze! (e guardandolo fisso, di queste parole battè lentamente
a una a una le sillabe) vostro zio ha sperato che ridotte
a questi estremi le cose, suo nipote sarà per far senno;
e se non altro, per provvedere alla sua sicurezza cercherà
un rifugio fuori di queste mura, e di questa gente destinata
ad arrendersi. Pensate dunque, messere!

[pg!76] 
E il Fortebracci, che solo nell'incontro si era degnato
mirarlo in faccia, lo affissò; scosse il capo, e, secco secco,
rispose:

—Penserò.

—Tanto più che... non vorrei dirvi, ma...

—Ma che?

—Che insomma qui in faccia vi lodano, ma dietro i
Bianchi (io gli ho sentiti!) non v'hanno fede, vi sbertano e
vi deridono! Pensate dunque...

Ed ei con un ghigno dove già spuntava il dispetto:—Oh!
oh! penserò, penserò!

E l'altro:—M'avrete a' vostri cenni quando v'occorra.
Vado e torno spesso in città. È inutile il dirvi che vo' di
nascosto, e sono a' servigi de' fuorusciti, d'una buona causa,
e di vostro zio in particolare cui mi lega antica riconoscenza.
A giorni, qui di prima sera potrò avere una vostra risposta?

—L'avrete.

—Bene sta.—E lo sconosciuto disparve.


[pg!77] 

.. toc-entry:: VII - La repulsa e i fuorusciti

CAPITOLO VII. 
=============

LA REPULSA E I FUORUSCITI.
--------------------------

.. epigraph::

   | «E se credessi Turco diventare,
   |   Passar lo mare e andare in Turchia,
   |   Davanti al Turco mi vo' inginocchiare,
   |   E la vo' rinnegar la fede mia.
   |   Cosa diranno la gente di me?
   |   Ho rinnegato la fede per te!»

   — *Canti popolari toscani.*

Ricorderà il lettore che alla festa del primo maggio che
descrivemmo, comparve sulla gran piazza un astrologo. L'incognito
or presentatosi al Fortebracci era costui. Un certo
Nuto fiorentino, della parte Guelfa la più accanita, che non
appena seppe alcuni forusciti pistoiesi esser a Prato, andò a
profferirsi a' loro servigi. Egli era un di que' tali che hanno
natura di faccendieri, sanno coprirsi di mille vesti, e far
mille parti per servire alla propria; ma a patto però che non
manchi loro un grosso guadagno; altrimenti non sarebbe difficile
che, per uno più pingue, si dessero alla parte contraria.
Gli esuli, e i Fiorentini che volevan sapere quali si
fossero gli umori in Pistoia e altrove, e' non guardavano a
spendere di bravi fiorini d'oro. In fatti per costui, ben pagato
da essi, era un andirivieni di giorno e di notte fra Pistoia,
Prato e Firenze. Scampatala per fortuna, come vedemmo,
alla prima missione, era tornato a tentar la seconda,
[pg!78] 
e questa volta quasi a posta sicura. Ma or più che mai doveva
apparirvi con cautela, avendo i rettori della città dato
ordini severissimi su qualunque persona che volesse introdurvisi.

Intanto il Fortebracci, scosso e agitato maggiormente da
quest'incontro, se n'uscì tutto solo per veder di distrarsi.
Ma quasi ad ogni passo gli ritornavano a gola quelle parole
riferitegli dall'incognito, e allora mormorava fra sè:—«Ah
sì? Mi sbertano? Mi deridono?»—Troppo acerba puntura
era stata quella per lui; che penetrata nel fondo di quel
cuore superbo, allora sì che lo fece più risoluto di compiere
un suo disegno.

Era sull'imbrunire, quand'egli avviavasi alla piazzetta di
S. Biagio, e presso il giardino de' Vergiolesi. Prezzolato di
già un vil servo di questa casa, e' gli avea riferito che da
qualche giorno un lieve incomodo di salute costringeva la
consorte di messer Lippo a starsene in letto. Non impediva
però che Selvaggia ogni sera non scendesse nel suo giardinetto.
Or come Nello aveva detto a costui che ad ogni costo
voleva parlarle, cotesto giorno ebbe avviso da questo furfante,
che gli avrebbe lasciata socchiusa la porticella di strada
che metteva nel giardino. Giunta l'ora consueta, Selvaggia
era già scesa fra quelle aiole a rivedere i suoi fiori. Ella
era sola; perchè la Margherita, la vecchia castalda di Vergiole,
doveva rimanersi presso a sua madre.

Quand'ecco l'audace, colto il momento che da nissuno
era visto, spinge la porta, entra, e richiude. Volge un guardo
d'intorno siccome un lampo, ma... la donzella non v'è!—Dove
mai? m'avrebb'egli ingannato?—

Titubante e guardingo, incerto se retrocede... poi si sovviene
della cappella.—Sarebb'ella colà?—E già vi si
volge e vi pone il piede; e vi mira infatti, senza essere ancor
veduto nè udito, quella cara fanciulla genuflessa dinanzi all'altare,
e inclinato il capo sull'inginocchiatoio, supplichevole
certo allora per la salute della sua buona madre.

—Selvaggia!—appressatosi, con voce convulsa ei le
dice—Selvaggia, pietà, pietà di me! Io vi amo, io vi adoro!

E mentre ella riscossa si alzava, ed egli:

[pg!79] 
—In nome di quel Dio cui porgete preghiera, Selvaggia,
per pietà, non mi rigettate!

—Oh! come! Voi qui?—disse ella. E già il primo atto
fu quel di fuggire; ma poi consigliata dalla sua dignità, voltasi
a lui con disdegno:

—Quale audacia!—proruppe.—Quale parole son queste?
Nessun dritto io vi ho dato a concepire speranze; tanto meno
a una sorpresa siffatta! L'animo mio, di già il sapevate,
egli è irremovibile! E ciò vi doveva bastare per lasciarmi
in pace, e per sempre!

—In pace voi, o Selvaggia! ma il mio cuore ponete in
guerra, e crudele! Ve lo giuro! Niuna donna sarà come
voi, nella mia casa, ricolma di dovizie e d'onori: niuna...
ah! io cado a' vostri piedi: non mi togliete, no, quella speme
che ho nutrita fin qui! Non mi guardate così fieramente!
Posposto al mio rivale... Oh! allora io... disperato ch'io
fossi... a estremi casi... Chi sa?... Voi, e me...

—Questo è già troppo!—replicò allora Selvaggia. Ed
egli alzatosi:

—Le mie parole deh! non guardate!...

—Violaste ogni legge d'onesto cavaliere, e questo sacro
asilo con un vil sotterfugio! Messer Nello de' Fortebracci,
io v'intimo d'uscire!

Ed egli allora con un sospiro che parve un gemito:

—Oh!! io l'ho voluta dalla vostra bocca la mia sentenza!
E sia! partirò; ma non io solo, altri, altri ancora porterà
le pene della fatale repulsa!—E ciò detto, sparì.

Un bisogno prepotente d'agitarsi, di sfogar lo sdegno represso,
d'involarsi a tutti, e fino a se stesso se l'avesse potuto,
lo fece giunger d'un tratto alla propria casa, far sellare
un cavallo, e via su, spronarlo fuor di città sulla prima strada
che aveva dinanzi.

E già, varcata la porta Guidi, s'era dato al galoppo sul
sentier di levante verso il Castel del Montale. Nè si creda
già per l'ampia e pittorica via qual è adesso; alle falde
d'un'agevole collina a mezzodì; tutta bella di terren colti,
di vigneti e d'ulivi, e popolata di ville; fra le quali siede
regina in mezzo al suo parco, co' suoi laghi e i suoi dilettosi
[pg!80] 
giardini, quella denominata di Celle: ma sì per un sentiero
stretto e infossato, e fra folta boscaglia; ora in basso e fra
gli acquitrini, ora saliente fino al Castel di Pecunia de' Conti
Guidi, e a quel del Montale (or diroccati) e all'altro, più
alto, di Montemurlo; il primo e l'ultimo a quel tempo, e da
circa un mezzo secolo ceduti dai Conti al Comune di Firenze;
l'altro poi del Montale venuto da due anni in potere di detto
Comune per fiorini tremila, per trattato proditorio con quei
di dentro, e per le arti di Pazzino de' Pazzi fiorentino e
Guelfo, signore del prossimo fortilizio di Parugiano. Sulla
destra poi di questa via distendevasi la pianura, quasi tutta
impaludata per i torrenti non arginati, di Brana, di Bure e
dell'Agna, che in breve corso precipitando dall'alto, si dilagavano
fra sterpeti e fra sabbie. Giù fra questa palude e
quasi a mezzodì del castello di Montemurlo, sorgeva in allora
un fortilizio di messer Simone de' Cancellieri Neri, che dalla
sua situazione si chiamò del Pantano.

A un tal punto, dove biforcavan due vie, Nello s'attenne
a quella di sotto, e in breve si trovò innanzi al fortilizio
suddetto. V'era egli sospinto per brama di mutar partito
(se così potrà dirsi, egli che mai non fu legato ad alcuno)
o non piuttosto dal demone della gelosia, che pur fuggendo
gli sedeva in groppa al destriero, e il perseguiva, e il cacciava
fra i suoi avversari ad ottenergli vendetta?

Per arrivarvi doveva percorrere un largo e alto argine;
e più presso, un lungo ponte di legno, che poggiato con
palafitte sopra gli aggalli, superava di poco l'impaludato
terreno. Volse allora il destriero per quello. Il rumore che
le ferrate zampe produssero su quel ponte, fece dischiudere
un pertugio del fortilizio a un famiglio per osservare chi si
fosse a quell'ora quel cavalier non atteso. Ma come giunse
ed ebbe dato il suo nome, scendeva di sella, e consentitogli
tosto l'ingresso, già era innanzi a messer Simone de' Cancellieri.
Chi volesse aver idea di costui ricorra alla cronaca
di Dino Compagni, e vi leggerà che egli era «uomo di mezza
statura, magro e bruno, spietato e crudele, rubatore, e fattore
d'ogni male; e era con la parte di messer Corso Donati.»

[pg!81] 
—Ah! ah! Anche voi, messer Nello, fate senno alla
fine!—gli disse messer Simone.—La vostra presenza qui,
in queste mura!... non so davvero a che altro...

Sorpreso, incerto, gli occhi stralunati, quasi balbuziente,
il Fortebracci potè appena proferire:

—Per prender consiglio!

Poi con più calma, e pensando con chi parlava:

—Nemico che pur si stima per senno, in tempi sì gravi
pel proprio paese gli è sempre da consultare.

E quei risoluto:—Ma se si stima, convien seguirlo. In
tempo, messere, mi capitaste. Fra i molti banditi da quelli
scomunicati de' vostri Bianchi, voi sapete che vi ha pure un
fratello di vostro padre.

—Sì, pur troppo!

—Or bene; io era per partire per la Terra di Prato,
dove egli mi chiama fra i vostri per questa notte. Piacevi
di recarvi da questi altri scomunicati di Pratesi (poichè nel
lasciarli volle far loro questa pietosa carezza il conterraneo
loro il cardinal Niccolò!) e colà volete voi rivedere il parente;
e più che a me, che potrei parer sospetto, affidarvi non altro
che a' suoi consigli?

—Mi piace.

E il Cancellieri:—Il mio cavallo alla porta con quel di
messere!—A' suoi ordini fulminanti gli scherani ed i servi
nell'obbedire tremavano tutti. Ma il Fortebracci grondava
sudore. Un altro ordine: e un'anfora di vin generoso era
stata apprestata. La bevvero ambedue; e d'un salto in arcioni,
cavalcarono verso Prato.

La notte era alta. Miriadi di lucide stelle ingemmavano
il cielo. Se quelli spiriti non fossero stati sì fieri e sconvolti,
al solo mirarle avrebber dovuto piegarsi a più miti consigli.
Ma troppo omai ottenebrati da sì basse passioni, non valevano
a sollevarsi alle meraviglie del firmamento.

Eravi in Prato una potente famiglia, quella del capitano
Filippo e di Leuccio de' Guazzalotri, cui come di parte Nera,
facevan capo vari fuorusciti pistoiesi, che in quella Terra
eran venuti a confine. Quella notte di cotesti s'eran raccolti
in sua casa, Loste Fortebracci, Arrigo Tedici, Rustichello
[pg!82] 
Cancellieri, Masino Visconti, Braccino Braccioforte, Giovanni
Forteguerri e Alberto Panciatichi. Mancava solo fra i convocati
messer Baschiera di Rinieri de' Rossi: che dopo le
ultime violenze del 1302 contro a' Neri che in Pistoia gli
abbatterono e gl'incendiaron le case, se n'era ito in bando
a Firenze. E che, non vi fosse, sapeva male a costoro; perchè
gli era uno de' magnati della città, e traeva con sè gran consorteria
e gente d'arme anco dalle campagne. Egli poi dal
quale attendevano di Firenze rivelazioni di gran rilievo!

Appena che Nello entrò nella sala, i congiurati fecero
atto di gran meraviglia. Lo zio di lui, che a questo nipote,
sebbene di parte avversa, aveva sempre portato affetto, come
appena lo vide gli corse incontro, e per alcun poco rimasero
abbracciati senza parlare.

Ma ruppe il silenzio messer Simone dicendo agli astanti:—Sì,
Nello de' Fortebracci io vi presento, o messeri! Nè
voi, nè la nobile casa de' Guazzalotri dovrà vergognarsene,
spero!—E in questo il superbo caporale de' Neri, fitto un
acuto sguardo sul Fortebracci quasi a scrutarne il pensiero,
e a' cui detti, come a richiamo distaccatosi da Loste ei sforzavasi
d'annuire, del nuovo suo partigiano parea mostrarsi
orgoglioso.

Lo richiedevano allora i Guazzalotri e gli altri tutti, di
che animo si fossero i Bianchi a Pistoia, e che apprestamenti
a difesa volesser tentare. Essi poi giustificavan l'assedio
dinanzi a lui come una necessità, per isnidare una volta dalla
terra natale un partito avverso, dicevano, non già a loro
(s'intende!) ma al pubblico bene, e a Santa Chiesa, della
quale Pistoia come Firenze doveva gloriarsi di tornarsene in
protezione.

—Chi si sarebbe fidato—entrava a dire il Cancellieri
con piglio arrogante—di quel cardinal Niccolò, nell'arte
di governo astutissimo, che faceva le finte d'esser per la pace
fra noi, e nel fatto era poi Ghibellino? Senza l'assedio,
pacificati i Neri, la razza de' Ghibellini terrebbe sempre Pistoia,
perchè il degli Uberti ne è signore: e in questo modo
noi delle più potenti famiglie, dopo tanti sacrifizi per essa,
resteremmo fuori e delusi.

[pg!83] 
Poi con più blanda voce voltosi a Nello:

—Ditemi un poco—soggiunse:—separati dalla lega
di tante città guelfe della Toscana ridotti deboli e soli, non
vedete voi che dovremmo scender per forza a patti umilianti?
Oh! meglio dunque venire a un gran fatto. Superati da tanto
numero—(ringagliardito il veleno dell'argomento, con tutta
l'ira di un Cancellieri, conchiuse)—cotesti maladetti Paterini
s'arrenderanno una volta; o, come li scorpioni nel cerchio
del fuoco, alla perfine saranno distrutti. Non incendiaron
pur essi il mio Castel di Damiata? Oh! che vada, se vuolsi,
a fuoco e fiamme la ria città che li accoglie!

Pur troppo! Per codesti uomini avidi del potere, il partito
era tutto! Vada pur la patria in rovina, ma trionfi il
partito! Se non è accetto ai più, se non è conciliabile, che
importa? Purchè la somma delle cose non la diriga altra
gente che della loro! Altrimenti si faccia ostacolo a tutto
ed a tutti!

A un aspetto sì truce, alle violenti parole del Cancellieri,
ogni volta che co' suoi favellava restavano talmente presi ed
ammaliati, da non aver coraggio, anco volendo, di contradirlo.
Rimaser però i convenuti in un assoluto silenzio. Nello poi
a que' detti finì di vincere ogni incertezza non solo ma si
sentì apprendere nell'intime viscere tutte le fiamme vendicative
de' Neri. Sol dopo un poco il Guazzalotri riprese a parlare;
e frattanto per una lettera che lì pervenivagli, annunziava
con compiacenza l'arrivo a Firenze d'una parte delle
milizie straniere.

Ma il Cancellieri, sospettoso di tutto e di tutti, non sapeva
darsi ragione dell'assenza, verificatasi anche altra volta, di
Baschiera de' Rossi, e richiamava alla mente qualche dubbio
discorso proferito dai suoi consorti.

—No—disse egli,—qui sotto qualche trama v'è
ascosa! Messeri, io vi propongo che non più per lettera ma
per persone che gli favellino, la sua fede ci sia manifesta.
Nè meglio a tal uopo io crederei, se vi piace, che affidarne
l'ambasceria a questi nostri consorti, Loste e Nello de' Fortebracci.

Non fu appena detto, che tutti gliel consentirono.

[pg!84] 
—Così—sorse a dire il Tedici—se alcuno de' Bianchi
(che a Firenze ve n'ha pur troppo anche adesso) gli avesse
rappresentato a malizia lo stato di nostra città, ei da Nello
in special modo ne sarà informato a dovere.

—E saprà—soggiungeva il Panciatichi,—che è necessario
ogni sforzo, e il più formidabile perchè più presto la
città debba arrendersi.

E il Cancellieri—A noi poi a provvedere, venuta che
sia in poter nostro! Voi dunque—voltosi ai Fortebracci—partirete
subitamente. E direte al De' Rossi di che volere
ci abbiate trovati, e che il suo apertamente vogliamo conoscere,
o che venga qui ad un nuovo consiglio, o che lo affidi
a voi stessi. Non è così che farete?

—Sibbene—risposero i Fortebracci,—e presto n'avrete
la sua risposta.

Nello intanto non volle lasciarli senza chieder loro se i
fuorusciti armata mano si sarebbero avvicinati a Pistoia. Rinegata
omai la propria parte, sentiva il bisogno d'esser ad
ogni evento tutelato dall'altra: tanto più che covava in seno
tante vendette. Essi però l'accertarono che non solo gli
sarebber venuti in soccorso, ma che avevan disposto segnali
e modi per avvicinarsi ed intendersi. Giunti poi al potere,
dell'opera sua, stesse certo, avrebbe avuto il guiderdone
condegno.

La mattina seguente i due Fortebracci a sole alto cavalcavano
già per le vie di Firenze. Lasciati dietro a sè i forti
castelli di Brozzi, di Peretola e di S. Donnino, v'entravan
per la porta detta della Carraia del secondo cerchio, chè
solo da pochi anni costruivasi il terzo; e pel borgo antico
di Parione si avviavan nel centro. Non passavano allora per
mezzo ad alti palagi nè a pubblici edifizi maravigliosi, che
pochi anni dopo dovean rendere Firenze fra le città italiane,
per isfoggio di arti belle, singolare da tutte. Non cupole
ancora, non templi pregiati per opere architettoniche; ma brune
altissime torri sorgevano intorno alle mura, e sulle case de'
grandi. I più de' quali però le avevano in anguste vie, e
umili e semplici tanto, che alle finestre molte ancora serbavano
le impannate. Ma cotesti cittadini di nobili e di grandi
[pg!85] 
avevan nome, non già da un palazzo più elevato e sfarzoso,
ma dalle patrie virtù e dalle molte ricchezze, che procacciavano
a sè ed al popolo coi commerci e l'industrie d'ogni
maniera. In mezzo alle civili discordie, sicchè molti eran
morti o banditi, e il Comune troppo spesso de' suoi migliori
s'assottigliava, pareva che la virtù e il genio de' pochi superstiti
ogni dì più si afforzasse a dar prove d'affetto alla patria,
tali da trovarsi in questo concordi e unanimi a farla ricca,
forte e gloriosa. Le arti e le industrie vi s'eran costituite
in altrettante corporazioni con propri statuti e comuni legami,
e cui le leggi accordavano privilegi speciali, perchè altri non
si vantaggiasse di ciò che la pratica e il genio de' suoi cultori
sapeva inventare.

Questi ordinamenti, opposti del tutto alle libertà delle
odierne nazioni, erano per quei tempi i più appropriati; non
potendo l'individuo isolato esser protetto da que' governi troppo
piccoli ed imperfetti, e solo nelle corporazioni trovando quella
forza e quell'incremento di che abbisognavano. Oltre che
il lavoro fu elevato per esse a tal grado di nobiltà, che
mentre nei mercati esteri fruttava loro grandi ricchezze, nell'interno
poi a ciascun cittadino apriva l'adito a' pubblici
impieghi.

A convincersi di tanta operosità bastava percorrere certe
vie di Firenze, come per Por Santa Maria, per Vacchereccia,
per Calimala, per Or' S. Michele, e udirvi un fragore continuo
d'officine: dove le molte arti, che diedero fino il nome
alle dette vie, in ispecie quelle della lana e della seta, tenevano
occupate migliaia d'artieri; i cui tessuti a comprare
ne' giorni di fiera, e in quello di San Martino, venivan mercanti
d'ogni parte d'Europa. Di soli tessuti di lana e di
tintorie si noveravano in questo tempo da dugento botteghe,
che impannavano ogni anno da settanta in ottantamila pezze
di panni lani pel valore di un milione e dugentomila fiorini
d'oro, dando lavoro e sussistenza a più di trentamila persone.

Non è però meraviglia se in tanta prosperità di commerci,
d'industrie, e di banche (sui primi del secolo :small-caps:`XIV` circa ottanta)
che prestavano a principi, e già davano idea di prestiti
dello Stato, come fra le altre le banche ricchissime degli
[pg!86] 
Scali, de' Peruzzi e de' Bardi; se infine fra tanta grandezza
di vita politica; in breve per opera del Comune, degli artieri
e de' ricchi privati, si vedessero sorgere monumenti i più
portentosi.

A porre in comunicazione i cittadini d'oltr'Arno esistevano
già vari ponti, dal primo presso la porta della Carraia
nel decorso anno distrutto, e che adesso l'architetto Giovanni
da Campi ricostruiva: ed eran gli altri, di Santa Trinita, del
Pontevecchio, e l'ultimo di Rubaconte, che con più fausto e
caro nome s'appella or delle Grazie. Era allora che Arnolfo
aveva gittato le fondamenta di Santa Maria del Fiore, che
poi il Brunellesco doveva abbellir della Cupola: e sorgevano
quasi a un tempo quelle del palazzo della Signoria e del
tempio di Santa Croce: e per opera di tali architetti, il cui
nome durerà celebrato quanto quei monumenti! E questi,
come poi la torre di Santa Maria del Fiore; la torre e la
chiesa d'Or' San Michele col disegno di Giotto; e quella
di Santo Spirito e di San Lorenzo dove risplende il genio
del Brunellesco; mentre rimangono ad attestare quale e
quanto fosse il valor di coloro che gli idearono, appalesano
per egual modo il pensiero religioso e la grandezza del popolo
che li commetteva. Tale apparve allora Firenze, cuna
di libertà, delle arti belle e industriali, e della letteratura
nazionale; denominata a ragione la *nobil figlia di Roma*, e
che fin da quel tempo opinavasi dovesse raccogliere la eredità
di sua madre e vincerne lo splendore.

Nondimeno la caduta, nell'anno decorso, del ponte alla
Carraia, e l'incendio doloso dei Guelfi di parte Nera, per
mano di Neri Abati, sicchè dal Duomo a Or' San Michele e
di seguito fino al Pontevecchio, circa a 1700 case e fra queste
molte officine e mercanzie furon distrutte, allo sguardo de'
nostri viaggiatori facevano apparir la città in un manifesto
squallore. Se non che i Fiorentini per quanto molto danno
n'avesser patito, animati adesso da un solo pensiero, e giunto
l'aiuto delle straniere milizie, non pensarono più che ad
allestire le proprie, per trarne su i Bianchi la bramata vendetta.
Basti dire che per raccoglier soldati (narra lo Stefani
nelle Storie fiorentine) fecero iscrivere i Guelfi dai 15 ai 70
[pg!87] 
anni, tanto magnati che popolani, della città e del distretto
e li provvidero d'armi e di soldo. La città aveva allora più
di dugentomila abitanti, e poteva contare sopra oltre trentamila
cittadini atti alle armi. E infatti i cavalieri pistoiesi
traversando le vie e le piazze non vedevano che militi andare
e tornar dal campo di fuor delle mura dov'era il duca di
Calabria allora arrivato. Presso del quale, come insignito
del supremo comando, tutti i cittadini assoldavansi e si addestravano
al maneggio delle armi: e quali al corso, quali
altri al tiro della balestra, all'uso della lancia, e in simili
altre esercitazioni. Ma qual differenza di propositi in quelli
apprestamenti guerreschi, da città a città, e in sì breve distanza!
Udivano anche i Fortebracci suonare a distesa quella
grossa campana che a Firenze chiamavasi la Martinella, per
avvertire i cittadini di apparecchiarsi alle armi. E a che
altro tante schiere d'armigeri se non per irrompere sopra
Pistoia? Eppure a questo spettacolo che, per carità del
loco natio, avrebbe dovuto di subito destare in essi un fremito
e uno sgomento, i due cavalieri non si commossero!
Tanto furore di parti ottenebrava quelli animi!

Nello infatti di null'altro si era occupato per via che di
trasfondere nel parente il proprio rancore. Gli faceva sentir
tutta l'onta riversatasi sulla famiglia per la repulsa della
mano della Vergiolesi, e conchiudeva doverlo aiutare ad
averne vendetta; non foss'altro, diceva, per essere stato a
lui preferito un Sinibuldi, consanguineo di coloro che s'erano
macchiati del sangue del fratel suo.

Frattanto, secondo le avute ingiunzioni scavalcarono al
palagio de' Frescobaldi a capo del ponte S. Trinita oltr'Arno;
perchè costoro in Firenze eran caporali di parte Nera, tanto
che avevan ospitato li stessi baroni del Valois. Conferirono
brevemente col principale di essi; che, confortatili di grandi
speranze, li volle accompagnare fino alla casa di messer Baschiera
de' Rossi.

Questi, avvisato che Nello de' Fortebracci voleva parlargli,
molto si rallegrò nella certezza di aver nuove sicure della
sua città.

Nella sala dove il de' Rossi accoglievali v'eran pure
[pg!88] 
quattro giovinetti suoi figli, e la nobil consorte. Baschiera
stava già per licenziar la famiglia all'entrare de' nuovi venuti;
quando invece essi medesimi la pregarono di rimanere.
Nello allora espose a Baschiera la sua missione; e con la
speranza di essergli accetto, e con tutto il livore d'un rinnegato,
lo pregò a nome de' partigiani d'intervenire a Prato
al nuovo consiglio: dicendo che fra coloro che ve l'attendevano,
ricordasse che v'era quel messer Simone de' Cancellieri,
nella cui fortezza a Pistoia i de' Rossi scamparon da morte,
sottratti alle ire de' Ghibellini e de' Bianchi.—Ma voi,
messer Nello,—affissandolo bene, riprese meravigliato il
de' Rossi,—non m'inganno io, no! siete pur quegli che
fino al dì d'oggi tenevate il partito de' Bianchi! E venite
ora a chiedere a me che unisca al vostro il mio braccio per
distrugger quella città che voi stesso abitate? Ricevetti, è
vero, dalla parte avversa de' concittadini insulti e danni infiniti!
Pur troppo! Mi hanno arse le case... me e la mia
famiglia han cacciato in esilio! Ma, che per questo? Sarà
lecito adunque vendicar le ingiurie private con le pubbliche?
Si esigerebbe dal Cancellieri che mi sdebitassi con lui d'una
mia particolar gratitudine, prostituendogli ciò che ho più di
sacro, l'affetto pel mio paese? Non giudico io, no, da questo
incrudelir delle parti dell'indole d'una intera città. Alla
famiglia che meco trassi, e ai parenti che vi lasciava, ho consigliato
pazienza finchè le furibonde ire non cessino. E ora!...
quando vedo che genti spietate, sospinte solo da private vendette,
voglion distrugger la terra che i padri nostri fecero
nobile e prosperosa; che chiude le ceneri degli avi miei; la
terra ove nacqui, che ho amato ed amo purtanto! quando a
metterla a fuoco e fiamme, oltre ad usare le destre lor parricide,
hanno invocato contro di lei e di qui stesso vi guidano
soldatesche straniere: oh! non sarà mai che si dica che Baschiera
de' Rossi porse il braccio a costoro e impugnò le armi
a distruggerla! Un fremito anzi m'assale al solo udirne la
minacciata sciagura! E mentre carità di lei mi consiglia a
reprimere i privati rancori, ira e indignazione cotanta mi han
destato le vostre proposte e quelle de' pari vostri, ch'io non
[pg!89] 
esito a rigettarle con orrore e disprezzo. Messer Nello de'
Fortebracci mi avete inteso!

E ciò detto gli volgeva le spalle, ed entrava dignitoso
nella stanza contigua, e con lui la moglie ed i figli; dolenti
e come atterriti per simile incontro. Fremente all'opposto
e svergognato il Fortebracci, senz'aver alito di dir parola
se n'usciva insiem col parente: e di subito lasciata Firenze,
a spron battuto riprendevan la via per Prato e Pistoia.


[pg!90] 

.. toc-entry:: VIII - Un primo scontro

CAPITOLO VIII. 
==============

UN PRIMO SCONTRO.
-----------------

.. epigraph::

   | «I' vidi già cavalier mover campo
   |   E cominciare stormo, e far loro mostra,
   |   E talvolta partir per loro scampo.»

   — :small-caps:`Dante`, *Inferno*, Canto XXII.

Una mattina, che era quella del 20 maggio, sulla prim'alba
la città di Pistoia s'era tutta riscossa, sentendo battere a
tocchi la campana dell'arme. Che è che non è, i cittadini
quanti erano atti a portar picche e balestre e a cinger la
spada, s'eran raccolti sulla piazza del Duomo. Di lì a poco,
tra qui e per le vie più larghe vi si potevan contare circa
due migliaia di fanti, e fra questi un buon numero di frombolieri
Larcianesi, e un trecento a cavallo. De' cavalieri poi
era per accrescersi il numero con que' del contado. Gli araldi
fino dal giorno innanzi erano stati inviati per tutto il territorio
a far la chiamata de' già iscritti per ogni piviere, per
raccogliersi in città sotto i lor capitani e connestabili in tante
compagnie guidate da' lor centurioni, e che si denominavan
dal luogo dov'erano tratte. I più facoltosi della città e del
contado costituivan la milizia a cavallo, quale doveva il milite
mantenere a proprie spese di tutto punto. I cavalieri
conducevano diversi cavalli, e più donzelli e valletti a piedi.

Nonostante che un imminente pericolo fosse già preveduto,
un subitaneo terrore occupò i cuori di tutti. Le donne del
popolo a quell'ora impensata sopraffatte e smarrite, balzavan
[pg!91] 
dal letto, s'affacciavano alle finestre, e si chiedevano l'una
l'altra—che sarà mai!—Che Dio ce li scampi i nostri
poveri uomini! Entro le case un andirivieni di lumi qua e
là, su e giù per le stanze: un vederli trasparire anche su
pei veroni; e gente spenzolata a mirar nella strada: e ogni
tanto udir qualche grido e qualche lamento di quelle misere.

Eccole poi a fretta e scarmigliate scender giù sulla via
e appostare chi prima lor capitava. E mentre i parenti armati
passavan loro dinanzi, era un interrogarsi e un breve
rispondere; un parlar tra ignoti come fosser noti: quindi un
raccogliersi a drappelli, e far fra di essi i più tristi prognostici.
Le madri, per un loro presentimento, più di tutte si
desolavano. Dovevan vedersi partir su d'un subito i propri
figli; e molti senza dar loro neppure un abbraccio per non
affliggerle di soverchio, e per non farsi venir meno il coraggio,
risoluti com'erano que' generosi d'andare incontro alla
morte pur di difendere la propria città!

E davvero che il momento terribile era arrivato! Il capitano
generale pe' suoi esploratori, de' quali da vari giorni
era un andare e venire, aveva potuto accertarsi che in quella
mattina il nemico sarebbe venuto a oste sopra Pistoia. E
infatti sul prim'albore un altro corriere era giunto che riferivagli,
come il campo nemico s'era già mosso da Firenze
tenendo la via di Prato; da dove, fatto alto per poco, doveva
poi a gran passi piombar su Pistoia. Ma il dell'Uberti non
era uomo da lasciarsi sorprendere. Per questo subito avea
fatto l'appello delle cittadine milizie. Aveva poi adunati la
sera innanzi tutti i capitani e i connestabili, affidati gli uffici,
e da qualche giorno raccolti i militi de' castelli vicini
con più cavalli che fosse possibile, e tutto disposto per far
fronte al nemico. Ne sapeva già il numero, e la via che
avrebbe preso; e solo ora premevagli di stabilire con quante
forze e dove meglio si poteva respingere. Poco o nulla valeva
allora la conoscenza de' movimenti strategici d'un esercito,
quando la forza individuale in quelle battaglie era tutto.
Non già le artiglierie (non ancora inventate), e neppur le fanterie
eran per loro, come di presente, il nerbo e il poter di
un esercito. Ma in campo aperto più che altro la cavalleria;
[pg!92] 
negli assedi le valide mura, i molti viveri e la costanza nella
difesa.

Stava il capitano nel suo palazzo in mezzo a' suoi ufficiali
a spedir ordini per ogni dove, per poi salire anch'esso
a cavallo alla testa delle sue schiere, allorchè arrivatovi il
capitan Fredi, gli domandò con premura:

—Siamo noi sicuri d'una forte schiera di feritori, primi
a far impeto sul nemico?

—Capitano, ne potete esser certo. Le nostre milizie son
tutte in armi.

—I cavalieri?

—Assai valenti.

—Chiedeste loro quali volessero essere all'antiguardo?

E quegli:

—Bastò la dimanda perchè tutte le compagnie si profferissero
come un sol uomo per ambir quest'onore. Sicchè
ho creduto dover far ricorso alla sorte: ed essa, mi è caro
di dirvi che è caduta sulla mia schiera. Capitan generale,
sono ai vostri comandi.

Allora da soli a soli trattaron del modo da preferire in
un'ardua intrapresa com'era quella. Quindi a voce alta il
degli Uberti gli disse:

—Importa che nell'uscir di città si faccian tacere i tamburi
e le trombe, e che si vada riservati e guardinghi, e secondo
le nuove degli esploratori. La fazione è tra vie boschive,
e dev'essere di sorpresa. Del resto la natura del
terreno la conoscete, e il valor non vi manca.

E stringendogli la mano,

—Andate—gli disse—affrettatevi. In breve vi sarò
presso. Capitan Vergiolesi, la buona fortuna vi assista!

E in quell'istante i loro sguardi s'incontrarono insieme
con compiacenza com'a dire che s'erano intesi.

Era un atto di fiducia che i due prodi a vicenda si ricambiavano.

Se le previsioni del degli Uberti fossero quanto mai avvedute,
basterà di sapere che Roberto duca di Calabria, il figlio
e l'erede presuntivo di Carlo II re di Napoli, eletto da' Fiorentini
a capitan generale di questa guerra, da qualche giorno
[pg!93] 
accampato presso le mura di Firenze, in quella prim'ora
date le insegne, cavalcava co' suoi baroni alla testa di grosse
schiere; tra fiorentine, benchè non tutte, e quelle de' suoi
trecento cavalieri aragonesi e catalani: poi con molto numero
di fanteria Almogavara, così detta da certi dardi che usavano,
in loro lingua appellati *mugaveri*. Queste truppe spagnole,
un misto di mori e di cristiani, non diverse da quelle passate
in Grecia col tedesco Ruggeri di Flor, erano state licenziate
da Federigo di Sicilia, e si recavano al soldo d'ogni principe
o Stato che avesse d'uopo di loro. Cominciavano fin d'allora
a formarsi in Italia queste mercenarie milizie. Detestabili
sempre, chiamate da principi o da repubbliche, e funeste
alla patria come stromenti di dispotismo, e come quelle che
impedirono il libero ordinamento di nazionali milizie. Ma
più abominevoli se (come fino a' dì nostri dovemmo vederle)
uscite di popolo libero e indipendente, non vergognarono di
vendere il braccio loro per tenere astretti altri popoli in
catena di servitù.

Le milizie de' Fiorentini dovevan rafforzarsi di tutte le
altre della lega guelfa; fra le quali di quelle di Siena, di
Lucca, di Volterra, di Città di Castello, di S. Gemignano e
di Prato. Ma sul partir di Firenze non aveanvi per allora
che le fiorentine e quelle del duca: tanta era la bramosia
di quel Comune (morto il papa) di non lasciarsi sfuggir l'occasione
di por l'assedio a Pistoia! Quelle della lega dovevan
venire ad un tempo. Quelle di Lucca, invece, co' Fiorentini.
Ma i Lucchesi, o non fossero ancor preparati, o tardi giungesse
loro l'avviso; il duca senza più attenderli aveva già
traversata la terra di Prato, laddove seppe che ancora non
eran per moversi. Questa notizia che simultanea poterono
averla anche i Pistoiesi, li rinfrancò, non avendo quel giorno
a temere aggressioni per parte loro nel lasciar la città. A
vigilare poi i passi de' nemici e referirne, da qualunque parte
li vedessero avvicinare, il degli Uberti fece tener quattro
scolte in vedetta ai merli dell'antica altissima torre della
Cattedrale; già fortilizio isolato da essa, e dipendente dal
capitano del popolo: sol di quel tempo ridotto a modo di
campanile con aguglia e con tre ordini di colonne.

[pg!94] 
Era circa il mezzo del dì che il duca si era già avanzato
a circa due miglia da Pistoia lungo la via del Montale;
quando si vide sopraffatto da un buon numero di cavalieri
pistoiesi con alla testa il capitano messer Fredi. Aggiungi
molti fanti sbucati da' boschi che in allora fiancheggiavan la
via, serrati in schiere, e misti a quelli guidati dal degli
Uberti; tutti insieme fecero a un tempo tanto impeto sul
nemico, che lo costrinsero a retrocedere. I cavalieri aragonesi
che erano innanzi, mal pratici e incerti per lo stretto e
scabroso sentiero, cedevano di subito a' feritori pistoiesi, che,
svelti e arrischiati e forti nell'armi, come li chiama Dino
Compagni, si battevano con molt'arte e valore. Indarno i
Fiorentini, rinfuocati dalla vendetta e dal fiero proposito di
conquista, incitavano li Spagnuoli dell'antiguardo a dar nuovo
assalto e resistere. Ai dardi che lor saettavano d'ogni parte
i detti fanti, in specie i bravi frombolieri Larcianesi, s'aggiungeva
la gente del contado. La quale piombata loro sui
fianchi, a torme a torme dietro il riparo dei boschi molestava
cavalieri e pedoni; armata com'era di lunghe falci, e di rozzi
archi ma di certa saetta che li colpiva al sicuro. Tanto che
cotesti Spagnuoli atterriti e poco o nulla premendo loro
l'onor delle pugne; lo che era da attendere da quella lor
poltronaggine meridionale, e da soldataglie compre da un
duce venduto, su i passi vergognosi della fuga col duca stesso
tanto retrocedettero senz'arrestarsi, finchè non furono entro
alle mura di Prato. Qui allora i rimprocci più acerbi de'
capitani fiorentini al duca Roberto, e degli esuli soprattutto,
che non avrebbero mai immaginato cotal resistenza de' Pistoiesi
fuor delle mura.

Dall'altro lato il ritorno a Pistoia di loro schiere pensiamo
con qual trepidazione era atteso!

Solamente i vecchi, preti e frati, fanciulli e donne, si
può dire che con poche guardie e gli anziani o priori del
Comune eran rimasti dentro le mura. Chiuse affatto le officine
degli artieri, e i fondachi dei mercatanti, la città era muta
e deserta. Là su quella piazza maggiore sul far
della sera chi può ridir lo sgomento! Cotesta gente, come
presa dalla paura, erasi tutta raccolta insieme colà.

[pg!95] 
Al primo scontro le scolte dall'alto della torre, d'onde
a due miglia poteva scorgersi, avevan già dato l'avviso agli
anziani giù in piazza, col suono convenuto d'un tamburo—Si
sono azzuffati!—A tal nuova fu un prorompere del popolo
in un lungo ululato. E come nel muro esterno di cattedrale,
al nord, era un tabernacolo di legno con entrovi il
ritratto di Nostra Donna col Divin Figlio, detta dal popolo
la Vergine delle porrine, fino da quando nel 1150 da pestilenza
fu liberato; avvenne allora a quel triste annunzio che
tutti que' miseri andarono a gittarsi in ginocchio dinanzi alla
detta immagine e a gridare a gran voce—misericordia!—Poi
per un tratto fu silenzio!

Si fecero in piedi, ma con ansia e sgomento! Ed era
uno stare in orecchie, un volgersi in alto e sospirare, ed un
levare al cielo le palme.

In questo un altro suono di su della torre che annunziava
in rotta i nemici!—Dio, Dio! soccorreteci!—fu un grido
concorde. E, trepidanti, si prostrarono di nuovo e pregarono.
Ma ecco dopo non molto udirsi dall'alto il suono del tamburo,
annunziator di vittoria! Poi dal basso della città gente
a corsa su per la ripa un salire a loro e ripeter—vittoria!—e
il contado dietro, che dalle porte irrompeva, e precedeva
fra i lieti evviva le schiere! Oh! allora que' cittadini!...
Fu un levarsi tutti come un sol uomo, fra gli accenti di giubilo;
un accorrere incontro a braccia aperte, un far eco agli
evviva, e cacciarsi ciascun fra le file, e per la via uno stringersi
al seno quei prodi e colmarli di benedizioni! Ed ecco
in un subito su quella piazza che diverso e commovente spettacolo!
Gli oricalchi ed i tamburi ed altri strumenti con
lieta musica animavano la marcia.—Sono tornati e vittoriosi!—queste
le magiche parole ripetute via via fra la
folla. Tutte le campane suonavano a Dio lodiamo! Cittadini
e guerrieri riunitisi insieme piangevano di gioia! Ciascuno
dei militi voleva pur ragguagliare i parenti: ma tanto grande
era il loro entusiasmo, che finivano per lo più con questi e
simili vanti:

—Intanto per questa volta è toccato a loro a fuggire!—O
che credevano que' bracaloni de' Catalani! Nol sapevano
[pg!96] 
che si tira ben dritto noi?—E i Fiorentini, pensavano
forse di darci sgomento?—Tornino, tornino, affè, che un
primo saggio gliel'abbiam dato!

Con queste e altre parole si millantavano, e s'incuoravan
fra loro: ma pur troppo era un pascersi di vane speranze;
e non si saprebbe dire se meglio fosse stato l'avere avuto
di subito una sconfitta!

Non era però da compiangersi verun morto, e solo parlavasi
di alcuni feriti; mentre dei nemici non pochi erano
rimasti sul campo, e molti feriti si trasportarono a Prato.
Prodigioso poteva dirsi l'evento. Il popolo, tra per il giubilo
di sentire che, in uno scontro così accanito, dei suoi
non aveva perduto pur uno (e in quel modo di guerreggiarsi
assai volte non era a stupire), tra perchè era in fondo molto
religioso, non dubitò di gridare al miracolo. Sicchè per la
mattina seguente, alla cappella di Sant'Jacopo in Cattedrale
furono decretati solenni atti di ringraziamento, e supplicazioni
per gli eventi futuri.

Il tesoro della sagrestia de' belli arredi, ricordata da Dante,
faceva in cotesto giorno bella pompa di sè sull'altare dell'antico
patrono della città. Al sant'apostolo era sacra questa cappella,
eretta sotto la navata a destra di chi entra, nello spazio dei
primi due archi, chiusa di muro dietro l'altare, e sopra di volta;
circondata poi da un cancellato di ferro; e ciò per le cure del
vescovo Atto, che nel 1145 ve ne fece venir le reliquie. L'avevano
arricchita delle opere loro nel 1265 maestro Bono, architetto,
e messer Coppo, pittor fiorentino. Di sacri vasi poi e di
reliquiari d'argento dorato e a filograno, con pietre, con ceselli,
con nielli, e stupende figure in rilievo nel paliotto e nel
trittico (tesoro che pur di presente e in molta parte è rimasto,
ed è dato a vedersi) la fecero mirabile, da quel tempo
per oltre dugento anni, gli artisti italiani più rinomati. E
ciò con le offerte de' Pistoiesi, e dei forestieri che vi accorrevano
pellegrinando per aver perdonanza, come un tempo
i cristiani di ogni parte al sepolcro dello stesso S. Jacopo in
Compostella. Di qui nel territorio pistoiese quei tanti spedali,
spedaletti ed ospizi pe' pellegrini, chè allora, in difetto di altri
alberghi e locande, era pur questa opera religiosa e civile.

[pg!97] 
Dinanzi adunque a questo altare, al quale ardevano lampadari
moltissimi, si vedeva prostrato a Cristo Salvatore un
popolo intero cui soprastava una tremenda ingiustizia. Dopo
la pubblica preghiera il venerando vescovo Sinibuldi levatosi
di ginocchio e ascesi i gradini di quell'altare, circondato dal
clero, dai magistrati e dai capitani di guerra, si volgeva al
suo popolo stivato nelle tre vaste navate, e con affabile dignità
in questi termini gli favellava.

—Grande, ineffabil conforto, o miei figli, è all'animo mio
angustiato già troppo per le gravi sciagure che minacciano
la nostra città, il vedervi raccolti nel sacro tempio a supplicare
l'Altissimo! Volenterosi accorreste alla difesa della
patria, e per essa non dubitaste di andare incontro alla
morte! Eppure Iddio nella sua grande misericordia vi volle
scampati! Oh! umiliamoci adunque, o figliuoli, e dal profondo
del cuore rendiamogli grazie perchè in questo giorno
operò per noi mirabili cose! Ma non è a credere che nemico
sì agguerrito, e bramoso pur troppo di conquistar quella
terra, non torni presto alle insidie e agli assalti. Ascoltate
adunque la voce dei vostri capitani, e siate pronti a difendervi.
Sì! Una giusta difesa contro un ingiusto aggressore
Dio la permette e la vuole: ed io, io stesso, ministro di Dio
di pace, vi ci debbo esortare! Ma vi sovvenga che se non
è il Signore che invochiate a custode della città, i suoi difensori
vi s'adoprano indarno! Or mentre il nemico è qual
leone che rugge, e s'aggira qui intorno per divorare, in nome
di Dio vi scongiuro, o carissimi, a deporre oggi dinanzi agli
altari ogni privato odio e rancore, perchè siate tutti un cuore
ed un braccio per la comune difesa. Le ire di parte dominaron
qui troppo; e tanti cuori che furon senza pietà, fecero
altri spietati, e provocarono i divini gastighi, che ricadranno
forse sugli stessi innocenti!

Ah! pur troppo sta scritto che «ogni regno diviso sarà
desolato!» Ma tu, Dio delle misericordie, disperdi da noi
per pietà il terribile augurio! Sia pace e concordia fra questo
popolo; e infondi sensi più miti a chi vuole aggredirlo: sicchè
rinunziando alle offese, si ristringano invece nel nome tuo
le antiche alleanze fra' tuoi adoratori, fra i vicini e parlanti
[pg!98] 
la stessa lingua, fra i figli medesimi di questa italica terra.
Se poi questo popolo da dura necessità fosse astretto per
sua difesa a impugnar di nuovo le armi, deh! fa, o mio Dio,
che nel combattere usi leale coraggio; non sia crudele nè
licenzioso; non prevarichi nella vittoria, non disperi nella
sconfitta! Signore delle nazioni, Dio degli eserciti, raccomandiamo
a te la causa nostra, le nostre anime, la salvezza
e la libertà di questo popolo; che io ora nel nome tuo, per
intercessione e pe' meriti dei santi suoi protettori, lo benedico!—

A queste parole s'udì prorompere da ogni parte in singulti
ed in pianti, e gravi sospiri uscirono anco da' petti cinti
di maglia e di ferro.

Ma quello che più colpi di meraviglia gli astanti, si fu
di veder farsi largo fra la folla, e comparire innanzi all'altare
uomini di famiglie conosciute per furibonde e potenti,
di fazioni fra loro avverse, e che fin qui aspramente s'inimicarono;
e in presenza del vescovo, che insieme ai rettori
della città da qualche tempo ma sempre indarno li aveva
pregati a riamicarsi, giurare adesso di obliare gli antichi
odi e li sdegni; di offerire il proprio braccio in pro della
patria; e abbracciarsi e baciarsi in bocca per segno solenne
di perdono e di pace. La benedizione del buon prelato,
grande amatore della patria e difensore dei diritti dei cittadini,
fu detto allora dal popolo che proprio come un prodigio
era discesa sopra di loro!

Or mentre in Pistoia avvenivano questi fatti, e i cittadini,
fra la fiducia e il timore, ma con fermezza e con ordine,
compievano opere di difesa dentro e sopra le mura; il duca
Roberto riconosciute per grandi, e più invero di quel che si
fossero, le forze dei Pistoiesi, dispose a Prato di rinforzare
l'esercito di gente a piede e a cavallo, e di non muoversi
altrimenti che con tutti insieme quei della Lega. E come
per messi ebbe avviso che ciascuno era pronto e s'era posto
in cammino, fatto consiglio di guerra ordinò (come narrano
gli storici) che Pistoia in questo modo si circondasse.

Dato il guasto torno torno alle vicine campagne, a distanza
dalle mura presso a poco quanto il balestro portava, piantò
[pg!99] 
i campi, e vi fornì i battifolli, cioè li steccati con torri, l'uno
presso il ponte a Bonelle, sulla strada che veniva dai monti
di sotto, dove fino ai colli di Casal Guidi s'accamparono i
Guelfi Neri usciti di Pistoia, sì a pie' che a cavallo. Il
campo maggiore si piantò dall'altro lato della città, in direzione
della porta di Ripalta, sulla strada della Sambuca; ed
ivi si posero il duca coi suoi Mugaveri, e i Fiorentini, e i
Lucchesi guidati da Moroello di Manfredi I, marchese Malaspina;
il famoso *Vapor di Val di Magra*, già capitano di
detti Lucchesi, nel 1302 sopra campo Pisceno all'assedio di
Serravalle. Un altro battifolle fece fare al Nespolo sulla
strada che vien da Firenze, e un altro a S. Gostino: tutti a
un miglio circa dalla città. E fece afforzar la chiesa di Candeglia
verso settentrione, che fornì di fanti, di quei della
Lega, per guardare anco di qui una via per Sambuca. E ordinò
che fossero ben muniti, il Cassero di Berlino Perfetti
guardato da mr. Mondasco da Pisa; e il monastero delle
Benedettine, a mezzo miglio a ponente nel comune di Sala,
dove era a guardia ms. Vanni Scornigiani, pisano.

In tanto pericolo per un assedio sì imponente, per quanto
ancora assai largo, i Pistoiesi non si persero d'animo. Parve
anzi raccogliessero tutte le forze per respingere le avverse
con audaci sortite. Ma il dell'Uberti ordinò doversi stare
per adesso sulle pure difese. Ciò nuoceva assai a quegli
animi ardenti, che il poter loro misuravano sol dal coraggio.
Crebbe poi a dismisura la irritazione dei cittadini quando il
duca, per quattro araldi, dinanzi alle quattro porte della
città, fece bandire che chiunque volesse uscirsene aveva tempo
tre dì, salve le persone e l'avere: e chi dal terzo dì innanzi
si fosse ostinato di rimanere, l'avrebbe per ribello alla Chiesa
e al re di Sicilia, e che però era lecito a ciascuno di ucciderlo.

Udito che ebbe il poverame della città un bando sì perentorio
e sì crudo, immagini il lettore se, dentro i tre giorni,
vecchie, donne e fanciulli e qualche benestante dei più intimoriti
s'affrettarono d'uscire! A questi ultimi non fu difficile
di trovare un asilo. Ma per que' poveretti?... Si fa
presto a dire: albergatemi e datemi il vitto! Per un giorno...
[pg!100] 
per due!... Ma per un tempo chi sa quanto lungo? Eppure
la carità, che al bisogno mai non vien meno, aperse anche
a loro le braccia!

Rimanevano nella città il capitano degli Uberti con Angelo
di messer Guglielmo, rettori; i capitani cittadini e altri
delle vicine castella, che erano giunti in aita ciascuno con
proprie schiere, in tutto forse un quattrocento cavalli, e
quattro migliaia d'uomini assoldati fra i Bianchi e i Ghibellini
di tutta Toscana, e quanti furono fra i cittadini che in
quelle strettezze la fame e la morte non li spaventò. L'assedio
era venuto improvviso, nè i campi poterono avere tempo
bastante per fare grosse provvisioni di vettovaglie, e di quante
potessero bastare per lunghi mesi a tener ben nutriti quei
lor difensori. Intorno a che i maggiorenti ed i più savi,
fatto consiglio, deliberarono che de' viveri se ne incettasse
alla campagna quanti più si potesse; ma che frattanto dell'attuale
scarsezza ne fosse tenuto il segreto più stretto: e
ciò perchè i gagliardi non ne scoraggissero, e i deboli non
provocassero pericolosi rumori.

Non per questo che dei mettiscandali fra quella mirabile
concordia di cittadini non ne sorgessero: e questi, o turbolenti
di lor natura o messi su e aizzati da mala gente, pagata
a posta da qualche cittadino per personali vendette, o
da nemici di fuori, tanto per suscitar divisioni e indebolir
la difesa.

Importava ora di aver molte braccia e scavare più larghe
fosse dinanzi alle mura esterne: a congegnare poi su di
queste arnesi da guerra, come trabocchi, mangani, biffe, tripanti,
composte di travi con contrappesi; portarvi sassi per
lanciarli, e fare altre grosse fatiche. I lavoranti bisognò
prenderli alla rinfusa. I commissari non stettero a guardare
tanto per la minuta su chi si presentasse al lavoro. Molti
operai vi capitavano di campagna. Gli abiti sdruci e il rozzo
aspetto li faceva però comparire tutti eguali. Ed era gran
che se venivano; nè quello era tempo da farne scelta; tanto
era urgente l'affrettare i lavori!

Fervevano essi dì e notte per ogni dove, quando i nemici
a breve distanza avevano circondato quasi le mura. I capitani,
[pg!101] 
perchè quelle opere si compissero senza molestie, facevano
fare spesso delle sortite fuori d'ogni porta a schiere
ben armate a cavallo e a piede: sicchè i nemici sulle prime
non si avanzarono. Vollero prima misurare le forze loro
contrapposte, e prender pratica del terreno: lo che si agevolarono
col far atterrare i molti alberi di quei dintorni. Poi
si limitarono a qualche ricognizione e a piccole avvisaglie.

In tanto una gran frotta di lavoranti, al mezzodì ogni
mattina, sospesi i lavori, si raccoglieva in città a certi luoghi
de' quattro quartieri, per ricevere dagli uffiziali delle vettovaglie
il soldo ed i viveri. Coteste riunioni davano spesso
occasione di tumulti e di risse. Per sorte, che i capitani,
con certe intimazioni più severe in tempo di guerra, avevan
subito il modo di rimetterli in freno!

Fra i più bociatori e rissosi poteva notarsi un uomo bassotto
ma ben tarchiato, dal viso asciutto e bronzino, di rosso
pelame, con certi occhi di volpe, svelto e risoluto in ogni
atto, un cotale chiamato Musone della Moscacchia. Venuto
a opra di montagna dalle parti del Castel di Sambuca con
una trentina di lavoranti, come s'era fatto loro capoccia,
anche sul lavoro come tale lo confermarono, perchè si avvidero
che su di essi nissun più di lui ce la poteva.

Un tal giorno Musone dopo aver condotto la sua compagnia
a ricevere il soldo ed i viveri, diceva a un cagnotto
de' suoi più fidati con cui se n'andava a bevere alla prossima
taverna; là là chiacchierando e già per entrarvi:

—Fuccio, di che si lamentano i nostri?

E l'altro:

—Della poca porzione di vitto.

—Se tutto il mal fosse qui!—soggiunse Musone.—Che
infine non mangiano questi poltroni? Non ho io strepitato
finora con gli stessi provvisionieri per ottenerglielo
più abbondante? Eh! quanto a questo... O qui o là, per
tutto da mangiar se ne trova. Ma, per Satanasso! Ti par
che sia questa per noi due una bella storia di già? Lo senti?
Circondati dai nemici per ogni parte! Sicchè in gabbia ci siamo!

E voltosi attorno per vedere che nissuno l'udisse, vibrando
le parole e fremendo:

[pg!102] 
E il dir che ci siamo rimasti noi!.... noi gente libera,
che in quattro salti, auf!.... su per ogni via che abbia un
po' di bosco d'intorno.... capisci?.... ci possiamo prendere
il gusto.... d'avere un po' più di quello che ci danno questi
can grossi, e senza fatica! Con qualche rischio, si sa; ma
infine all'aperto, destri e liberi sulle vette de' monti come
gli astori!

Cui Fuccio, postosi già a sedere con lui sopra un pancale
della taverna:

—Altro se è vero! Lassù forti come leoni a far tremare
di noi; qui deboli, e a tremar come pecore! Egli è che ora
non si può neppur portar armi, come si faceva lassù; e,
meno che fra noi, bisogna starsene zitti e chiotti, per tutti
i diavoli!

E l'altro, alzando un poco la voce e con un gesto animato:

—Bisogna, bisogna, tu dici:

Poi, abbassandola, e all'orecchio:

—Ma se qui non si fa bottino!....

E Fuccio, interrompendolo sotto voce:

—Te lo diceva? sta queto: vedo entrar delle guardie.

E Musone allora a voce alta, fingendo di tener parola col
taverniere, voltosi a quello un po' risentito, gli disse:

—Così non va bene, ti dico! Che ci fai più aspettare?
Un grosso boccale di Vinacciano, ma.... del numero uno,
hai capito?

E mentre due guardie inoltrandosi li squadravano, e andarono
a posarsi in fondo della vasta taverna: un altro sconosciuto,
a Musone poco discosto, e che stando in orecchi,
aveva raccapezzato di que' discorsi, a mezza voce disse loro:

—Anch'io son con voi, cari amici, se intendete parlare
della città. No, per tutti i diavoli, che così non va bene!
E per ora non siamo a niente! fra poco ce ne avvedremo!
Ma stolto ben chi ci resta!

Con queste parole cercava di amicarsi costoro per servire
a' suoi fini quel briccone di Nuto, l'infinto astrologo e alchimista,
che oggi era in vesta di popolano.

Intanto altri operai, con in capo berretti di lana e senza
[pg!103] 
mantelli, si sfilavano per quella lunga taverna, e prendevan
posto su i pancali vicino ad essi, depositando su quelle tavole
la parte del vitto che lor passava il Comune, per beverci
su. Nuto anch'egli aveva fatto venir del vino per bever
con loro. E com'ebbe trovato in que' primi ben disposto
il terreno, accostatosi, cominciò in questo modo a seminare
zizzania.

—Sicuro! si fa presto a dir «si resiste!» Ma di fare
alle capate col muro non l'ho mai intesa io! E poi per
chi? Noi poveri popolani sempre per favorire ai capricci e
all'arroganza de' nobili! Forse Dio che ci contan qualche
cosa, questi magnati! O noi, tutti per loro per la vita e per
la morte, o essi contro di noi! Star sull'arme, e uccidere
a conto loro, e dove fan cenno: che il popol ci crepi, che
importa?

E Musone aggiungeva:

—E la cagione po' poi? Per sodisfare a' rancori d'un
Bianco o d'un Nero!

—Senza pensare—continuava un artigiano di buona
fede—se noi povera gente, dimane avrem tanto da mangiare
con le nostre fatiche d'industrie e d'arti; quando per queste
maladette guerre e' non c'è più un lavoro per le maestranze
e ci han troncato affatto le braccia! Intanto i Fiorentini non
ci mandan più un fil di seta da tessere!

E un altro soggiungeva.

—O di lana? Dalle campagne non se ne può più introdurre;
sicchè alle povere nostre donne non resterà che far
delle fasce pe' feriti e gli occhi da piangere!

—Siamo stati forse noi che abitiamo in povere catapecchie—soggiunse
un del contado—che ci siamo ingelositi
de' lor palagi; e per crescer grandigie e far prepotenze abbiam
messo a rumore e a sangue la città? A noi premevano
le nostre semente, e ora quel po' di grano. E io che sto
qui vicino alle mura, là per que' campi me lo vedo strepilare,
bello alto che era, sicchè sul terreno alla fatta fine non ci
resterà un fil d'erba! Poi, vedersi buttar giù alberi che
eran ritti da anni domini; tronche le viti; scioncati per
[pg!104] 
ispregio tutti i frutti che avevano allegato sì bene!... Oh
che danni, genti mie! che carestia mi prevedo!

—Pur troppo!—un artigiano—tutto il male è d'in
alto! Panciatichi e Cancellieri, si sa! E cotesti potenti a
provocar poi il più forte, vo' dire i Fiorentini, che volere o
non volere, protetti dal papa, e' sono a capo di una gran
lega di gente! E per questo? O che passi hanno fatto,
vorre' sapere, per metter pace col nostro Comune? M'è
parso invece che gli abbian voluti sfidare: e a che guerra!...
misericordia! guerra che noi miserabili, rinchiusi fra queste
mura, finiremo con esser sepolti fra le rovine, se non prima
cascati morti di fame!

E Nuto:—Dice bene! verissimo!

—Adagio un po'—un altro operaio.—Intanto nel primo
assalto ci riuscì a respingerli, que' prepotenti.

E Nuto:—Ma non sai che allora non erano appena una
quarta parte, e che ora ci brulicano intorno, e sono infiniti
quanto le cavallette? Ma ditemi un po': perchè adesso che
l'onor dell'armi si può dir sodisfatto, non si cede di buon
accordo!

—Eh!—alcuni scotendo il capo—la non sarebbe cattiva
proposta!

Ma a questo punto si levò su un ubriacone sbracciando,
e vuotando intanto un boccale.—No, no, pel nostro baron
S. Iacopo! Io son per resistere, e per dare a più non posso.
E tu Lapo, e tu Cione?—Ed essi pure avvinazzati e con
un calore fittizio percotendo il pugno sopra la tavola:—Anch'io,
anch'io, per resistere! Botte da ciechi, senza misericordia!
Da vili non bisogna passare noi! no, no, pel
nostro barone!—E intanto incalzando nell'argomento, gestendo
e sbociando, si alzavano per ritornar sul lavoro.

Non appena la taverna fu sgombra di quella gente, che
Nuto s'accostò a Musone, cui aveva fatto cenno di voler
parlare, e a mezza voce gli disse:

—Siete dunque del parer mio?

E l'altro, fittigli prima addosso un par d'occhi com'a
dir «con chi parlo?» dopo un attimo gli replicò risoluto:

—Sicuramente!

[pg!105] 
Nuto allora:

—Ho bisogno di vederti.

E Musone che lo voleva quanto l'altro, non esitò, e soggiunse:

—Quando?

—Stasera a un'ora di notte.

—Il luogo?

—Ed egli con gran mistero e all'orecchio:—In casa
dei Fortebracci.

E l'altro con sorpresa:—Ma da chi tien quel messere,
da' Bianchi o da' Neri?

—Vieni, e lo saprai. Ma dalla porta di dietro: ci sarò
io ad aprirti.

Que' due brutti ceffi avevan finito di squadrarsi fra loro,
e con una mossa di capo l'un verso l'altro, si separavan
dicendo:

—Ci siamo intesi!

[pg!106] 

.. toc-entry:: IX - Il Castel di Damiata

CAPITOLO IX. 
============

IL CASTEL DI DAMIATA.
---------------------

.. epigraph::

    «Molto erano li Pistolesi e dagli
    amici e da' nemici perseguitati, tanto
    che non poteano sofferire.»

    — *Istorie pistolesi.*

È comune dettato che quando vuol far tempesta, gli uccelli
di malaugurio non mancano. Sinistro infatti era il ritorno
di quel Nuto in Pistoia sul cominciar dell'assedio. Non
senza un perchè da astrologo che v'appariva, si era infinto
di nuovo della persona, senza barba, col saio e il cappuccio
del popolano. Abboccatosi notte tempo col Fortebracci, lo
aveva trovato disposto non solo a ciò che l'altra volta gli
proponeva, ma di parte Nera decisa, e bramoso non d'altro
che di vendette. Per quanto costui si fosse mostrato piuttosto
tepido e anche indifferente all'opinion generale, contrariando,
prima per poco affetto di patria, poi per quello spirito d'opposizione
propria di quei tempi e di que' cittadini, e che suol
mostrarsi più ostinata quanto più ingiusta; nessuno però fin
allora avrebbe supposto in esso tanta perfidia: sicchè impunemente
se n'era tornato in città; e facendo anzi le finte di
esser sempre co' Bianchi, più facilmente tramava a corrompere.
Per togliere ogni sospetto, nel primo assalto si chiuse
in casa e si die' per malato. Decorso qualche giorno, fattosi
veder per le vie, si doleva con tutti che per questa cagione
fosse stato impedito di prender parte alla comune difesa.
[pg!107] 
Tant'è vero che anche i più tristi qualche scusa la pongono
sempre innanzi, non foss'altro pel timore che la propria reità
si discopra.

Questa giustificazione la evitava soltanto con messer Fredi;
il quale, ancorchè il Fortebracci gli passasse davanti, non
lo guardava neppur per ombra. Talvolta chi sente la propria
dignità par che tema lo sguardo del suo nemico, ma per
vero è tutt'altro. Gli è perchè si vergogna per lui, e vorrebbe
pur risparmiargli nuovi atti d'una vile impudenza. Tale
era il nobile animo di messer Fredi. Oltrechè il Fortebracci
non solo ora voleva parere indifferente, ma faceva ogni sforzo
per sembrare operoso in pro della patria. A tale oggetto si
era fatto eleggere capo delle scolte notturne che perlustravan
le vie, per potere, l'iniquo, col favor della notte compir più
sicuro i suoi disegni nefandi. Ma v'era bisogno di complici,
nè gli bastava il solo Nuto, col quale già aveva ordita una
certa trama. Vi voleva anche un altro che al par di costui
fosse destro, audace e bravaccio: e Nuto andatone in cerca
fra'l popolo, gliel'aveva procacciato in quel Musone della
Moscacchia.

Le volpi intanto cotesta sera nella casa del Fortebracci
eran venute a consiglio. Un toccamano di buoni fiorini d'oro
aveva fatto promettere a Musone qualunque impresa la più
arrischiata. Uso ai contrabbandi sul confine del Bolognese
presso Sambuca, dove rimane il villaggio della Moscacchia
e d'ond'era uscito, egli era uomo da questo e altro. Venendo
adesso a Pistoia, aveva avuto per pretesto il lavoro,
ma il fine era quello di pescare nel torbido fra un'agglomerazione
di gente come doveva esserci, e così tentar la fortuna
con grossi guadagni e non men vergognosi. Però all'invito
di Nuto gli cadde proprio la palla al balzo. Nè egli a
lui era per far miglior giuoco. Perchè Nuto attesolo prima
da solo, come gli ebbe svelato l'impresa da compiersi in
quella sera; dal suo consenso e da certi ripieghi ch'ei gli
propose, s'accorse subito che razza di birbo era quello, e
che un più destro scherano non gli potea capitare. Allora
ei lo condusse nelle stanze del Fortebracci; glie lo presentò
e gli disse:—Messere, questi è l'uomo in cui possiamo
[pg!108] 
fidare! Egli promette di esser testimone e di tenere il
segreto quanto al capitano; e in tutto e per tutto di secondarci!

E il Fortebracci a Musone con piglio imperioso:—Bada
bene!—gli disse,—parlando giocheresti di tutti!

Cui l'altro:—Oh! fidatevi pure, chè di queste partite
non ne ho mai perse.

—Dunque andiamo.

E toltosi Nuto una lanterna cieca, e tutti e tre uno stile;
il Fortebracci dalla porta maggiore, gli altri due dalla stessa
segreta per la quale v'entrarono, eran già sulla via.

La notte era buia. Non ancora una lampada ai tabernacoli,
non una stella nel cielo. Certi nuvoloni neri s'addensavano
anzi per l'aria e pareva che proprio si caricassero
sulla città. Non v'asolava un alito di vento. Benchè
sui primi di giugno, faceva un'afa insolita ed affannosa.
Tratto tratto quell'aria nera si vedeva rosseggiare per subiti
lampi, e tutto dava presagio d'un gran temporale.

In breve Nuto e Musone eran giunti presso il castel di
Damiata.

Dov'era egli questo castello? A chi apparteneva? Perchè
vi venivano?

In quella parte della città fra mezzodì e levante, presso
al primo cerchio di mura e segnatamente in tutto quel ceppo
di case che si vedono ancora e finiscono al canto detto già
di S. Luca, volgente per alla chiesa di S. Pietro (e dove
presso era una postierla di questo nome) sorse già un tempo
il castel di Damiata. Vuolsi che come baluardo della città
lo fabbricasse il Comune, e che così lo appellasse a perpetuare
la memoria del valore de' Pistoiesi quando insieme ai
Fiorentini, cavalieri pietosi e magnanimi, si recarono al soccorso
di Terra Santa. Massime poi pel conquisto che l'anno
1188, e secondo altri 1192, fecero in Egitto della città di
Damiata; sicchè reduci in patria, appesero uno stendardo
vermiglio tolto colà, nel tempio di S. Giovanni a Firenze.
Egli è certo che nel 1221 quando già era sorto il secondo
cerchio, l'acquistò Amadore de' Cancellieri, insieme alle sue
tre torri fra la chiesa di S. Luca e la Badia di S. Stefano,
[pg!109] 
l'antico ospizio de' Vallombrosani di Taona; e che quattr'anni
innanzi di questo tempo era sempre un valido fortilizio dentro
città, e spettava alla casata de' Cancellieri, e però al signore
del Castel del Pantano. Nè è da confondere col palazzo
magnifico che sorse già e si estendeva su tutto quel bastione
rimpetto e fino alla piazzetta di S. Leone, esso pure dei Cancellieri.
Ma la sorte del fortilizio di Damiata, che era dei
Neri, tocco' poi molto dopo a questo dei Bianchi, egualmente
incendiato e demolito: lo che fu nel 1592, per opra della
fazione Panciatica che parteggiava pe' Medici. Quel di Damiata
fu diroccato per ferro e per fuoco nel 1302 quando per
la violenta riforma la parte Nera ne fu cacciata; tanto che
ricorre quel di Dante:

   | «Pistoia in pria di Neri si dimagra»

e delle sue torri e del gran fabbricato non restò allora che
un ammasso di macerie. Messer Simone, confinato omai al
Pantano, vi lasciò solo una guardia per le poche stanze che
nell'interno v'eran rimaste. Si scendeva da quelle in ampi
sotterranei dove la luce diurna non era mai penetrata.

In una piccola città come questa, e ora poi fra l'andirivieni
di tanta gente, non poteavi essere un luogo più adatto
e sicuro per una congiura. A tal'uopo infatti cotesta sera
era stato prescelto. Quell'ampio spazio dove molte pietre
stavano ammonticchiate, dopo la rovina del castello era stato
circondato da un muro a secco che finiva con un cancello
fra due torri semidirute dal lato di mezzodì.

A questo cancello eran già arrivati Nuto e Musone. La
guardia che li attendeva, prevenuta dal suo signore (da cui
bisogna dire che si partivan le fila di questa trama), com'appena
dagli avuti segnali li riconobbe, aperse loro, richiuse,
e precedendoli silenzioso, l'introdusse nel sotterraneo. Laggiù
appena discesi, la guardia battè la pietra focaia, e v'accese
un'ampia lanterna che pendeva dalla volta. Dalla quale
riverberando la luce sopra una tavola che era in mezzo, vi
scorsero da un lato alcune anfore di terra cotta e boccali,
dall'altro un fascio di spade e di stili.

—Ma non dovrebbero esser qui altri due?—dimandò
[pg!110] 
loro la guardia, che secondo gli ordini aveva tutto disposto,
e sapeva quanti eran coloro che dovevan venire.

E Nuto a lui:

—Oh! sì, verranno, e fra poco.

—Messeri, qui son pancali; potete sedere; io vado ad
attenderli.

Non passaron che brevi istanti quando si vider comparire
nel sotterraneo, imbacuccati ne' loro cappucci e mantelli, il
Fortebracci, e il capitano messer Tingo Di-Fede. Importava
loro, ciascuno per proprio conto, di non esser riconosciuti
per via. Solo allora scopertisi, apparvero cinti di maglia e
armati di tutto punto.

Il Di-Fede era uomo di mezza età; grasso, bassotto; fisonomia
non punto di battagliero; chè invece molto dato ai
piaceri, e però amico del Fortebracci, e anzi stretto parente;
e dal lato di donna, anche de' Vergiolesi. Nominato di poco
a capitano di guardia delle porte della città, la mattina veniente
doveva entrar per un mese di servizio al torrione di
sulla porta di Ripalta. Egli ancor no, ma il Fortebracci
l'aveva già potuto penetrare. Non ignorava poi anche come
costui, benchè fosse tenuto per animoso e per un gran spadaccino,
tutto si restringesse a parole, e in fondo avesse
animo di coniglio. Per certi loro ritrovi lo sapeva pur dedito
al giuoco, alle crapule e al vino: tantochè non dubitava,
con quest'ultimo argomento in ispecie, di condurlo dirittamente
a' suoi fini. È infatti quasi impossibile che d'un crapulone
se ne possa far conto per utile pubblico: tanto più
che, con le sue eccezioni, ma secondo un proverbio greco:
«Grasso ventre non fa sottile intelletto.»

Ma l'arte satanica del Fortebracci fu in questo; d'invitarlo
così d'improvviso a quel conciliabolo: nè già mica per
tradir la patria, come dicevagli; tutt'altro! (mentre era ciò
che di fatto si macchinava!) sibbene per convenire in un'azione
finale da porre alle strette i cittadini, e impedire ai
nemici la totale e inevitabil rovina della città. Lo che dopo
avergli dimostrato per tanti argomenti; all'obbiettar che facevagli
il capitano (in cui un fondo d'onestà era sempre, e
però non troppo disposto nè persuaso del modo) ciò che alla
[pg!111] 
perfine lo fece risolvere fu una lettera del Cancellieri al Fortebracci,
che questi gli pose sott'occhio. Dove accertava
che tutte le milizie insieme raccolte avrebbero fatto impeto
a giorni contro appunto di quella porta che messer Tingo
doveva guardare: la città pel numero prevalente sarebbe presa
di sicuro: e se taluno si fosse ostinato a resistere, sarebbe
passato a fil di spada. A risparmiar però tanto danno, quando
per la disparità delle forze la resa era omai inevitabile, si
consigliasse l'agevole ingresso al nemico, salve le persone e
gli averi. Una tal proposta che si facesse ai rettori, ostinati
com'erano, l'avrebber respinta. Uomini però non dovevan
mancare che posto mente al sacrifizio di tante vite e al
supremo ben della patria, si risolvessero a un'azione sì saggia
e sì vantaggiosa. Gli esuli tutti allora rientrati, e al governo,
promettevano a chi ne fosse stato l'autore, coi debiti
onori una splendida ricompensa.

Il capitano guardò e riguardò più volte la lettera: e la
firma, non v'ha dubbio, la conosceva, era quella del Cancellieri:—Sicuramente!—diceva
fra sè—egli è un cert'uomo
che le cose le dovrebbe sapere! O non è lui il caporale
de' Neri? E ci dice nientemeno che a fil di spada?
Pur troppo! Ed è uomo da mantenerla questa minaccia!
Ma gli è vero che non mancano le promesse, e di che sorta!—Or
perchè il più spesso suole avvenire che gli uomini sieno
fatti fare più dalla lusinga di ricompense, che dal timor d'una
pena; quelle promesse il Di-Fede l'avevan già allucinato, e
già cominciava con certi eh!... con certi ma!... Sicchè
dopo un breve riflesso, in questo modo si diede a rispondere
al Fortebracci nel restituirgli la lettera.—Sicuro! non dico!...
ma che vuoi? non saprei!... quando uomini di tal fatta...

E l'altro subito, fiso a lui e con aria di mistero:

—Uomini che sono al segreto delle cose, m'intendi? nè
si lasciano illudere, come qui il degli Uberti, perchè vi trova
il suo tornaconto! E tu, parmi che lo conosca il degli
Uberti!

—Se lo conosco! Vedi, io posso dirti che alcune sue
parole d'insulto per non aver io sfidato quel certo mio avversario....

[pg!112] 
—Nobil coraggio quel suo!—incalzava l'altro—porre
a rischio sicuro l'onore e la salvezza d'una intera città!
Perchè... perchè alla fine non è la sua!

—Sì, sì, capitano, conchiuse Nuto, ficcandogli un par
d'occhi addosso e con voce vibrata:—se intendete l'onore
come si deve, non se n'esce, bisogna che ci secondiate! Beviamo
intanto alla salute vostra, e a quella che renderete
alla patria.

E porgeva a lui ed agli altri il boccale ricolmo di prezioso
liquore.

Musone allora, subito incalzando, soggiunse:—Un altro
ancora al bel vanto di colui che senza spargere una stilla di
sangue ci avrà liberati. Che vi par poco? Capitano, l'augurio
è per voi; beviamo!—E con queste e altre parole
badavano intanto a ricolmargli il boccale.

Cui egli, già quasi inebriato:—Per mia fè! Si potrebbe
sperare di bever mai più di questo buon vino dei nostri vigneti,
se per un lungo assedio si dovesser vedere atterrati?
Viva il rosso del vino, e maledetto quello del sangue!—E
se ne trangugiava una buona misura.

—Viva, viva! ripetevano gli altri.

E su questo argomento lasciandolo alla lunga ciarlare,
mettevan legna sul fuoco, come suol dirsi, e lo riscaldavan
sempre più. E già Nuto aveva impugnata una spada, e i
compagni con lui, e levatala in alto, enfaticamente esclamò:—Giuriamo
su queste spade di far salva la città senza colpo
ferire, o che esse si rivolgano contro di noi! Giurate dunque,
ser capitano, che a un cenno dato consegnerete la porta
di Ripalta, all'unico fine, s'intende! di sottrarre i vostri
concittadini alla morte!

E il Di-Fede, quasi balbettando, e stordito:

—Oh! sì, sì! per sottrarre i miei alla morte, lo giuro!—E
in questo incrociaron le spade con la sua, come per
accoglierne il giuramento.

—Beviamo dunque anco una volta—ripetè il Fortebracci
di già pago in cor suo:—Alla salute del mio degno parente!—E
bevuto, e strettogli la mano:—Messeri, soggiunse, ora
è tempo d'uscire: io primo.

[pg!113] 
—Andiam pure—gli disse Nuto all'orecchio—l'arco
è teso, e l'uomo è preso!—E voi dietro a me: uno però
alla volta, e cauti e silenziosi.

E così fu fatto.

Il Di-Fede aveva percorso rapidamente la via senza intoppo
veruno, e già era per entrare nella propria casa, allorchè
sul limitare vi trovò uno scudiere del capitan Vergiolesi, che
recavagli ordine dovesse subito presentarsi a lui.

A quest'avviso, e appunto allora, rimase turbato oltremodo.
Ma poi cercando di nascondersi, come suol fare chi
teme che lo colgano in fallo, e chi sente il bisogno di simulare
un coraggio che non ha mai avuto; con affettata vivacità:—Verrò
subito, oh! verrò, verrò!—rispose. E unitosi
allo scudiere, in breve era alla casa, e in presenza del capitano.

Il quale con modo austero, come soleva, gli disse:

—Dimattina all'alba dovrò consegnarvi la custodia della
porta di Ripalta. Molti più militi che altrove lungo le mura
vi staranno schierati, e sotto strenui connestabili e centurioni;
pronti a irrompere, a' vostri cenni su dal torrione, se occorra.
Però lo vedete! grave obbligo vi corre qui.

E mentre guardavalo con attenzione:—Che avete mai,
capitano, che mi fate occhi sì stralunati?

—Oh! niente, niente—quasi tremando rispose.—Parmi
che il continuo lampeggiare nel venir qua m'abbia un poco
abbarbagliata la vista.

Oh! sta, che un milite s'abbia a impaurir d'un baleno!
E sì che a forti prove sarete serbato con la guardia di questa
porta! Non ho bisogno di dirvi che il maggior numero de'
nemici s'è raccolto da questo lato: che vi stringe debito severissimo
di vigilare su tutti i militi di servizio e sulle scolte
sia in basso che in alto; che io voglio ad ogni ora rapporti
sicuri de' movimenti del campo: e così della fede vostra della
quale spero non dovrò mai dubitare!

E il Di-Fede rispostogli che per lui fosse certo, il proprio
debito l'avrebbe adempiuto, il Vergiolesi lo congedò.

Tutto pareva che secondasse l'iniqua trama. Ma il cielo
vegliava sull'onore delle armi pistoiesi!

[pg!114] 
Appena il Di-Fede era giunto nella sala vicina, che il
guizzare d'un lampo, e a un tempo il fragore dello scoppio
d'un fulmine lo fe' barcollare sì fattamente, che sarebbe caduto
senza l'appoggio d'una sedia a braccioli, sulla quale
spaventato s'andò a gittare. Intanto un'acqua dirotta si
scaricava sulla città con tal furia, che sarebbe stato impossibile
a chiunque di uscir per la via, o che colui che vi si
fosse trovato non avesse corso un grave pericolo. Sicchè per
questa e l'altre ragioni il Di-Fede rimase lì immobile per
qualche poco. Quando a un tratto sentì un gran colpo di
vento che spalancò la finestra, e spense la face che illuminava
la sala. Benchè male in gambe, e pien di spavento, si mosse
e tentò di richiudere, e vedere in tanto se il temporale calmava.
Ma uno sprazzo d'acqua subitaneo l'aveva ricoperto;
e pare anzi che quel rovescio, fra il continuo balenìo e il
rombo de' tuoni, riprendesse più violento. In quella stanza
era solo. Lo scudiere era già uscito per altri ordini. Allora
egli fra quelle tenebre brancolando lungo la parete, ricercò
quella sedia; e trovatala, come fosse la sua tavola di naufragio,
a corpo morto vi si sdraiava. Nè stette molto che
pe' crescenti fumi del vino, gli prese tal cascaggine di sonno,
che quasi in un attimo si addormentò.

A quella sala facevan capo quattro porte. Da una di
esse poco stette che se n'usciva Selvaggia, e la traversava
per andare a riposo nella sua camera. Era stata fin allora
in quella della sua povera madre, la cui malattia di sfinimento
s'aggravava ogni giorno. Margherita la vecchia fantesca la
precedeva con una face. Costei era già entrata per l'altra
porta, allorchè Selvaggia giunta appena sul limitare, a un
cotal mugolìo nella sala medesima e un balbettar prolungato,
si soffermò: poi, sporto il capo, si pose in orecchio. Quand'ecco
al chiarore d'un lampo potè scorgervi un uomo, e l'udì
a più riprese pronunziare queste parole:

—Giuro... sì, giuro... di consegnar la porta di Ripalta
per introdurvi i Fiorentini... sì, sì... il diavol che vi porti!
Ma... ma il cenno?... quando?... da chi?... S'intende per
lo scampo di tutti! Ma io? Onori... e oro! e poi messer
Nello... oh! lo dicesti, mi fido! Giuro! (e alzando la voce
[pg!115] 
con gran violenza) non hai udito? Non dubitare, ho giurato,
ho giurato!

—Santi del cielo! che ascolto!—proruppe Selvaggia.

E presa una face, e appressatasi per veder chi si fosse,
poco mancò non desse in un grido, e la face di mano non
le cadesse! Ma raffrenatasi, a bassa voce:

—Egli!—esclamò—messer Tingo!... il nostro parente!
egli, egli, destinato pur troppo a guardia di quella porta!!

A tal vista e a tal pensiero s'arretrò spaventata; si percosse
la fronte, rabbrividì di terrore, e a stento potè ritraversare
la sala, e giungere a chiudersi nella sua stanza. Indarno
tentò di rispondere alle dimande di Margherita, che
avesse avuto! che fosse stato! Potè appena profferire un
accento per dirle:

—Ho creduto!... m'è parso!... ma nulla... poi nulla!
col tremito però sulle labbra e di tutta la persona. Terribile
situazione!

Avrebbe voluto persuadersi che quel suo fosse stato non
altro che un sogno: ma pur troppo per lei e per quello
sciagurato quelle parole non erano che un'orribile confessione!
L'indole omai nota dell'uomo, e i suoi legami da qualche
giorno notati anche più intimi col Fortebracci; il quale pel
suo mal animo, e (quel che più l'affliggeva!) forse anche per
vendetta di lei stessa, de' suoi e della sua parte poteva avervelo
indotto; quella gentile ogni peggior cosa si dava a credere
e a temere!

—Ma frattanto—diceva ella—che fare? a che partito
appigliarmi? Chiamare il padre... il fratello e rivelare...
si potrebbe, non dico; ma!.. no, no! costui non uscirebbe
salvo di qui! Poi riflettendo seguitava.—Forse io stessa a
destarlo... Ma allora io?... Se egli alzasse la voce! Se
gente sopravvenisse!... Poi no... non ho forza;... il terrore
e lo sgomento mi opprime! A dimane un consiglio. Miseri
noi! Vergine santa, salvateci!

E si adagiò sulle coltri, e cercò ma indarno tutta la notte,
alla mente spaventata e sconvolta, e alle membra stanche un
riposo!

La mattina seguente nell'animo di Selvaggia non si agitò
[pg!116] 
che un pensiero, quello di sventare un tradimento sì reo.
Intanto però l'affanno, il timore, e la gran commozione che
n'aveva ricevuta, glie l'avevan letto nel volto tanto la madre
che messer Lippo; e ambedue la scongiuravano di dir loro
la cagione quale si fosse. Tutto fu vano! Ella omai su di
ciò per le ragioni già dette, sì delicate e degne di tanto cuore,
se n'era imposto con tutti un assoluto silenzio. Ma il tempo
stringeva! Lo sciagurato era già di guardia alla porta!
Sicchè volendo tentare quel miglior modo che il suo animo
le suggeriva, mandò nel momento pel fratello messer Fredi,
a quell'ora capitano di guardia alla porta Gaialdatica, pregandolo
a volerle permettere quella mattina, come altra volta,
di seguirlo quando sul mezzo del dì dovea perlustrare nell'interno
le fortificazioni delle mura. Non appena n'ebbe
avuto l'assenso, che fattasi apprestare il suo bianco palafreno,
col fratello e un suo scudiere percorsero lungo i bastioni
tutta quanta la cerchia. S'arrestarono qua e là, e
via via andavano chiedendo di quell'opere di bastite, erette
in breve quasi che per incanto, e ne lodavano e confortavano
gli operai ed i militi.

Ma a Selvaggia in quel giorno stava a cuore ben altra
cosa; cosicchè la rivista procurò s'affrettasse più dell'usato.
Giunti però alla porta di Ripalta, Selvaggia chiese al fratello
di salir su sul torrione, e di rimanere alcun poco presso il
parente capitano Di-Fede che n'aveva la consegna, per bene
osservarvi, diss'ella, il campo nemico. Consentì subito messer
Fredi: e consegnati i cavalli allo scudiere, ascesero entrambi
per la interna scala alla piattaforma di quel munito fortino,
dove nella parte più alta sopra un esterno ballatoio stava a
vedetta notte e giorno una scolta; e v'era poi nell'intorno
una piccola stanza pel capitano. Messer Fredi lasciata a lui
la sorella, tornò in basso per conferire col padre suo, venutovi
ad appostare le milizie che volle qui molte a difesa d'un
sito il più minacciato.

Allora Selvaggia, voltasi al capitano, che pieno d'ilarità
si compiaceva dell'isperata fortuna di quella visita; raccolte
tutte le forze dell'animo, con volto austero così prese a
dirgli:

[pg!117] 
—Non attribuite no a curiosità ed al caso il mio giungere
a voi. Bramo, sì, che tale apparisca pel vostro meglio: ma,
troppo grave cagione mi spinge qui a favellarvi in segreto!

E allora vibrando la voce e li sguardi sopra di lui:

—Or ditemi, messer Tingo, non vi rimorde nell'animo
nessun delitto, che al cospetto di qualsiasi vostro concittadino
dobbiate arrossirne e tremare a comparirgli dinanzi?

—Selvaggia!—riprese subito egli—che parole sono
queste? a me che dite mai?—A voi in nome di Dio!—rispose
ella con forza e con dignità—A voi messer Di-Fede,
io mi rivolgo, e dolorando nell'anima vi dico: capitan della
guardia, voi siete un traditor della patria!

—Traditore a me!...

—Sì, e guardatevi, voi siete scoperto!

—Nol crediate, ve ne scongiuro!—replicò egli, ma già
molto confuso—Menzogna! calunnia!—

—Oh! che vale l'infingere? Menzogna, voi dite, calunnia!
E che prometteste voi al perfido Fortebracci? Non
forse... negatelo, e spergiurate ancora una volta! non forse
di consegnare ai nemici una porta della città? E il patto
iniquo che dovrebbe fruttarvi il più infame guadagno, non
raffermaste voi con giuramento? Questa è dunque la fede
di leal capitano, di cittadino onorato? Mentre tutti son presti
a dare il sangue per la difesa di queste mura, voi mio parente,
voi solo! (inorridisco a pensarlo!) voi vi prestate a sì
orribile tradimento?

—Ah! questo è troppo, Selvaggia!...

—Troppo! E che direste se io invece di recarmi qui a
voi, imbelle donzella, gli è vero, ma pur terribile pel segreto
ch'io porto, palesassi a mio padre l'iniqua trama?

Ed egli con le labbra convulse:

—Ma come? chi mai!...

—No, no—lo interruppe—non cercate più oltre. A
me tutto è noto: a me sola per ora! Qui su quest'altura
Dio solo ci ascolta! Ma guai, oh! guai a voi se un sol uomo
il sapesse! A me sola adunque (e mi basterà, e il segreto
morrà con me) promettete con giuramento di ritrarvi dall'opera
iniqua! A' vostri piedi vedetemi! Ve ne scongiura
[pg!118] 
la figlia di colei che ebbe a sorella la vostra povera madre.
Se essa su nel cielo ov'è, sapesse l'opra d'inferno che contro
la terra natale macchinò il figliuol suo... Oh! che essa anco
in cielo, io credo, piangerebbe per voi! Deh! Se non vi muove
l'affanno mio, che dall'istante che vi seppi reo è immenso,
pietà almeno di voi, cui pende sul capo la spada dell'eterna
giustizia, ed una morte obbrobriosa! Risparmiate quest'onta
alle nostre famiglie, l'estremo danno e il vitupero alla patria!

—Sorgete, Selvaggia, sorgete!—riprese il Di-Fede estremamente
commosso.—Io farò...

Ma, come non osando, ristè muto e confuso. Fu solo un
breve istante; poi risoluto proruppe:

—Oh sì! A voi... tutto! Una forza irresistibile mi spinge
a palesarmi reo dinanzi a voi! Se a' preghi d'un angelo presso
Dio si può attender perdono, io l'imploro e l'attendo da voi,
donna generosa ed angelica, ispirata a commovermi e a ravvedermi!
Lusingato sotto specie di bene, illuso, tradito, oh!
sì, vel confesso, io mi resi colpevole, fattomi complice d'un
iniquo disegno. Ma saprò farne la debita ammenda! Saprò
quind'innanzi esser degno di voi e della patria, ve lo giuro!

A queste parole Selvaggia, com'era in bruna vesta, apparsa
in volto anche più pallida e smorta, levate al cielo le
pupille e le palme:—Dio! Dio di pietà—esclamò—accogli
il giuramento del ravveduto e confortalo della tua grazia,
perchè il suo braccio divenga fin d'ora il più forte sostegno
contro i nostri nemici!

Bella pur nel dolore, sublime adesso la faceva la preghiera
e il perdono!

Poco stante ricomparve il fratello. Bisognava nascondergli
quel suo turbamento. Si calò il velo sul volto, e angelo vero
di concordia e di pace, rianimata al pensiero d'aver compiuta
questa sant'opera, s'affrettò a discendere, e tornò a vegliare
la sua povera madre.

Veramente che il cuore di donna è fatto per amare nel
silenzio delle mura domestiche: ma ove carità di patria lo
infiammi, nissun uomo la vince nei sacrifizi, e nell'impulso di
ogni nobile azione.

«Di questo tempo intanto avveniva (così è narrato in un'antica
[pg!119] 
pergamena dell'archivio di Sant'Jacopo del Comune
di Pistoia) che un tal messer Ceragia notaio di professione,
e d'origine siciliano, ritrovandosi nel campo nemico, e ascoltando
che dovesse essere fraudolentemente tradita Pistoia da
que' di dentro e data a sacco al nemico; come che fosse divinamente
ispirato, entrò sconosciuto nella città a significarlo
a' Pistoiesi, e a far noto loro quanto aveva inteso nel campo.»
Laddove tornato, non dicesi ch'ei ne fosse scoperto.

Niuno pure degli assediati seppe mai il nome del traditore.
Bastò sì la notizia a porre all'erta i capitani per ogni dove.

[pg!120] 

.. toc-entry:: X - Valore infelice

CAPITOLO X. 
===========

VALORE INFELICE.
----------------

.. epigraph::

   | «....... Infelloniti e crudi
   |  Cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi.»

   — :small-caps:`Tasso`, *Gerusalemme*, C. XII.

Una prima avvisaglia fra due campi nemici suol esser
sempre foriera di nuove zuffe.

Non erano scorsi che pochi giorni, quando le milizie catalane,
lucchesi e fiorentine, congiunte alle altre, dal lato di
settentrione della città al villaggio di Candeglia (distante appena
un chilometro) si raccoglievano in un gran campo. E
in qual parte era egli un sì potente nemico?

In quella bella costiera che con agevol declive si distende
per circa 300 metri dal colle di Vaioni e di Bellosguardo,
ultimo sprone dell'Appennino, fino a Pistoia; e per quasi
egual distanza è bagnata ai fianchi dall'acque d'Ombrone e
di Brana: colà dove ora s'accoglie un popolato subborgo, e
la celebre villa di Scornio; e si partono due ampie strade
per Modena e per Bologna, e per questa fa capo e traversa
la via ferrata; non v'avresti scorto in que' tempi che poche
case coloniche, e una selva di castagni continuata da' poggi
vicini, con soli pochi campi più presso alle mura. Era qui
in quest'ampio terreno che si erano accampate le milizie del
Duca con le lucchesi e le fiorentine. Atterrate le piante che
loro davano ingombro, vi avevano erette qua e colà le tende
[pg!121] 
pe' militi, e i padiglioni pei capitani, in ampio giro fino alla
cinta d'assedio dov'erano appostate le scolte che dovean
guardarla e difenderla. E qui un tal giorno sull'alba vennero
a schierarsi tutte queste milizie, le quali dicevasi dovevan
esser passate in rivista dal duce loro.

Sventolava di mezzo alle prime la guelfa bandiera in campo
bianco coi giglietti di casa Angioina, e l'aquila rossa e un
verde serpente fra' suoi artigli; ed una eguale per mezzo le
schiere de' Fiorentini, senza quel serpe, aggiuntovi solo il
giglio rosso del Comune e il sesto della città. I fanti Catalani
si distinguevano per una reticella di ferro al capo; per
brache di cuoio, e al fianco una tasca pel pane e per l'accendi-fuoco;
un piccolo palvese, la spada, archi di Soria, e
alquanti giavellotti. Ma leggère le armi come le vesti; ne'
Mori in ispecie: che, usi a' calori meridionali, portavan neri
o rossi i corti giubbetti; bianche e corte brache, nuda affatto
la gamba. Erano affidati costoro al comando di don Diego
della Ratta Catalano, nominato già maliscalco, cioè, maresciallo
del Duca; uomo d'un orgoglio il più smisurato, e che
mostrava, insieme a' suoi connestabili, anco nelle vesti di vivi
colori e rabescate di fila d'oro e d'argento, tutta la boria
e lo sfarzo spagnolo.

La fanteria fiorentina e lucchese era in tutto più grave.
Andava armata d'un giaco e d'una cervelliera; di spada, di
lancia e di grandi scudi. Balestrieri e saettatori ve n'erano
a cavallo e a piedi. Ma propriamente i cavalieri si distinguevano
per elmi e corazze e schinieri d'acciaio: filettati
d'oro se di ricchi e connestabili, con spade, stocchi, e mazze
ferrate: e certi magnati, ove sugli elmi non avesser cimieri
propri e gentilizi, vi facevan pompa di piume d'estranei
uccelli. Cavalcavano bei destrieri, difesi con testiera e gualdrappa
di cuoio, briglie purpuree e freni dorati. La cavalleria
a que' tempi era la forza principale dell'esercito. Dei
militi poi volontari, raccolti in gran numero dal contado, e
accorsi a drappelli co' i lor signorotti, chi non aveva che l'elmo,
chi i soli schinieri; chi zappa, chi falce e chi un vecchio
pavese arrugginito; tutti però qualche arme ad offesa.

Il duca Roberto come capitano di guerra, seguito da' suoi
[pg!122] 
ricchi baroni, e da messer Bino Gabbrielli d'Agubbio potestà
di Firenze, era appariscente e splendido per seriche vesti
trapunte in oro; per una salda corazza d'acciaio; e d'ugual
metallo l'elmo, che avea per cimiero tutta inorata l'aquila
guelfa; e per forbitissime armi. Giovine avvenente, dal vivido
sguardo, lunghi e neri baffi, e lungo pure e raccolto il pelame
del mento, era anche riguardevole sul suo arabo cavallo di
guerra: che, per quanto coperto di ricca gualdrappa di cuoio
con lucidi fibbiali e brocchieri, facendolo corvettare sì destramente,
riusciva a farne spiccare le belle forme e la portentosa
sveltezza. Sì grande ammasso di milizie, benchè in vastissimo
campo; distribuite in varie schiere secondo i Comuni
cui appartenevano; comandate poi in diversi modi, e tutt'altro
che addestrate come le nostre stanziali; non potevano a meno
di non mostrare un disordine nei lor movimenti. Nondimeno
cotesta mattina, quando avanzavansi in larghe file, a schiere
a schiere con bel piglio guerresco, tanta era la varietà de'
colori sì delle vesti che dell'insegne; tanto sterminata quella
selva di lance e di spade, quell'insieme di elmi, di scudi e
di ferree armature irradiate a quell'ora da un sole il più
vivido; chè certo, tranne che pei nemici, sarebbe stato a
veder per chiunque uno spettacolo maraviglioso. Si sarebbe
detto che si disponessero piuttosto a una giostra che a un
assalto, a un ingresso trionfale che contro a mura nemiche.

Intanto, a misura che s'appressavano ad esse, la detestata
insegna de' Ghibellini dalla nera aquila, che era infitta sulla
gran torre della prossima porta di Ripalta, agitata dal vento
si spiegava loro dinanzi. E i duci (soli al segreto della tesavi
insidia) come baldi per sicura vittoria, non si ristavano quell'insegna
d'additarla alle schiere con motti di dispregio e di
scherno.

—Oh! la bell'aquila!—dicevano.—Ve' come vola!
affè come quella del valoroso Manfredi e di Corradino!

E un altro:

—Mi par già che, all'apparir della nostra, spieghi l'ali
a fuggire anche da quell'altura.

E un altro:

—Dove potrebbe, se l'è spennata?

[pg!123] 
—Finiremo con prenderla, e darla per pasto a' nostri
levrieri.

—Oh! non si giovano di sì vil cibo!

In questo i Fiorentini, essi pure facevano agitar dagli
alfieri le insegne loro; e forti del numero, or più che mai
eran fidenti della conquista.

E già le prime file, varcate le proprie bertesche, audacemente
erano state fatte inoltrare fino a tiro di balestra
dinanzi alla porta. Il convenuto segnale dal campo loro era
già dato. Attendevano per sicuro, e fra questi il ribaldo
Fortebracci armato anch'esso e coi cavalieri, di esserne corrisposti.
Ma a quel primo avanzarsi, il capitano Di-Fede,
che era sul torrione di quella porta, vergognando di nuovo
sol dell'empio pensiero di consegnarla ai nemici, e avendo
sempre dinanzi quell'angelica donzella supplicante a' suoi
piedi, tenne fermo nel datole giuramento, e il segnale mancò.

I Pistoiesi vedutosi muover contro un esercito sì poderoso,
a un subito allarme che fece dar loro il Di-Fede, furon tutti
sulle difese. Si cominciò dalle mura con macchine di trabocchi
e tripanti a scagliare addosso ai nemici grosse e piccole
pietre: quali a tiro breve e sicuro, quali altre a lungo ed
incerto, così però che de' molti assedianti or l'uno or l'altro
n'era colpito. I frombolieri poi a scoccar frecce, e prender
di mira le prime file, quelle de' Fiorentini, e ad ogni trar
d'arco veder molti caduti. Ciò recò subito fra i capitani
nemici una triste sorpresa.

—Com'è questo mai?—si dicevan fra loro.—Il Fortebracci
ci avrebbe dunque tradito?

Dare da questa parte la scalata alle mura sarebbe stato
quasi impossibile. Rispondevano, è vero, dal campo e vicini
alle fosse, con scariche di giavellotti; e a un tempo le trombe
di guerra squillavano, e a ogni trar di saetta si udivano
forti gridi:

—Vivano i Guelfi!—E allor dalle mura:

—Vivano i Ghibellini!

Ma i capitani Guelfi cotesto giorno tanto avevan fidato
nelle promesse del Fortebracci, che non s'erano curati neppure
di portar seco le macchine per tentare un assalto. Le
[pg!124] 
fosse lungo le mura eran larghe e piene d'acqua; ma per
queste avevan provvisto con ponti da gittarvi su prontamente.
Or come s'accorsero esser vano l'attendere che, abbassato
il ponte levatoio, la saracinesca di quella porta si sollevasse:
vedutisi d'altronde troppo esposti sotto muraglie sì formidabili:
mentre, ancora esitando, inclinavan però alla ritirata;
ecco che ad un tratto si vede aprire la fatal porta! Fu quello
un momento di lusinga per loro, ma quasi a un tempo di
terribile disinganno! Perchè invece come, alzata la cateratta
d'un gran bacino, si riversa fuori un fragoroso torrente, si
videro uscir da essa a carriera in gran numero feritori a
cavallo de' più arrischiati: che, fattasi protegger la sortita
da quei delle mura per una gran pioggia di pietre, e di giavellotti,
alla testa dell'audace capitano Lippo de' Vergiolesi,
piombarono loro addosso; prostrarono le prime schiere già
in disordine con molti feriti; e sbaragliate e atterrite le altre,
le ricacciarono fino ai lor battifolli.

Ma che potevasi dai Pistoiesi in campo aperto? Come
pur solo difendersi se non avesser avuto il riparo di quelle
mura tanto forti e munite, dentro le quali subitamente si ritiravano?
Come far fronte sì pochi ad un esercito che fu
detto ammontare oltre a ventottomila combattenti?

Or mentre i Pistoiesi opponendo i lor petti respingevano
l'aggressione, e con pochi feriti avevan riparato in città, da
un'altra porta eran sorpresi per un assalto quasi che simultaneo.
Il Fortebracci vedutosi ingannato a Ripalta, e sicuro
che del danno al quale fu esposto il campo per suo consiglio,
i capitani e il duca stesso glie n'avrebber chiesto strettissimo
conto; s'abbassò la visiera, non è a dire se più per timore
che per vergogna; e invasato dall'ira spronò di subito il suo
cavallo verso il campo de' fuorusciti dal lato di mezzodì a
Bonelle. Colà con parole di fuoco narratone l'accaduto, fece
appello ai rancori personali dei concittadini, e gl'incitò a
venire all'assalto della porta Gaialdatica. Nella probabile
assenza de' suoi difensori chiamati per certo in aita dell'altra,
non v'era momento più propizio di questo per aggredirla e
penetrare in città. I Guelfi-neri di questo campo eran pochi,
e i meno concordi e valenti. Ma che perciò? V'erano a
[pg!125] 
capo i Tedici, i Tebertelli, i Lazzari, un Alberto Panciatichi,
e più altre delle prime famiglie della città e del distretto,
esuli a Prato e altrove, che l'un per l'altro avevan da vendicare
gelosi odii e rappresaglie domestiche. Accolsero infatti
tutti costoro la proposta del Fortebracci con un grido
feroce che l'accertò dell'assenso. Sicchè raccolte le armi,
veloci e frementi si spinser con lui anche troppo sotto il
tiro nemico.

Ma il capitan Fredi de' Vergiolesi, degno figlio di messer
Lippo, non aveva abbandonato il suo posto. In un attimo
anzi, accortosi del pericolo, spedì per rinforzi; e su quelle
mura presso al torrione di detta porta fece crescer fuoco alle
caldaie e caricar le petriere. Ebbe pur l'accortezza di far
ritirar dalli spaldi ogni guardia, perchè il nemico più fidente
s'avvicinasse. Alcuni infatti varcate le fosse, lì più ristrette,
tentavano già la scalata. Quando quei delle mura cominciarono
a scagliar sassi, lanciar quadrella, e versar olio, bitume
bollente, e il terribile fuoco greco sugli assedianti: tanto che
questi audaci, dalle scale dov'eran montati, l'un sopra l'altro
rotolando per terra malconci di ferite e di scottature, con
alcuni semivivi sulle spalle prestamente si ritirarono.

Allora i Pistoiesi vedendosi superiori di forze e d'averla
a fare coi soli fuorusciti, non dubitarono di venir con loro
all'aperto; e poco sotto alle mura s'era impegnata un'orribile
mischia. Non mai forse più cruda e più accanita siccome
questa, che era qui più che altrove parricida e fraterna!
Colà sul proprio terreno, cittadini d'una stessa città, vicini
e parenti, solo a sbramar l'empia sete di sangue si cercavano
l'un l'altro e duellavano a morte! Due volte i cavalieri
serrati slanciarono i loro cavalli più lontani dalle mura e si
azzuffaron di fronte con quei del campo, e due volte respinti,
ma non sgominati retrocedettero. Al terzo attacco però, rotte
le schiere e intrigatesi fra di loro, cominciò un battagliare
tremendo. Ogni punta di lancia e di spada era volta a ferire
a vendetta. Cavalieri i più valorosi si vedevan d'un tratto
rovesciati sul suolo. Quand'anco non feriti a morte, eran
ridotti agli estremi, rotolando sotto il calpestio de' cavalli che
tentavano di sventrare. E questi inferociti dai colpi sofferti,
[pg!126] 
con le ferrate zampe percuotevan senza posa que' miseri, che
alla perfine rimanevano schiacciati sotto di loro.

Quand'ecco il Fortebracci, tutto chiuso nell'elmo con sopra
tre neri pennoni, si trova dinanzi al capitano Fredi de' Vergiolesi,
che perciò subito lo ravvisa; com'egli stesso era agevole
a riconoscersi alla ciarpa di famiglia, bianca e celeste.
Il Fortebracci voleva pure evitare questo scontro, ma, in mezzo
ad altri cavalieri, non gli fu più possibile.

Fu allora che messer Fredi al solo vederlo, consapevole
degli affanni e delle minacce fatte soffrire a sua sorella Selvaggia,
e del suo congiurare:

—Vil rinnegato, t'ho giunto alfine!—gridògli.

E spronatogli contro il cavallo, gli volse la spada verso
del petto. Ma quei, destramente voltato il proprio, schivò
la ferita, e andò alquanto di lunge fra altri cavalieri per
meglio porsi in parata. Guidotto allora, il fido scudiero del
capitano, con grand'ardimento si diede a inseguirlo: e, incalzandolo
di fianco, tanto fece, che lo respinse sul primo
terreno. E già il Fortebracci era stretto fra due combattenti,
e da uno dei due doveva esser ferito; allorchè allo scudiero
scivolava il cavallo, e gli fu forza di far triste caduta. Di
nuovo il capitano era solo a combattere. Ma in quel pericolo
lo scorse appunto il fratello Orlandetto: che, nonostante le
lacrime della madre, montato a cavallo, volle recarsi sulle
orme di messer Fredi. Questi però non pensava mai che
egli, non ancora addestrato alle pugne, sarebbe uscito in campo
fuori delle mura! Quand'ecco il bel giovinetto dalle bionde
chiome, che dall'elmo gli svolazzavan sugli omeri, trepidante
di su gli spaldi, non appena potè scorgere impegnato nella
zuffa il fratel suo, abbandona le mura, e a gran fretta disceso,
inforca il cavallo, e via fuor della porta lo slancia
presso di lui: e trovatolo appunto al cader dello scudiero,
per amor del suo Fredi con audacia incredibile si sforza di
tenerne le veci.

—Ahi! traditori! ambedue sopra me?—gridò allora il
Fortebracci. E rivoltosi all'amico Tedici lì poco discosto:—Maledizione
e morte a questa perfida razza!

A tai parole, come a un invito, accorse allora il Tedici:
[pg!127] 
sicchè il Vergiolesi era stretto ora da un nuovo nemico.
Mentre Orlandetto lo difendeva dal Fortebracci, questi fu
sopra al giovinetto con un furor disperato, il qual nondimeno
riusciva a schermirsi. Non però il Tedici; perchè la sua
spada scivolò al primo scontro sullo scudo del Vergiolesi; il
quale opponendo la destrezza alla forza, sapea ben volteggiarsi
per ischivare quel colpo. E difatti mentre il Tedici,
per ferirlo, di nuovo gli s'era avvicinato di troppo, il Vergiolesi,
alto della persona e sovra un più alto destriero, mirando
dritto al suo braccio, con mazza ferrata gli menò sopra
un tal colpo, che gli fece cader di mano la spada, e dare
un crollo giù da quel fianco. Poteva subito il Vergiolesi
prender su di lui piena vittoria; quando con gran stupore
nel cavaliere che gli stava presso, dalla ciarpa de' suoi colori
s'accorge pur troppo d'aver a lato il fratello! Obliato allora
se stesso e il nemico, volge il cavallo per disporsi a
difender lui solo. Ma il Fortebracci vedutosi privo del soccorso
del Tedici, non aveva più pensato che a coglier la più
facil vittoria. Mirando a colpire l'inesperto Orlandetto, giuntogli
il destro, gl'infisse la spada sotto il mento, cui la gorgiera
che allacciavagli l'elmo, fece strada sicura a trapassargli
la gola. Lo scudiero, benchè offeso dalla caduta, era
tornato in sella e presso di loro. Ma ahimè! In quell'istante
dovè mirare cadersi rovescio il figlio del suo signore, e un
rio di sangue sgorgargli dalla mortale ferita! Fu solo in
tempo per sorreggerne il corpo e afferrargli il cavallo. Poi
più d'appresso con gran cura abbracciatolo potè con altri
portarlo semivivo in città! Il povero fratello che per lo
scampo di lui avrebbe dato la vita, non gli fu appena al
fianco dalla parte opposta del feritor che fuggiva, che a
quella vista mandò un urlo disperato, e si diè a soccorrerlo,
ma pur troppo senza speranza!

Al fiero caso del giovinetto tutti i militi di sua parte se
ne commossero. Li avversari stessi inorriditi cessarono spontanei
la pugna.

Pochi prigioni e poco sangue da ambe le parti, considerati
i varii e forti attacchi fra i duellanti. Fu questo il più grave
della giornata. Il Fortebracci potea dire d'avere sbramato
d'assai quell'empia sua sete, e si era riparato nel campo
de' fuorusciti. Colà nella tenda, fra le tenebre della notte,
chi avesse però conosciuto i tormenti di quell'anima! Gli
pareva (così spaventato narrò a Nuto sul far del giorno) che
da quel campo mille voci gli rintronassero nelle orecchie, e
minacciose gli dimandassero:—Quand'è, sciaurato, che t'abbiam
chiesto la morte d'un fanciullo? Volevamo la resa della
città, e tu per sicuro, tu cittadino ce l'hai profferita, e per
due volte ci hai esposti ad una sconfitta!—Poi cento spettri
gli parea che sbucassero da quella porta di città come da
una tomba, e a uno a uno passandogli innanzi gli gridassero
minacciosi:—Ecco là il traditor che ci spense!—E v'era
pur quel d'Orlandetto; che somiglievole in volto a sua sorella
Selvaggia, aberrando lo confondeva con essa; e gli pareva
che da ambedue gli venissero le più crude rampogne. Per
più volte tentò di fuggire, ma altrettante ricadde immobile
e come impietrito sul suo giaciglio. I vicini poi narravano
d'averlo udito cotesta notte mandare urli come di belva, e
ripeter sovente:—Miserabile! miserabile!—Questo capaneo
della vendetta forse allora l'avrebber vinto i rimorsi da rimanerne
sì fattamente avvilito?

Chi può adesso ridire il dolore del padre: e quello poi
della povera madre al vedersi reso esanime fra le braccia
quel diletto figliuolo! In una insolita trepidazione ell'era
stata tutto quel giorno per non averlo più visto; bench'ei
nel lasciarla le promettesse di non recarsi che a guardia di
quella porta, e nell'interno della città. Per quanto aggravata
dal male, sorta dal letto andò per la stanza, e in tutte
quell'ore non fece che chiederne affannata a Selvaggia, e
con lei pregare, e sospirare pel marito e pe' figli. Ma del
suo caro Orlandetto non si poteva dar pace! Quando per
breve rimasta sola, i singulti di Selvaggia e de' domestici le
ne fecer presagire il funesto ritorno. In cotal turbamento
niuno potè impedire alla madre di farsegli incontro, quando
portato a braccia dal fratello e dallo scudiero, e adagiato
sul letto in una prossima stanza, quel suo povero figlio mandava
appunto l'estremo sospiro!

—Dio! Dio mio!... egli!... così?... Orlandetto!—esclamò
[pg!129] 
spaventata: e lo abbracciò, lo baciò, e più volte ne profferì
il caro nome. Poi si rimase come esterrefatta a fissarlo, e
non fece una lacrima. Il consorte ed i figli che le erano
attorno, a tanto strazio gemevano profondamente. Ma per
rispetto a quel gran duolo materno parea che rattenessero
il pianto sugli occhi, e sulle labbra i singulti. Il dolor della
madre innanzi al cadavere del figlio oh! come è santo e
sublime!

Poco stette però che condotta nelle sue stanze, cadde la
misera in tale angoscioso delirio, che fu temuto ne dovesse
perire.

—O dolce figliuol mio!—con flebil voce cominciò a
esclamare.—Così dunque ritorni a tua madre? Come mai
mi potesti lasciare e per sempre? Io che ti nutrii nel mio
seno, che tanto ben t'ho voluto! e sperava!... Oh! che mai,
sull'orlo del mio sepolcro? Ma sì... almeno che tu non
mi dovessi precedere! Perchè non fu dato all'infelice tua
madre di raccogliere almeno le ultime tue parole? Ahi crudel
morte! Non più dunque i tuoi occhi s'apriranno per
me a un tuo dolce sorriso? Sulle tue labbra non udrò più,
come solevi, articolar con affetto il mio nome? No, dunque,
più mai? Oh! torna, torna, amoroso che sei, a consolare il
mio pianto!

Così vaneggiando, ogni dì più alimentava nel cuore quell'indicibile
affanno: e intanto vedevasi spegnere a poco a
poco fra 'l cordoglio de' suoi quella vita sì cara!

[pg!130] 

.. toc-entry:: XI - Fermezza a resistere

CAPITOLO XI. 
============

FERMEZZA A RESISTERE.
---------------------

.. epigraph::

    «Ora si comincia per quelli di
    fuori e per quelli di dentro a far
    grandissima e crudel guerra.»

    — *Istorie pistolesi.*

Sebbene i Pistoiesi già per due volte avesser respinto un
assalto, che, quando i nemici fossero entrati in città, poteva
condurli agli estremi, non ignoravan però che l'assedio da
ogni parte si faceva più stretto, ed era loro impedito di far
raccolta al di fuori di vettovaglie, delle quali ogni dì più
si vedevan mancare. E questo era il colmo di lor disgrazie!
Profittavano, è vero, del favor della notte per mandarne in
cerca, particolarmente dal lato della montagna, che essendo
di tutto il distretto lo spazio di terreno il più ampio e folto
di boschi e di selve, non era ancor ben guardato, pel gran
numero di militi che v'occorrevano. Ma da qualche tempo
quelle spedizioni riuscivano a poco o nulla non solo, ma quasi
sempre di danno a chi le imprendeva. E nondimeno avresti
veduto povere donne del popolo partirsi dalla città scalze e
bruche, con sacchi vuoti sul braccio: esse, perchè degli uomini
v'era troppo bisogno; e sfidare e deludere la vigilanza de'
militi che a brevi intervalli stavano a guardia della cinta
d'assedio. Alcuni de' quali, vedendo donne, e senz'alcun
carico, ci scherzavano alquanto; ed esse, le meschine, pur
di passare, a quelli scherzi di parole facevan finta di corrispondere,
[pg!131] 
benchè nel cuore li detestassero: poi a cotesta soldataglia
straniera, purchè fosse ben pasciuta poco in fondo
importava. Altri di loro se sdraiati o dormigliosi, tanto più
chiudevano gli occhi. Lo che non sarebbe accaduto se fossero
stati Fiorentini o Lucchesi, o de' fuorusciti che erano inesorabili.

Quelle donne, una volta passate, le avresti vedute andarsene
a frotte per le vie più traverse e più ripide; salir su
pe' monti di castello in castello fino a quelli più alpestri di
Sanbuca e di Treppio, non guardando a pericoli od a fatiche
pur per poter chiedere in ogni capanna a buone genti per
elemosina e a qualcun per danaro, da fare un carico di vettovaglie.
E ciò pel grande amore che avevano alla terra
natale; e perchè i padri loro, i fratelli, i consorti che ne
curavano la difesa, non mancassero di nutrimento. E sulle
prime potevano anche tornarsene: s'intende sempre in certe
ore notturne, e dopo essersi assicurate che quelle solite
guardie erano immerse nel sonno. Con più pericolo è vero,
ma a una a una, col sacco pieno sulle spalle o sul capo,
giungevano spesso a rientrare in città. E allora oh! che
gioia non recava a que' prodi il loro ritorno! E quanta poi
non ne provavano le poverette a vedersi riuscite in un'opera
sì rischiosa, ma sì utile per la lor gente, e di sì stretto bisogno!
Di modo che avveniva che, un primo rischio superato,
le animava a sfidare il secondo. Perchè a dir vero la donna
per amore si mostra di tal coraggio, che sa toccar gli ultimi
termini del pericolo, ed è capace di qualsiasi sacrifizio.

Ma come i Fiorentini si furono accorti di questo via vai,
s'afforzarono da quella parte per modo, che rari eran quelli
che vi potessero far tragitto. Pur per moneta e furtivamente
sopra giumenti, o per persone che solevan portar masserizie,
qualche carico vi si potè introdurre. Non fu però più possibile
quando il fosso di cinta fatto da loro, fu tutto chiuso
da grandi steccati, e vi eressero le bertesche. Accadde anzi
che fin d'allora, messi in sospetto più d'una volta, al vedere
in pieno giorno qualcun dalle porte avanzarsi verso di loro;
una schiera di fanti, coperti de' loro ampi scudi, li rincorsero
ad archi tesi fin dentro le mura; e non si ritrassero
[pg!132] 
senza prima aver fatto una scarica di frecce, alcune delle
quali svettando le mura cadevano anche in città.

È da sapere che il castaldo, o come or si direbbe, il
fattore del tenimento del Castel di Vergiole, era un tal Pier
Antonio marito di Margherita, la quale abbiam visto sì ben
affetta alla casa de' Vergiolesi, e però chiamata spesso in città
con una sua figlia, Maria, a' lor servigi. La buona donna
con più piacere solea trattenervisi ogni qualvolta potea condur
seco la ragazza; perchè poi vi ritrovava il suo figlio
Guidotto, scudiero di messer Lippo. Al cominciar poi dell'assedio
non si potè più parlare di levar Maria dalla casa
paterna.

Ma un altro figlio non meno animoso era rimasto a Vergiole
in compagnia del vecchio padre, a sbrigar le faccende
della villa, e diriger l'opere pe' campi. Bindo, tale era il
suo nome, di poco era minore del fratello Guidotto, ed ambedue
si amavano di gran cuore. Usi poi al castello a conversar
di continuo co' figli de' lor padroni, coi quali eran
quasi coetanei; per indole buona avevan partecipato a que'
nobili sentimenti, tanto a riguardo della famiglia che della
patria.

Quasi ogni giorno i soldati del duca avevan preso l'abitudine
di fare scorrerie su pe' colli vicini. Non eran già
comandate, ma di loro arbitrio e per loro sollazzo. Ad essi
s'univano anche certi militi forusciti. I quali tutti, non
contenti di attaccarsi alle frutta, e sperperare ogni pianta,
entravan talora nelle capanne dei poveri agricoltori, e con
licenza inaudita insultavano e depredavano. I Catalani poi,
soldataglia semibarbara e con quegl'istinti de' paesi meridionali,
alle povere donne, se riuscivano di trovarne, osavano
di fare ogni sorta di vituperi. Il duca Roberto come colui
che era di nobile animo, e mostrava almeno di aver sensi
di giustizia e di umanità, pervenutigli da ogni parte continui
lamenti di sì sfrenata licenza, conoscendo pur troppo l'indole
bestiale di essi, mandò al campo ordini severissimi, sicchè
nissuno senza permesso potè più allontanarsene; e intanto
alcuni sorpresi e provati rei, ebbero aspri gastighi, e molta
roba ai derubati fu resa, e alcune meschine a' loro artigli
[pg!133] 
poteron sottrarsi. Ma finchè costoro ebbero agio di salire a
Vergiole: e lo facevano spesso perchè un colle de' più vicini;
Bindo con la famiglia indignato di qualche brutto fatto avvenuto
in que' pressi; insospettito ogni giorno più, aveva loro
tenuto d'occhio, e s'era voluto un po' porre in guardia. Ciò
faceva in special modo a riguardo di sua sorella Maria. Che,
fanciulla assai avvenente e di già adocchiata da que' procaci,
senza che in casa d'altronde avesser pensato a tenerla nascosta;
per quelle sue attrattive, e anche per odio particolare
al padrone del castello, come capo dell'avverso partito, essa
e la sua famiglia correvan già rischio di prepotenze e d'offese.
Prevenuto però da Guidotto, aveva raccolto in sua
casa altri parenti; coi quali anche dopo lavorate le terre,
girandolavano sempre con qualche arme per il podere, e si
facevano intanto una scambievol difesa.

Era di questo tempo che richiesto Guidotto dai rettori
della città e dal suo stesso padrone, non aveva esitato d'affidare
al suo Bindo, destro com'era e di gran coraggio, un'impresa
delicata e rischiosa, quella cioè di provveder pel
Comune quanti più viveri avesse potuto; e, senza riguardo
alla spesa, per gente sicura mandarli in città. E già con le
grosse somme inviategli se n'era fatto incettatore per ogni
lato. E via via per uomini e donne della campagna, pagandoli
bene, li faceva trasportare fin presso la cinta d'assedio;
altri poi dalla città notte tempo venivan lì a riceverli.

Un tal giorno avvisato Guidotto che nella notte successiva
dovevan giungere grossi carichi scortati da Bindo stesso, provvide
che oltre ai portatori gli si spedisse una schiera d'armati
per proteggerne la consegna. E di fatti il pericolo
presentito vi si mostrò senza misura più grave. I militi
fiorentini che, mutata la guardia coi Catalani, occupavano
quella cerchia, avuto indizio di questo transito che doveva
farsi pel greto quasi che asciutto del piccolo torrente Brana
traversante allor la città; lasciato senza superiore comando
il posto della consegna, andarono ad appostarsi in una boscaglia
poco fuor delle mura, ed al passare di quella gente
piombarono loro addosso siccome belve: e non solo tolser
loro le vettovaglie, ma a tutti quei portatori, circondatili,
[pg!134] 
e puntando al petto le lance e le spade, si diedero a fare i
più orribili strazi. Alle povere donne, che erano in maggior
numero, non valse il prostrarsi in ginocchio dinanzi a loro,
piangere e supplicar tutti i santi. Quelli spietati per crudele
irrisione tagliarono a quale il naso, a quale le orecchie; e
agli uomini, dopo vana resistenza perchè inermi, levarono
un occhio, o tagliarono una mano, o un piede; e così guasti
li sospinsero a forza, o li trascinarono fin presso ai loro
steccati, e alle torri di legno: dove penzoloni li vollero porre
perchè i nemici dalle mura potesser vederli!

Intanto Guidotto che era stato per molta notte in ascolto
sul torrione della porta di Ripalta, inquieto dell'insolito
indugio, quando fu sul far dell'alba, discese; e profittando
d'una rivista del campo nemico che per l'estiva stagione
avveniva circa a quell'ora, sicchè quella parte era rimasta
sguernita; con uno sbruffo di fiorini comprate facilmente le
poche guardie Catalane che v'eran rimaste, e aggiuntasi
buona squadra de' suoi a cavallo, riuscì a fare una sortita
fuor di città. Allorchè avanzatosi alquanto verso la detta
parte, gli feriron le orecchie le strida de' miseri che venivano
a quella volta! Ahimè che incontro! che spettacolo orrendo!
Donne contraffatte e grondanti sangue e lacrime insieme!
Uomini mutilati ed esanimi quali quelle pietose se li traevano
a braccio con piè vacillante, e quali altri anche in dosso.
Poi dietro loro una masnada di que' feroci, che con le picche
e con gli urli, come peggio non si usa sopra un branco di
bestie destinate al macello, le incalzavano, e v'aggiungevano
ogni sorta d'insulti!

A tal vista Guidotto ed i suoi con un furor disperato si
lanciano a gran corsa e a spade levate sopra i nemici, e ne
fanno aspra vendetta. Que' miseri allora rimangon liberi, ma
in quale stato! Immaginiamo il dolor di Guidotto quando
fra coloro che eran guasti delle membra e grondanti sangue,
si vide innanzi il fratello, il suo Bindo! Lo portavano a
braccio due povere giovani, che per li sfregi ricevuti nel viso,
esse medesime tanto soffrivano, da poter reggersi appena. A
lui que' crudeli avevan ferito in varie parti le membra, e
tagliata una mano! Il dolor che provava era sì forte, e di
[pg!135] 
sangue n'aveva perduto in tal copia, che era quasi privo di
sensi. Moveva i piedi macchinalmente, e dava ogni poco in
forti lamenti cui rispondevano i singulti di quelle affannate.

—Vedimi, vedi come m'hanno straziato!—potè articolare
al fratello—Dio! Dio!... misericordia! povero Bindo!—esclamò
quegli. Comprese però che non era tempo di
parole, ma di pronto soccorso. Subito a Bindo fasciò strettamente
il polso tagliato perchè il sangue gli si stagnasse;
e ordinò che la medesima compressione fosse fatta a quanti
altri dei mutilati. Compassionò e rianimò quegl'infelici: e
raccomandato che affrettassero il passo per iscambievole
aiuto, alto com'era e molto robusto, si prese il suo Bindo
di soppeso come un fuscello, se lo abbracciò facendoselo riposare
sopra una spalla, e rimontato a cavallo, via innanzi a
tutti per veder di sottrarli a nuove aggressioni. Per sorte
altri de' loro egualmente a cavallo li avevan raggiunti; sicchè
i più impotenti se li presero in sella; e quasi tutti que' vili
che in quella mischia per le gravi ferite non poteron fuggire,
circondatili se li trassero prigionieri.

Fu un urlo d'imprecazione di tutto il popolo allorchè
que' poveri portatori, straziati per cotal guisa che mai fra i
barbari si fosse fatto, se non v'ha un riscontro nei briganti
odierni del mezzodì, furon veduti rientrare in città! Dietro
di loro seguivan legati i prigionieri nemici.—Vendetta!
vendetta!—Sorse allora un gridìo spaventoso da ogni parte.
E lì sulla via i cittadini li avrebbero fatti in pezzi, se le
guardie non li avesser respinti, e se più che altro una voce
autorevole non fosse sorta fra loro, quella del capitan degli
Uberti, che disse:—Giustizia si farà e tosto, ma dal consiglio
di guerra!—Adunatisi in fatti, passò appena brev'ora
che i prigionieri furono appesi per la gola ai merli delle
mura esterne di presso la porta, perchè fossero di spettacolo
al campo nemico.

Ma se qui fu gridato—vendetta!—da altra parte si
levò una voce pietosa che pregò—carità!—Divulgatosi
l'orrendo fatto per ogni casa, molti uomini e donne, oltre i
parenti e gli amici, accorsero allo spedale a soccorrerli. Fra
quest'anime generose Selvaggia fu delle prime.

[pg!136] 
—Andiamo, affrettiamoci!—disse subito alla sua Margherita.

—Ma voi tutt'ora soffrite!

—Hai udito?—rispose—soffron troppo più di me
quelle misere!—E fattole raccorre il più possibile di lini e
di vitto, come soleva nel visitarvi spesso le inferme, si recò
immantinente a quella sede del duolo.

Vestiva Selvaggia un abito scuro e dimesso, e le copriva
il bel viso un gran velo nero. Passò così inosservata per
le vie, e giunse laddove stavan giacenti quelle infelici. E
che poteva far mai una nobil donzella, non usa ai servigi i
più umili che colà bisognavano? Eppur la gentile a quali
porgendo una soave parola, a quali un'aita nelle stesse opre
servili, apparve fra loro come l'angelo della pietà!

Intelletto d'amore, squisito senso di tenerezza quanto può
essere in donna, tutto era in lei; congiunto poi a quell'entusiasmo
d'un cuore magnanimo che tutto sacrifica per un
nobile scopo. Fischiavano infatti le frecce nemiche, che,
svettando le mura, talvolta le cadder vicine! Che importa?
Ell'affronta il pericolo perchè vuol esser fra' suoi, fra 'l padre
e il fratello che dopo tante sventure le son anche più cari.
Vuol dare anch'essa il suo obolo per la patria, vedendo che
in tanto estremo val pur qualche cosa. La sua sola presenza
rianima infatti i combattenti e i feriti: perchè in donna il
gentile animo caritativo, congiunto a beltà, non è a dir quanto
valga! È un raggio celeste che riscalda e ravviva! Nè a
ciò solo è contenta. Di casa in casa porta soccorsi alle
povere famiglie, dove non eran rimasti che vecchi e fanciulli
e vedove desolate: e questi e quelle raccomanda al Comune
perchè non si lascino in un crudele abbandono. Si direbbe
che nell'opere patriottiche, per quanto l'è dato, vuole emulare
i parenti e il suo Cino.

Questi, con quel ministero che gli era proprio, quello
della parola, non aveva lasciata occasione per soccorrere il
suo paese. Prima a Firenze da que' di sua parte, e presso
li stessi della Signoria per distorli da quell'assedio. Non
guardò a cavalcarvi di giorno e di notte, benchè insidiato da
quel suo personale nemico. E come pur troppo ogni cura
[pg!137] 
gli tornò vana, tentava adesso, dopo cimenti sì disperati, di
far sì che si cessasse dall'armi.

In Pistoia da poco tempo si eran rifugiati alcuni parenti
del cardinal Niccolò da Prato; astretti a partir dalla terra
natale, poichè colà il cardinale ed i suoi eran venuti in sospetto
di favorire i Guelfi di parte bianca. Al capo di cotesta
famiglia messer Cino credè espediente di far ricorso. E come
coi rettori di Pistoia aveva già convenuto, segretamente si
adoperò perchè rappresentasse al cardinale il misero stato
dei Pistoiesi, ed ei presso al papa ne perorasse la pace. Nè
pago di ciò, spedì un messaggio con lettere ai concittadini,
messer Giovanni Fioravanti e messer Vinciguerra Panciatichi,
mercanti molto stimati in Avignone; e altre a messer Aldighieri
della Torre che era in corte del papa, perchè di concordia
e per carità del comun loco natìo patrocinassero questa
causa. Ma in presenza di eserciti combattenti, le arti diplomatiche
ebber sempre lo stesso inutile effetto.

[pg!138] 

.. toc-entry:: XII - I funerali

CAPITOLO XII. 
=============

I FUNERALI.
-----------

.. epigraph::

   | «Di nobil pompa i fidi amici ornaro
   |  Il gran ferétro ove sublime giace.»

   — :small-caps:`Tasso`, *Gerusalemme*, C. XIII.

.. epigraph::

   | «I' vidi già cavalier mover campo,
   |  E cominciare stormo, e far lor mostra.
   |  E talvolta partir per loro scampo.»

   — :small-caps:`Dante`, *Inferno*, Canto XXII.

Era stato eletto al pontificato, fino dal 5 giugno 1305,
l'arcivescovo di Bordeaux, Bertrando di Goth, Guascone, col
nome di Clemente V. A Perugia, dov'era morto il buon
papa Benedetto XI, solo dopo uno spazio di dieci mesi e 28
giorni si potè ottener l'elezione del nuovo pontefice; ma,
secondo che narrano gli storici più imparziali, una delle più
turbinose che mai avvenissero. I cardinali si eran divisi in
due partiti. A capo dell'uno, Matteo Rosso Orsini, e Francesco
Gaetani nipote di Bonifazio VIII; che stavano, come
andavan dicendo, per la onorevol memoria di questo, e volevano
un papa italiano: a capo dell'altro, il cardinale Napoleone
Orsini e il cardinal Niccolò da Prato, non felice paciero
in Toscana, ambedue partigiani francesi. Convennero alla
perfine che i primi proponessero tre vescovi francesi, e gli
ultimi avesser la scelta fra i tre. La proposta fu, com'era
a supporre, di tre francesi creati da Bonifazio e nemici fino
allora del re Filippo di Francia. Ma come il re ne fu informato
[pg!139] 
per tempo dai cardinali suoi partigiani, egli che fino
dal tempo di papa Bonifazio non mirava ad altro che ad
avere in Italia un'assoluta preponderanza su i Guelfi, e su
i Ghibellini; e che si era proposto di ottenere il vicariato
generale su Roma e su tutti i dominii pontifici; avendo trovato
una forte resistenza attiva in Benedetto XI; morto questi
per conseguire il suo fine si volse tutto a far sua la scelta
del nuovo papa.

E come vari storici riferiscono, fece chiamare uno dei tre
proposti, Bertrando di Goth, ad un abboccamento in un'abbadia,
posta in mezzo ad una foresta presso S. Giovanni
d'Angely. E mostratogli che potea farlo papa, molte cose
furono a vicenda trattate e promesse. E se intorno al luogo
e a ciò che fuvvi discusso non vogliasi stare in tutto al Villani,
e alla grave autorità del Muratori, certo che dai fatti
che ne seguirono fu comprovato che da ambe le parti vi
ebbero accordi e promissioni reciproche. Condiscese il pontefice;
e il re Filippo non pure, cui stava a cuore d'esser
prosciolto dalle censure ecclesiastiche, di pervenire a' suoi
la corona de' Cesari. E fu intorno alle concessioni dell'uno
e dell'altro che alludevasi dall'Alighieri quando scriveva:

   | Nuovo Jason sarà, di cui si legge
   |   Ne' Macabei, e come a quel fu molle
   |   Suo re, così fia a lui chi Francia regge.

   — *Inferno*, XIX, 83.

Bertrando allora fu eletto papa col nome di Clemente V,
e non toccò mai Roma nè Italia. Si disse per dispiacenza
de' partiti che vi si agitavano: ma in realtà perchè ormai
ogni parte era contro di lui, ed ei francese, non si potea
fidar che di Francia. Sicchè non solo rimase in quel regno
e fermò sua dimora in Avignone (città allora della contea
di Provenza degli Angioini, che la vendettero poi al secondo
successor di Clemente), ma non creando che cardinali francesi,
e da costoro essendo eletti successori francesi, avvenne
che i papi vi dimorarono per settant'anni continui. Qual
diminuzione di autorità e di potenza ne soffrisse il papato
da questa innaturale, inusitata e pericolosa traslazione della
[pg!140] 
sedia papale, detta allora da tutti *la cattività di Babilonia*,
egli è omai troppo noto. Fu essa la quale poco men che
distrusse la grand'opera della riforma ecclesiastica iniziata
da Gregorio VII: essa che abituando i popoli a vedere, e i
principi a bramare il papa fuori di Roma, agevolò, o anzi
produsse il lungo e grande scisma d'Occidente: scisma che
diede origine alle dispute e alle divisioni de' Concili di Pisa
e di Costanza: cagioni queste, più che ogni altra, delle eresie
de' secoli :small-caps:`XV` e :small-caps:`XVI`, e così di quella violenta riforma che
dura pur sempre, e divide tante preziose membra del sacro
corpo del cristianesimo. Quindi è che non solo volentieri
scuseremo, ma se ci è dato di concludere con gli storici più
favorevoli alla Chiesa nostra (fra i quali il Muratori ed il
Balbo) loderemo anzi Dante per essersi rivolto con magnanimo
sdegno contro Clemente V e il suo successore francese,
primi motori di tanti danni.

A questo pontefice bisognò dunque facesse ricorso il cardinal
da Prato, per interporlo, secondo che da molte parti
n'era stato pregato, a liberar Pistoia da tanto eccidio: cosicchè,
e per la gratitudine che Clemente doveva a lui principal
fautore della sua elezione, e anco per l'impulso del
proprio animo bramoso di spegnere le rie fazioni, gli fu
agevole d'ottenerlo.

Era giunto il settembre, e ancora attendevasi la benigna
risposta. Quando un tal giorno per Pistoia si sparse la voce
che due legati del papa erano poco lunge dalla città, e si
avviavano al campo nemico. Cavalcavano infatti verso di
esso messer Guglielmo e messer Filiport, Guasconi, con seguito
di segretari e domestici. I quali pervenuti agli steccati
del campo, inviarono un loro araldo per dimandar d'aver
libero ingresso alla tenda del duca. Questi, non appena ebbe
udito della pontificia ambasceria, ordinò che subito fossero
a lui introdotti: e anzi, per reverenza a cotai personaggi,
egli stesso si mosse poco fuori a incontrarli. Entrati allora
con lui nel gran padiglione ducale, e seduti, messer Guglielmo
prese la parola e così favellò:

—A voi, messer lo duca, principalmente c'invia in qualità
di suoi legati il supremo pontefice. Ma, ciò che dobbiamo
[pg!141] 
significarvi, importa che sia pure udito dai primi capitani
delle milizie di Firenze e di Lucca.

Allora il duca fece dar fiato alle trombe, come all'appello
di un consiglio di guerra, e in breve gli altri due capitani
si trovarono raccolti presso di lui.

Alzatosi messer Guglielmo non appena fur giunti, così
disse loro:

—Magnifico messer lo duca di Calabria, Roberto figlio
di Carlo, illustre re di Gerusalemme e di Sicilia, e onorevoli
capitani! Il nostro e vostro signore e pontefice Clemente V
ci manda a voi, messer lo duca, condottiero supremo di questo
esercito, perchè cessiate di tribolare con l'assedio la città
di Pistoia, e ritorni la pace fra i discordevoli Comuni. A tale
effetto ordina e vuole che dentro tre dì ritiriate da essa le
vostre milizie: perchè, nol facendo, incontrerete nella scomunica
maggiore voi e i rettori delle vostre città, e le città
stesse rimarranno interdette. La volontà del santo padre
la troverete espressa in queste lettere, messer lo duca,
che noi legati pontificii abbiamo il debito e l'onore di consegnarvi.

E il duca, ricevutele, ne fece tosto lettura, e poi replicò:

—Agli onorevoli legati del suo signore e pontefice Clemente
V risponde ossequioso il duca Roberto: e si pregia di
dir loro che la volontà del santo padre è stata in ogni tempo
la sua. Ricordasse che i reali di Napoli furon sempre in
Italia i principali sostenitori di parte guelfa e del pontefice,
e i difensori dei suoi diritti. Che il duca di Calabria grandemente
va lieto ogniqualvolta possa mostrarglisi figlio obbediente
e servitore fedele. Che però riferiscano pure i pontifici
legati sè esser pronto a lasciare il campo e l'assedio
della città di Pistoia, e ad esortare i suoi capitani consorti
a ritirarsi da essa con le proprie milizie.

Com'egli ebbe finito, vi fu un istante che gli animi rimaser
sospesi, quasi aspettando il generale consenso. Ma
gli altri capitani, inarcando le ciglia, si guardaron l'un l'altro
e non fecer motto! Allora messer Guglielmo ruppe il silenzio,
e voltosi al duca, disse altero e reciso:

—Bene sta, e così confidiamo!

[pg!142] 
E congedatisi, il duca per onorarli li volle accompagnare
fino agli steccati; dove risaliti a cavallo se ne partirono.

I capitani fiorentini e lucchesi non si mossero però! Fermi
egualmente nel rigettare i comandi, e tanto più le minacce
di scomunica di papa Clemente; vicini omai a poter dire:
«abbiam vinto!» si limitarono a rispondere al duca che tutto
al più avrebbero spedito un messo a ciascun rettore di lor
città per averne un consiglio. E il messo incontanente partì.
Ma fatti avvertire i Comuni di Firenze e di Lucca che quelle
minacce dovevan ritenersi quale artificio de' loro avversari,
com'era da credere, il messo tornò diviato con la risposta—si
seguitasse l'assedio!

In Pistoia frattanto il giorno seguente si eran fatte concepire
di grandi speranze. Quando invece poco dopo si seppe
che il solo duca Roberto co' suoi baroni aveva obbedito, e
si era diretto per Avignone. E ciò perchè troppo gli stava
a cuore di tenersi devoto al pontefice, da cui dipendeva la
collazione della corona di Napoli, e che difatti, per la morte
del padre, ricevette dal papa tre anni dopo. Al tempo stesso
fu riferito che i Fiorentini e i Lucchesi con tutte le milizie
del duca, nulla curando le censure papali, vi si erano rifiutati.
Che anzi per tutta risposta atteser di subito a creare il nuovo
capitan generale: e questi fu quel Don Diego della Ratta
maliscalco del duca, per più allettarlo a rimanervi co' suoi:
e fu dei Lucchesi Maroello marchese Malaspina; e dei Fiorentini
messer Cante de' Gabbrielli d'Agobbio. Costui, uomo
senza misericordia, quegli stesso che aveva pronunziato la
sentenza di condanna dell'Alighieri e degli altri esuli Bianchi,
consigliò incontanente che, tutti da ogni lato, cioè a un tiro
di balestra, si avvicinassero alle mura per far più stretto
l'assedio.

E sì che a que' loro armigeri la vita del campo era già
parsa grave e quasi insopportabile: tanto più che molti ricchi
Fiorentini e Lucchesi v'avevan costretti de' lor contadini con
danno dell'agricoltura: e se li udivano poi ogni giorno andare
in lamenti e alienarsi da loro, perchè spesso tenutivi senza
paga e pel solo vitto! Ma i rettori di Firenze e di Lucca
non sgomentarono; e benchè scarsi a denari, trovarono un
[pg!143] 
sottil mezzo per ricavarne. Lo fecero per via d'una taglia,
detta la sega, che posero ogni giorno, tanto per testa, a' Ghibellini
e a' Bianchi, sì di città che a' confini. Ordinarono
inoltre che chi aveva figliuoli atti alle armi dovesse mandarli
all'esercito entro a venti dì: trascorsi i quali si costringesse
a pagare una grossa taglia.

Intanto i capitani di Pistoia eran venuti a sapere che
con lo stringersi dell'assedio vari cittadini che s'erano ancora
arrischiati a uscir di città da Porta Guidi per procacciar
vettovaglie, benchè di notte, e numerosi ed armati, erano
stati sorpresi e fatti prigioni; e alcuni, di nuovo guasti barbaramente
nelle braccia e ne' piedi, trascinati a ludibrio fino
a piè delle mura! Nè a que' miseri era più dato sperare
d'esser veduti da' lor parenti, ed averne soccorso. Perchè
fin d'allora i capitani, potendo, saettavano dalli spaldi chi
veniva a trasportarli colà, e i mutilati li ritraevano per curarli:
ma eran corsi ordini severissimi che nissun cittadino
si affacciasse più alle mura, per timore che a quella vista
non cadessero in isgomento. Non sì però che alcuno non
venisse a saperlo e non li vedesse. E allora!... pensiamo
quale straziante spettacolo! Riconoscervi in quello stato,
monche le membra, contraffatti e gridanti pietà, o un amico,
o un fratello, o il padre stesso...! Ma que' prodi raffrenavano
il pianto, e serravano in petto l'acerba doglia: tanta
era la costanza de' lor propositi, e il debito di così fare
finchè potesser resistere!

A queste pubbliche sciagure venne ad aggiungersi una
privata, che pur commosse ogni ceto di cittadini. Aveva
compiuto il suo corso mortale madonna Adelagia, consorte
al capitano messer Lippo de' Vergiolesi. Era può dirsi la
più insigne donna della città. I guerrieri compassionavano
nella morte di essa al dolore del capitano e del figlio; le
donne in particolare a quel di Selvaggia; e tutti, ma le madri
poi, alla misera gentildonna, che si era veduta riportar fra
le braccia il cadavere del suo figlio Orlandetto! Perlochè
i funerali di lei, sia per la nobiltà della stirpe, sia pe' titoli
che alla pubblica onorificenza aveva già la casata, si compierono
i più solenni. Fu portata alla chiesa fra una folla
[pg!144] 
immensa di popolo. Nell'esequie ebbe letto di sciamito, o
velluto rosso; ed essa pure fu adorna d'una veste di detto
sciamito, e di drappo d'oro. Moltissimi torchi di cera; parte
dei quali portati dai valletti della famiglia, con al braccio
gli scudi ov'era lo stemma di essa; altri per onore inviati
dal Comune. Alcune croci precedevano il feretro; poi sacerdoti
e monaci; e dodici fanti con cerei e doppieri d'intorno
al corpo. Seguivano tutti i consorti e parenti stretti della
casata vestiti a sanguigno; chè allora non il nero, ma questo
colore era segno di lutto. Appresso tutte le donne entrate
od uscite da detta casa, vestite pure a sanguigno. Tutta la
chiesa dentro e all'esterno parata a lutto; e perdurante il
funebre rito un rintocco di sacri bronzi e uno squillo di
trombe per più riprese. Non mancò alcuno dei capitani; e
fra questi, gravi di doglia si vider pure lo stesso consorte
ed il figlio. Costoro, perchè tali onoranze si fecero a mezzo
del dì, poteron per breve lasciar le mura senza pericolo.
Veder quella chiesa!.... era gremita di popolo! I più cospicui
cittadini non vi mancavano. Per segno di lutto sedevano
in terra com'era dell'uso, sopra stole di giunchi; i
cavalieri invece sulle panche, e tutti d'intorno al feretro.

Appena che il sacro rito ebbe termine, il popolo era già
per uscire; allorquando vi fu trattenuto dalla voce in un
momento diffusa che l'Uberti capitan generale, lì presso al
feretro, come talora a que' tempi si costumava, avrebbe creato
cavaliere messer Fredi de' Vergiolesi. Accertatisi di questa
nuova, unanimi tutti lo disser degno di tant'onore, per ciò
che aveva fatto in pro della patria. Solenne e straordinaria
ceremonia era questa; sia per la circostanza pietosa, come
per la presenza di tutti gli uffiziali delle milizie, e in tempi
sì gravi. Tutti gli occhi allora si diedero a cercare messer
Fredi, tutti li sguardi furon volti sopra di lui.

Ed ecco che il giovine candidato, appena avutone il cenno,
s'innoltra verso l'altare: laddove giunto, sguainata la spada
che pendevagli al fianco da una ciarpa ad armacollo, la
porse al sacerdote, che in appositi paramenti colà l'attendeva.
Questi allora posatala sopra un cuscino, intonò solenne preghiera
secondo il rito: quindi la benedisse, e come glie l'ebbe
[pg!145] 
restituita, quei la ripose al suo fianco. Non sì tosto messer
Fredi lasciati i gradini dell'altare tornò in mezzo ai guerrieri,
che, accompagnato da due capitani, andò a porsi, piegando
un ginocchio, dinanzi al capitan generale che doveva
armarlo, e presentògli la spada. Alzatosi il capitan degli
Uberti dalla sua sedia, richiedevalo con qual animo volesse
entrare nell'Ordine: cui egli rispose—ad onore e tutela
della religione e della patria.—Dopo ciò alcuni cavalieri
gli adattarono gli sproni d'oro (e infatti cavalieri a spron
d'oro avean nome); gli posero il giaco di maglia, la corazza,
i bracciali e le manopole; poi il capitan generale gli cinse
la spada. Non gli mancava che l'elmo e il caschetto, lo
scudo e la lancia; le quali armi compiuta la ceremonia, da
tre scudieri del capitan generale gli furon consegnate. In
tal modo *addobbato*, come dicevano, tornò a prostrarsi con
un sol ginocchio dinanzi al capitano. Questi sorto di nuovo,
gli battè la propria spada sul collo, come ad ammonirlo che
dovesse sopportar con fermezza i pericoli che avesse incontrati.
Richiese per fine il novello cavaliere del suo giuramento.

Nella chiesa ad ogni ceremonia era stato fra la folla,
come suole accadere, un agitarsi e un sospingersi più in alto
per meglio osservare. Ma a questo punto si fece un silenzio
fra tutti gli astanti. Allora messer Fredi si levò dignitoso,
si volse verso del feretro, e impugnata e distesa la spada,
ad alta voce esclamò:

—Giuro sul cadavere di mia madre di difender la patria
fino agli estremi!

Non aveva ancor detto, che per un moto istantaneo tutti
i capitani, levate le spade, gridarono a un tempo:—«giuriamo!»

Questa parola ebbe un eco fra le pareti del tempio, e
d'un sacro fremito riempì il cuore di tutti.

[pg!146] 

.. toc-entry:: XIII - La resa

CAPITOLO XIII. 
==============

LA RESA.
--------

.. epigraph::

   |   «Serrato è lo mio cor di dolor tanto,
   | Ch'io non posso parlar nè tragger guai,
   |   Rimembrando di quella che mirai
   |   Dolente sotto un vel tinto di pianto.»

   — *Sonetto di* :small-caps:`M. Cino` *da un Cod. Strozz.*

.. epigraph::

   | «Lasso! pensando alla distrutta valle
   |   Spesse fiate del mio natìo sole,
   |   Cotanto me n'accendo e me ne duole,
   |   Che 'l pianto al core 'n sin dagli occhi valle!»

   — :small-caps:`M. Cino` nel *Canzoniere*.

Il potestà degli Uberti una tal mattina era entrato nella
sua stanza d'ufficio più di per tempo, perchè v'attendeva il
rettore della città, Guglielmini, per conferire sul partito da
prendere, a misura che le condizioni dell'assedio ogni dì più
peggioravano.

Era già nel cuor dell'inverno. La rigidezza della stagione
lo aveva costretto a far porre il suo tavolino e le sedie
presso d'un gran caminetto dove ardeva un gran fuoco. Qui
co' suoi segretari sbrigava gli affari, mandava lettere e ordinanze.
Quando di lì a poco, rimbacuccato nel suo cappuccio,
col giaco, i cosciali e gli schinieri di cuoio, ed al fianco
la spada, entrava a lui il Guglielmini rettore della città.

Licenziati allora i segretari:

—Sedete qui appresso al fuoco—dissegli il degli Uberti.

[pg!147] 
—Oh! gli è un bisogno, chè il freddo è eccessivo!—soggiunse
l'altro.—Penso a' poveri militi... e a queste
notti! Vengo ora da loro; insieme col Vergiolesi ho ordinato
gran fuochi sugli spaldi, per tutto: gli ho incuorati.... Ma!...
pur troppo, quello che soffrono, agli spedali ogni dì più si
conosce!

—Si: ma credete voi che non soffrano per ugual modo
anche i nostri nemici? Allo scoperto e' vi son più di noi!

—E che per questo?

—Gli è per dire che ciò da un lato ci può tornare a
vantaggio. E infatti mi fu riferito che i capitani sì de' Lucchesi
che de' Fiorentini si lagnano di gran defezioni; e dicevan
fra loro, che se non avesser creduto che fra pochi giorni
ci dovessimo arrender per fame, e se infine l'onor loro non
vi fosse impegnato, a quest'ora col disordine e i lamenti che
erano al campo!... dovere stare alle pioggie, non tutti sotto
le tende; e più poi assiderati dalla neve e dai ghiacci di
questa invernata, le cose finivan male, e davano sgomento
agli stessi rettori di Firenze. Ora noi a buon conto dall'intemperie
abbiam la città che ne porge un riparo.

E a lui il Guglielmini:

—Ma al difetto di viveri chi ci provvede? I granai
de' cittadini son vuoti; e poco o nulla (mi spavento a dirvelo!)
rimane di vettovaglie in que' del Comune!

—Quale sventura! E ditemi; de' nostri alleati?

—Oh, guai! messer potestà!... guai e sopra guai a
chi fortuna l'abbandonò! Gli amici se ne vanno con essa!
Primieramente a voi è già noto che su i Bolognesi non solo
da qualche tempo non è più da fare assegnamento, ma anzi
è da temerli come avversari. E sappiate anche che gli ultimi
de' nostri amici, M.\ :superscript:`r` Bornio Samaritano e M.\ :superscript:`r` Romeo
de' Pepoli, di questi giorni come Ghibellini, sono stati presi
e posti in carcere. Di Siena che conto è da fare quando
ogni dì tergiversa? Arezzo, sì, c'è rimasta alleata; ma vedete
in un subito da' nemici come si lascia comprare, e con che!
Con un cappello cardinalizio, mi vien riferito! Uguccion
della Foggiola, il potente condottiero degli Aretini, ha un
figlio in prelatura. Or ecco! Per quel cappello che pel
[pg!148] 
figliuolo dimanda ed ottiene, fa cambiare i suoi militi di
Guelfi in Ghibellini accaniti!

E l'altro:

—Resterebbe pur sempre l'aiuto de' vicini Pisani. Non
promisero pure al Comune di mandarci assai vettovaglie, scortate
da molti armigeri?

—Sicuramente! Or date una scorsa a questa lettera
che dal Comune di Pisa ricevetti ieri sera—e in così dire
glie la mostrava.—Qui da questi messeri, (mentre l'altro
leggevala) intendete? più non si tratta di vettovaglie, nè
d'armi! ma d'un semplice e scarso aiuto di danari!

—Danari a noi, cui la fame ne stringe e un assedio de'
più crudeli! Oh noi sventurati! quale scherno! anche l'oro
di Mida! Non vi scorgete anche in ciò le solite e perfide
suggestioni, i consueti artifici de' Fiorentini?

E l'altro—Eh! pur troppo è da crederlo!

Certo che a que' tempi la politica del Comune di Firenze
per conquistar tai vicini era questa; «Pisa con l'arti, Pistoia
con le parti.» Non si sa poi veramente se fu di qui che
originasse il dettato: «gli è come il soccorso di Pisa,» a denotare
un inutil aiuto. E a' poveri Pistoiesi ridotti a quel
punto, pur troppo! che valevan l'oro e l'argento, quando
mancavan del necessario per vivere, nè per moneta potevano
procacciarsene? Il degli Uberti però e il Guglielmini adontati
anche di tutto questo, fermi ne' lor propositi, giuraron
di nuovo di custodire gelosamente il segreto dei viveri; deliberati
che quando avesser finito di consumare ogni cosa,
l'avrebber palesato al popolo, e tutti istigato a prender le
armi ed irrompere fuor delle mura, o per aprirsi una via
allo scampo, o per morir combattendo.

La città, non ostante le morti per le fatiche e li stenti,
aveva sempre un numeroso presidio di fanteria, e circa trecento
cavalli. Oltre i cittadini vi s'eran raccolti, come dicemmo,
gli esuli Bianchi di tutta Toscana. Si provvide che
fra costoro in particolare non sorgesse pel vitto il più piccol
lamento, e a tutti i difensori in quelle date ore fosse puntualmente
distribuito. Il male era adesso per qualche fanciullo,
e per le povere donne del popolo: molte delle quali
[pg!149] 
venute di fuori a portar carichi di vettovaglie, malconce e
or già risanate, non potevano, pur volendo, far ritorno alle
proprie capanne. Fatto consiglio, per estremo rimedio fu
deliberato che quelle meschine con altre di città, piuttosto
che vedersele morir di fame sulle pubbliche vie (e di qualcuna
già avveniva) come bocche inutili si dovessero allontanare,
proteggendo loro l'uscita sin fuori della cinta con
una sortita de' più valorosi. Ma molte di esse chi lasciava
in città il padre, chi il fratello, chi il consorte! Sicchè come
seppero quel comando, tentarono di nascondersi; deliberate,
piuttosto che abbandonare i parenti ed esporsi a nuove sevizie,
morir di stento presso di loro. Non tutte però furono
in tempo a sottrarsi a questo decreto di selvaggio eroismo.
E già i birri del Potestà l'avevano eseguito sopra qualcune,
arrestandole a viva forza. Quando i parenti alle grida delle
meschine poterono giungere in tempo per trattenerle e per
farne ricorso.

Intanto molti di quegli uomini, gente del popolo minuto,
operai e guerrieri, ammutinatisi qua e là minacciosi e a capannelli
e con le armi alla mano, s'eran raccolti sulla via
presso al palazzo del Potestà. Questi nel sospetto che la
città si levasse a rumore, subito per sedarli era disceso fra
loro, e cominciava a far sentire qualche parola conciliativa:
e intanto lì sul getto con altri capi del governo discutevano
sul grave caso. Costoro da un lato ponevano innanzi a que'
valorosi la suprema necessità di salvar la patria ad ogni
costo. I parenti dall'altra ripetevano che per la patria
avevan fatto e sarebber disposti a far tutto, ma che appunto
per questo si doveva aver riguardo alle loro compagne. Delicata,
difficile e terribile questione! Quand'ecco le donne
che s'eran nascoste comparir lì tutte insieme co' capelli
sciolti, con in braccio ed a mano i piccoli figli mezzi nudi
e piangenti, e gettarsi loro in ginocchio, e a calde lacrime
supplicarli di non esporle di nuovo a quell'atroce martirio.
Tanto bastò perchè tutti i parenti, presi da sensi d'umanità
e di tenerezza, se le stringessero al seno e piangessero con
loro!

—No, no, non dubitate!—essi alle donne andavan
[pg!150] 
dicendo—siam qua per difendervi! Altro! Forse Dio, povere
disgraziate! non avete diviso con noi gli stenti.... i pericoli?
E che? V'avranno ora a cacciare peggio che bestie, e in
preda di quelle belve? Chi ve l'ha detto? non son uomini
anche loro questi rettori? Non hanno mogli e figliuoli, affè
di Dio? Oh! prima che vi stacchino da queste braccia la
s'ha a vedere!

E con piglio austero rivolti ai rettori soggiunsero:

—La nostra vita gli è molti mesi che degli stenti ne
soffre; e perchè e per come vo' lo sapete! Ma guardateci
in faccia! Smunti sì, ma tranquilli, perchè insieme con queste
nostre povere donne, che degli strazi anche più di noi n'han
patiti! E adesso chi è che ha core di separarci da loro?
Rettori della città, noi vi diciamo che per camparle.... noi...
sì, noi soli provvederemo! Un pezzo di pane o che altro
ce lo leverem dalla bocca: ma che però intendiamo di restare
uniti con le nostre donne e co' nostri figliuoli! Sì, con queste
nostre creaturine, che dopo Dio ci han sostenuto a non disperare!—esclamarono
i padri, e con trasporto d'affetto se
li presero in braccio:—e giuriamo sul capo di questi innocenti
che, o la patria per noi sarà salva, o tutti insieme
morremo per lei!—

Il pianto dirotto di quelle misere, il fermento del popolo,
e una protesta sì energica bastò a togliere affatto dall'animo
dei rettori quel sì barbaro divisamento.

Ma l'ora d'un'ultima prova era già stabilita. Un ultimo
tentativo (si disse da tutti) bisogna farlo. E per vero di
que' popolani, ottenuto quanto bramavano, neppur uno mancò!
Si era prescelto un tal giorno e sull'alba. A quell'ora e
con un'aria gelata, i nemici immersi nel sonno, e de' capitani
pochi alle tende, perchè molti riparati nelle case vicine,
l'aggressione si credè più sicura. Fu preso il partito di
attaccare ad un tempo i due campi opposti, quello di presso
alla porta di Ripalta e l'altro di porta Guidi. E già le
saracinesche s'eran levate e i ponti abbassati. Quelli posticci
attraverso le fosse ve li avevan fatti la notte. Pochi,
perchè ghiacciatavi l'acqua, su quelle lastre di gelo ben
resistenti bastò gittarvi qualche tavola e poca terra. I feditori
[pg!151] 
erano usciti i primi fuor delle porte. Una scarica di giavelloti
piomba già sul nemico. I cavalieri, comandati da messer Fredi,
a lance tese si succedono a corsa fuor della porta di Ripalta,
e già pongono in iscompiglio la cinta più prossima de' fantaccini
che d'improvviso assaltati, non hanno appena tempo d'uscir
dalle tende, e molti senza pure aver potuto prender le armi,
periscono. Ma un'altra cinta, e la più formidabile, quella
della cavallata nemica che era dietro de' fanti, li attendeva
a pie' fermo. Come infatti i cavalieri pistoiesi se li appressarono,
i nemici si mossero in falange serrata, e a picche
tese sopra i venienti, e fecero testa con tal numero e tanto
impeto, quanto era meno da aspettare; sicchè dopo una zuffa
accanita, non senza perdite gravi, bisognò retrocedere. Inseguiti
i Pistoiesi fin su' ponti levatoi non cessaron fin là di
combattere da valorosi. Tale presso a poco fu l'esito dall'altra
porta. In questo scontro vari capitani dei Bianchi vi
lasciaron la vita. L'Uberti, il de' Reali, e messer Fredi,
sebben leggermente, vi rimaser feriti. L'appostata resistenza
de' cavalieri nemici, cui più difficile sarebbe stato di disporsi
sì tosto in ordine di battaglia, diede a supporre d'un tradimento:
che cioè nel trambusto avvenuto per cagion delle
donne, avutosi sentore di questa sortita, su dalle torri ne
fosse dato segno a' nemici. Per dubitarne bastava sapere che
v'eran sempre dentro le mura que' due furfanti di Musone e
di Fuccio, prezzolati dal Fortebracci.

Fu questa l'estrema prova di valore de' Pistoiesi: ma che
dolorosamente li confermò, non potersi con le forze loro
smagliare ed infrangere la ferrea catena che li stringeva!

Intanto nella città lo spedale detto di Santa Maria del
Ceppo, e gli altri ospizi e spedaletti, del Tempio, di S. Luca
e di S. Mazzeo, riboccavano di feriti. Il primo, sebbene il
più vasto, non si creda che fosse ampio e bene aereato, e
fornito di quant'occorre ad ogni evento straordinario qual
è adesso. Sicchè nelle sue piccole stanze con un ristretto
numero di servigiali, non era possibile che desse ricetto a
nuovi ammalati, quando que' suoi poveri lettucci eran già
pieni d'infermi per vecchie ferite, o di quelli che perivan di
sfinimento. Lo avevan fondato circa vent'anni innanzi, lì sul
[pg!152] 
torrente Brana, due privati cittadini, un certo Antimo di
Teodoro, e donna Mandella consorte sua, coi propri averi
che non eran poi molti. E se già alcuni altri gli avevan
testato qualche casamento vicino, le rendite certo erano assai
limitate. Ma la cristiana carità negli estremi bisogni non
vien meno giammai: cresce anzi di zelo, e si fa più studiosa
d'aita quanto più gravi appariscono i sacrifizi.

Non era ancora avvenuto l'ultimo scontro già detto,
quando un giorno il vescovo Sinibuldi chiamò a sè i suoi
segretari, che abitavano nell'espicopio, e alcuni principali
del clero, e così disse loro:

—Mentre i nostri concittadini si faticano, combattono e
muoiono per la difesa della patria; mentre le vie sono ingombre
di mendici e d'infermi, e ogni giorno, per le strettezze
a che siamo, crescerà pur troppo il numero degl'infelici,
la patria e Dio chiedono anche a noi qualche sacrifizio.
Ho deliberato che questa mia casa sia ridotta a pubblico
spedale. Voi, e qualcun del mio clero cui piacerà, vi
potrete unire con me a esserne gl'infermieri. Non è un comando
questo, ma una preghiera ch'io vi fo a nome de' nostri
fratelli che soffrono, e per le viscere di Gesù Cristo. Ponderate,
miei cari, in cor vostro le mie proposte, e se vi sentite
da tanto, seguitemi.

Le parole d'un vescovo che veneravano, infiammato di
sì gran carità, tanto poterono sull'animo loro, che subito
ebber l'assenso di tutti: e fu in pari tempo un gareggiare,
chi nel palazzo a ceder camere e ritirarsi in una buia stanzuccia
ad esempio dello stesso prelato; chi a spedirvi letti
e biancherie e quant'altro occorresse al bisogno. Il buon
vescovo ordinò pure che certe stanze terrene dov'era l'uffizio
del suo cancelliere, esse pure si convertissero in ospedale, e
ad ufficio di cancelleria si riducesse la stessa pubblica cappella
di San Nicolò ivi contigua. Quell'episcopio era troppo inferiore
alla bella architettura ed all'ampiezza dell'attuale,
erettovi dal celebre vescovo Scipione de' Ricci sul finire del
secol decorso. Ma per quei tempi di gran parsimonia e di
sì modeste abitazioni, egli era per certo assai decente e spazioso.
Un secolo dopo dall'illustre vescovo Andrea Franchi
[pg!153] 
ebbe anche maggior ampliamento. Adesso questo palazzo
caratteristico che serba ancora all'esterno li stemmi di alcuni
suoi prelati; situato veramente al suo luogo, presso la cattedrale
e il bel tempio di S. Giovanni; che ospitò papa Urbano
II, il gran banditore delle crociate; il beato Atto vescovo
della città; e questi v'accolse il pontefice Innocenzo III reduce
dal Concilio di Pisa: senza dire di quanti altri celebri
personaggi dopo il Sinibuldi fu stanza, questo edificio monumentale,
come tanti altri, sia civili che ecclesiastici che stavano
a ricordare un'epoca storica, si lasciò in abbandono:
finchè da vari anni potè dirsi anche ad esso: «*A che ti valgon
li stemmi?*» perchè caduto in proprietà di un privato,
più non servì che ad uso de' suoi inquilini.

Or come appena fu tutto disposto per ricevervi gli ammalati,
il vescovo chiamò a sè il nipote messer Cino, e gli disse:

—Oggi mi pare d'aver fatto un po' di bene anche pe'
giorni avvenire. Va tosto da' rettori della città, e di' loro che
la mia casa da questo giorno è aperta a prò degl'infermi.

Messer Cino conosceva a prova di quanto ardore di carità
fosse stato sempre acceso quell'animo, e non ne stupì.
Lo sorprese piuttosto il sentire che in un tempo siccome
quello in cui già sospettavasi di pestilenza e di morìa,
vi avesse indotto a' servigi non pochi del clero. Ma è ben
vero che l'esempio vivente della virtù, di quella in ispecie
che richiede un eroico sacrifizio, esercita sugli animi tale
arcana potenza da non sapervi resistere. Quel clero poi è
da riflettere che usciva dagli stessi cittadini, con loro aveva
diviso li stenti, e nutriva i medesimi sensi di patria carità.
E di questa, bisogna dirlo, Bartolomeo Sinibuldi aveva
dato al suo clero e a' suoi concittadini belle testimonianze,
fin da quando nel 10 novembre 1303, per voto del Capitolo,
approvante papa Benedetto XI, fu eletto vescovo di Pistoia.
Da quel tempo al compirsi del 1307 in cui fu traslocato a
vescovo di Fuligno, il suo cuore fu tutto pe' suoi tribolati
figliuoli. La sua casa dava ricovero sì a Guelfi che a Ghibellini;
a Bianchi che a Neri; più poi se perseguitati. La
carità e il dovere tutti eguali glie li rendevano, e voleva
però che ciascuno sapesse che in ogni tempo era disposto a
[pg!154] 
soccorrerli. E molto per vero potè su di essi in quelli anni
della massima esacerbazione degli odi di parte. Il ministero
episcopale gli dava a quei tempi diritti e privilegi grandissimi.

Aveva una curia e una Corte: tribunale di inquisizione e
carceri pe' chierici; autorità infine al tutto feudale. Ma
quando alcuno de' suoi curiali voleva, adulando al potere,
rimproverarlo di non usarne, e di apparir troppo mite e indulgente:
So—rispondeva, quali leggi ha la curia, ma io
forse non ne sono l'interprete? Perchè non potrò io invece
di giustizia usar misericordia coi traviati? Cristo Signore,
pontefice massimo, a qual tribunale appellava egli mai chi
voleva redarguire, se non a quello della coscienza? Lasciate
dunque ch'io mi avvicini più che è possibile a quel gran
maestro.

Le pestilenze e le carestie in Italia nel medio evo dominavano
di continuo. Calamità che a dir vero sono ora più
difficili ad avvenire; o nel caso lo Stato con ogni mezzo
provvede. È ciò sia per la libertà del commercio e l'apertura
de' porti di tutta l'Europa, sia per le quarantene, e le
comodità stabilitevi; sia infine per la nettezza delle abitazioni,
e per quant'altro gli è un portato del progresso e
della civiltà. Ora, quando accadeva che una città fosse colpita
da queste sciagure, a' più umili uffici caritativi si vedevano
spesso uomini venerandi come il nostro prelato, educati
alla scuola delle grandi annegazioni e delle più eroiche virtù;
necessarie davvero in que' tempi di feroci costumi. E solamente
tali uomini col loro esempio riuscivano a vincere la
durezza de' cuori, e quell'egoismo, che andava del pari col
principio feudale; e che allora tanto più, col timor della
morte, non esitava a mostrarsi in tutta la sua nudità. Riuscivano
poi a trarre a sè altra gente; che in mancanza d'una
carità ufficiale, s'ispirava a un principio tutto cristiano, a
quel del dovere, per sentirsi tanto animo, da rimaner presso
al letto d'un povero infermo (fosse pure con proprio pericolo)
e recargli soccorso. La pietà infatti del Sinibuldi fa bel
riscontro con quella d'un altro vescovo pistoiese, l'eroico
Andrea Franchi.

[pg!155] 
Il quale, un secolo dopo, in una terribile pestilenza tanto
si adoperò nel pubblico spedale di Pistoia a soccorrere gli
appestati, che i cittadini a eternar la memoria del benefizio
e di lor gratitudine, commisero al grande artista Luca della
Robbia quel celebre fregio in basso rilievo di terra invetriata,
dove il detto prelato è protagonista, e vi ha per così dire,
la sua apoteosi, e che si ammira nella città sopra le logge
di quello stesso spedale del Ceppo cui servì il Sinibuldi,
ampliato ed ornato, come or lo vediamo, nel 1525. Del qual
fregio, come capolavoro dei della Robbia, fu tratta una copia
modellata sullo stesso rilievo: e questa di presente ti si
offre a vedere nella scuola delle belle arti a Parigi, e nel
palazzo di cristallo a Londra. Tanto la carità e la religione
diedero sempre co' lor subietti impulso ed incremento alle
arti belle!

Tornando ora al nostro racconto, messer Cino, dopo la
commissione ricevuta dall'illustre prelato, recatosi a' rettori
con tale annunzio, si può immaginar facilmente con che segni
di gradimento accettarono la generosa offerta! Subito anzi
furon d'avviso che quell'episcopio opportunamente potesse
servire ad ospedal militare. Questo appunto mancava. Avrebber
mandato pei medici e per quant'altro occorresse: ma che
frattanto messer Cino si degnasse informarne il capitan Vergiolesi,
come colui che era stato deputato alla cura igienica
delle milizie.

E messer Cino non esitò a condursi dal capitano. Il quale
udita appena cotal profferta—Bene sta!—gli rispose stringendogli
la mano alquanto commosso.—Conosceva il vostro
zio, il nostro degno prelato: ella è cosa veramente da lui!
Ringraziatelo! Accettando come facciamo, vedrà che gli
siamo obbligati d'un benefizio, che ora non poteva esser
maggiore!

Fu un dar ordine nel momento, che in avvenire tutti i
militi infermi fosser trasportati colà. E pur troppo non andò
molto che, avvenuto quello scontro sì disgraziato, tutti que'
letti furon pieni de' combattenti feriti.

Dopo la visita al capitano, messer Cino, tanto intimo di
famiglia, non potea dispensarsi dal farne una di condoglianza
[pg!156] 
a Selvaggia. Ella era tutta sola nelle sue stanze con quella
buona Margherita, che avendo assistita sua madre, pregata
rimaneva con lei. Fu un dare in un pianto dirotto allorchè
Cino le si appressò. Egli aveva già veduto con quanto amore
avesse assistito la madre fino agli estremi; e per molti disagi
sofferti prima ed allora, temeva assai di sua salute. Da quel
tempo in quale stato dovè rivederla! Le sue vesti color
sanguigno facevan risaltar maggiormente la pallidezza estrema
del volto, che agli occhi di lui non apparve meno attraente.
E pur troppo quella gentile soffriva molto tuttora.

—Lasciate—disse Margherita a messer Cino chiamatolo
a parte:—queste lacrime spero che le saranno di qualche
vantaggio. Non vi so dire i suoi patimenti per non aver
potuto finora ottener questo sfogo!

E com'essa alquanto si fu calmata:

—Oh sì, messer Cino—gli disse—se questo è un bene,
ecco quello che provo per la prima volta dopo tante sventure!
Ho dovuto però averne anche un'altra; quella di non
poter esser del numero dei parenti e delle amiche ai funerali
della mia povera madre! E chi sa il mondo che n'avrà
detto! Ma crediatelo, mi fu impossibile! Ero priva affatto
di forze e il cuore mi si spezzava!

Questo costume, che fino i più stretti parenti si recassero
all'esequie ad accompagnare il defunto, in Toscana era allora
un sacro dovere, e da ogni classe di cittadini scrupolosamente
osservato. Pietoso uffizio, che ora in Francia e altrove è
debito sacro; e che anche in Italia da una sospettosa polizia
non più contrastato, or, com'occorra, s'adempie quasi dovunque.

—Selvaggia!—replicò egli—oh! per questo che dite
mai! La città non ha potuto che sempre ammirarvi, e in
que' giorni rispettò molto il vostro grave dolore. Nessuno,
ve l'assicuro, che non desse una parola di compianto alla
degna figlia de' Vergiolesi: nissuno di noi cittadini d'ogni
ordine che non chiedesse con ansia di vostra salute! Voi
sapete se ci è cara, o Selvaggia! Deh, per pietà fate animo!
Chi sa ancora a quante prove dovremo esser serbati con
quest'ostinazione a resistere!

[pg!157] 
Ed ella:

—Oh! questo di dovere stare col battito al cuore, con
l'animo sospeso ogni dì pel povero padre mio, e per mio
fratello!... Questo di vedere per la città tanta gente languire,
nè aver modo bastante a soccorrerla!....

—Però—soggiunse egli—sento fra 'l popolo che le
annegazioni vostre per aiutarlo le riconosce e vi è grato.

E Selvaggia:

—Dite pure i sacrifizi di tutti! Ma anche quel che ciascuno
si sforza di fare, basta forse al bisogno? Questo,
questo, crediatelo, m'affligge sopra ogni modo, e mi continua
il dolore!

Allora Cino le narrò del nuovo spedale, che il zio prelato
volle aperto nel suo palazzo. Al che ella con animo soddisfatto
rispose:

—Vi vedo l'opera dei Sinibuldi, che sanno accoppiare
al sapere l'affetto.

Poi seguitò:

—E gli sforzi, e le vite di tanti nostri difensori dovranno
essere inutili? A che partito appigliarci? che potremo più
fare?

—Io pensava, o Selvaggia,—riprese Cino—per quel
potere che giustamente esercita l'affezione e la virtù vostra
sull'animo di messer Lippo, non vorreste voi consigliarlo a
riflettere seriamente quanto questa ostinazione a resistere
aggravi di più i nostri mali?

—Io, messer Cino! ma sapete voi che mio padre, che,
non v'ha dubbio, mi ama quanto mai possa dirsi, pure al
solo affacciargli una simile proposta, s'indignerebbe con me,
fino a credere che io avessi osato di consigliargli una viltà?
E anche questo credete voi che non mi affligga? E se a ciò
ho pensato, ve lo dica la vostra cugina Lauretta, con la
quale ne tenemmo proposito trepidanti insieme, il sapete,
anche pel nostro Fredi.

E Cino:

—Me ne duole per voi e per noi! La vidi appunto ieri
la mia buona Lauretta, e presto verrà da voi. So che molto
l'amate, e vi sarà di conforto. La pregherò a ricordarvi
[pg!158] 
che la speranza è l'ultima stella che pur rimane in un ciel
tempestoso: che in quella sola è d'uopo affissarci, ed aspettarne
il sereno.

A queste parole che nel lasciarla le dirigeva, ella con
dolce atto di compiacenza rispose:

—Oh! che s'avveri il vostro buon augurio; e quella
stella propizia che mai non si perda!

Ma intanto le pubbliche sciagure crescevano ogni dì più;
e lo sgomento, se non sulle labbra, era nel cuore di tutti.
Al nuovo spedale pochi sopravvivevano, perchè le ferite erano
state corpo a corpo, di lancia e di spada le più micidiali.
Della poveraglia eran molti che, rimasti senza lavori, se
n'andavano per le vie macilenti e cenciosi: e ora poi rattrappiti
dal freddo, facevano capo alle chiese tanto per respirarvi
un'aria più tepida, e stender la mano a chi vi giungeva,
e mettere insieme da comprare un pezzo di pane di
schietta crusca, o qualche po' d'erba che pur costava assai
cara. Però, mirabile a dire! Si sentivan divorare dalla
fame; ma dal mendico come dal ricco non si fosse ancora
in pubblico articolato un lamento! Soffrire, soffrire e resistere,
pareva la parola d'ordine fra di loro, finchè i rettori
non avesser prescritto altrimenti. Per colmo de' mali s'aggiunse
in quell'anno, come abbiam detto, una rigidezza di
stagione eccessiva. Gli appennini eran tutti ricoperti di neve.
Qualche poca n'era caduta anche in città; e a tutt'altro
dovendo impiegar le braccia che a toglierla dalle vie, v'era
rimasta; e fattosi sereno, si doveva camminare sopra un lastrico
di ghiaccio.

Una tal mattina il vescovo all'alba, com'era solito, aveva
assistito di casa al mattutino di Cattedrale, dalla grata d'una
finestra che rispondeva rimpetto alla cappella di S. Jacopo.
Quindi fatto un giro al letto de' suoi malati, si disponeva
ad uscire per la visita consueta allo spedale del Ceppo. La
neve fin dalla sera precedente cadeva a fiocchi di nuovo, e
a quell'ora era alta per tutte le vie. Allorquando per avere
udienza dal vescovo si presentò nella sala un tal frate in
abito bianco di lana, con sopra un lungo mantello bigio; e
su di esso da un lato una croce vermiglia e due stelle di
[pg!159] 
simil colore in campo bianco. Era uno dei frati di S. Maria;
di quell'Ordine cavalleresco istituito da Urbano IV per combattere
gl'infedeli e i violatori della giustizia: ma per la vita
troppo molle ed agiata che conducevano, il popolo a quel
tempo gli additava col nome di *frati gaudenti*. Degenerarono
poi a segno da non potersi più tollerare; e papa Sisto V nel
1585 li soppresse del tutto. Introdotto costui, dimandava
una grazia che solo il vescovo poteva concedergli. Ed era
quella di affermargli in iscritto la esenzione di una imposta
straordinaria del Comune per sovvenire a tante strettezze.
La dimandava in virtù di un decreto di papa Gregorio IX,
che con Bolla del 1234 pronunciava privilegiate d'ogni carico
laicale le persone che a quell'Ordine appartenevano. Narran
gli storici che il Comune di Siena vedutosi di tanto scemate
le imposte, perchè molti per non pagarle, anche con moglie
e figli, si andavano ascrivendo a quell'Ordine, nel 1285 provocò
per tal causa un giudizio dei più valenti giureconsulti,
fra i quali quello del celebre Accursio; ed essi stabilirono
essere impertinenti le pretese di questi cavalieri. Dopo di
che il Comune ordinò che le case de' cavalieri renitenti alle
imposte fossero rovinate.

Ora il vescovo all'udire ne' giorni di tante miserie questo
rifiuto d'un uomo assai ricco a dar l'obolo a' suoi concittadini,
benchè non ignorasse quel privilegio, fu preso in un
subito da forte sdegno, e

—Come! come!—esclamò. Ma raffrenatosi com'era
solito quando doveva ammonire, e ricordando la sua missione
e il suo prezioso tempo da spendere, ricompostosi alquanto:
Come dunque? Vorresti tu, frate, che così su due piedi,
mentre son per uscire!... Ma e poi! in questo stremo di
miserie, di freddo, io!... cagione forse dovrei esser io! se
mai!... che una gente irritata, furibonda, venisse a insultarti,
e a smantellarti la casa? Frate! La dimanda oggi, lo vedi,
non è opportuna, e per di più insulta altrui non solo, ma
lo dirò pure, la carità; e te pone in pericolo! Desisti dunque,
te ne prego! Mi tarda d'uscire. Se altro non t'occorre...

—Oh! no: se per questo non parvi tempo...—così
com'a dire: ne parleremo altra volta.

[pg!160] 
E allora tutto riguardoso soggiunse:

—Ma dove andate voi, padre nostro, stamane a quest'aria
gelata, e con la neve fino al collo del piede?...

—Vado all'ospedale da' miei malati.

—Misericordia! esporvi fin là, voi che ci siete sì caro!....

—Vorresti dunque prescrivere i limiti della carità che
non cerca mai cose di suo vantaggio, e trattenerla per umani
riguardi quando più corre il bisogno? Frate, s'io ti son caro,
non opporre neppure in parole, e piuttosto vien meco.

—Ma io, messer mio reverendo, sì che davvero il farei,
se avendomi famiglia, e salute mal ferma, non dovessi più
che altri temer di contagio; o se...

—Va dunque—riprese il vescovo con dignità—va pure
con Dio, nè mendicar più pretesti. Per venir qui a chieder
privilegi, e di qual sorta! vedo che il gelo non ti fece sgomento!
Or di' piuttosto—se avessi animo e viscere da
tanto. Non ricordi tu le parole del Redentore: «Nissuno può
avere carità maggiore di colui che dà la vita pe' suoi amici?»
Or dimmi, non son eglino quegl'infermi nostri concittadini e
più che amici? Non son io padre loro e pastore, ed essi
miei figliuoli e mio gregge?

E con questo ammonimento lasciatolo, era già sulla piazza.

A modo di privato e d'incognito, ravvolto il capo nel suo
nero cappuccio; la persona alta e dignitosa in ampio mantello;
se n'andava il buon vescovo tranquillo e spedito a
compiere la sant'opra. Solo a breve tratto si faceva seguir
da un domestico con gran canestro di piccoli pani. Perchè
ei, previdente com'era, i suoi granai fin dinanzi all'assedio
avea procurato che fosser colmi di grano. Per isventura era
quella l'ultima porzione che gli restava, e poche più volte
avrebbe potuto di quel suo pane soccorrere i poverelli. Quand'ecco
sulla via della ripa che dalla piazza del Duomo conduce
allo spedale, s'imbattè in una povera donna di giovane età;
ma che nondimeno, dallo sfinimento pel bisogno di cibo non
potendo più reggersi, era caduta al suolo sulle ginocchia,
presso un muro ora in linea del palazzo del Comune, lei e
un bambino che aveva in braccio e cui dava latte. Essa aveva
in capo un cappuccio di lana bianco che allora l'era caduto
[pg!161] 
sulle spalle, e una sola veste molto sdrucia e leggera, e un
mantelletto pur di lana che coprivale il seno, al quale stringevasi
quel suo figliuolino, ravvolto in umidi stracci. Mandavano
l'una e l'altro un lamentìo debole tanto e quasi soffocato
che appena s'udiva.

—Padre, padre, per carità!—potè dire la misera aprendo
gli occhi, non sì tosto che il vescovo piegatosi a lei le dimandò
del suo male.

—Per amore di questa creaturina, un tozzo di pane!
Son due giorni che non ho mangiato che poca erba già putrida,
e pel mio bambino non ho più latte! Ah Signore! Soccorretemi,
ma proprio per lui! che per me... mi lascerei
morire!

—Povera donna! per lui e per voi sarete soccorsa—riprese
il prelato. E già aveva fatto cenno al domestico perchè
le desse del pane.

—Che vuole—soggiunse essa—mi son tanto appenata
dopo che nell'ultima mischia mi c'è morto il marito, e non
mi resta più altri al mondo, che dico sempre: «Venga pure
la morte, che me n'andrò, se Dio vuole, a ritrovarlo lassù!»

Non ebbe appena finito, che il vescovo egli stesso volle
porgerle il pane, e la riaveva ad un tempo con acqua odorifera.
Ma intanto e' s'accorse che le sue vesti sì umide le
si erano quasi ghiacciate addosso! Ella infatti tremava tutta.
Riflettè poi che a uno stomaco sì indebolito, non il pane in
quel momento, ma le bisognava per riaversi d'un cibo più
lieve e più sostanzioso. Con questo pensiero si fece subito
dare una mano al domestico, e provò a sollevarla da terra,
pur per condurla al vicino spedale. Invocò il soccorso di due
che passavano: a' quali bastò un cenno per porsi a' suoi
ordini. A un di loro affidò il bambino, e fece che l'altro
e il suo domestico sostenessero quella infelice sotto le braccia
e così la trasportasser colà in un di que' letti, che egli andò
innanzi per farle metter in ordine.

Or come descrivere le miserie infinite di questo luogo?
Per ogni parte era pieno d'infermi. Ma tra per la fame,
che quando ha tanto allenito le facoltà digestive, non val
più cibo a saziarla; tra per la cancrena che si formava ne'
[pg!162] 
mutilati e feriti, era doloroso a vedere che ogni giorno il
numero de' morti vi si faceva maggiore. Immaginiamo poi
l'affanno e il compianto de' poveri parenti che li assistevano,
e che per mancanza di servi dovevan vestirne il cadavere,
ed essi medesimi portarlo alla fossa! Eppure vi voleva la
gran virtù del degno prelato per recarsi ogni giorno in quelle
stanzucce; là a sollevar con vivande e con una santa parola
i meno aggravati; qua a porgere a' moribondi gli estremi
conforti e il perdono di Dio! E quanti mai uomini e donne
si sarebbero sgomentati, e sollevati anche contro chi andava
e veniva per i soccorsi, se non avesser veduto comparir fra
loro quella sacra e venerata persona! Eppure in quelle piccole
sale, scarse di servi per la necessaria nettezza, vi si
sentiva di già un non so che di pestilenziale, un'aria sì fetida
che ammorbava! Ma il vivo esempio per fare il bene era
là e veniva d'in alto! e il popolo che lo vede, quasi istintivamente
gli è attratto a seguirlo!

Nel rimanente della città gli ospizi dei monaci invasi tutti
da infermi; rade poi quelle case ove non ne fossero anche
fra cittadini i più agiati, o che non vi s'avesse a trovar gente
afflitta e in veste di lutto. E i militi difensori? Oh! non
mancavano per questo; ma sprovveduti del necessario alimento,
non avendo più pane nè di saggina nè di crusca, s'eran ridotti
ad uccidere i cavalli e cibarsene. Altri poi a sbramarsi
la fame co' più immondi animali, e financo col brodo di cuoio
bollito! Non si saprebbe ridire se fosse migliore oggimai
la sorte di quelli che già eran morti, o de' loro superstiti!
«Molto miglior condizione (scriveva Dino Compagni) ebbe
Sodoma e Gomorra e le altre terre che profondarono in un
punto, e moriron gli uomini, che non ebbero i Pistoiesi morendo
in così aspre pene!»

Nel marzo alla perfine i poveri Pistoiesi, saputo che il
cardinal Napoleone Orsini era stato spedito dal papa come
paciero in Toscana, e a soccorrer Pistoia; benchè omai Ghibellini
com'erano dovesser sentirsi dire che la città loro era
soccorsa come terra di Chiesa, tutti quanti ripresero animo,
e la sua venuta l'affrettaron col desiderio e con pubbliche
preci. Ma ciò che fu di gioia ai Pistoiesi, recò dolore ai
[pg!163] 
Fiorentini, perchè non volevan per niente che il cardinale
venisse a immischiarsi nelle lor guerre: prevedendo che infine
avrebber dovuto porsi in urto con la Chiesa. Per lo che
s'avvisarono di dover prevenire la sua mediazione, e fecer
sapere ai Pistoiesi che volentieri sarebber venuti agli accordi.

Eravi in Firenze un savio e buon frate pistoiese, il padre
Bonaventura, che fino dall'ultime fazioni della terra natale,
abborrendo da tanti eccidi, si era reso monaco eremitano
nel convento di S. Spirito. I rettori di Firenze come seppero
che costui era amico intimo di ser Lippo de' Vergiolesi, molto
si rallegrarono, non vedendo ambasciatore più adatto allo
scopo. Lo ebbero a sè, e convenuti sulla missione, subito lo
inviarono a lui perchè profferisse al Comune per parte della
Signoria assai utili condizioni alla resa. E fra le altre, che
la terra rimarrebbe libera e intatta, salve le sue bellezze,
che è quanto dire i suoi monumenti, le persone e le robe, e
loro castella.

Quando il capitano dall'amico Bonaventura ebbe udite
queste novelle, non esitò un istante a referirle agli anziani
e ai rettori della città. I quali abboccatisi anche col monaco
che aveva ricevuto cotal facoltà, parendo loro che ciò fosse
proprio come un dono del cielo, accettarono le proposte e
conchiusero l'accordo. E invero la misericordia di Dio li
soccorse! Perchè oltre a non potere sdigiunarsi che con
certi cibi, che li stessi animali immondi avrebbero avuto a
schifo, non avevan da vivere che per un giorno; dopo del
quale bisognava svelare il segreto, e uscir disperati a morire,
o darsi in balìa del vincitore!

I capitoli dell'accordo furon tosto giurati (ai 18 marzo)
da ambe le parti, toccando il libro degli Evangeli sull'altare
della cappella di S. Jacopo in cattedrale. Arbitri, pe' Fiorentini
il capitan Malaspina; pe' Lucchesi il d'Agubbio; e altri
per le terre della Lega Guelfa. Da lato de' Pistoiesi il potestà,
il sindaco e vari testimoni, coi rogiti di ser Maffeo Lapi.
E i capitoli furon questi:

1º Che sia pace perpetua tra queste terre che sono in
lega e loro contadini da una; e i Pistoiesi con la gente del
contado dall'altra;

[pg!164] 
2º Che i fuorusciti che sono in Pistoia possano uscir liberi
e tornarsi a' loro paesi;

3º Che liberi si lascin pure i prigionieri da ambe le parti;

4º Che tutti i Fiorentini e i Bianchi del Pistoiese, cancellandosi
i loro bandi, possan tornar sicuri;

5º Che il potestà di Pistoia con lire tremila, e il capitano
con lire duemila, si scelgano Lucchesi o Fiorentini: dichiarando
primo potestà messer Pazzino de' Pazzi di Firenze, e
capitano ser Lippo Carratella da Lucca; e' così dai detti
Comuni si tragga la guardia da tenersi in Pistoia e suo dominio
da oggi a tre anni;

6º Che gli anziani e gonfalonieri di giustizia sieno tutti
di parte Nera e Guelfa, ed eletti per i tre anni dal potestà
e dal capitano: serbando però agli anziani e al gonfaloniere
tutto quel governo che avevano sulla città e sulle compagnie
del popolo;

7º Che a soldati forestieri che difeser Pistoia si paghino
di presente tremila fiorini;

8º E perchè circa il 1242 Guidaloste Vergiolesi vescovo
di Pistoia investì i parenti suoi di molti feudi spettanti alla
mensa vescovile, fra i quali i castelli di Piteccio e della Sambuca,
fu deliberato che, «ai Bianchi e Ghibellini si lasci il
castello di Piteccio e quello della Sambuca, chè, come di
lor pertinenza, uscendo subitamente dalla città se ne possano
prevalere.»

Concordatisi in questi patti prima che il cardinale giungesse,
finalmente a' 10 d'aprile 1306 si apersero ai Fiorentini
le porte della città di Pistoia, intorno alla quale erano stati
a campo e in assedio dieci mesi e diciannove giorni! Vi
entrarono trionfanti il capitano de' Fiorentini e quel de' Lucchesi
con molte di lor milizie e con buona quantità di vettovaglie.
Per lo che, narran le storie, che di que' miseri cittadini
vi fu taluno che per la fame patita, sbramatosi oltre il
dovere, morì! I Fiorentini, come fu detto, avevano assoldato
milizie straniere; ma i Pistoiesi neppur un drappello! E dire
che i pochi resisterono a tante migliaia e per tanto tempo!
Quanto amore della terra natale dovette infiammare quei petti,
che impavidi e quasi fuor di speranza sfidaron la morte!

[pg!165] 
Per cotal modo ebbe fine sì crudel guerra fra gente d'una
stessa lingua, e d'una patria comune! In questo sciagurato
battagliarsi d'un gran popolo fra di sè, come già a Campaldino
e poco appresso a Montecatini, e a dir breve, nel medio
evo su tutto il suolo italiano italiani dovunque, quante inutili
stragi; di qual grande ricchezza, ingegno e fortuna, non profittato,
e quanto valore perduto! Che se questo da Susa a
Sicilia ordinato e concorde; aiutato e disposto per ogni Comune
da' suoi maggiorenti, col beneficio di libere armi si fosse
speso per cacciar lo straniero, forse da qualche secolo l'Italia
sarebbe stata una, libera e indipendente!

[pg!166] 

.. toc-entry:: XIV - L'esilio

CAPITOLO XIV. 
=============

L'ESILIO.
---------

.. epigraph::

   | «Tu lascerai ogni cosa diletta
   |  Più caramente; e questo è quello strale
   |  Che l'arco dell'esilio pria saetta.»

   — :small-caps:`Dante`, *Paradiso*, Canto XVII.

«Quanto bella e utile città e abbondevole si confonde!
Piangano i suoi cittadini, formati di bella statura oltre a' Toscani;
posseditori di così ricco luogo, attorniato di belle fiumane,
e d'utili alpi, e di fini terreni; forti nell'armi, discordevoli
e salvatichi; il perchè tal città fu quasi morta.» Così
Dino Compagni, l'intemerato storico fiorentino, deplora la
trista sorte di Pistoia. Ma nè qui si doveva arrestare il
compianto.

Gelosa la parte Nera de' conquistati diritti, non appena
fu dentro le mura, volle subito cacciar fuori la Bianca. I
nuovi rettori ordinaron che questa fosse scortata fino al primo
castello assegnatole, quel di Piteccio, a circa quattro miglia
a settentrione della città. Erano i banditi, messer Lippo de'
Vergiolesi e tutta la sua casata e consorti; e più altri di
Pistoia, popolari e grandi, principali di parte Bianca. Non
si trattava già di soldati di ventura, nè di gente d'altro
paese italiano, cui agevolmente potessero far ritorno; ma
erano i più cittadini d'una medesima terra, della quale per
[pg!167] 
cruda legge eran chiuse le porte, e che lasciavan dietro sè
in desolazione tante famiglie. E in qual momento terribile!
Dopo un assedio sì ostinato, quando chi per ferite, per fame
e per angoscie d'ogni maniera avrebbe avuto maggior bisogno
de' loro aiuti!

Se n'uscivano però gli esuli, parte a piedi e parte a
cavallo, solo alcuni traendosi seco poche masserizie poste in
casse sopra de' muli; tutti, mesti sì, ma invitti dell'animo.
Poche le famiglie che esulavano per altre parti d'Italia. Fra
queste vogliam ricordare quella del pistoiese Dolcetto de'
Salerni, che ebbe l'onore d'imparentarsi con quella dell'Alighieri.
Perchè Dolcetto presa dimora in Verona, dove il
suo ricco censo gli consentì di comprarvi un palazzo, disposò
colà la sua figlia Jacopa a Piero figlio di Dante: al quale,
e al fratello Jacopo, dobbiamo la prima revisione e l'ordinamento
della Divina Commedia. Del rimanente nobili e popolani
se n'andavano insieme a quello stesso confine, assimilati
e confusi in una stessa sventura.

Si vedeva infatti uno stuolo di gente del popolo, de' più
aderenti de' Vergiolesi, e d'altri capitani, offertisi a' lor servigi,
uscir de' primi e accompagnarsi a mo' di scorta a Margherita,
la vecchia castalda di Vergiole, che a cavallo si
portava come reliquia un forzieretto della sua padrona: e
dietro ad essa, reduci alle proprie capanne tanti poveri campagnoli,
carichi di quel po' che potevan portare; con le mogli
e i figli loro, chi per mano, chi in collo; tutti quanti laceri
e rifiniti. In altro gruppo molti bravi operai e militi cittadini,
cavalcando a bisdosso que' pochi smunti destrieri che
vi eran rimasti, gente forte e risoluta che non avrebber lasciato
di seguir le sorti del suo capitan Vergiolesi per tutto
l'oro del mondo. Messer Lippo veniva a cavallo con appresso
la sua Selvaggia.

A pensar quante volte la nobil donzella se n'era uscita
da quella porta sul suo brioso destriero tutta gaia e felice,
e riguardevole per l'eleganza delle vesti, in mezzo al suo
Fredi e al suo Orlandetto, percorrendo la nota via per al
paterno castello! e adesso!... Oh! ella ora trista e dimessa
passava indistinta fra molti, sospinti per ugual violenza sopra
[pg!168] 
un ignoto e periglioso sentiero! Se n'andava la misera con
a lato poche compagne nella sua via dell'esilio; Lauretta e
le cugine; chiusa in bruno cappuccio, e nel più grave cordoglio.
La seguivano in lunga schiera capitani co' lor subalterni,
e nobili cavalieri con le proprie famiglie; frementi
tutti, perchè per ordine quasi improvviso, astretti non solo a
partir disarmati dalla città, ma a vedersi scortati da gente
armata e minacciosa, come si usa coi malfattori!

Ciò commoveva anche più i cittadini che rimanevano. E
nondimeno moltissimi (i parenti poi v'eran tutti) li vollero
accompagnare anco più oltre del limite stato permesso, quello
cioè della porta di Ripalta. Al che gli stessi nemici non
seppero opporre. E guai a loro se in quella generale esacerbazione
l'avesser fatto! Troppo era il dolor disperato
che que' cittadini provavano nel lasciarli, quando essi oltracciò
dovevan rimanere in balìa degli avversari! Per quel tratto
poi, e sul momento dell'addio, tanti furon gli amplessi e i
caldi baci, e i singulti, che non sapevan distaccarsi da loro!
Ed oh! pe' poveri esuli quale addio! Un saluto di caldo affetto
lo davano non solo ai parenti e agli amici, ma anche
a quelle mura paterne che con tanti stenti e sacrifizi lungamente
avevan difese, e dove lasciavano ogni cosa più caramente
diletta; e chi sa! forse per sempre! Novello e doloroso
spettacolo fu a vedere tanti prodi, chiusa in petto l'amara
doglia del vinto e dell'esule, privi quasi di tutto, andarsene
confinati in un luogo alpestre, e nella quasi certezza d'essere
anco là fatti segno alle offese di nemici implacati!

Ma pur troppo l'Italia per oltre cinque secoli, da Dante
a Manin, diede spettacolo d'una continua vicenda d'esiliati
e d'esiliatori: e questi in prima Normanni e Svevi; Francesi
e Guelfi; Alemanni e Ghibellini; quindi Spagnuoli e Austriaci!
Gli esilii nazionali vanno del pari con gli oppressori della
nazione! Troppo lungo sarebbe a narrare la iliade de' mali
che si aggravarono sopra di essa; il rinnovarsi di guerre
senza utile evento, e di paci non durature! A noi però, che
qui è avvenuto di ricordarne i principii, conforta almeno il
pensiero di veder chiusa alla fine la trista epoca di siffatte
nazionali sciagure.

[pg!169] 
La montagna pistoiese fu destinata ad essere il campo
d'italiani avvenimenti famosi, e di cotal grave importanza,
che la storia non potrà mai cancellare! Chi è omai che non
sappia che essa racchiude le tombe delle due più grandi
repubbliche? Catilina e Ferruccio periron pugnando sopra
questo Appennino!!

All'epoca che descriviamo la montagna accoglieva nei
suoi castelli, qua Panciatichi Ghibellini, là Cancellieri Guelfi;
poi Guelfi Bianchi e Guelfi Neri, fieramente avversi fra loro.
E ora il Castel di Piteccio doveva ricovrarvi a confine tutti
gli esuli Bianchi, quelli stessi che pochi anni innanzi avevan
forse incitato a cacciare i Neri in esilio!

Ma indarno di questo antico castello cercheresti più le
sue torri e le sue valide mura. Eppure fu esso come, due
secoli dopo, quello di Montalcino a' Senesi, l'ultimo baluardo
della parte più popolare, che vi sostenne gli estremi assalti!
Ma ora l'ala del tempo che tutto distrugge, e la forza motrice
del vapore, che sulla via ferrata, rapida come il pensiero
vi scorre d'appresso, concede appena a color che trasporta
di scorger più dov'egli si fosse. Se per le fazioni
cui fu collegato, i nostri cronisti non ne cercassero ricordanza,
appena il suo nome avrebbe un eco in quest'età sì lontana
e diversa: nome, che adesso solo in un orario della via ferrata
del toscano Appennino, a causa d'una stazione, tornava
ad avere un'umile pubblicità.

Nondimeno un altro richiamo e addicevole ai tempi che
corrono d'imprese artistiche-industriali, vi richiama ad ammirare
ne' suoi dintorni i viadotti maravigliosi di questa strada,
i quali con romano ardimento s'innalzan giganti, sovrapposti
archi sovr'archi, e abbracciano e collegano diverse sue valli.
Questa via appennina che, da Bologna a Pistoia, in uno spazio
di chilometri 98, per 46 gallerie trafora le montagne, e congiunge
sì brevemente l'Adriatico al Mediterraneo; dalla pianura
del Pistoiese porge per vero un sorprendente spettacolo;
tale, che le antiche età avrebbero creduto opra d'incanti.
Vo' dire allorchè sulla via ferrata le macchine a vapore (questi
strumenti di fusione e di diffusione; di guerra e di pace; di
più pronta coesione materiale e morale della nazione, fra sè
[pg!170] 
e fra le altre vicine; in una parola, questi forieri di civiltà)
nello avanzarsi e seco traendo treni di tante carrozze per
entro a que' fôri; nello insieme t'appariscono da lungi non
altrimenti che un gran colubro dagli occhi di fuoco, che sbucato
dalle viscere dell'Appennino, sbuffando fumo e faville,
serpeggi intorno a' suoi fianchi; e mostratosi in parte, rientri
ed esca di nuovo; finchè non giunga a distendersi tutto quanto
sull'agevole pianura. E d'altro lato il viaggiatore che da
Bologna ne ha percorsa la linea, la più parte fra strette valli e
boschive, e da settentrione a mezzodì ha penetrato nel gran
foro di S. Mommè, riman preso poco oltre da gran maraviglia
a mirare a colpo d'occhio al chiarore di lieto sole, come
in gran panorama, l'ampia e popolosa pianura del Pistoiese
e del Fiorentino con le sue tre città e coi vaghissimi colli
che la incoronano: forse pel mite aere la più ubertosa d'ogni
sorta alberi fruttiferi e messi; e pel tesoro costante della
lingua e delle arti belle la più civile d'Italia. Cosicchè da
quell'altura al primo presentarsi un cotale spettacolo, sulle
labbra d'alcun viaggiatore sono usciti spontanei que' versi
bellissimi dell'Ariosto:

   | Non vide nè il più bel nè il più giocondo
   |  In tutta l'aria ove le penne stese;
   |  Nè se tutto girato avesse il mondo
   |  Vedria di questo il più gentil paese.
   |  Ove dopo aggirarsi d'un gran tondo
   |  Con Rugger seco il grand'augel discese,
   |  Colte pianure, e delicati colli,
   |  Chiar'acque, ombrose rive, e prati molli:

Ma non appena da quelle piagge ha guardato d'attorno, che
in un baleno sulla pendice a ponente gli si offre già innanzi
il colle di Piteccio.

I ruderi di quel castello si scorgono ancora sopra il risalto
d'una collina nella stretta valle del piccolo fiume Ombrone,
o, come fu detto in antico, dell'Ombroncello, lungo
l'antica strada Francesca; che, varcando l'Appennino sopra
lo Spedaletto dell'Alpe, conduceva a Bologna. Cotal fortilizio
era stato costruito in uno spazio di terreno assai limitato:
se non si vogliano valutare le casipole del castello che
[pg!171] 
gli sorgevano poco distanti; ed era appunto dietro l'antica
chiesa a destra del detto Ombroncello, sull'alto di un poggetto
a forma di cono, che va a riunirsi solo a maestro con
gli altri poggi. Gli scorre pur sempre alle falde da un lato
il detto fiume, dall'altro la forra detta del *prataccio*, e verso
settentrione il torrentello detto di *ciriceia*. Fra le piante
di bei castagni onde è coperto, e di che è tanto ricca questa
montagna, si scorgono ancora a diversi ordini e a piccole
piagge le vestigia della circonvallazione del castello, e in alto
alcuni resti di torri a pietra battuta, con in mezzo la rocca.

E fu in questo misero luogo, e in povere capanne lì intorno,
che dovè riparare la famiglia de' Vergiolesi, e quanta altra
gente, e della classe più agiata dei cittadini! E fu qui che
Selvaggia, non ostante la sua debol salute, volle seguire il
padre e il fratello. Ma già noi l'abbiam vista questa gentile
farsi ognora maggior di se stessa. Educata con austeri costumi
e fra un popolo battagliero, aveva sempre mostrato
congiunta in sè la femminil tenerezza al più virile coraggio.
Ora però la sua mente si era forte turbata per un fatto di
recente avvenuto, da dover pagare in parte il suo debito ai
pregiudizi del tempo.

È da sapere che allorquando si stipularono i capitoli della
resa della città, il padre e il fratel suo dovettero assistere a
quell'atto solenne. In quell'ora comparve a lei uno sconosciuto,
grave all'aspetto (come glie l'annunziava la sua Margherita
con la quale era rimasta), chiedendo in grazia di
poterle parlare di cosa di gran momento. In tante vicende
di tristi casi, la pietosa donzella credette di non doverglisi
rifiutare, e consentì di riceverlo.

Quegli allora fattosi innanzi, in questi termini le favellò:

—Nobil donzella, le mie parole son brevi, ma foriere a
voi, secondo che più vi piaccia o di lieta sorte, o di grande
sciagura!

—Chi siete voi, messere, che così mi parlate?

—Uno che legge da gran tempo negli astri, e rivela agli
uomini i loro destini. Ma quando di ciò poco anche vi prema,
sappiate ch'io sono un Guelfo e uno dei Neri. Contrario,
come sentite, alla vostra parte: ma pure adesso... oh! adesso,
[pg!172] 
per pietà del vostro infelice paese, e perchè vi rinasca la
bramata concordia: in nome di questa e di molti della mia
parte che pur la invocano, chiedo pace fra voi e una famiglia
da voi abborrita, e che stendiate amica la mano al capo di
essa che molto vi ama.

—E a chi mai la mia mano?

—A Nello de' Fortebracci.

—Voi mi fate inorridire! Dio, Dio! che ascolto! Ignorate
dunque, o messere, che quella destra che mi chiedete che
io stringa, è macchiata del sangue di un mio fratello?

—E sia! Ma molte città italiane, voi vel sapete, dopo le
guerre più fiere si ricongiunsero in pace stringendosi in connubio
due giovani di famiglie le più avverse fra loro.

—In connubio! E l'osate, sciagurato questa parola?—piena
di sdegno soggiunse.—E che? Quali vincoli passarono
fra 'l suo e 'l mio cuore? E se anche ve ne fossero stati
(chè no, mai!) dopo l'atroce fatto io, non che altro, potrei
io neppur perdonare ad un omicida, e posso dirlo oggimai,
ad un vil rinnegato?

—Ma voi non sapete, quando ciò non faceste, il triste
oroscopo che debbo io rivelarvi?

—Sia che vuolsi! Per me la mia vita...

—Non è la vostra, o Selvaggia, che corre pericolo; è
quella di messer Cino... intendete! ed è quella del padre
vostro!

—Oh, no, no! Dio disperderà la fatal predizione!

—Pensate che voi tutti siete in potere dei vostri nemici!
e che...

—Lo so! E mi uccidano pure!—con sicura alterezza
esclamò.

—Non sopra a voi, lo ripeto, piomberà la vendetta, ma
sopr'a loro, e spedita! Salvateli, o un tardo rimorso...

—Oh! uscitemi dinanzi, spietato uomo che siete! Mi fate
orrore, nè sostengo più d'ascoltarvi!

E spaventata se ne partiva chiudendogli in faccia la porta,
e rifugiandosi a gemere nelle sue stanze.

Non sì che ella in tutto prestasse fede a quel tristo: nondimeno
è da pensare alle credenze sull'astrologia e sugli
[pg!173] 
oroscopi, allora accettate come realtà di dottrina anco dagli
uomini più sapienti: fra i quali, fino a un certo limite da
messer Cino, intimissimo del famoso astrologo Cecco d'Ascoli;
quando quegli in un sonetto lo interroga perchè per virtù
dell'astrologia, consultando le stelle, gli sappia dire se, dovendo
partir da Pistoia, gli sia espediente di dirigersi piuttosto
a Roma o a Firenze. Questo soltanto poteva esser
bastevole a far provare a Selvaggia un senso d'inquietezza
continua: oltre che bisogna riflettere allo stato di dolore e
di turbamento nel quale in quell'istante si trovavano tutti
gli animi; quello poi d'un'affettuosa figliuola del capo del
vinto partito, e dell'amante di messer Cino; e così comprendere
a fondo in quale ambascia l'avesse posta un siffatto
colloquio. Nè stenterà il lettore a riconoscere in quell'incognito
il vilissimo Nuto, infintosi astrologo anche una volta;
stato sempre a' servigi del Fortebracci, e a lui congiunto nell'opere
più nefande.

Messer Nello, gettatosi omai anima e corpo dal partito
de' Neri, di cuore perfido, e sempre dubbio ed infinto, non
era riuscito non solo a procacciarsi stima neppur da loro,
ma dopo il fatto della porta di Ripalta, lo riguardavano anzi
con odio e disprezzo. Ora è da credere che inviasse quel
tristo a Selvaggia, non già per attendersi una favorevol risposta:
un abbisso omai divideva quelle famiglie! Ma operava
ciò che sogliono i depravati e i prepotenti. La difficoltà
stessa e gli ostacoli per vincere l'animo di una donna, allora
si che maggiormente li provoca e li rende audaci! In ultimo
poi, sentendosi vili e impotenti, vogliono almeno aver la satanica
sodisfazione di minacciare un delicato e debole spirito,
e spaventarlo.

Messer Lippo non è a dire in quale apprensione ritrovasse
Selvaggia dopo questo fatto! Dalla Cattedrale era già
rientrato in sua casa in compagnia di messer Cino. Preoccupato
e pien di disdegno pel contratto di resa, poco badando
alla figlia, si era gittato sopra una sedia esclamando:—Ecco,
amico mio, voi lo vedeste! il sacrificio della patria è
consumato! Ora per noi che rimane? Vituperi ed insulti!

[pg!174] 
—Padre, padre mio!—proruppe allora Selvaggia gittandosi
fra le sue braccia.—Ed io ne son già una vittima!

Ma ella tremava ancora dallo spavento... Il Vergiolesi
sopraffatto credè che un'ugual cagione l'avesse sì conturbata.
Essa però non esitò un momento, con accento convulso, a
svelargli la minaccia insidiosa che aveva ricevuta.

Allora il Vergiolesi in piede, con violenza repressa esclamò:

—Dunque egli!... egli ha osato!... Oh il maledetto!
E a te, angelo mio, si volse ancora questo rettile per avvelenare
la tua esistenza? Dov'è, dov'è questo infame?...

E già furibondo brandiva la spada, ed era per uscire e
per farne vendetta.

Ma Selvaggia a un tal atto diè un grido:—No, no, questo
mai!—E a mani giunte s'infrappose fra lui e la porta, e
pregò le risparmiasse un nuovo dolore. Messer Cino egli
pure lo scongiurò e gli disse:—Vorreste voi in questo modo
avvilire il vostro brando onorato macchiandolo del sangue
d'un vile, venuto già in dispregio d'ogni partito? Tanto più
poi sarebbero esse da valutare le stolte parole di quell'uomo
da lui prezzolato?

Messer Lippo arrestatosi, allora con fierezza esclamò:—Ei
può vantare d'avermi ucciso Orlandetto: ma, viva Dio!
mio figlio morì della morte dei valorosi: egli... Oh! egli,
l'iniquo, dovessi sfidarlo io stesso, morrà di quella dei traditori!

Infatti il Fortebracci dopo quella orribil giornata, di cui
egli da tutti fu accagionato, non trovò più favore dagli stessi
suoi partigiani: e anco dopo l'assedio non ebbe già diviso
co' Neri alcun ufficio nella città; e questo perchè conosciutolo,
non se ne voller fidare. Isolato, malvisto, se n'era accorto
e se n'accuorava: e, giustizia di Dio! così di già era
incominciato per lui il più aspro gastigo! Sicchè simulando
necessità d'assentarsi per affari domestici; con qualche sorpresa
del proprio zio, che appunto allora co' suoi consorti
da Prato si era rimesso in Pistoia, andò invece a ripararsi
con Nuto e con un suo fido servo, in una sua romita casa di
campagna montana, assai distante dalla città.

[pg!175] 
Di già le milizie fiorentine e lucchesi subito dopo l'ingresso
si erano affrettate a far ritorno a' loro Comuni. Le
spagnole invece condotte a Firenze dal Maliscalco del duca,
don Diego della Ratta, stavano là in quel bel paese molto
volentieri, mangiando e bevendo, e oziando tutto dì, e poco
disposte a andare altrove. Frattanto in Pistoia assicuratisi
i nuovi rettori che tutti i militi di parte Bianca assoldati al
di fuori, incominciando dal capitan degli Uberti, fosser partiti;
rimisero dentro i Guelfi Neri usciti, che erano in molto numero,
e riformarono la città d'anziani e d'altri ufficiali, tutti
di lor fazione. Avvenuta questa riforma, credendo i Pistoiesi
aver pace, e d'esser trattati da' Fiorentini e Lucchesi con
equi modi, accadde invece tutto il contrario. Se potè dirsi
che Pistoia fu tribolata, farà stupore a narrare che non mai
come allora! Il tormento morale superava di troppo il danno
materiale che ricevettero, che pur fu gravissimo!

La prima cosa che fecero que' rettori fu di partirsi fra
loro, Fiorentini e Lucchesi, tutto il contado, e non lasciare
alla città più d'un miglio d'intorno. Vedemmo già ne' capitoli
della resa essere stati eletti, potestà messer Pazzino de'
Pazzi, e capitano Ser Lippo Carratella. Ma come grandissimi
per que' tempi erano i loro salari, oltre quelli di molt'altre
autorità, fu però stragrande la imposta, cui ciascun cittadino
dovè soggiacere. Poi per insulto contro ai patti profferti e
posti in iscritto, i Fiorentini da un lato, i Lucchesi dall'altro,
fecer disfare le mura della città, che eran bellissime, e riempire
i fossi d'intorno. E spianaron fra gli altri un popolato
sobborgo, dal lato di ponente, parallelo alle mura, il qual
luogo serbò fino a oggi il nome di *Corso allo spianato*. Oltre
che per più irrisione e più strazio obbligarono li stessi cittadini
all'opera scellerata, e li fecer pagare dal Comune! Ove
si fossero rifiutati, v'era minaccia di morte! Cominciaron
poi a far disfare tutte le fortezze, le case, i palagi, e le torri
de' Bianchi e de' Ghibellini, e durarono più di due mesi continui.
Alcune anche di dette case donarono a chi tornò loro
più in grado. E Moroello Malaspina, fra gli altri, ebbe il
palazzo di Dino Ammannati, rimpetto alla Chiesa degli Umiliati;
e i figli di Moroello ricevettero in dono molte case nel
[pg!176] 
Comune di Agliana. Infine vi fu stanziato un Governo dispotico,
e sì crudo e tiranno, da far piangere amaramente sulla
loro vittoria quelli stessi fuorusciti che invocarono le armi
straniere per far ritorno alla patria. I magistrati intendevano
più a guadagnare che a far giustizia, e colui che doveva
esser condannato, era assoluto per moneta; e così per lo contrario,
se la parte era avversa.

Messer Cino, come uno dei giudici delle cause civili, era
l'unico nella cui provata integrità e bontà que' miseri confidassero.
Fu detto però che egli pure con gli esuli volesse
partire. Ma se per allora nol fece, gli accompagnò per lungo
tratto nel più doloroso cordoglio. Il pensiero di quella sua
donna che tanto amava, e dalla quale chi sa quanto tempo
doveva star lunge, lo avrebbe indotto a seguirli. Ma un riflesso
più tormentoso gli occupava la mente. Non appena
corse voce per la città che ei volesse lasciar l'ufficio e partirsene,
tante furono le preghiere dei suoi clienti, che eran
pure i suoi cari concittadini, e tante erano le difese di già
affidategli, che non ebbe animo d'abbandonare una causa,
fatta ora più sacrosanta perchè quella degli oppressi che
doveva tutelare da' nuovi oppressori. E nella idea generosa
si confermò anche più, sapendo che quelli della parte Nera
debitori dei Bianchi, tornati appena in città, fecer sancire
questo ingiusto decreto: «che non potessero esser molestati
ed astretti a pagare se non dopo tre anni dal giorno in che
eran rientrati in Pistoia.» Tale articolo promosse molte liti
e questioni, delle quali messer Cino nel suo Comento dichiara
che dovette spesso esser giudice.

Se l'età nostra in Italia non ha veduto dagli eserciti invasori
(che per colmo di scherno si disser talora alleati),
smantellate le mura delle città; molte inique e crudeli opere,
e molte ingiustizie simili a queste vi furon fatte, nonostante
patti e promesse. Il *guai ai vinti* gridato da Brenno conquistatore
di Roma, pur troppo di secolo in secolo si andò
ripetendo! E noi frattanto abbiam visto come i miseri Pistoiesi
dopo un tale assedio dovettero sentir tutto il peso
della barbara imprecazione!

[pg!177] 

.. toc-entry:: XV - Il ritorno dello scudiero alla casa paterna

CAPITOLO XV. 
============

IL RITORNO DELLO SCUDIERO ALLA CASA PATERNA.
--------------------------------------------

.. epigraph::

   | «E me ne voglio andar che gli è di notte,
   |  E s'è levato il lume della luna.
   |  Io me ne passo là per certe grotte,
   |  Che non ci passerebbe la Fortuna.»

   — *Canti popolari toscani.*

Erano scorsi più mesi da che la parte dei Bianchi cacciata
da Pistoia dopo l'assedio, erasi rifugiata nel fortilizio
di Piteccio, e lo scudiero del capitan Vergiolesi, il povero
Guidotto, dopo tante traversie si struggeva di tornare una
volta anco per brevi momenti, a riveder la sua famiglia a
Vergiole. Colà al castello del capitano avrebbe recato lettere
per madonna Lauretta, che omai dopo l'assedio il cavalier
messer Fredi figlio del capitano, compiendo le vicendevoli
brame, aveva fatta sua sposa. Egli non aveva potuto che
accompagnarvela con quelli della famiglia di lei, e dopo
pochi giorni lasciarla con essi; perchè il capitano su di ciò
non intendeva far concessioni, avendo messer Fredi a Piteccio
il comando della cavallata: sicchè solo di tempo in tempo
vi dava una corsa per visitarla.

Una volta i Bianchi confinati colà, cercavano i Neri di
spiar loro ogni passo, temendo sempre (e con qualche ragione,
minacciosi com'erano) di congiure e di rinforzi. Ma frattanto
le armi eran giunte loro al castello da ogni parte; da braccio
come da assedio: e fidavano in queste, nel sito quasi che
inaccessibile, e nel loro coraggio.

[pg!178] 
Come appena sembrò che fossevi un po' di tregua, Guidotto,
ottenuto alla perfine dal capitano il bramato permesso,
prescelse di partir per Vergiole sul far della sera, ben armato
e a piedi. Era già entrato l'inverno. L'aria era fredda.
Un tramontano gelato zufolava pe' boschi e per le selve, e
faceva cadere dagli alberi le ultime foglie e levarle poi in
alto a rote ed a mucchi dinanzi a lui, via via per certe spianate
dove più rammulinavasi il vento. In quel sereno del
cielo, tutto smaltato di stelle che era un desio, sorgeva intanto
la luna, e gli andava rischiarando la via che per circa
due ore necessitavagli a fare, valicando varie colline da levante
a ponente: e non come ora coronate di vigne bellissime e
d'oliveti, ma la più parte a terreno boschivo, e però fra sentieri
più angusti e mal tenuti, e taluni ridotti persino a tanti
rigagnoli d'acqua, senza che alcuno si tenesse obbligato di
provvedervi.

Tutto era silenzio d'intorno ad esso: se non fosse stato
un qualche abbaiar di cani nel passare talvolta vicino ad
alcune capanne, e il rumiccìo delle foglie dei castagni ingiallite
e già secche, nel traversar per le selve. Pericoli d'aggressione,
per le vie che batteva, a quell'ora, e co' tempi
che correvano, non è a dire che non vi fossero. Guidotto
però era un pezzo di giovane di circa trent'anni, vigoroso
e di tal coraggio, da non sgomentare per un incontro qualunque.
E già tutto solo accelerava i suoi passi, tanto che
capitò presto al di là della valle che gli mostrava dinanzi la
nativa collina. Non appena la potè scorgere, si sentì preso
da un tal senso di piacere, che n'ebbe al core una stretta,
e per pochi minuti dovè soffermarsi. Perchè a dir vero il
buon giovane non aveva avuto da del tempo altro pensiero
che quello del come, dopo sì lunga assenza, avrebbe ritrovato
il suo vecchio padre, cui voleva tanto bene, e il rimanente
della famiglia.

Essa in quell'ora era tutta raccolta dentro il metato, una
stanza terrena della casa colonica contigua al castello. Il
basso soffitto di questo metato si componeva di graticci di
legno sui quali erano state distese molte castagne ricolte
dalle prossime selve, e qui poste a seccare per poi ridurle
[pg!179] 
in farina per l'alimento di tutta l'annata. Un gran fuoco
però di ciocchi d'alberi in quella sera si vedeva acceso in
mezzo del solaio, e un gran calderone eravi sovrapposto,
tutto pieno d'erbaggi, che doveva servire con poc'altro alla
cena. Il fumo, che non aveva l'uscita per entro un camino,
ma solo un poco da que' graticci, si addensava talora intorno
alla stanza, sicchè le pareti eran tutte annerite. Esse però
cotesta sera, rischiarate da una fiamma più viva e meno ingombre
di fumo, formavano il fondo di un quadro assai singolare.
Vi si vedevano appesi alcuni attrezzi da cucina, e
un lume a mano di ferro, dalla punta del quale usciva una
piccola fiammicella. Torno torno alla stanza stavan seduti
uomini e donne: e più presso al fuoco sopra una scranna a
bracciali il capo della famiglia, il vecchio Pier-Antonio un
po' maliscente, con gran berretto nero di lana che gli cadea
da una parte: poi altri dei più anziani, chè i pochi adulti
erano andati a far carbone su pe' boschi dell'Appennino.
V'eran quindi le donne; a capo delle quali la Margherita
consorte di Pier-Antonio: e accosto e di seguito la propria
figlia Maria con le più giovani intese a filare od a torcere:
più discosti infine e più presso all'uscita i garzoncelli e
qualche bambino; tutta gente di parentela e del vicinato. Di
quelle diverse fisonomie illuminate da una luce rossastra per
la fiamma che sorgeva di mezzo, varrebbe forse a risvegliarne
un'idea qualche quadro di Rembrand, o di Gherardo dalle
notti. Se non che eran qui altri visi più delicati e di forme
italiane.

Maria tanto spiccava su tutte l'altre per delicatezza di
contorni e di carnagione, per un visino affilato e d'una soavità
virginale, da non poterne offrire un tipo che in quelle
madonnine di fra Paolino da Pistoia, il più celebre scolare
del Della Porta. A vederla in que' poveri panni, con un
sacchino rosso, un gamurrino verde di mezza lana, con sopra
un grembiule di filondente, e una pezzoluccia bianca al collo;
e mirar poi que' suoi occhi sì dolci, quella bionda testa sì
ravviata, quella fronte serena, l'avresti detta figlia d'un
conte in abito da pastora. Era già stata chiesta in isposa
da Vanni di Piero dalla Sambuca, un figliuolo del più intimo
[pg!180] 
amico che s'avesse mai Pier-Antonio. Il giovine era appunto
quella sera venuto a veglia, perchè per sicuri riscontri s'attendeva
di giorno in giorno Guidotto, senza il consiglio del
quale i genitori non avrebbero stretto il partito.

Pensiamo dunque come rimanessero tutti, quando a sera
avanzata si videro comparire nella stanza un uomo d'arme,
e sotto quelle assise riconobbero Guidotto!

—Guidotto! lui proprio!—fu un prorompere dai più
vicini.

E Pier-Antonio:—Ma lui davvero?

E Margherita:—Sì, sì, il nostro figliuolo! E fu la prima,
nelle cui braccia ei si gettasse baciandola.

Ma il povero vecchio tentava invano d'alzarsi dalla sua
scranna: e chiamavalo a nome e tendeva verso lui le tremule
braccia; quando Guidotto, svincolatosi dalla madre e toltosi
l'elmo, s'andò a gettare ai suoi piedi ed esclamò:

—Padre mio! Dio mi ha alfin consolato! io vi riveggo!
tornatemi a benedire!

—Sì, povero figliuol mio! Dio ti benedica e ti preservi
ancora la vita, perchè sei la vita del padre tuo!

E con gran tenerezza il buon vecchio se lo stringeva al
seno: e quel caro capo, piegato com'era sulle paterne ginocchia,
fattolo sollevare, guardavalo in volto e v'imprimeva
caldissimi baci e lo irrigava di lacrime. Margherita era rimasta
in piedi presso di loro con le mani giunte, come in
preghiera guardando il cielo.

Quando Guidotto si fu alzato, gli venne incontro Maria.
Ed egli allora:

—Oh! eccola qui la mia buona sorella! Maria! eh! che
ne dici? alfine ci siamo riveduti!—E se la stringeva per
mano. Essa però non potè profferir parola, perchè un pianto
di tenerezza su quel momento ve la trattenne.

Allora Guidotto gettando gli occhi dintorno a sè, con viso
di compiacenza esclamò:

—Mi s'apre il cuore! Parenti, amici! (e a uno a uno li
chiamava a nome e se li prendeva per mano) se sapeste con
che piacer vi riveggo! Eh, eh! siete molti stasera! Bravi!
Qui da' miei a vegliare un po' insieme.

[pg!181] 
Ed essi l'un dopo l'altro a rispondergli parole d'affetto.

—Molti, sì—soggiunse Pier-Antonio, e con un sospiro
prolungato.

—Ma, non tutti! non tutti! Ci manca uno!... oh! il mio
povero Bindo!...

E com'ebbe pronunziato un tal nome, stè di nuovo in silenzio,
interrotto però dai sospiri di quella buona gente.

—Siedi, siedi—riprese poco dopo il buon vecchio—qui
presso a me.—Ed ei così fece.

—Eh! Dio me lo dette, Dio me l'ha tolto, ed egli n'era
il padrone. Ma a dir come! con quale strazio! e perchè, e
perchè! Oh! chi lo avesse pensato!....

—Intendo, padre mio! immaginatevi!....—soggiunse
Guidotto.—Ma no, non dite più oltre, perchè abbastanza
fui lacerato dal duolo, e anche da un po' di rimprovero quando
me lo vidi dinanzi a quel modo! E poi tutto il tempo che
l'assistei, finchè....

E qui sentendosi tremar la voce, per non rinnovar la storia
di quel fratello e della sua morte, di cui era stata spettatrice
la stessa madre, e' si tacque.

—E tu, figliuol mio—seguitò Pier Antonio dopo un momento—da
quelle belve come hai potuto scampare? E il
nostro padrone? Anche lui!.... ha perduto.... pur troppo
lo so! e due spine crudeli l'hanno trafitto! E dimmi: fra
tante fatiche e traversie, e in là con gli anni com'è, si tien
saldo in salute?

—Lasciamo andar di me, padre mio; mi son trovato a
tanti pericoli! Basta, vi vo' dir questa.

—Oh sì, raccontami un po'!....

—Figuratevi! Un giorno bisognava al solito scortare
quella povera gente che s'arrischiava per noi a raccapezzar
de' viveri per la campagna. Era di notte. Il capitan de Reali
guidava noi (pochi fanti) che si scortava fuor di città que'
dieci o dodici fra uomini e donne. Si pensò di non montare
a cavallo per non far rumore, e passarsela senz'esser visti.
Veniva l'acqua come Dio la mandava! A questo tempo, si
disse, que' poltroni di guardie (eh! se non fosse stato il gran
numero!..) avranno altro che fare che venir dietro a noi!
[pg!182] 
E detto fatto. Ci riuscì que' poveretti di passarli sicuri. Li
lasciammo lì con un addio alla buona tornata; e noi pel greto
del torrente Brana, fracidi intinti, a gran fretta riprendemmo
la via per tornare in città. Quando da una capanna vicina
che a quel buio non s'era scorta (e forse si poteva scansare)
escon fuori quattro di quei Mori Catalani tutti armati che
s'avventano a noi come tanti leoni! Un di quelli m'aveva
già ferito a una spalla. Io però, che credete? non stetti a
dir nè ahi nè guai. Batti ch'io batto! E con la spada a
far ruota, finchè mi riuscì di salire sopra un piccol rialto.
Il capitano due de' loro dopo una lotta accanita li aveva fatti
rotolar nel torrente. Ma era sempre alle prese con altri due.
Allora io diedi un grido perch'ei sapesse dov'ero. E di
fatti eccotelo lì sotto a me: sfinito però, e sul punto d'esser
massacrato da loro! Ma io con un dei nostri.... Un colpo
per uno a que' demoni, che urlando stramazzarono a terra:
e allora a gambe, potete credere, rientrammo in Pistoia.

—Misericordia! povero Guidotto!—esclamaron tutti—a
che casi vi siete trovato!

—E a quanti altri, cari miei!—soggiunse egli.—Di
questi casi però è meglio di non parlare. Mi vedete sano e
vi basti. Quanto poi al padrone messer Lippo, vi so dir,
padre mio, che è valido battagliero come poteva essere in
gioventù. Se de' crepacuori ne ha avuti, Dio lo sa! Ma il
dolor non l'abbatte: ad ogni costo e' vuol fare i suoi fatti.

—E la nobile damigella Selvaggia?—soggiunse Pier-Antonio.

—Egli non vive ora che per lei. Ma però è tanto abbattuta
di salute e di spirito!....

—Sì, ditelo a me!—replicò subito Margherita.—Dalla
morte di sua madre vi posso dire che non ha avuto più bene.
Datemi poi li strapazzi nell'assedio, e quello star sempre
in pena pe' suoi; e l'aver voluto ad ogni costo seguir suo
padre in un fortilizio siccome quello, dove sta male d'abitazione
e di vitto, e sempre poi col cuor sollevato: mentre
poteva qui al castello.... con madonna Lauretta.... con
tanto buona signora!.... proprio degna d'essere unita a
quella pasta d'oro di messer Fredi! Per eguagliar la buon'
anima
[pg!183] 
della madre di lui, di madonna Adelagia, bada Guidotto
che ce ne vuole! Ma però si direbbe che questa sua
sposa par che si studi di somigliarla! Figurati! Non passa
giorno che non mandi o non venga da sè a prender nuova
della salute di tuo padre.

E Pier-Antonio con voce commossa:

—Altro, s'egli è vero! Figliuol mio, si puol dire che
la casa de' Vergiolesi con madonna Lauretta ha riavuto il
suo angiol custode!

—E poi—seguitò Margherita—tu sai se la nostra
padrona delle elemosine la ne facesse! Bene: non passa
mai pellegrino o meschinello che sia, che, se s'accosta al
castello, in qualche modo non lo soccorra.

—Per questo—interruppe Maria—mi rammento sempre
il buon cuore di madonna Selvaggia. Si può fare pe' poverelli
quel che faceva lei e non più! E poi non vi ricordate,
ragazze, il gran bene che ci voleva; com'era degnevole; e
con che garbo parlava e si tratteneva con noi?

Ed esse ad una voce:

—Maria! s'è vero!

—Oh sì!—soggiunse Guidotto—del suo buon cuore
n'avete a discorrer con me! Se sapeste quel che so io!
quel ch'è stata capace di far nell'assedio per giovare a tutti
noi! E adesso? proprio come allora! Benchè sempre appenata
e assai maliscente, pure per fare un po' di bene non
cura la salute finchè le regge lo spirito. Anch'essa a dirle
qualche cosa per suo riguardo, eccola lì! ragiona sempre del
suo dovere; nè vuol nemmeno le si parli di lasciare il padre
suo, perchè vede che messer Lippo non ha più al mondo
altro bene che lei!

—Oh! che Dio la benedica!—esclamò Pier-Antonio;—lo
senti figliuola mia? E tu vuoi andartene!

—E dove?—riprese subito Guidotto.

—Ti dirò, figliuol mio, non è lei veramente; chè la m'è
stata sempre affezionata e non m'ha dato un disgusto al
mondo: ma me l'ha chiesta in isposa il mio compar Piero
dalla Sambuca per Vanni suo figliuolo che è là.

E voltosi a Vanni:

[pg!184] 
—Fatti avanti, ragazzo: animo! parlatene un po' fra voi
altri. Noi anzi ti s'aspettava, anche per ragionare di questa
cosa; non è vero, Margherita?

—Sicuro—ella rispose—Ed egli—perchè a dirtela,
senza il tuo parere, figliuolo, noi che siamo rimasti qui soli,
per un affare come questo non ci pareva di poter mover foglia.

—Ma e che volete che ci faccia io?—riprese Guidotto;—sta
a vedere primieramente se se la intendon fra loro.
Che ne dici tu, eh Mariuccia? Parlami col cuore in mano
veh! Ti garba questo giovanotto? Ti pare che t'abbia a
tener bene?

E la fanciulla alzatasi, con una cocca del grembiule fra
le mani, a occhi bassi, e con una certa ritrosia rispondeva:

—Io per me sapete che ho fatto sempre la pace vostra,
e non vo' che crediate....

—Quest'è vero, e sta bene. Ma ora mi devi dire se
questo matrimonio farebbe piuttosto la pace tua.

E Maria sempre a occhi bassi, ma fra timida e compiacente:

—Oh! se ho a dire.... di certo lo crederei.

—Dunque mi par che ti piaccia.

A queste parole ella alzò gli occhi a lui sorridendo, come
gli dicesse:—Ti ringrazio d'avermi inteso.

—E tu, Vanni, dimmi un po' con che intenzione se' venuto
a veglia da mia sorella?

E Vanni che era un bel giovane e d'un far risoluto e
vivace, alzatosi s'avvicinò a Guidotto e con franchezza rispose:

—Con intenzione di sposarla: perchè gua', se io garbo
a lei, a me.... mi garba dimolto: le ho posto amore, e ho
in idea di tenerla bene, e di non farle mancare, da poveri
che no' siamo, un boccon di pane.

La sua figura e il suo spirito prevennero subito in suo
favore il fratel di Maria.

—Ma, e che guadagni?—seguitò questi;—campi e
selve per quel che so tu non n'hai.

—Gli è vero, ma gua', m'industrio con le braccia. Vo
in maremma con mi' padre, e qualche cosa ogni anno, se Dio
[pg!185] 
vuol, si riporta. Sicuro, siamo braccianti! Ma, se la salute
ci regge, vo' lo sapete, Guidotto, tutto il nostro forte sta lì:
e' ci ha da dire sperpetua se a fin di lavoro qualche fiorino
non s'è intascato. Poi alla Sambuca un po' di casuccia di
nostro e' l'abbiamo, e per ora nè mi' padre nè io abbiamo
fatto dire un ette de' fatti nostri.

—Oh! per questo—soggiunse Pier-Antonio—non c'è
da dirci nè da ripeterci. Suo padre (è mai tant'anni che
ci conosciamo, e abbiamo battuto la maremma insieme!) ti
posso dir, figliuol mio, ch'è sempre stato una perla d'uomo:
e forse lavoratori, e cristiani come lui per queste parti pochi
ce n'è. O la donna sua, requiesca, era poco di garbo? Basta,
per la famiglia, non c'è da appuntarla per nessun modo. Di
Vanni, suo padre me n'ha detto assai bene, e vo' sperare
che lo somigli.

—Ma dunque voi, padre mio,—seguitava Guidotto—sareste
anche contento?....

—Per questo, se me l'avesse chiesta chi si sia, ci avrei
pensato di molto. Ma che vuoi? Sicuro.... (e rimase sospeso
come a riflettere, quindi) restar soli.... eh Margherita?....

Ed essa:

—Non dico, ma le figliuole, si sa, bisogna accasarle;
poichè poi se ci restano in casa, de' rimproveri non ne voglio,
io! E' mi rammento che la mia povera padrona mi diceva
sempre:—Bada, Margherita, se l'occasione ti si presenta
e ti par discreta, non glie la togliere!—Noi poveri poi,
se credete che quest'uomo la terrà bene, quando l'occasione
s'è presentata, che s'ha a aspettare? che maggio
fiorisca?

—Oh! anch'io la intendo così, madre mia—disse Guidotto.—Sapete
già come son io. Le cose alla militare. Con
ordine, ma spediti. Di questa faccenda bisogna uscire. Straccali
per casa non ne voglio. Dimattina andrò io dal Curato,
e presto.... eh? che ne dici tu, Vanni?

—Oh! per me, figuratevi con che piacere! L'anello glie
lo do anche domenica!

—Adagio un po', figliuoli miei—riprese la madre:—la
mi' Maria non vo' che esca di casa con la cassa stare' per
dir quasi vuota. L'ho fatta io, me la sono allevata, e non
mi pare che, rivestita che sia, mostri po' poi la faccia volta
di dietro. Un po' di corredo a ogni maniera bisogna che
l'abbia: tanto più che da povera gente che siamo, grazie a
Dio, c'è' modo e verso da metterglielo insieme. Appena ammannito,
e non ci vuol molto, allora per le nozze tutti i giorni
son vostri.

E udito ciò, alcuni parenti soggiunsero:

—La Margherita ci pare abbia ragione.

E fra di loro:

—Si sbrigheranno, vedrete.

—Di certo tu, Maria, a lavorare vi darai una mano—le
disse accortamente una sua vicina.

Ed essa con la sua bella rallegratura soggiunse:

—Di' pure anche due; puoi figurartelo!

Intanto, premurosa pel suo Guidotto, gli scinse la spada,
e insieme con l'elmo glie la portò nella stanza che gli avrebbe
ammannito pel suo riposo.

Margherita da buona massaia aveva già provveduto pel
pasto. Guidotto allora voltosi a' parenti e agli amici venuti
a veglia:

—Vi dico addio stasera, perchè domattina dicerto non
ci rivedremo.

—Ma dunque, via, vo' ci volete lasciare! E così presto!
E di tornare a buono non se ne parla punto?

—Eh! per ora.... che volete! siamo là come l'uccel
sulla frasca. Ma spero che presto ci rivedremo più tranquilli
e un po' più alla lunga. Addio, dunque!

Ed essi:

—Oh! addio, a rivederci in sanità! Buona notte!

Ed uscirono.

Raccoltisi quindi questi di casa a una parca refezione,
non appena compiuta, pensò Guidotto, prima di coricarsi, di
consegnare in proprie mani, a madonna Lauretta al castello,
[pg!187] 
le lettere di messer Fredi, perchè il giorno seguente a qualche
ora voleva partire. Fatto questo, rientrò più soddisfatto
nella casa paterna; rinfrancato nel pensiero, fra tante disgrazie
e corsi pericoli, di non essersi mai perso d'animo,
di aver potuto rivedere i suoi genitori, e d'aver consolato la
sua buona sorella.

[pg!188] 

.. toc-entry:: XVI - I castelli di Piteccio e della Sambuca

CAPITOLO XVI. 
=============

I CASTELLI DI PITECCIO E DELLA SAMBUCA.
---------------------------------------

.. epigraph::

   | «Mirate, disse poi, quell'alta mole
   |  Che di quel monte in su la cima siede.
   |  . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
   |  Voi con la guida del nascente sole
   |  Su per quell'erto moverete il piede.»

   — :small-caps:`Tasso`, *Gerusalemme*, C. XV.

—Ser Lippo Carratella, crediatelo, troppa più gente e
più arnesi di guerra ci vuole per cacciar da quel nido lassù
quelli avvoltoi de' Bianchi! È bene che vediate co' vostri
occhi in che sito inaccessibile si trovi questo castello. E sì
che quando io mi partii da Firenze mi si diceva, che Piteccio
non era altro che una bicocca, e che in pochi giorni l'avrei
diroccato. Or dite un poco, che ve ne pare?

—Anch'io, lo confesso, l'ho creduta impresa di piccol
momento. Quando poi mi fu detto che per osteggiarlo i Pistoiesi
ebbero eletto voi, messer Buondelmonti, a lor capitano
di guerra, io tanto più fui sul credere che in breve quel
nido sarebbe stato disfatto. Ma corrono già molti mesi che
costoro non hanno fatto che depredarci con notturne sortite;
e fino alcune guardie delle porte della città con audacia incredibile
son venuti ad ucciderci, que' feroci!

E a lui il Carratella:

—Importa dunque, vedete, che mi si spediscano subito
altre due brigate di buone lance, e quel che più preme, buoni
trabucchi e manganelle per rizzarle da ogni parte della Terra,
[pg!189] 
molestar senza posa il castello, e ristringer l'assedio. Vorreste
voi darla vinta al cardinal degli Orsini, che Legato di
S. Chiesa, oggi perchè meglio gli torna, viene a difendere i
Bianchi?

E l'altro:

—Oh! per Pistoia questa volta non fece a tempo! Essa
fu nostra prima che egli v'entrasse. Andato a Bologna, sapete
bene che non vi fu più felice. Vi dirò anzi che, avvedutisi
appena que' Bolognesi della sua predilezione pe' Bianchi
e pe' Ghibellini, potè sottrarsi a fatica dagl'insulti del popolo
e fuggirsene a Imola. E allora (ecco con che armi combatton
costoro!) per vendetta scomunicò Bologna, le tolse la Università,
e con una certa bolla che pubblicò, tanto fece, che
tutti i professori e gli scolari l'abbandonarono e si volsero
allo Studio di Padova. Noi nondimeno abbiamo avuto il di
sopra! E faccian pure a lor grado; il nostro partito a buon
conto, da ogni lato si fa più potente.

—Ma niuna notizia vi è pervenuta de' molti armati ch'ei
radunava in Arezzo? Il partito Ghibellino di là mi spaventa!
Dall'ultime lettere ho inteso ch'egli ebbe in aiuto il marchese
della Marca, e assai gentiluomini di quelle contrade;
molti Guelfi Bianchi e Ghibellini di Firenze, e gran numero
di cavalli da Roma e da Pisa, e da molti cherici di Lombardia:
in tutto si ragionava che fossero due mila quattrocento
cavalli.

—Io no, capitano, nissuna nuova. So che un forte esercito
si raccoglieva a Firenze per fargli contro.

—Questo già m'era noto. Ma!—sopr'a pensiero soggiunse—pure
a quest'ora doveva giungere un messo.—E
ancora si fecero poche altre parole; quando un suo scudiero
entra nella tenda e gli presenta le lettere della Signoria di
Firenze, arrivate in quel punto. Ed ei dischiusele in fretta
e percorsele appena....—Oh! ecco; udiamo, udiamo! È il
potestà che mi scrive. E sì!... mi parla del cardinale: quel
ch'io voleva!—leggiamo.—

«Voi sapete come il nostro esercito, cavalli e fanti, tenessero
la via di Siena con molto sospetto. Infine entrarono
in quel d'Arezzo, dove disfecero molte fortezze degli Ubertini.
[pg!190] 
Al piano non discesero perchè i passi potevan esser loro
contesi. Il cardinale era sì forte di gente da sopraffarci: ma
intanto battaglia non vi prese. E sì che i Ghibellini tanto
superiori di numero vel confortavano! Ed egli invece inaspettatamente
li congedò! Ma guai a chi esce fuori dell'arte
sua! La porpora cardinalizia non gli bastò, questa volta, a
cacciargli da dosso il timor panico e la paura. A' nostri non
parve vero, e si ritirarono. Un altro ammonimento per tal
modo gli abbiamo dato: presso a poco come lo demmo, se
vi ricorda, al cardinal da Prato: il quale poi, come lui ebbe
il gran coraggio di lanciare a Firenze l'interdetto e tornarsene
in Francia! Voi vedete con ciò una nuova sconfitta
de' Bianchi. Importa adesso che presto si finisca con cotesto
rimasuglio di Piteccio. La Signoria vi ci esorta, e confida
nel vostro valore.»

E finita la lettera, e voltosi al Carratella gli disse:

—E io per questo confido in voi, ser capitano! O avrò
subito uomini e armi, o protestando lascerò l'impresa, e a
voi di riferirne il perchè!

—A me?—maravigliato il Carratella, e vedutosi compromesso.—Ma
io farò ogni possibile!.... e da me certo
non dipenderà se la Signoria non vedrà presto compiuti i
suoi voti che son pure i nostri. Per questo appunto, vedete,
sollecito il mio ritorno a Pistoia.—E l'altro:

—Capitano, voi sapete il compito vostro; ci siamo intesi!

Questo dialogo si passava nella tenda maggiore del campo
de' Neri sotto il Castel di Piteccio, fra messer Ranieri Buondelmonti
fiorentino, allora potestà di Pistoia e a un tempo
capitano di guerra per assediare il castello, e ser Lippo Carratella
lucchese, capitano del popolo di Pistoia: perchè il
suo territorio a ponente con la montagna era toccato ai Lucchesi.
Il Buondelmonti, risoluto guerriero, sdegnava le mezze
misure, e avrebbe voluto trarre a fine l'impresa speditamente.
Ma, o che i militi che vi aveva condotti fossero stanchi dopo
un sì lungo assedio come quel di Pistoia; o che il Carratella
(non dedito ad altro che a far denari, come facevano tutti i
nuovi ufficiali de' Neri) se ne fosse poco occupato, egli è certo
che que' del castello, avuti rinforzi d'uomini audacissimi, e
[pg!191] 
volendo prendersi le vendette, si erano spinti finora a scorrazzare
ne' dintorni, per ogni strada, per ogni villaggio, e
fino alla città, incettando bestiami e viveri, e uccidendo quanti
lor s'opponessero.

La rappresaglia ogni giorno si facea più feroce. Compromesso
ora il Carratella anche per la lettera del potestà
di Firenze, spedì in breve con due buone brigate di lancieri
li stromenti guerreschi. Ad imprender però un assedio regolare
si opponeva molto la postura del luogo. Si trattava di
una valle strettissima, tutta boschiva e selvata, e dominata
dal lato di settentrione dal ben situato castello. Coi grossi
trabucchi ottenuti si aveva un bel gittar pietre sopra le capanne
vicine, e contro il castello: all'altezza cui esso poggiava
non giungevano giammai; e in quella vece, a misura
che gli assedianti vi si spingevano innanzi, eran saettati, feriti
e morti non pochi dai frombolieri nemici. Lungo i ripari
murati per le diverse cerchia del monte che avea forma di
cono, come dai poggi che gli erano di fianco, potevano que'
del castello avvicinarsi loro fino a certo punto senza timore.
Sicchè era un molestarli continuo, e un impedire che salisser
più sopra. Non dissimulavan però che, dopo i validi rinforzi
ottenuti dai Neri, la condizione loro si faceva ogni giorno
peggiore. Più rischioso e difficile l'incettar vettovaglie; e a
lungo andare ben s'accorgevano che alle forze stragrandi
non avrebber potuto resistere. Non volendo però rinnovare
con troppo sacrifizio un'inutile ostinazione, il primo pensiero
del Vergiolesi fu quel d'abbandonare il castello. Pensava
che avrebbero avuto l'altro grandioso e più valido della Sambuca:
che lassù importava di ripararsi, e lassù senza tema
avrebber potuto sfidare il più terribil nemico. Confermato
ogni dì più in questa idea, ne tenne proposito co' suoi capitani,
che v'assentirono pienamente. Non rimaneva a tal fine
che scegliere il tempo opportuno.

Era sugli ultimi di novembre, il giorno di Sant'Andrea,
come narran le storie. Una fitta pioggia del dì antecedente
aveva prodotto alla montagna un freddo umido e pungente, e
sollevato per la pianura una nebbia foltissima, che già si
estendeva su pe' fianchi delle prossime valli. Convenner tutti
[pg!192] 
che la notte veniente sarebbe stata la più opportuna per lasciare
il castello.

Dati dunque con gran segretezza gli ordini necessari, e
tutto dai pochi consapevoli disposto e raccolto nella giornata,
il Vergiolesi mandò agli steccati nel sen della valle, laggiù
ai posti avanzati dov'eran le guardie degli assedianti, un
drappello de' più animosi, ingiungendo loro si assicurassero
delle scolte nemiche perchè non avessero a inoltrarsi e a
dar l'allarme quando che s'accorgessero della loro partenza.
Ma costoro, tra per la bramosia che avevano d'abbandonare
quell'infausto luogo, e tra pe' rancori che covavan pe' Guelfi
co' quali erano spesso alle prese, risolsero di sbrigarsene con
la spada. La notte era quasi sul colmo. Ed eccoli che avvicinatisi
alli steccati, dal profondo silenzio che regnava dovunque,
possono accorgersi che que' militi, distesi sotto un
gran capanno di paglia, a quell'ora già avvinazzati, profondamente
se la dormivano. Vi si aprono allora una via, impugnano
il ferro, e quasi a un tempo ferocemente li uccidono.

L'uscir dal castello era il primo passo, e com'è solito,
il più difficile e il più periglioso. Ma sulla strada che avevano
a fare non c'era da scegliere. Poco più sopra passava
una via mulattiera che portava su in vetta dell'Appennino;
e che, ora a tramontana, ora a maestro, aveva sempre una
forte salita. In quella stagione e a quell'ora, molto difficile
rimaneva anco a' più pratici di percorrerla senza grave rischio.
S'aggirava quasi tutta sopra uno scrimolo di quei monti, che
non avevan da un lato che sassicheti, rave, o scoscendimenti
che si perdevano in profondi burroni. Era stretta più anche
delle ordinarie, e spesso traversata da botri d'acqua, per le
cascate superiori di qualche rio. Il buio poi, se da un lato
li favoriva, dall'altro per l'andar loro faceva ostacolo ad ogni
passo, e il diradarlo poteva essere di gran pericolo. Per
lo che portavano alcuni a varie distanze lanterne cieche,
che a qualche passo pericoloso dischiudevano per avere
al bisogno un fioco raggio di luce; superato il quale, le richiudevano.

I primi dunque che uscirono (furono alcuni fanti ben armati)
bisognò che fra quelle tenebre e quel nebbione andasser
[pg!193] 
quasi con le mani e co' piedi per esplorar la via, e indicarla
ciascuno a chi dietro veniva; finchè aiutati da certe guide
non ebber raccapezzato il sentiero. Venivano poi alcuni della
cavallata con alla testa il capitan messer Fredi: poi i muli
carichi di salmerie, di attrezzi guerreschi, di grandi casse e
di viveri quanti potevansi trasportare. Seguivano gli altri
cavalieri e capitani: quindi il Vergiolesi, la sua Selvaggia e
il capitan de Reali: necessariamente per quelle straducole a
uno a uno; se non che il cavallo di Selvaggia, per ordine
di messer Lippo era retto a mano da Guidotto, il suo fido
e robusto scudiero. In ultimo altri militi a piedi e a cavallo
e lancieri e frombolieri, il cui numero per afforzar la Sambuca
si era molto accresciuto. Costoro, com'avevan avuto
ordine, se ne andavano a drappelli a qualche distanza; in
orecchie, e pronti sempre se il nemico desse pur pure un
sentore di volerli inseguire. Così, in quel silenzio e fra quelle
tenebre, il più piccol rumore, gli ultimi in ispecie, li faceva
arrestare e l'insospettiva. Varcato finalmente il giogo della
Castellina e giunti ai così detti Lagoni dove sorge l'Ombrone;
avanzatisi ancora, dopo circa cinque miglia di difficile faticoso
viaggio, eran già pervenuti sul primo crinale dell'Appennino.

Dal lato di mezzodì non v'era più omai da temere; però,
prima di scendere nell'opposta vallata della Limentra, il
Vergiolesi volle mandare esploratori lungo di essa per non
trovarsi sorpreso nel basso di Spedaletto da altri nemici, che
potevano essere i Bolognesi. Costretto ad attendere, fece
far alto a tutte le schiere. Frattanto, gravemente preoccupato
dai possibili eventi, rimanevasi immobile sul suo destriero.

Era sempre nel fitto della notte. Al capitano, per quanto
di natura imperterrito, l'incertezza della via, e il sospetto
di temuti pericoli, non già per sè e pe' suoi, ma per la diletta
figliuola, avevano esaltato lo spirito fuor di modo. Le
tenebre che, all'uomo che ha bisogno di luce, di per se stesse
incuton terrore, e che talora il più animoso lo gittano in uno
sgomento indicibile, crescevano in lui l'esaltazione. Su que'
monti e in quell'ora, l'immagine di Catilina sorpreso da' suoi
[pg!194] 
nemici gli balenò per la mente. E nell'accesa fantasia quello
audace sovvertitore degli ordini repubblicani costituiti, e
peggio anche, se si creda a Sallustio, gli parve di scorgerlo
dinanzi a sè con un esercito di giganti: di pari animo forse
che gli stessi suoi militi (sebbene con altri intenti) ma più
disperati e agguerriti. Gli sembrò di vederli nuovamente
lassù, proprio loro, dopo tanti secoli, traversarsegli innanzi
a gran passi, inseguiti da Petreio che veniva di verso Roma,
come gli altri da Fiesole; quel Petreio che qui press'a poco
su quest'alture li aveva incontrati con le sue legioni romane,
e conteso loro di scendere per le gole della Limentra per
recarsi nella Gallia Cispadana a sollevare i popoli in lor
favore. E come Petreio avesse dato di nuovo il segnale della
battaglia, ecco mirar Catilina co' suoi due capitani, Manlio e
Fiesolano, pugnare a spade con grand'animo, senza mai indietreggiare.
Caduti perfine costoro, e Catilina rimasto con
pochi, e soverchiato dal numero più che dal valore, gli parve
proprio di vederlo lanciarsi furibondo com'un leone nel folto
delle falangi nemiche, e combattendo perire! Così al Vergiolesi,
vinto ei pure e ramingo, tormentava la mente quella
impresa infelice! E nondimeno fra le crudeli incertezze del
suo partito e del fine che si era proposto, pien di disdegno
invidiò la fine di quel gran partigiano, del quale con
pari coraggio avrebbe voluto sfidar la morte, ma con altri
propositi, e con nemici più degni di lui.

Or mentre in mezzo al campo de' suoi che prendevano
posa era assorto in questi pensieri, fu scosso e richiamato
dal ritorno dei militi che già innanzi aveva spediti a investigare
i luoghi e le vie della vallata di Limentra, dove ora
dovevan discendere. E costoro con compiacenza gli riferirono,
esser fatti certi che nessun timore doveasi aver di nemici
da quella parte; le vie assai migliori nella discesa: e
a piè della valle trovarsi un Ospizio da potervi far alto al
sicuro, per poi riprendere in pieno giorno l'intrapreso viaggio.
A queste novelle il suo spirito si ravvivò. Ripreso l'usato
e previdente coraggio, comandò d'affrettarsi per quelle crine,
e dietro i noti esploratori incominciar la discesa.

Spuntava omai l'alba del nuovo giorno. Dopo aver salito
[pg!195] 
e salito fra selve e macchie folte, e' non par vero, qualunque
ora che sia, di giunger sopra un'altura. Par che lassù, a
quell'aria fina, e per lo più ventilata, il respiro si faccia
più libero. Con gli occhi poi, se è giorno fatto, potendo
spaziare sopra vasto orizzonte, sembra che anche la mente
ti si riapra, e si rassicuri. Ma a costoro tanta fortuna non
fu serbata! Giunti su quel crinale, l'aria era aperta sì, ma
grave ed immobile. Non s'udiva lo stormir d'una fronda,
un canto d'uccello, una voce vivente, nè campani o belati
di greggi. Quella gran caravana già sul varco della collina,
per quanto assiderata da una gelida brezza più sensibile sul
mattino e sopra a quel vertice, si era arrestata. Tutti allora
con gran desiderio si vollero avvicinare al balzo di mezzodì,
prima che i nuovi monti ne chiudessero loro l'aspetto, per
rivedere ancora una volta da quello sbocco la valle nativa,
le mura e le torri della loro città, e per dar loro un estremo
affettuoso saluto! Ma qual delusione! Quella vasta pianura,
coperta da fitta nebbia fino al crinale de' poggi, parea come
un mare che agita e rigonfia la sua superficie anco quando
è tranquillo. Il cielo era plumbeo, nè dava pur pure speranza
d'un raggio benigno che l'allegrasse: era anzi da oriente
d'un chiarore sì fosco come quando è foriero d'un temporale.
Nondimeno nissun vento il più lieve, per allora, dava segno
di pioggia. Fu questo che fra tante vicende qualche poco
li confortò. Sicchè, già fatto giorno e per vie migliori, o
piuttosto più rischiarate, di più buon animo cominciarono la
discesa.

A misura che andavano in basso, per un sentiero allora
alla destra del fiume Limentra, angusto e precipitoso, e fra
folte boscaglie onde era coperta quella vallata, si presentava
a' loro occhi la sommità d'un'alta torre di stil bizantino, che
sorgeva dal sen della valle; e a poco a poco il tetto d'una
chiesuola e d'un annessovi casamento. Era questo uno spedaletto
diretto da' monaci eremitani pe' pellegrini; di que' tanti
che qua e là si trovavano allora per quel territorio. V'erano
anche in quest'Appennino altri monaci, quelli della badia di
Fontana Taona, cui, fino dal 1056, il conte Guido IV che
dimorava in Pistoia, donò alcuni beni. E colassù abitarono
[pg!196] 
in prima i Benedettini; poi, sino al fine del secolo :small-caps:`XIV`, i Vallombrosani.
Nella pieve di Piteglio fu pure un convento di
Templari fino dal 1182. Ma costoro, meno rari casi, non
avevano per istituto l'ospizio dei pellegrini. Era di qui il
maggior passaggio di questi fra Lombardia e Toscana. Sicchè
a questo Spedaletto, appellato di San Bartolomeo sull'Alpi,
erano addetti particolarmente dal 1200 alcuni di detti frati
eremitani di S. Agostino. E il pietoso ufficio li richiamava
fin anco nelle prime ore di notte a suonare una grossa campana
posta su quella torre, per dar cenno agli smarriti in
que' boschi che ivi era un asilo per essi. Chi discende questa
valle lungo la bella via carreggiabile (adesso alla sinistra
del fiume) aperta non son molti anni da Pistoia a Bologna,
vede ancora quella torre in parte diruta, e l'antica chiesa
con l'ospizio, ora parrocchia, che sempre si chiama lo Spedaletto.

Qui adunque non appena arrivarono, il rettore e il pellegriniere
si fecer loro incontro, e, massime al capitan Vergiolesi,
fu un offerirsi di que' buoni ospistalieri, chi a fare apprestare
ai militi di gran fuochi nelle prossime case, e nei
prati lì presso al fiume; chi a riporre cavalli di maggior
riguardo dentro le stalle: nell'ospizio poi a disporre i viveri
per ristorarli. Per la povera Selvaggia pensiamo quante
cure si diedero i suoi perchè potesse riaversi dal rigore della
stagione e dalla stanchezza, perchè non è a dire se avesse
sofferto! Il suo estremo pallore già abbastanza lo rivelava.
Ma per quanto di salute fosse scaduta oltremodo, e vi si
aggiungesser disagi siccome questi, gravi a un guerriero, tanto
più poi a una donna qual ella era di complessione sì delicata,
il suo molto spirito le faceva tutto obliare. Ed era anzi
lieta di poter dire a suo padre, sì premuroso per lei, che
ella non soffriva, e che si sentiva in forze per seguitare il
cammino. Tutti i militi indistintamente avevan già con premura
chiesto nuove della nobile figlia del lor capitano, e si
tenevano in pregio a vederla con tal coraggio divider con
essi le fatiche e gli stenti, e la reputavano come la dama
della lor cavalleria. Sicchè per quelli animi fieri, ma di
affezioni potenti, fu un conforto anche questo. Pensiamo
[pg!197] 
poi pel padre suo! Rassicurato così il Vergiolesi della cosa
che or più gli premeva, dopo aver fatto alto allo Spedaletto
per circa due ore, ordinò si riprendesse il viaggio, volendo
giungere alla Sambuca di pieno giorno.

La via provinciale apertavi da pochi anni (1847) che movendo
da Pistoia, tocca Porretta, ed è quasi piana fino a
Bologna; prima lungo la Limentra, poi lungo il Reno, le cui
acque traversa varie volte su bellissimi ponti; in allora
oh! quanto diversa! Da S. Pellegrino ov'era un Cassero, o
luogo fortificato, discendeva giù in basso per riprendere una
forte salita, e ridiscender poi precipitosa sulla Limentra, fino
al ponte a Taviano, risalire infine e giù di nuovo calare fino
a Pavana e fino a Porretta; e sempre poi tra folte boscaglie!

Oltre a questa strada sì faticosa, poco dopo da che si eran
mossi, ebber per giunta un'altra grave molestia, per una
pioggia fredda e minuta che cominciò a sciogliersi sopra di
loro. Fanti e cavalli bisognò affrettare il passo, per arrivare
più presto a quello stabile asilo di che andavano in traccia:
il quale benchè in luogo sì alpestre, era da tutti bramato
come un gran benefizio. E già eran giunti in un largo della
valle da dove, benchè l'aria piovigginosa ne velasse alquanto
la prospettiva, poterono scorger su in alto, quasi a picco
sulla sinistra del fiume il merlato e turrito castello della
Sambuca. Quando a un tratto cessata la pioggia, s'offerse
loro alla vista uno strano e meraviglioso spettacolo. Questo
era il *brucello*. Triste fenomeno, che in alcuni luoghi ha
nome di *calaverna* e di *vetriore* che spesso in inverno si
rinnova su questi monti a danno degli alberi e in specialità
dei castagni. Se avvenga che dopo una gran nebbia e una
fitta pioggia, per un vento boreale in un subito l'aria si
rassereni, quell'umidore si condensa all'istante su tutti i
rami degli alberi e fin sopra ogni fil d'erba, cingendoli per
ogni lato d'un involucro cristallino, compatto e pesante. Il
perchè se i venti meridionali non squaglino subito un cotal
ghiaccio, (e talora al sorger del sole i raggi, riflessi sopr'a
quei monti di gelo, e sopr'a quegli alberi invetriati producono
un nuovo sorprendente spettacolo) allora le piante rese più
fragili dal nuovo peso, ma più poi perchè l'acqua avendo
[pg!198] 
penetrato nelle fibre e nella linfa stessa di tutti i rami, quindi
congelatasi, e cresciuta però di volume: ne avviene che ne
frange il tessuto, e guasta gli organi d'ogni pianta, sicchè i
rami di repente si scioncano. Odesi allora per quelle selve
(doglia grande e sciagura pel montanino!) un terribile scricchiolare
e un troncarsi e cader di rami de' castagni, da' più
minuti a' più grossi: e talora è un vederli spaccarsi a mezzo
finanche il fusto: e poi un rotolare sopra un terreno lastricato
di ghiaccio, giù per le chine delle vallate, traendo seco
quanto loro si para dinanzi!

Or tutti i militi che via via giungevano allo sbocco di
questa valle, rimanevano su d'un subito estatici e paurosi a
rimirar quelle piagge e quegli alberi come di vetro, e si può
dire questa selva incantata! Misericordia! gridavano i più;
e torcevano il guardo, facendosi per paura il segno di croce!
Se le fantasie orientali ci avesser narrato d'un bosco, dove
per un essere straordinario si fossero fatti di simili incantamenti,
in quell'istante per certo, fra quel bagliore e quel
fracasso di rami che si schiantavano a vista di quelle schiere,
si sarebbe potuto asserire che appunto allora in questa selva
accadesser l'incanti, e che la fata co' suoi seguaci fosse stata
Selvaggia. Ma essa invece quella gentile a tale aspetto non
meno degli altri era stata sorpresa dallo spavento. Delicata
com'era, e pel grand'umidore venutole dalla pioggia che le
aveva quasi gelate le membra, non ad altro anelò che a spingersi
innanzi per trovare un ricovero.

Per arrivare al castello, lungo un'ultima salita bisognò
sgombrare frattanto, possibilmente, dei maggiori ingombri la
via, e financo, dov'occorresse, portar terra su i rigagnoli
ghiacciati che spesse volte la traversavano. Non sì però
che i piedi ai cavalli non scivolassero; tantochè sulle prime
qualcuno, mal sorreggendosi, rotolò giù per un balzo, e
trasse seco il suo cavaliere. Tutti allora discesi per sicurezza,
li avresti veduti, su, su, trarsi a mano e a fatica il
proprio cavallo. Quel di Selvaggia fu fatto sorreggere da due
robusti palafrenieri, mentre altri procedendo, provvedevano
ai passaggi di qualche rischio. Gli arcieri più destri condotti
da una guida eran già arrivati alla prima torretta, posta
[pg!199] 
sulla porta del più basso muraglione del castello di Sambuca.
Poco dopo vi giungeva il capitan Lippo de' Vergiolesi, che
dal castellano ricevutane la consegna pel Comune di Pistoia,
preceduto da altri militi, aveva subito voluto inoltrarsi fin
sull'alto della rocca. Di lassù, come a segno del preso possesso,
ordinò che si desse fiato alle trombe.

All'udirle echeggiare per tutti i seni di quella gran valle,
que' coloni da' lor casolari vennero a gambe lungo la via. E
se ad essi recò sorpresa, non è a dire quanto quel suono
giunse gradito all'orecchio de' militi che ancor salivano! Fu
di lassù che con questo mezzo il capitano potè dir loro:—Il
possesso è già preso!—E fu di lassù che a un cielo già
chiaro ei potè anche osservare quante difficoltà dovesser vincere
quelle sue schiere. Le vedeva infatti per quella costa
venir su a gran stento, con gravi carichi, fanti e cavalli l'un
dopo l'altro, e superar con prestezza quegli ardui e tortuosi
sentieri, non ostante il gelo di per la strada e l'umidor per
le membra. Finalmente quasi tutti senza gravi sciagure eran
giunti dentro il bramato castello. E allora come grande e
generale il contento! Vedendosi alla perfine al sicuro, e in
luogo sì ampio e sì forte, fu un riaversi e un confortarsi a
vicenda: e speditamente si diedero a provvedere a se stessi
e a' lor destrieri, dimentichi già de' trascorsi disagi.

Poggia il castello della Sambuca sopra un gran monte a
forma di cono, i cui fianchi son vestiti di radi castagni, e la
parte di levante, che alle falde è bagnata dal fiumicello Limentra,
è quasi che nuda, aspra, e a filoni di pietra a grandi
strati paralleli su su fino al vertice. I valloni della Limentra
son ricoperti dovunque dell'arenaria argillosa che s'alterna
con lo schisto marnoso. Vi si rinvengono molti cristalli di
monte. Solo qua e là fra que' massi di sotto al castello si
vede spuntare qualche cespuglio di piccoli cerri e di frassini.
Colui che venendo da mezzodì, dal fondo del fiume vi volge
lo sguardo, riman sorpreso a mirarlo sì alto; sicchè con quell'aggregato
di case che par tutto un fortilizio, con mura
merlate, come era da pochi anni, scosceso tanto da ogni parte,
da non potervi raccapezzare il sentiero, si direbbe un castello
incantato. La sua torre pentagona, di che resta appena una
[pg!200] 
terza parte, in mezzo alla rocca di cinta essa pure diruta,
si elevava gigante e pareva che sfidasse le nubi. Altre due
torri si può dire la traguardavano da' poggi d'intorno. Aveavi
a ponente, sulla vetta del monte cui s'appoggia il castello, la
così detta *torraccia*; e un'altra al di là della valle a levante,
sul monte detto *alla tosa*; nome ch'egli ebbe dall'esser tutto
rasato anche adesso, e senza un fil d'erba. Queste torri
servivano pel castello come di altrettanti telegrafi, che con
fuochi la notte, e il giorno con colonne di denso fumo accennavano,
la prima alla valle del piccolo Reno, la seconda a
quella di Treppio; e per altre a Pistoia. Aveva il castello
su in alto due grandi porte; l'una, a ponente, chiamata la
Pistoiese; l'altra, a greco, detta la Bolognese. Di qui moveva
una via, tutta per una selva di castagni, che con le
tortuose radici, coperte di musco e di borraccina, s'intersecano
fra le fenditure dei massi dove poggia il castello. Faceva
capo giù a Pavana, indi a Porretta, e via oltre, fino a
Bologna.

Certo è che chi occupava a que' tempi questa Sambuca
(che per la stessa sua etimologia significa *macchina guerresca*)
poteva dire di aver la chiave della Toscana, e un valido fortilizio
per far fronte a' rivali. Perocchè fosse per questa
valle della Limentra cui il castello sovrasta, l'antica via che
collegava l'Etruria centrale alla circompadana; e sempre
nel medio evo era il sentiero più frequentato per passar dalla
Toscana nell'antica Gallia cisalpina, detta poi Lombardia.
Il Castel di Sambuca, con Pavana e il Castel di Piteccio, fino
dal mille l'ebbero in feudo i vescovi di Pistoia. Preso il
primo dai Bolognesi, poi dai Pistoiesi ricuperato, il vescovo
Graziadio lo cede in feudo ai conti di Panico. Ma nel 1256,
Guidaloste Vergiolesi vescovo di Pistoia vi rinnovò il diritto
per sè e pel suo Comune, e ne investì un suo parente col
titolo di visconte, o vicedomino. Infeudato così questo castello
con altre due terre alla casata de' Vergiolesi, non è
meraviglia se il capitano una volta costretto ad esulare, e
dai Neri assegnatolo al suo partito, nutrisse brama di porvi
stanza. Fra gli oggetti che vi trovava, oltre un fornimento
di armi di varie guise, e antichi mobili nelle sue sale, in
[pg!201] 
quella maggiore fu sorpreso a mirarvi il ritratto del suo
grand'avo, il vescovo Guidaloste. Era dentro una gran cornice
di nero legno intagliato a rosoni dorati, e aveva nel
campo nella parte inferiore una iscrizione latina che diceva
così: «Guidaloste Vergiolesi nobile pistoiese, nel 1252 eletto
vescovo di Pistoia: nel 1259 fu vicario dell'arcivescovo di
Ravenna, quando questi andò Legato pontificio contro l'immane
Ezzelino. Reduce a Pistoia vi morì nel 1283 lodato
e compianto, ed ebbe in cattedrale onorevole sepoltura.» A
quella vista il fiero vegliardo provò un'interna compiacenza,
che per tante cagioni nell'altero suo animo doveva esser
grandissima. Signore del castello, si sentì rinvigorire lo spirito,
come chi finalmente ha ricuperato la propria casa. Chiamativi
tosto a consiglio i suoi capitani, e mostrata loro con
certo vanto l'immagine di quel suo antenato, fece loro sentire
di qual benefizio essi medesimi gli fossero debitori,
quando oggi sorpresi da tante angustie, potevano in certo
modo ripetere da costui il libero possesso di uno de' più validi
castelli della Toscana. Che ad essi però spettava il
debito di ben munirlo e di guardarlo da qualunque aggressione.

Qual governo tirannico stabilissero i Neri in Pistoia, di
già lo narrammo. Erano scorsi circa due anni che sopra un
popolo inerme e straziato sempre da nuove imposte e balzelli,
invece di farsi più mite diveniva ogni giorno peggiore. Messer
Cino che nella sua qualità di giudice delle cause civili, alle
preghiere d'un popolo abbandonato da tutti, v'era rimasto
in ufficio, vedendo alla perfine che coloro dai quali doveva
attender giustizia avevan rotto ogni freno alle iniquità, e
che a nulla valeva invocar per que' miseri la clemenza, il
diritto e la legge, risolse d'abbandonare l'infelice città. Ma
frattanto ne era dolente oltremodo! Patria e amore erano
stati sempre gli intenti del giovine Sinibuldi. Inviso ora alla
nuova fazione, nelle stesse sue rime si disfogava a dir quello
che sovente vien sul labbro a coloro che qualche cosa operarono
pel proprio paese e ne ebbero tristo ricambio. Se
ne doleva in Pistoia con Lapo di messer Re della casata de
Rossi, probo e dotto cittadino, che rimasto in Pistoia, come
[pg!202] 
giudice delle cause civili, fu eletto a succedergli. Ne scriveva
a' suoi amici: a Cecco d'Ascoli, chiedendo che consultasse
le stelle per qual parte dovesse prender cammino: a Dante,
e si condoleva «d'esser dalla patria per grave esiglio fatto
pellegrino»: infine ad Agaton Drusi da Pisa, narrandogli
che al solo pensare come la sua valle natìa fosse distrutta,
si sentiva il pianto sul ciglio: ma però di partire non poteva
più a meno, e con questi versi glie ne dicea la cagione:

   | Lasciai la patria e gli onorati scanni,
   |  Ed io m'ho preso volontario esiglio,
   |  Da che qui la virtù par si condanni.

Non ve lo ritenevano adunque affetti di patria, essendochè
non potesse venire a patti nè col proprio ufficio, nè per
egual modo co' suoi oppressori. Non v'era più allettato da
legami di parentela, dopochè alcuni de' suoi avevan dovuto
esulare; e il suo venerando zio Bartolomeo, sul finire del
1307, dalla sede episcopale di Pistoia era stato trasferito a
quella di Fuligno. Non avrebbe più poi potuto ritrovarvisi
co' suoi Vergiolesi, e così con Selvaggia.

Nelle pubbliche sciagure politiche non vi ha conforto più
caro dell'amicizia con tali che sieno all'unisono de' tuoi
sentimenti, e dove puoi espandere il tue cuore liberamente.
Questo sacrifizio che ora, rimasto solo fra un avverso partito,
doveva fare agli affetti più sacri, era per lui insopportabile.
Quella casa ospitale dove abitava l'amata sua donna, ed ei
soleva recarsi per ammirarvi quel fiore di gentilezza, era
chiusa per sempre; e quel bel fiore, ohimè! era stato trapiantato
fra i rovi montani e fra i geli; e pur troppo sapeva
come sperdesse e languisse ogni giorno! E ne sentiva tal
doglia, che omai non ad altro anelava che a porsi in viaggio
per rivederla. Quindi all'amico Druso, cui prima di partire
avrebbe voluto recarsi a Pisa per visitarlo, così si scusava:

   | Duolmi che verso il Po spingemi un vento,
   | E non là dove siete.

Il suo pensiero fu quello di andarsene in Lombardia, e
primamente a Milano, a quella nobile e potente città italiana
[pg!203] 
dov'era l'accolta de' Ghibellini, per mandare ad effetto il
generoso divisamento, che già l'Alighieri gli aveva esternato.
Intanto però avrebbe sodisfatto al suo cuore; perchè, presa
da Pistoia la via di Bologna, si sarebbe fermato a visitare
alla Sambuca gli amici Vergiolesi che tuttodì gli scrivevano,
e gli si mostravano bramosi di rivederlo.

Era già scorso circa un anno da che Selvaggia vi aveva
preso dimora. Il padre e il fratello, concordi col capitan de
Reali che molto stimavano, eran sempre all'aperto su pe'
monti a cavallo: qua a fortificar qualche sbocco, e a visitare
i prossimi confini col Bolognese, per tenere in rispetto le
genti vicine che non corressero su quel di Pistoia: là a dar
ordini per nuove scolte che sorvegliassero le vie minacciate
da bande di fieri assassini. Secondati a dovere dai militi
subalterni, questa vita era proprio per loro. Ma la povera
Selvaggia qual conforto potea ritrovarvi? Le sue cugine che
l'avevano accompagnata fino a Piteccio, dopo breve dimora
si eran ritirate col padre in una loro campagna. Lauretta,
divenuta consorte di messer Fredi suo fratello, aveva preso
stanza in Vergiole. Solo in estate era venuta da lei, e vi
s'era trattenuta per qualche tempo: non quanto però avrebbe
voluto, per una grave malattia sopraggiunta a suo padre,
che la richiamò a Vergiole. E il solo riflettere che quella
gentile aveva dovuto passar sola nel romito Castel di Sambuca
tutto un inverno!....

Da quella vedetta una bolgia ampia di neve le si parava
dinanzi, e non altro! Un gran vallone formatovi da tre montagne,
strette in tal modo, che alle falde non davano adito
che al passaggio di un fiume, e solo a settentrione aperte un
po' più, era questo tutto il suo orizzonte! Quando poi accadeva
che la neve ghiacciasse, allora sì che dovunque era
solitudine e ombra di morte da sentirsi stringere il cuore!
Interrotto allora ogni umano consorzio! Chi infatti, come in
altre stagioni, si sarebbe attentato a salirvi? A porsi in via
lassù, il certo pericolo di scivolare e cader giù nel burrone,
ed esser sepolti fra le volute di neve che si staccasser dall'alto,
meno estremi casi, da Pavana o da altri paesetti d'in
basso v'allontanava ciascuno. Essa poi nell'inverno nemmeno
[pg!204] 
v'avesse udito il consueto fragore monotono del sottoposto
torrente! Questo pure co' molti rii che lo alimentano era
arrestato dal gelo! Nell'altre stagioni v'udiva almeno il
cantar degli uccelli, il suono di qualche zampogna, o la prolungata
cantilena de' rispetti che si alternavano da un poggio
all'altro le giovani pecoraie. Adesso non le giungeva alle
orecchie che uno squillo di tromba per l'appello de' militi,
o il rintocco d'una campana pe' sacri riti. Pochi abitatori
rimanevano nella terra in quella stagione; costretti a condursi
per le maremme a guadagnar di che vivere. Gli uccelli stessi
erano spariti da que' dintorni, perchè quando è tempo di neve
volano al basso per cercar d'alimento. Aggiungi un castello,
per quanto ampio, tutto però per milizie, e non punto provvisto
d'alcuno degli agi della città, tanto meno di quanto
occorresse per premunir dal gran freddo, e curare al bisogno
la sua debol salute; e da ciò s'argomenti che nuove annegazioni
materiali avesse dovuto farvi, oltr'a quelle indicibili
dello spirito!

Pensiamo ora qual sollievo potè sentire quel cuore, e di
qual gioia inebriarsi all'arrivo di messer Cino! Era già più
oltre del mezzo di primavera; ma per Selvaggia fu proprio
quello il suo primo e il suo più bel giorno! Quella valle
tanto gelida e scura, da quell'istante le si fece un incanto.
Quel cielo non le parve mai sì sereno: i prati nel loro bel
verde le sembraron fioriti come giardini!

   | L'è rivenuto il fior di primavera,
   | L'è ritornata la verdura al prato.
   | L'è ritornato chi prima non c'era,
   | È ritornato lo mio innamorato!
   | L'è ritornata la pianta col frutto;
   | Quando c'è 'l vostro cuore, il mio c'è tutto.
   | L'è ritornato il frutto con la rosa;
   | Quando c'è il vostro core, il mio riposa.

Questo canto che aveva già incominciato a sentir risuonar
per le selve da una povera pastorella cui era tornato di
maremma il suo damo, pareva proprio intonato per lei. Era
l'inno d'amore, l'inno del cor suo.

[pg!205] 
E Cino?.... A riveder finalmente la sua «giovine bella,
luce del suo cuore,» non ebbe contento che a questo potesse
agguagliare! I Vergiolesi per fine, tutti lieti di sua venuta,
l'accolsero come uno dei più intimi amici, come un di lor
parte, e si onorarono d'averlo fra loro.

[pg!206] 

.. toc-entry:: XVII - L'ambasceria

CAPITOLO XVII. 
==============

L'AMBASCERIA.
-------------

.. epigraph::

   | A che, Roma superba, tante leggi
   |  Di senator, di plebe, e degli scritti
   |  Di prudenti, di placiti e di editti,
   |  Se 'l mondo come pria più non correggi?
   | 
   | Leggi, miser' a te! misera, leggi
   |  Gli antichi fatti de' tuoi figli invitti,
   |  Che ti fer già mill'Affriche ed Egitti
   |  Reggere; ed or sei retta e nulla reggi!

   — Messer :small-caps:`Cino`, *Sonetto*.

Arnaldo di Pelagrua francese, cardinale di Santa Maria
in Porto, nel tempo di che discorriamo risedeva come legato
pontificio in Bologna. Il capitan Vergiolesi vedevasi tuttodì
minacciato da lui, e da quel Comune che parteggiava pe'
Guelfi Neri, d'assediargli il castello. La somma delle ragioni
era quella del diritto di conquista, contro l'avverso partito;
del più forte contro il debole. Le milizie di Bologna si erano
infatti avanzate verso il confine di quel territorio vicinissimo
della Sambuca. Allora sorse nell'animo del capitano di mandar
di nascosto il suo consanguineo Lando de' Vergiolesi,
sotto nome di ambasciatore del vescovo di Pistoia, a papa
Clemente in Avignone, acciocchè e' comandasse che i Bolognesi
desistessero dalle ingiuste pretese. Ma il papa, sospettando
del vero, richiese a Lando il mandato del vescovo. Or
come questo non era che uno di quelli strattagemmi tentato
[pg!207] 
altre volte, trattandosi di possesso già feudo dell'episcopio,
per viepiù impegnare il papa a tutelarlo ne' suoi diritti; egli
invece come sentì che il mandato non v'era, comandò che
lo congedassero. Intanto faceva scrivere al cardinale legato
di Bologna, prendesse possesso della Sambuca pel vescovo
di Pistoia. Il cardinale che era Guascone come papa Clemente,
e nipote suo, pensiamo se esitasse un momento! Inviò
subitamente al castello un suo ambasciatore a significare
al Vergiolesi il pontificale decreto. L'ambasciatore fu Lotteringo
dei Lambertazzi.

Questa casata di parte ghibellina, opposta alla guelfa
de' Geremei, richiama alla mente il tragico fine di due giovani
amanti, Imelda e Bonifacio; colei della prima, questi
dell'altra famiglia. Erano corsi poco più che tre lustri da
che quel crudo fatto avveniva (1273), e aveva diviso in due
parti tutta Bologna. Questa città appellata per antonomasia
la *dotta*; gloriosa pel suo Irnerio e pe' suoi glossatori; fiorente
in quel tempo di circa dieci mila scolari alla sua Università,
la più illustre d'Italia, non potè sottrarsi alle feroci
ire delle fazioni.

Prevalso il partito guelfo per opera de' Fiorentini; e
i Geremei e i Guelfi tutti volendo prendere la rivincita
sulle sconfitte che ebber sofferto da' Lambertazzi e consorti
capitanati dal celebre conte di Montefeltro; faceva aspra
vendetta su i Ghibellini con incendi ed esili. Messer Lotteringo
che era di questo partito, veduta la mala parata, e
preso poi da smodata ambizione, lasciò a tempo la propria
parte e s'acconciò coi curiali del cardinale. Il Pelagrua,
considerato com'egli fosse nobile e ricco e pronto d'ingegno
e della parola, molto volentieri l'accolse fra' suoi; e subito,
come a trionfo sull'avverso partito, lo inviava ora al caporal
del medesimo, in qualità di ambasciatore di Santa Chiesa.
E già costui s'era posto in viaggio e recavasi a compiere
la sua missione.

Quello spazio di cammino che v'è da Bologna ai dintorni
della Sambuca, e che ora per via ferrata fino al ponte della
Venturina si compirebbe in poco più di due ore, bisognava
allora percorrerlo a cavallo in due buoni giorni. Era quella
[pg!208] 
una via che, per quanto la più frequentata per passar l'Appennino
e venire in Toscana, traversata però da fiumane
senz'alcun ponte, le quali per le piene istantanee ne trattenevano
spesso il viaggio; ardua per le frequenti salite e
discese; pericolosa per le vicine boscaglie, d'onde da qualche
tempo sbucavano assassini e aggredivano il viandante; divisò
l'ambasciatore di cavalcarla in pieno giorno con genti del
suo seguito e ben armate. Il primo dì fino al paesello di
Vergato; il secondo fino al Cerreto, o monte della Madonna,
alle falde del quale era l'antico castel Porredo, poi contea
di Porretta, rinomata anche allora, e già da cento anni, per
le sue acque termali. Sperò poi la mattina seguente pervenire
alla Sambuca, ove poco innanzi gli fosse dato di guadare il
piccolo Reno.

Questo fiume, o meglio torrente, che sorge nei monti del
Pistoiese (a Prunetta) e divide il territorio bolognese da quel
di Pistoia, per quanto povero d'acque, verso Bologna ne' tempi
andati dilagavasi tanto, che v'avea formato una isoletta per
la quale andò sì famoso. Perchè è da sapere che fu colà
dove il terribile secondo triumvirato di Ottaviano, Antonio e
Lepido convenne a conferenza, e si divise il governo della
romana repubblica. Cinque legioni stavano a guardia di lor
persone da una riva e dall'altra del fiume. Lepido visitò
il luogo prima che gli altri v'entrassero. Vi giunsero poi
Antonio e Ottaviano, e tutt'insieme si fecero certi non avere
alcun'arme. Per tre giorni vi fu discusso del come partirsi
fra loro le province romane. Poi qui fu segnata la lista di
proscrizione di trecento senatori e di tremila cavalieri; eccettuandone
diciassette che immantinente ordinarono fossero
trucidati. Fra questi il primo designato alla morte volle
Antonio che fosse Cicerone, il grande oratore, il suo stesso
benefattore! Da gran tempo quell'isola più non esiste. Così
potesse cancellarsi la memoria delle tante scelleraggini che
vi furono ordite!

Era circa il mezzo del dì che l'ambasciatore con la sua
gente giungeva al castel di Sambuca. Messer Fredi, nell'assenza
del padre andato a munire i confini, fu ei che l'accolse:
e per la sua natural cortesia, e pel titolo del personaggio
[pg!209] 
s'ingegnò di trattarlo con ogni riguardo. E mentre doveva
attendersi il ritorno del capitano, Fredi allora gli presentò
messer Cino. Costoro per la dimora simultanea avuta in
Bologna, subito si riconobbero: e benchè adesso di contrario
partito, si assisero insieme: e com'è costume fra civil gente,
con animo il più pacato (lo che se non sempre in questi
tempi si suol seguire, tanto era più difficile in quelli) si
diedero a discutere sulla parte politica che ciascuno avea
presa.

—E voi dunque—prese a dire messer Cino—venite
qual ambasciatore di parte guelfa?

—Sì, messer Cino; è la parte cui pel meglio della mia
Bologna credei d'accostarmi.

—Vedete! Ed io invece fuggo i Guelfi che hanno invaso
la mia Pistoia, per andare fra i Ghibellini a Milano.

—Voi dunque sperate nell'imperatore?

—Spero—soggiunse Cino—in un braccio potente, che
ferisca e distrugga le cento idre che avvelenano l'Italia!

E l'altro allora:

—Convengo. Un rimedio alle tante divisioni lo credo
anch'io necessario. Ma piuttosto che invocarlo da uno straniero,
non vi pare sarebbe meglio cercarlo al pontefice, messo
da Dio a conciliare gli umani dissidi, fautore di civiltà; e
che fino *ab antiquo* si pose sempre come scudo fra noi italiani
e i barbari?

—Sempre, voi dite? Ma dapprima, vi prego, non discutiam
di persone, come ora saremmo astretti: quando è
omai noto che papa Clemente d'Italia non è, e neppur vuol
saperne, stabilitosi già in Avignone. Del rimanente, non
v'ha dubbio, il papato ne' primi secoli si adoprò a salvare
il popolo e la civiltà latina dall'oppressione straniera e dalla
barbarie. E a que' papi veramente dobbiam gratitudine. Ma
dappoichè la Chiesa si obbligò di per sè, e quasi direi s'infeudò
all'impero coi titoli baronali ch'ebbero i vescovi, e
coi diritti che si assunsero di poi su i Comuni, dovete convenire
che essa medesima divenne emula ed ostile ai poteri
civili. Di qui la gran lotta: la cui principale arena per
isventura essendo stata l'Italia, ne restò scissa in piccoli
[pg!210] 
Stati fra loro discordi, senza che un solo pontefice valesse
mai a collegarli, e con efficacia a difenderli.

Cui l'ambasciatore:

—E che, messer Cino? Dimenticate voi forse quanto
fece in pro della civiltà e della Chiesa il papato sotto il
pontefice Gregorio settimo? Non fu egli quel vostro terribile
e sapiente monaco toscano [#]_ che presso alla sedia papale
d'un Leone, d'un Vittore, d'un Stefano, d'un Niccolò e d'un
Alessandro, iniziò le riforme, e afforzò il sacerdozio, prossimo
a lottar con l'impero?

.. [#] Di Sovana nella maremma senese.

—Dimenticarlo! no certo.

—Vedetelo poi lui stesso su quella sedia, che difficile
impresa non si prescrisse! Il rinovamento e lo stabilimento
definitivo del celibato ecclesiastico....

—Sia pure, benchè tardi, e fosse opera che non poi rispondesse
alle sue intenzioni.

—L'abolizione delle elezioni simoniache feudali.

—E ben fece.

—L'indipendenza assoluta dell'autorità ecclesiastica....

—Ch'io pur vorrei.

—Il sottrarre la Chiesa dalle pretese delle due investiture,
e dal volerla quasi feudo imperiale.

—Oh sì! Quest'idea concorda con la indipendenza: ma
badate, che di pretese anche dall'altra parte non fu penuria!

—L'affermazione, forse vorreste dire, di incoronare, confermare
e giudicare l'imperatore?

—E qui sta il male!

—Ma, e non fu un dare un più stabile fondamento alla
Chiesa quest'autorità su i regnanti, al pari del poter temporale
offertole da Costantino, e accresciuto dalle donazioni di
Pipino, di Carlomagno, e della contessa Matilde?

—Messer l'ambasciatore, io vi dico che questo anzi, pe'
suoi effetti, de' mali fu il pessimo [#]_ !

.. [#] La Donazione di Costantino ne' tempi posteriori impugnata, allora
   fu avuta per certa generalmente, e la credè lo stesso Alighieri:

      | «Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
      | Non la tua conversion, ma quella dote
      | Che da te prese il primo ricco patre!»
      |
      |  —— :small-caps:`Dante`, *Inferno*, C. XIX.

—Terrete dunque per niente—soggiunse l'ambasciatore—l'aver
[pg!211] 
preparato la grand'epoca delle Crociate; il potere
imperiale abbattuto in Italia; e alla perfine l'aver dato origine
alla formazione dei Comuni?

—Chi sa? Altri forse e in altro modo.....

—No, no, non altri che il papa poteva riuscirvi. Voi
sapete come la potenza del male fra la chieresia e il laicato
aveva preso baldanza, e dirò così, riparavasi dagli anatemi
con la porpora imperiale di Arrigo. Bisognava confondere
i rei disegni di quel principe tedesco ribelle alla Chiesa, e
punirlo.

—Ma e allora la potestà laicale?

—Oh! essa non ne doveva sentire alcun danno. Quasi
impossibil missione era questa, gli è vero, o almeno più che
umana; e, crediatelo, da non potersi compire che per opera
del sacerdozio cristiano di cui era capo il successore di Pietro,
quel potente Gregorio! Ed ei la compì, e la civil società
fu salva, e pacificata la Chiesa.

—Non sarò io—rispose messer Cino—che disconosca
il genio di quel grand'uomo. So che Ildebrando grandi cose
operò a pro della Chiesa, regina allora delle coscienze, e
tutrice di libertà e de' princìpi morali dei popoli. So che
una dittatura papale nelle età barbare, non solo fu scusabile,
ma necessaria per opporsi agli arbitrii del senso, e salvare
i diritti dell'umana ragione. Ma l'arrogarsi il pontefice un
arbitrato universale nelle cose temporali, mentre la lotta era
appunto su di esse: il voluto avvilimento e la destituzione
d'Arrigo, per quanto molto colpevole, e l'eccessivo rigore
nel perdonarlo; fu un dar sospetto che quei mezzi, sebbene
in lui pel fine primario di fare indipendente la Chiesa, non
fossero adoperati anche per ambizione di dominio terreno.
E quello d'aver dichiarato l'imperatore decaduto dal regno,
quello di avere sciolto i suoi sudditi dall'obbedienza e fedeltà;
se in Gregorio no veramente, pe' suoi successori divennero
[pg!212] 
esempi pericolosi, e ampia sorgente di scandali e di
turbamenti fra le nazioni [#]_ .

.. [#] :small-caps:`Denina`, *Rivoluzione d'Italia*.

E a lui l'ambasciatore:

—Nessuna specie che voi, Ghibellino, non possiate persuadervi
come la potenza imperiale in Italia papa Gregorio
fosse riuscito a prostrarla talmente, che non mai più ad assoluta
com'allora si rialzò.

E l'altro:

—Messer Lotteringo! Escludiamo affatto fra noi le questioni
di diritto ecclesiastico. Quanto alla Chiesa, riformatore ne
fu per certo Gregorio. Voi sapete che io, anche come legista,
debbo sempre difendere gli altrui giusti diritti. Intendo qui
solo di riferirmi a ciò che il pontefice avrebbe potuto fare
a util d'Italia; per la quale, vedete, noi Ghibellini! alacremente
adesso ci adoperiamo. Cotalchè però mi si conceda
di dirvi: meglio che il settimo Gregorio, vorrei che al caso
nostro mi aveste ricordato Gregorio primo, papa italianissimo,
e che non mai s'immischiò di cose temporali: perchè le proprietà
possedute dalla Chiesa a suo tempo, non è a dire che
gli costituissero un principato. E' gli parve d'aver sempre
presente quel che Dio sentenziò per Ezzechiello, se ben mi
ricordo, intorno a' figli di Levi: «Ei non avranno eredità:
loro eredità sono io: e non darete loro porzione alcuna
d'Isdraele, perchè la loro porzione sono io.»

—Ma credete voi, messer Cino—soggiunse l'altro—che
a papa Clemente, benchè francese, non stia a cuore
l'Italia?

—Dovremmo sperarlo. Non so intanto se questa sua
traslazione d'Italia in Francia ne dia buon concetto. Ma
piacemi che notiate che a quel primo Gregorio poteva esser
veramente ed era a cuore d'amarla la patria. E la ragione
gli è in questo: che egli sentiva il debito di avere un affetto
particolare al paese in cui era nato, e nel quale s'agitavano
le sorti dell'umanità tutta quanta. E voi sapete che inno
di grazie quel santo pontefice rivolse all'Eterno per aver
ispirato ad un potente un poco d'amore per l'Italia abbandonata
[pg!213] 
agli strazi dei barbari! Non oppresso dal peso delle
cure mondane, provvide anche all'utile temporale de' suoi
figliuoli. E perchè non poteva cadere in sospetto dinanzi al
potere civile che l'utile proprio v'avesse parte, valse ciò
per farvelo attendere più spedito e sicuro, e la sua libera
voce potè essere più ascoltata. Ed oh! se un papa di questa
tempra sorgesse, quanto gran bene al civile stato e alla
Chiesa!

Le Crociate poi e i Comuni per me ebbero origine da
cagioni più alte e più generali: vo' dire, non già per opera
d'individui, ma sibbene de' popoli. Chè, quanto ai Comuni,
stanchi omai della dispotica protezione o d'un principe o
d'un papa sempre fra loro discordi; consapevoli de' propri
diritti, scosser quel giogo, e si prescelsero un libero reggimento.
Mossi poi per le Crociate da un principio cristiano
e cavalleresco, gli è vero, ma bramosi a un tempo di cercare
e di estendere fin nell'Oriente i loro commerci.

—E chi animò—soggiunse l'ambasciatore—chi protesse
se non i papi, da Urbano secondo, quel sacro e nobile
impulso?

—Sì, sì, messere, io vel consento: santa voce fu quella,
e trovò eco in animi già disposti: ma l'impulso era dato.
Ma e poi, del pari che i popoli, seguitarono i papi la loro
via? Le grandi riforme d'Ildebrando, ditemi un poco, dopo
Alessandro e i due Innocenzi, non decaddero in breve sotto
a' lor successori? A' tempi di Federigo lo Svevo l'aspirazione
dei Ghibellini era l'impero romano ricostituito; quello stesso
concetto che a noi pure sembra oggi il più accettabile. Nondimeno,
dopo la morte di lui, si formò in Napoli un partito
per porre l'Italia sotto un solo governo civile, non imperiale
nè teocratico. Parve ad alcuni che la casa di Svevia, e re
Manfredi in particolare, se avesse posto animo intero al ben
del paese, avrebbe potuto essere la salute d'Italia. Frattanto
chi altri, se non i papi, glie l'avversarono? Rammenterete
che fu un Carlo di Angiò chiamato dal papa, che mosse
guerra a Manfredi, e vincevalo a Benevento! E, orribile a
dirsi! fu un arcivescovo di Cosenza, un legato del papa, che
volle insepolto il cadavere di Manfredi su i confini del regno,
[pg!214] 
e pasto alle fiere! Sul compire del secolo decorso non vedemmo
noi forse, messer Lotteringo, i successori d'Ugo Capeto
venire in Italia a prendervi ardire e padronanza inaudita?
Quello stesso Carlo d'Angiò, imbaldanzito per la corona
di Napoli avuta da Roma, non fu egli l'eccitator di
discordie fra i nostri Comuni per divenirne signore? E chi
de' pontefici cercò fermamente di distornarvelo?

—Ma voi, messer Cino, dimenticate papa Gregorio decimo,
e Nicolò terzo!

—Gli unici, sì, che volesser frenare il potere stragrande
dell'Angioino in Italia: ma l'uno con opporgli un altro ambizioso
straniero, un Rodolfo d'Absburgo: l'altro per elevare
a reami Lombardia e Toscana, tenute da Carlo in vicarìa
dell'impero, e conferirle ai suoi nipoti, gli Orsini. Ma morto
appena Niccolò, e succedutogli il francese Martino quarto,
non vi fu egli confermato re Carlo? E crediate, che lunga
signoria v'avrebbe tenuto, se la ferale campana de' vespri
siciliani non l'avesse avvisato che mala impresa erano queste
terre per lui!

Or dite un poco, dopo tutto ciò perchè mai papa Bonifazio
con un re francese collegarsi di nuovo? E vedete trista
mercede! Bonifazio dal re francese e da' suoi è fatto prigioniero
e deriso! Di che io non posso che vituperare l'oltracotante
insultator del pontefice. Oh sì! Venero anch'io,
non crediate, messer l'ambasciatore (benchè noi giureconsulti
civili i vostri canonisti ci mettano in voce di poco men che
d'eretici paterini) venero anch'io la suprema dignità della
Chiesa, che vorrei santa, invulnerata e indipendente; e per
qualche tempo ho sperato che il pontefice, sedente in Roma,
e con la sua grande religiosa missione, si assumesse perfine
a farsi vincolo di concordia in Italia. Ma quando ho veduto
a che termini l'han condotto l'alleanze straniere; e Bonifazio
era pure italiano, e carità di patria e della Chiesa doveva
consigliarlo altrimenti! quando un miracolo di papa era sorto
dopo di lui, ma che la morte in breve ce lo rapì: quando
oggi abbiamo un Clemente francese, che vincolatosi a re Filippo,
accetta il papato, e a quali condizioni! e abbandona la
sua Roma per Avignone, e fors'anco la sua indipendenza!....

[pg!215] 
—Oh questo speriamo che non sarà!—lo interruppe
l'ambasciatore.

E Cino:

—Ed io vi dico, sventura! sventura! Non temete voi
che per tal guisa e' si renda al tutto mancipio dello straniero?
Ecco frattanto che il buon pontefice (m'addolora a pensarlo!)
per credersi forse meglio sicuro nella civil potestà, si rifugia
presso di tale che già gli scava la fossa! Dopo tutto ciò,
che fidanza di patrocinio porge Roma all'Italia? A tanti
mali da chi aspettarci un rimedio? Roma! vedetela ora
questa gran Roma! Essa è agitata dal popolo, e dagl'insolenti
baroni. Da un lato la brama di libertà; dall'altro le
ambizioni dei Colonna e degli Orsini che se ne contendono
il dominio. I cardinali, i legati, da Avignone vanno e vengono.
Alle prese col Senato, mutan leggi ogni giorno, bandiscono
editti, e il diritto canonico vorrebbero in tutto sostituito
al civile. Uomini poi come son di partito, non solo
non conciliano li spiriti, ma li esacerbano con sottili pretese
curiali: i governanti poi peggio, con sordide avarizie, che
crescon balzelli e destano ire e scontento! Credono farsi
forti di soldatesche e di cortigiani: adulano il pontefice e
lo traggono a mal partito. Oh! la Provenza fatta capitale
del mondo cristiano, ancora alcun poco, e saprà vendicarsi
di Roma divenuta provincia!

—Ma che forse Clemente—soggiunse l'altro—anche
di Francia non spediva legati a Firenze, e al duca di Calabria
al campo, perchè si togliesse l'assedio alla vostra Pistoia?
Non li ha inviati a Bologna e dovunque fosser discordie?

—Troppo tardi, e però indarno! E voi Bolognese non
dovete ignorarlo! Clemente sul suolo di Francia, lontano
dalla sua Roma, e collegato co' nostri nemici, perdeva quasi
fra i popoli ogni prestigio! E di fatto quando ancora ha
potuto soggettare all'obbedienza quello ch'ei chiama il suo
stato, se le sue città dipendono sempre da tanti piccoli tiranni?
E di più, che timore parvi che incutano da qualche
tempo gl'interdetti dei papi? Se essi invece, ministri del
perdono di Dio (e voi ben diceste, messi a conciliare gli
umani dissidi) avessero benignamente richiamato gli erranti,
[pg!216] 
levata la voce autorevole sopra principi e popoli, e chiesto
alle città partite il sacrifizio de' propri rancori per unirle a
concordia: se essi, primi ad esempio, la potestà ecclesiastica
avesser ritirata ne' suoi confini, e lasciata cui spetta al tutto
libera la civile; allora, oh! allora la parola e l'autorità loro
sarebbe stata per ogni dove tanto più efficace e potente, e
Italia di già avrebbe goduto una più florida vita.

—E voi vi date a credere, messer Cino, che tante nostre
repubbliche e principati si comporranno a concordia, e si
daranno agevolmente in tutela d'un solo, e d'un imperatore
germanico? Attendete, e lo vedremo venir, sì, a pacificare
l'Italia, ma alla sua maniera però: vo' dire, a lusingarla da
prima con belle parole: quindi a prostrarla con le imposte,
col terrore e le stragi!

Oh! i Guelfi, del vessillo papale d'assai ne han fatto
stromento alle proprie ambizioni e agli odi di parte! È ormai
tempo che i veri amatori della patria v'apprestin rimedio,
se non vuolsi che in breve tutta quanta sia campo di civil
guerra. Sperare che Italia, confederata fra' suoi Comuni e
le altre signorie, voglia unirsi a scambievol difesa, troppa
individualità è fra loro; soverchia indipendenza e gelosia vi
predomina! Meglio sarà raccogliere i freni di popoli sì sbrigliati
nella man d'un sol uomo d'onde egli sia (quando italiano
come l'avremmo voluto non può aversi) purchè virtuoso,
autorevole, e di braccio potente.

—E sperate con questo?....

—Quali che sien per esser gli eventi, noi, scevri affatto
da spirito di partito....

—Oh si!—interruppe l'altro.—Voi dite di far parte
da voi medesimi, ma intanto siete coi Ghibellini!

—Crediatelo, messer Lotteringo, io non mi sento più
Bianco che Nero. Odio le discordie; vorrei la giustizia. Per
noi l'esser oggi coi Ghibellini è un mezzo unico di previdenza
che si estende a tutta la nazione; è il principio dell'autorità
imperiale contro la curiale a utile dell'Italia. Ma
ci preme egualmente di richiamarla a' principii sì civili che
religiosi. Però, forti del nostro proposito, con questo modo
avremo tentato di liberar le sue terre da' cento loro tiranni,
[pg!217] 
e di raccogliere le membra sparte della nazione. Con ciò
s'intende che, mantenuta intatta la sede e l'autorità del
pontefice, la potestà spirituale non invada la temporale;
l'una sia distinta dall'altra; ed ambedue cospirino al comun
bene. Noi vogliamo che Arrigo, questo erede del grande
impero latino restaurato da Carlo Magno, il solo oggi pari
all'altezza e alla difficoltà dell'impresa, scenda in Italia e
vada a Roma, e risiedavi coronato re de' Romani, e pianti
di nuovo la vittoriosa aquila de' Cesari sulla vetta del Campidoglio.
Di colà solamente, afforzata in esso unico moderatore,
l'autorità delle leggi e la potenza dell'armi, potrà
riconquistare alla patria l'antica gloria e l'imperio su tutte
le genti. Noi vogliamo per fine che corregga Italia con sapienza,
amore e virtù; e che ciascun municipio, convenendo
in quel solo legittimo principe, possa serbare a un tempo il
suo libero reggimento [#]_ .

.. [#] Tali le opinioni di Dante, cui consonavano quelle di Cino; perchè
   ambedue credevan salute all'Italia la discesa dell'imperatore.

Se l'imperatore, nè Guelfo nè Ghibellino, fatto tacere
intorno a sè ogni spirito di fazione, starà solo per la giustizia,
in breve ne vedremo mirabili effetti. Un imperatore e
re de' Romani che viene con lealtà salvatore e riordinatore
d'Italia, non l'avremo per certo come straniero. Se poi i
popoli infermi e sdegnosi di farmachi rigetteranno questa
salute, e il nostro concetto sarà disperso; se di gente libera
e di nazione potente quale potremmo essere, vorremo starci
in discordia e in servitù, forte ce ne dorrà, ma non sarà
nostra colpa.

Forse in un tempo assai lontano da questo, dopochè l'Italia
per guerre fratricide sarà fatta deserta, e i suoi popoli, chi
prima chi poi, cadranno in preda di più fieri tiranni: dopochè
nuovamente saran dilaniati per guerre di conquiste principesche,
o per altre terribili di religione: quando perfino le
più libere idee a prezzo di molto sangue avranno sconvolto
i troni più antichi, e su quelle rovine risorto che sia il sole
di libertà, e rinnovatosi il giure europeo, i più degli Stati,
con patto novello, con una separazione assoluta fra essi e la
[pg!218] 
Chiesa giungeranno a godere i nuovi frutti di civiltà; allora
forse questo nostro divisamento, sopravvissuto di secolo in
secolo e propugnato da liberi petti; oh! allora chi sa che
per incredibili eventi non si veda compiuto; e Italia, solo
allora risorta e con un suo proprio principe, ritorni unita,
forte e gloriosa!

Mentre che messer Cino, come ispirato, con tai parole
poneva fine al suo dire, annunziavasi nella sala il ritorno
del capitano. Allora il Sinibuldi si congedò: e l'ambasciatore
trovatosi in presenza del Vergiolesi, liberamente gli
espose la sua missione.

—Io non so—freddamente e con sarcasmo risposegli il
capitano—con qual vero nome appellare questo benigno
atto pontificio, e questa nobile ambasceria che il vostro legato
vi commetteva! Impormi di rendere questa rocca al
vescovo di Pistoia, che neppur ei la domanda? E come e
perchè questo? Oh! non si rendono agevolmente le castella
ai decreti d'un papa, che, pregato mediatore per la giustizia,
autorizza invece una minacciata conquista: nè tanto meno si
cedono alle folli pretese d'un cardinale, quando Filippo Vergiolesi
ne fu solennemente investito, e n'è legittimo possessore!

Questo voi direte, messer l'ambasciatore, al cardinale
Arnaldo di Pelagrua; e che, se egli il castel di Sambuca per
violenza il vorrà, venga con le sue genti, ch'io con le mie,
dalle mie torri e da' miei balzi l'attendo!

Ciò detto, comandò che l'ambasciatore e sue genti fossero
serviti di vivande e rinfreschi, e con ogni sorta di cortesie
fossero accomiatati.

[pg!219] 

.. toc-entry:: XVIII - L'addio

CAPITOLO XVIII. 
===============

L'ADDIO.
--------

.. epigraph::

   | «Onde ne vieni, Amor, così soave
   |  Con il tuo spirto dolce, che conforta
   |  L'anima mia, ched'è quasi che morta,
   |  Tanto l'è stata la partenza grave?»

   — Messer :small-caps:`Cino`, *Sonetto*.

Le discordie cittadine, l'ire di parte, e le guerre degli
Stati d'Italia piccoli o grandi fra loro, non erano nel medio
evo che l'effetto di un assoluto municipalismo che, insieme
al concetto cosmopolita, tuttor dominante, dell'impero romano,
non faceva lor concepire neppur l'idea di nazione fosse pur
federata, non che quella della sua unità. Forse questa partizione
e varietà di Stati, ad un tempo gareggianti fra loro
all'incremento della lingua, delle scienze, delle lettere, delle
arti, delle industrie e dei commerci, era un preparamento
necessario, una condizione indispensabile perchè l'Italia, solo
dopo tante prove di gloria e di sventura, apprendesse il suo
meglio nella concordia, e riuscisse sicura a proclamarsi di
nuovo la più nobile delle nazioni. Ma frattanto si vede che
pochissimi spiriti de' più eletti formarono allora sì generoso
pensiero; e che, per quanto si sforzassero con ogni ragione
di proclamarlo, commendarlo ed estenderlo, la voce loro riuscì
impotente o non intesa sopra popoli non disposti.

E qui in qualche modo vogliamo accennare la gran differenza
che passa fra la libertà che in Italia alla perfine godiamo,
e quella del medio evo. Gli uomini d'allora non conobbero
[pg!220] 
che l'idea dell'umanità, come gli antichi quella sol dello
Stato. Credettero all'unità del genere umano, all'unità religiosa,
a quella del linguaggio, non mai però all'unità di nazione.
Tant'è vero, che ciascun popolo piccolo ch'e' si fosse,
retto a Comune o a principato, volle essere indipendente l'uno
dall'altro; e al più al più, secondo la parte presa, starsi in
protezione o del papa o dell'imperatore, o sotto il mal governo
d'un tirannello dipendente da un di loro. L'idea di nazione
neppur la lega lombarda si può dir che l'avesse incarnata. A
chi ben guardi non è che movesse guerra per l'indipendenza
d'Italia, ma per sola difesa delle libertà municipali. Libertà,
non v'ha dubbio, si voleva da tutti, ma dentro alle mura
d'una sola città, o ai confini del proprio Comune. Il popolo
non bramava che quella che favoriva l'industrie, che frenava
le angherie de' magnati, e pel commercio con l'estero ne
accresceva la floridezza. Vi volevano uomini di gran genio
e che non parvero di que' tempi, per vedere che importava
cessar le ire di parte, abolire i privilegi infiniti; e quanto
ai molti e svariati governi, sottrarli al potere ecclesiastico
per raccoglierli sotto un forte e unico potere civile: non
però tale per la condizione de' tempi da potersi temperare,
siccome adesso, per una libera costituzione. Ma come conseguir
questo fine con elementi di tal natura? Non erano
esse le due grandi potenze invocate, egualmente dispotiche
e aspiranti a una monarchia universale, e da cui era vano
d'attendere che per loro l'Italia fosse libera ed una? E
come con l'idea della universal monarchia si sarebbe potuto
restaurare a Roma, già da secoli sede del papa, il vecchio
trono de' Cesari, e l'impero latino, non divenuto omai che
un vanto e una tradizione? Come distruggere in Italia a un
tempo i privilegi di tutti i poteri su cui si basavan le leggi
di ciascun Municipio, che sotto forma o di repubblica o di
principato la governavano?

Eppure non mancarono uomini fra i Ghibellini che v'avesser
gran fede, e si dessero a promovere la difficile impresa!
La quale se da prospero esito non fu coronata, ad essi però
l'onore e la gloria di avere ad ogni modo iniziato il generoso
concetto dell'unità nazionale. E soprattutti al divino Alighieri!
[pg!221] 
Il cui genio in un'epoca di contrasto tuttora fra l'impero e
la chiesa, fra 'l diritto e la forza, seppe, primo fra gl'italiani,
elevarsi alle serene regioni della scienza, e rinvenirvi il principio
del patrio risorgimento e della civiltà universale. Ammaestrato
dalla sventura e dall'esperienza, ramingando di città
in città, in mezzo a popoli di vari dialetti e costumi, e fra 'l
triste spettacolo delle fazioni; filosofo e teologo, vedute le
due autorità, politica e religiosa, in aperta lotta fra loro:
nella sua alta mente immaginò e comprese che l'Italia, partita
in tanti piccoli Stati, con reggimenti incerti e poteri effimeri,
fra tante agitazioni e discordie, non avrebbe potuto
trovar posa che nell'attuazione della unità di reggimento,
non che di una riforma politica, e della disciplina ecclesiastica.
L'Italia divisa, agli occhi suoi era serva, e indegna del nome
di nazione. Testimoni di questa fede i suoi cento canti della
*Divina Commedia*, il trattato della *Monarchia*, e le sue esortazioni
ai principi e popoli dell'Italia, e in particolare agli
amici più intimi che volle a parte della grand'opra, fra i
quali vediamo de' primi messer Cino de' Sinibuldi.

Che se, com'è detto, gli elementi proposti allora dall'Alighieri
non corrisposero, nè poterono, anche di per sè, esser
valevoli ad attuare almeno il pensiero magnanimo della nazionale
unità: esso però da quel tempo nella mente d'alcun
grande italiano pur talvolta risurse. E noi il travedemmo
ne' nobili carmi del Petrarca, e ne' politici discorsi del Machiavello.
Dappoi con le straniere dominazioni una notte di
secoli si distese sul bel cielo d'Italia, nè un solo astro benigno,
pur quello della speranza ultimo a estinguersi, più vi
brillò! Ma le dure catene che l'avvinsero d'ogni parte, pur
quando modernamente ogni Stato d'Europa costituivasi a
libertà, stancarono i popoli, e li riscossero. E giurarono in
cor loro di volersi unanimi conquistare quel libero reggimento
che tanti despoti lor contendevano, e che sentivano omai di
dover meritare. Il voto dell'Alighieri con più attuabili modi
raccolto in segreto dagl'Italiani, cresciuto in breve e diffuso,
cominciò ad esplicarsi in iscritti e in generosi conati. Le
patrie rivoluzioni e battaglie del secolo decimonono ne affrettarono
gli eventi: e per tal guisa quel voto rimase e fu tramandato
[pg!222] 
come unico principio e divinazione del mirabile nostro
rinnovamento.

E ben fu che a sì gran cittadino Firenze sua festeggiasse
nel secentesimo anno della sua nascita! Ben fu che in quel
memore giorno in cui l'Alighieri cominciò la sua vita, sacra
all'arte e alla patria, al dolore e alla verità, gli erigesse
una statua sulla piazza del tempio dell'itale glorie! E colà
in quel giorno fu bello a vedere, compresi di gratitudine al
divinatore delle italiche sorti, come a solennità nazionale, e
ad inaugurare in suo nome la nuova civiltà, raccogliersi tutti
i rappresentanti delle provincie del bel paese, e di nuovo
sciogliere il voto alla tanto sospirata unità e libertà della
patria; che alla perfine, nel memorabile 1866, con la indipendenza
dello straniero, dopo una lotta di dodici secoli fu dato
di conseguire!

Abbiamo già detto come l'unità dell'Italia fosse intesa e
bramata da pochi, e sol tra' più nobili Ghibellini d'allora; e
come la dimora di messer Cino alla Sambuca non dovesse
essere che una stazione per condurlo fra loro nelle terre lombarde
a discutere il modo più atto, con l'arrivo dell'imperatore,
a compir la grand'opra. Se a quel castello messer
Cino non avesse trovato che gli amici suoi Vergiolesi, cotal
dimora sarebbe stata assai breve. Ma v'era pure la donna
del suo cuore! Colei, che da lungo tempo non avea riveduto
e che sapeva sì scaduta ed afflitta! E a veder come, dal
momento del giunger suo la salute di quella gentile ogni dì
più rifiorisse; e com'ella, quasi obliando i propositi e gl'impegni
che Cino stesso non le aveva nascosti, si facesse una
dolce illusione; e confidasse, che a quel castello dove ei fu
tanto aspettato, e dov'ebbe dai Vergiolesi tanti segni di gradimento,
dipendeva da lui di protrarvi la sua dimora; ben
può argomentarsi da che contrari affetti fosse combattuto
quel cuore! Chi infatti non avrebbe voluto restarsi a convivere
fra amica gente non solo, ma insieme all'amata donna;
quando essa a lui ogni dì porgeva certezza, che quella sua
salute sì debole, non che l'ardor dell'affetto col rimanerle
d'appresso rinvigorivano; mentre con l'abbandono queste
forze vitali si sarebbero affievolite e con suo grande rammarico?

[pg!223] 
Eppure il tempo di partire era giunto! Parola di dolore
è l'addio, ma bisognava pur proferirla!

Essi eran soli, il giorno della funesta partenza!—Il cavallo
di già sellato attendeva il suo nobile cavaliere sopra
un piccol ripiano dinanzi al castello, condottovi a mano dal
suo fido valletto, insieme ad un altro del Vergiolesi che doveva
servirgli di scorta. In basso poi avrebbe trovato altri
uomini d'arme che per sua sicurezza l'avrebbero accompagnato
a cavallo fino a Bologna. Messer Cino si era già inteso
con gli amici suoi, messer Lippo e messer Fredi, concordi
nel suo pensiero politico: solo dolente di doverli lasciare
in lotta coi Bolognesi pel posseduto castello. Frattanto non
gli dava il cuore di doversi distaccare dalla sua Selvaggia.
E quante ragioni non ve l'avrebber trattenuto! Ma un sacro
dovere, l'amor della patria, era in lui sì potente, che gli
faceva, in parte, sacrificare un affetto sì caro.

—Voi sapete—mestamente ei le disse—dove l'onore
mi chiama! I miei amici, e massime Dante mio, con calde
parole mi vi scongiura e mi esorta. Non per questo vi potrà
esser mai un istante ch'io dimentichi la mia dolce Selvaggia!
Verrà con me impressa nel cuore la vostra immagine sempre!
Questa sola mi basterebbe. Ma pur vedete (e mostravale un
suo ritratto), anche i miei occhi usi a contemplarvi, cercai
che da lunge di tanto bene in qualche modo non ne fossero
privi. Le vostre lettere poi mi solleveranno da tanto dolore.
Voi riceverete le mie. E quando la mia missione sarà compiuta,
dalla quale mi auguro fra gli altri beni il vostro ritorno
in città, affretterò il momento di ricondurmi agli amici,
ed a voi, che foste e sarete pur sempre la donna del cor
mio e del mio pensiero. E ora, o Selvaggia, d'un favore
vorrei pregarvi. È qui (e le porgeva un involto di carte
scritte di sua mano) egli è qui che ho raccolto tutti que' versi
che il vostro amore mi ha ispirato. Permettete che restino
in mano vostra. Non tutte per certo le povere mie rime le
conoscete. Ne troverete pur altre che forse vi moveranno
a pietà, e forse da voi di qualche stilla di pianto saranno
bagnate!

—Oh! sì! messer Cino, sì—rispondeva ella con passione
[pg!224] 
accettando quelle carte, e stringendole al seno.—Ecco tutto
quello che mi resterà di voi!

E già calde lacrime le cadevano per le guance.—Ma io
saprò farmi forza. Voi partite per una nobil missione. Al
vostro ingegno si schiude il cammin della gloria; e io...!
Oh! io non farò che voti i più ardenti perchè vi sia dato
di conseguirla. Ma intanto!... Vedete in che solitudine,
in che sconforto io mi resti quassù! Oh! perchè il padre
e il fratel mio non presero a seguirvi anche in questo?
Non era egli un dovere che si spettava a ciascuno di
nostra parte? E allora colà nelle terre lombarde, non
disgiunta da' miei cari e da voi, qual grato compenso non
avrei avuto alle patite sciagure! Quanta gioia a questo povero
cuore.... vedervi uniti e concordi nella nobile impresa
di redimer la patria; poterne divider d'appresso le speranze
e i timori: ed io delle prime avere il vanto di giubilare ad
ogni ostacolo che mi svelaste d'aver superato! E là, se
anco i giorni del viver mio avesser dovuto abbreviarsi.....

—Selvaggia!—ei la interruppe—ve ne scongiuro, non
più! Non vogliate con questi detti crescere a dismisura
l'acerba pena che provo per sì necessaria partenza! Di nuovo
io lo prometto, e lo giuro! Lasciarvi ora.... pur troppo!....
ma non mai nel mio pensiero! La vostra dolce memoria mi
farà più lieve il dolore dell'assenza, e ogni ostacolo da superare:
e presto, sì, presto n'ho fede, la buona fortuna consolerà
voi generosa, e degna di miglior sorte!

—I vostri voti, Cino, se mi son cari!..... Ma temo che
omai per me infelice sieno indarno! Da troppo gran tempo
il peso delle sciagure s'è aggravato sopra il mio capo! Ma
questa.... oh! questa vi pone il colmo! E già un fatale
presentimento che.... forse mai più....

—Non mai!—Cino subito le soggiunse—non dite
questo per pietà, mia dolce Selvaggia! Voi mi aggiungete
dolore a dolore. Noi ci rivedremo! e presto;... e allora...
oh! allora per non lasciarci mai più!

E strettala dolcemente al seno, si sentì posar su di esso
quella sua bionda testa come nel più grande abbandono.

Un singulto convulso erale succeduto ai prolungati sospiri,
[pg!225] 
e da que' begli occhi scendevano grosse lacrime e le bagnavano
il volto. Egli presala per mano, facea di sorreggere
quel suo dolce capo a uno dei suoi omeri: ma sentitosi fortemente
commosso, temè ad ogni tratto gli si smarisser le
forze. L'amicizia e l'ospitalità gl'imponevano d'altronde
sacri doveri. Sicchè fatto superiore a se stesso, tentò di dar
animo alla infelice, più volte chiamandola a nome con molto
affetto. Ella allora sollevata la faccia, e tacita con lungo
sguardo affissandolo, giunse le mani verso di lui come in atto
di fervente preghiera. Cino l'aveva compresa, e volea pur
frenare la sua gran commozione assicurandola del suo presto
ritorno. Ancora una volta la strinse al seno, e partì; ignaro
che quello sarebbe stato l'ultimo addio!

Tornato di nuovo nella stanza dei Vergiolesi, gli abbracciava
con grande affetto; e in un baleno era già in sella.

Il vecchio capitano seguì l'amico finchè non giunse al destriero;
poi con gli sguardi e coi voti, commosso egli pure
oltremodo, perchè omai consapevole di quell'amore di messer
Cino, paventava di già per la salute della sua cara Selvaggia.
Essa aveva voluto rivederlo ancora una volta di su dal verone,
e per le svolte della montagna accompagnarlo col cupido
sguardo. Ma come la costiera del poggio le ne contese
la vista, non le resse pur l'animo, e vi rimase quasi priva
di sensi. Il padre però e le donne di famiglia furon preste
a soccorrerla. Ma affanni sì crudi a cor gentile son ferite
mortali; e mal si potrebbe con dolci modi e con amiche parole
apprestarvi un rimedio!

[pg!226] 

.. toc-entry:: XIX - Le insidie

CAPITOLO XIX. 
=============

LE INSIDIE.
-----------

.. epigraph::

   | «Ma non vi spiaccia entrar nelle nascose
   |  Spelonche, ov'ho la mia segreta sede;
   |  Ch'ivi udrete da me non lievi cose,
   |  E ciò che a voi saper più si richiede.»

   — :small-caps:`Tasso`, *Gerusalemme*, C. XIV.

Vedutosi il Fortebracci andare a vuoto ogni tentativo di
ravvicinarsi a Selvaggia, nè potendo più altro, neppure, come
bramava, avere il modo di tormentarla, riparata lassù in quel
castello inaccesso: nell'isolamento in ch'ei si pose dopo
l'assedio con la coscienza d'esser ripudiato da tutti, era
caduto in uno sgomento mortale. Solo qualche potere esercitava
su lui quel Nuto che tenea con sè. Egli era il suo
incubo, per così dire, che premevalo senza posa. Non però
che talora in qualche lucido intervallo non ne vedesse tutta
la infamia, e non lo esecrasse. Ma posto ormai sopra una
mala via, nè per folle superbia volendo ritrarsene, si sentiva
sospinto a non poter seguitare che a quella scorta. Costui
intanto facendo suo pro d'un'astuzia la più raffinata: accortosi
che larga mercede poteva ritrarre ogni volta che al Fortebracci,
sempre cupo e atrabiliare, suggeriva qualche espediente
da indovinargli il pensiero e dargli lusinga di soddisfar
le sue brame; si fece innanzi anche adesso, e gli propose
un partito, poco importava se fosse possibile, certo de' più
arrischiati, senza dir de' più tristi.

[pg!227] 
Accadde per questo che il Fortebracci ingarbugliato talmente,
e infanatichito della proposta, un tal dì lasciò in un
subito quel suo poggio romito e venne a discendere nella
valle della Limentra.

Come l'astòre che dalle vette del San Gottardo va di
vallone in vallone per gittarsi laddov'è più certo di ghermir
la sua preda; tale il triste uomo col suo malvagio consigliero
era venuto colà a tentar di sbramare le insaziate vendette.
Quel Musone della Moscacchia che in Pistoia abbiam visto
caparrato da Nuto, e fatto stromento della congiura nel
Castel di Damiata; riuscito con Fuccio, suo compagno di
latrocini, a far buona preda in tempo dell'assedio su i vivi
e su i morti, s'era di nuovo riparato in quella valle montana.
Ma non più al suo paese della Moscacchia vicinissimo
a Sambuca. Perchè, per le vie di quelle montagne rinnovatesi
spesse aggressioni dalle sue bande, i due Comuni di
Pistoia e di Bologna vi avevan fatto raddoppiare di vigilanza
per purgare i luoghi da que' masnadieri, e assicurarvi il libero
transito.

Evvi un luogo sulla via carreggiabile fra Bologna e Porretta,
che, da un'immagine della Vergine postavi chi sa
quando, si denomina la Madonna del sasso. Gli è un monte
petroso che lascia intraveder dal di fuori varie caverne, apertesi
da antico tempo dentro di esso pel franar di que' poggi,
che hanno ancora un instabil terreno; tanto che in alcuni
luoghi la via ferrata si è dovuta costruire su terrapieni nell'alveo
del fiume. Le dette caverne furon poi fatte ad arte
più ampie, con lo scavarvi pietrami ad uso di fabbriche. In
una di quelle, più larga e più internata nel monte, si stava
nascosta la masnada di que' malandrini con alla testa il fiero
Musone. Non era bastato ai due Governi del Pistoiese e del
Bolognese l'aver fatto impiccare anni addietro sulla pubblica
via un certo contrabbandiere de' loro, chiamato Lupo, e altri
di questi assassini [#]_ . Quelle folte macchie eran proprio tane
sicure per queste belve. Da poco poi che v'era tornato Musone,
sotto un capo sì audace ripreso ardimento, di nuovo
[pg!228] 
s'eran dati ad assaltar notte e giorno ogni viandante che
senza valida scorta si fosse attentato di tener quella strada.

.. [#] :small-caps:`V. Arferuoli`, *Storie pistoiesi* M. S.

Come Nuto potè informarsi di tutto questo (chè il viluppo
della matassa era interamente in sua mano, e a lui, si può
dire, era stato commesso di distrigarla) cominciò a frequentare
uno dei manutengoli di cotestoro a una certa osteria
del villaggio della Moscacchia. Si assicurò di lui con danari;
sicchè questi non esitò a dare un cenno al capo di que' malandrini,
che v'era tale cui occorreva il suo braccio. Ma
venire con Musone a parlar testa testa, era difficile molto,
e facilmente potea dar sospetto. Bisognò, secondo che gli
fu detto, accettar la proposta di passare una tal notte per
la via a non molta distanza da quelle caverne; e se mai da
alcuno potessero esser veduti, fingere di lasciarsi arrestare
dalli stessi malandrini, che da un segnal convenuto dovean
riconoscere, per poi farsi condurre là dentro. E così fecero.

La notte era al colmo; quando Nuto e il Fortebracci
usciti nel giorno, ben armati, dall'osteria della Moscacchia
dove alloggiavano, dopo molte ore di cammino per mezzo a
boscaglie, ed evitando la pubblica via, eran venuti a far capo
ad essa a sinistra del Reno, e si trovavano appunto sotto
quella scogliera. Pochi passi a quel buio tentavan di fare,
per un ammasso informe di pietre frananti, che in parte lungo
la nuova via provinciale ancor vi si scorge, e che a quel
tempo siccome adesso, dall'alto del monte protendeva nel
fiume. Ma i masnadieri vi stavano all'erta. Bastò il segnale
convenuto per essersi subito intesi. Da tre scherani infatti
(nè si avrebbe saputo da dove uscissero) Nuto e il Fortebracci
eccoteli circondati. Allora, senz'altro, via in silenzio con
essi; uno avanti per farne strada, poi loro, e dietro i due
altri. Bisognava aggrapparsi su per que' massi con le mani
e co' piedi e girarvi d'attorno. Ma pe' conduttori non era
un andare alla cieca. Le orme da porre, il come e il dove,
a loro soli era noto. A un certo punto imboccano in un
piccolo antro, e poi là là per un passaggio sinuoso ed angusto;
finchè brancolando fra 'l buio, s'accorgon di essere in un sito
più ampio. Qui dati i nomi (prescrizione indispensabile) all'improvviso
fu accesa una face di resina, e si avvidero di
[pg!229] 
essere innanzi al capo de' masnadieri, a quell'uomo terribile
di Musone.

Ravvolta la testa nel suo cappuccio, se ne stava sdraiato
sovr'alcune pelli lanute, là in un canto della caverna, e senz'armi.
Nè farà meraviglia, perchè ad ogni istante poteva
staccarne una da quelle pareti, da cui pendevano stocchi,
accette, spade e stili; armature di ferro, giachi e celate. Vi
si scorgevano anche ammassati sacchi di ricche prede, e ogni
sorta di provvisioni che occorrono al vitto. Per rimanervi
poi più sicuri, da quelle crepe, veri nidi delli scorpioni, spiavano
tutto giorno lungo la via, se qualcuno mai si avvicinasse.
Chè, se fossero stati militi venuti lì per sorprenderli, addossavano
grosse pietre alli sbocchi dell'antro, e con spranghe
di ferro ne sbarravan la entrata: si nascondevan più oltre
per que' seni di sterminata lunghezza; o per altre uscite che
potevan dischiudere, e che mettevano in un bosco foltissimo,
si aprivan la via a fuggire.

Levatosi Musone dal suo giaciglio non appena fu fatta
luce:

—Alla fine ci rivediamo, messer Fortebracci!—come in
aria di trionfo esclamò.—Nobile cavaliere, voleste proprio
qui in casa mia venire a rendermi visita! Oh! ben faceste,
vedete; perchè se v'occorre, Musone qui vale ancora un po'
più di quel che non valesse a Pistoia.

—Mi è noto,—replicò il Fortebracci:—egli è per
questo ch'io di nuovo ricorro a te.

—Si tratterebbe—ripigliava Nuto.... Ma vedendosi
intorno coloro che ve li avevan condotti; preso al braccio
Musone, e movendo pochi passi per entro ad un altro sbocco,
gli espose a bassa voce e in succinto quel che loro occorreva.

Dopo di che ritornati:

—Ritiratevi!—ordinò Musone agli scherani.

E rimasti soli, voltosi al Fortebracci con quel fare birbesco,
e da padrone della situazione, dinanzi ad uno che
aveva bisogno di lui:

—Ho capito—soggiunse. E scotendo la testa, e fendendo
l'aria con la mano:—Eh! messere! Bisognava aver
fatto un po' più a modo mio, laggiù! Un albero che t'auggia,
[pg!230] 
si taglia. Per un rivale non ci vuol meno. E ora ei
l'ha scampata!

—Egli, dicesti? Ma che?.... dunque tu stesso?....

—Io, sì; con brava scorta di gente d'armi, lo vidi io da
questi miei pertugi passar di qui, gli è già qualche tempo
sul mezzo del giorno; e gente del capitan Vergiolesi, mi parve,
oh! anzi era, quella che andava con lui!

—Sta bene, comprendo!—rispose l'altro aggrottando
le ciglia.

—Per questo, messere, una andata male, che importa?
Vuol esser raddoppiar d'astuzia e d'ardire. Vedete io? Sfido
ed affronto ogni giorno il destino. E se non fosse un maladetto
conte che mi perseguita.... (Era costui il conte Tordino
da Panico, capitano delle milizie bolognesi per quelle montagne,
cui fu commesso dal Governo di vigilare per render
sicure quelle vie montane e que' confini da cotal gente). Ma
i vili son quelli che cadono. E or vedo voi, o mi pare, in
un certo abbandono.... Eh via! su, su, ardimento, messere,
e qui a me la faccenda! Che volete dunque? Questa dolce
donzella farla vostra, s'intende! E intanto vederla a ogni
costo! Affè che gli è alta e ben cinta di ferro la gabbia
di questa vostra colomba, e prima che il nibbio v'arrivi e
ve la faccia snidare!.... Ma senza metafore, ponderiamo
insieme un poco gli ostacoli. Vedete! il luogo tanto guardato
e inaccessibile; quel di non scender mai giù in basso del
castello.... perchè allora!.... Poi il padre.... e metto
anche l'amore del Sinibuldi.... Il nibbio però, si intende,
non va tanto a scrutinare: quand'ha buoni artigli, piomba
giù sulla preda, l'aggranfia, nè si cura del resto.

—Ma dimmi—chiedevagli il Fortebracci—e il capitan
Vergiolesi non va mai solo verso i confini?

—Qualche volta vi fu veduto; e anche.... (voleva ricordare
un assalto ch'ei gli dette, ma non troppo felice, e si
tacque). Poi in aria di sicurezza soggiunse:—Se mai....
oh! oh! questo a me.

E l'altro:

—Il Sinibuldi vedrai le dovrà scriver lettere, e allora
il suo fido valletto.... per questa via....

[pg!231] 
—Siate certo ch'io de' valletti e de' corrieri ne riconosco;
e anche a' miei per queste parti n'ho già fatti riconoscere!
Non dirò altro! A voi lo star per ora nascosto dove a Nuto
ho già detto; e a me a pormi all'opra. Difficile molto,
messere! Qui non si tratta di passar mercanzie. Un buon
contrabbando gli è sempre un grosso affare per noi: ma in
questo caso la ricompensa....

E l'altro:

—Non dubitare! sarà grande quanto l'avrai meritata.

Detto ciò, Nello e Nuto tornaron sicuri all'aperto, e,
favoriti dalle tenebre, al proprio asilo.

[pg!232] 

.. toc-entry:: XX - Il Romeo

CAPITOLO XX. 
============

IL ROMEO.
---------

.. epigraph::

   | «Romeo persona umile e peregrina
   |  . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
   |  Indi partissi povero e vetusto;
   | E se 'l mondo sapesse 'l cuor ch'egli ebbe.
   |  Mendicando sua vita a frusto a frusto,
   |  Assai lo loda e più lo loderebbe.»

   — :small-caps:`Dante`, *Paradiso*, C. VI.

Poco lungi dalla rocca della Sambuca, dal lato di mezzodì,
in una piaggetta che aveva nome di *colle fiorito*, dove poi
fu eretto un asilo di povere donne consacratesi alla istruzione
delle fanciulle de' vicini villaggi, scaturiva di sotto a un tabernacolo
della Vergine appellata *del giglio*, una fonte di purissima
acqua. Sul tramonto del sole era questo il convegno
delle donne sì del castello che dei dintorni, le quali fin dal
basso del fiume vi giungevano co' loro brocchetti.

Or avvenne che esse un tal giorno e in quell'ora vider
salire a quella volta un pellegrino. Lo indicava per tale il
suo abito soprattutto. Largo il cappello, vesta nera succinta
fino al ginocchio; le gambe con usatti o corsaletti di pelle
giù sino ai sandali; sugli omeri poi un mantelletto o bavero
nero, dove erano appese qua e là piccole conchiglie, e sul
petto una lucida croce. Non portava con sè che un'ampia
scarsella, una barletta e un mandolino, pendenti dalla corda
che cingevagli i fianchi. Come uomo che toccava già la vecchiezza
se ne veniva su su lentamente appoggiandosi al suo
[pg!233] 
lungo bordone. Lo andavano accompagnando due pastorelli,
scalzi e mal vestiti, ma bianchi e rossi come rose; che allettati
dalle sue parole cortesi, e incuriositi di lui per l'abito
non comune, avevan lasciato altri loro compagni, e volentieri
s'eran prestati a scortarlo sulla via del castello. Anco dall'aspetto,
chi l'avesse bene osservato; una lunga barba grigia
ma con due occhi vividi; un volto per quanto scarno, di
bianchissima carnagione, e con una fisonomia di grazia e
affabilità non comune; l'avrebbe subito giudicato per di nobil
famiglia. Nè è da stupire in que' tempi, nei quali uomini
d'ogni classe *per rimedio dell'anime loro*, ad espiazione di
grandi delitti, o per senso di profonda umiltà, o per voto,
s'imponevano sacri pellegrinaggi.

Giunto lassù a quella fontana, benchè alquanto affannato
per la salita, la prima cosa, voltosi a quelle donne, disse loro:

—Date da bere al povero pellegrino, datelo di grazia,
a un vecchio Romeo!

Di che esse, non appena richieste, fecero a gara per compiacerlo.
Ma una fra le altre, Maria, la fantesca di Selvaggia,
più aggraziata e più franca, gli si fece dinanzi, e sollevatogli
con bel garbo sul suo braccio il brocchetto già pieno,
glielo piegò, tanto ch'ei vi bevesse. Così al vecchio Eliezzero
là nella Mesopotamia volle esser cortese la buona figliuola
di Batuele.

Ma intanto che egli s'era posto a sedere sopra un masso
vicino, le donne avevano scorto che portava con sè un musicale
strumento. Sicchè vaghe com'erano d'udire qualche
armonia; rara sorte in que' poggi, se non fosse stato talora
il suono del liuto di madonna Selvaggia, da qualche tempo
però tanto meno frequente; fu un muoversi tutte e far pressa
e preghiera al buon Romeo di toccarne le corde. Di che
ei per la cortesia ricevuta volle subito compiacerle, aggiungendo
che avrebbe anche tentato di far loro udire una certa
canzone. Allora esse gli si misero in cerchio, e posarono
al piede i brocchetti. Trepidanti poi, le più giovani in specie,
per l'atteso piacere, ma pur raffrenando la naturale allegria,
s'imposer silenzio, e non intesero che ad ascoltarlo. Sicchè
ei levatosi in piè, e toltosi dal fianco il liuto, e trattone un
[pg!234] 
breve preludio, su flebile arpeggio, in questa guisa cominciò
a cantare:

   | Son Romeo che mari e monti
   |  Notte e dì finor varcai.
   |  Strani casi ed ho racconti
   |  Che palesi non fur mai:
   |  Vera e mesta istoria è questa
   |  Che narrar da voi s'udrà.
   | 
   | Fuvvi in Siena una donzella
   |  Disposata a rio signore;
   |  Egli infida alma rubella,
   |  Ella giglio di candore.
   |  Ma il crudele omai l'aborre,
   |  Ch'altra donna in cor gli sta.
   | 
   | In maremma abbandonata
   |  Ei la chiuse in suo castello.
   |  Attendea la fiduciata
   |  Per più lune il crudo Nello:
   |  Fu delusa in sua fidanza!
   |  Ei mai più non tornerà!
   | 
   | Ei mai più? Così potria
   |  Obliar cotanto affetto?
   |  E l'affanno della Pia
   |  Anco il cielo avrà reietto?
   |  E quell'aere maligno
   |  Il suo spiro estinguerà?
   | 
   | Fra gli orror di muti avelli
   |  S'aggirò la sconsolata:
   |  Cercò pace almen fra quelli
   |  Onde viva era dannata.
   |  Ma qual vista! Un'urna, e appresso
   |  Vedovella al suol si sta.
   | 
   | Poveretta! al tuo lamento
   |  Ch'io congiunga il pianto mio!
   |  Deh m'abbraccia! adesso io sento
   |  Che pietoso è meco Iddio:
   |  Ah! che il pianto insiem versato
   |  È del cielo una pietà.
   | 
   | Deh! ti prego; a lui, se mai
   |  Correrà questa maremma,
   |  «Diè morendo, oh sì, dirai,
   | [pg!235] 
   |  A me pura la sua gemma!
   |  Ti ricordi della Pia,
   |  Che innocente, estinta è là!»
   | 
   | E si giacque! E di pallore
   |  Tinte avea le belle gote:
   |  Le man tremule sul core.
   |  Le pupille al cielo immote.
   | 
   | Stanca alfin, siccome fiore,
   |  Il bel capo rechinò,
   |  E del suo crudele amore
   |  Il dolor la consumò!

La mesta canzone riempi di tristezza e di compassione
il cuore di quelle donne. La buona Maria volle guidare il
Romeo al castello, sicura che la sua signora l'avrebbe molto
gradito. Ed egli che sentiva il bisogno di riposarsi, non
essendosi fermato che allo Spedaletto circa sei miglia distante,
non esitò a seguirla. Le giovani allora quasi tutte gli tenner
dietro, nella speranza di sentirgli ripetere quella canzone.
In questo Selvaggia sorpresa d'udire in tanta solitudine melodie,
benchè di lunge non ben distinte, ma d'un andamento
sì melanconico, aveva spedito a sapere d'onde venissero e
da chi mai. E come da Maria le fu narrata ogni cosa, a lei
pure prese vaghezza d'udir quella storia.

Il Romeo con le donne era rimasto sul piazzaletto che è
dinanzi alla porta. Selvaggia si recò subito nella sala, e
consentì che le donne stesse vi venisser con lui. Le quali
com'ebber riveduta la buona loro signora, meravigliarono
che in sì breve tempo quel suo volto fosse divenuto sì pallido,
e quel suo sguardo vivace e lieto, apparisse languido
e mesto.

Ma intanto come natura era in lei esser sempre con tutti
affettuosa e gentile:

—Venite, venite—diss'ella a coloro che si avanzavano
peritose.—E voi, buon pellegrino—facendosegli incontro—siate
fra noi il ben arrivato! Profittate a vostro agio della
nostra ospitalità, che, per quanto assente mio padre, per noi,
non sarà che di piacere e di grazia.

—Gran mercè, madonna,—soggiunse il Romeo.—La
[pg!236] 
fama del vostro bell'animo che suona sì degnamente, mi
faceva sicuro di vostra buona accoglienza.

—Frattanto—soggiunse ella—qui presso a me assidetevi,
e prendete posa dal viaggio, mentre che vi faremo
apprestare un qualche ristoro. E se vi piace, ditemi in grazia
d'onde venite, e come per questi monti; e quale mai storia
racchiude la vostra canzone.

Cui egli rispose:

—Abbiatevi da sapere, o nobil signora, che corrono già
nove anni da che mi partii da Milano, la terra de' padri miei,
deliberato di recarmi a visitar la tomba del principe degli
apostoli. E ciò avvenne quando al principio di questo secolo
(nè ciò potrà esservi ignoto) papa Bonifazio ottavo intimò il
giubileo, e pose a Roma general perdono di colpa e di pena
a quanti visitassero, de' Romani per un mese, degli estranei
per quindici dì, le basiliche di S. Pietro e S. Paolo.

—E il concorso com'andò voce, veramente fu grande?

—Quanto mai possa dirsi!—rispose egli.—Perchè
Bonifazio ad agevolarvi l'andata, nella pienezza di sua potenza
fulminò l'interdetto a chiunque (fosse stato il più grande
dei re!) per Roma e per questo fine avesse impedito il viaggio.
Tantochè potete pensare che genti d'ogni grado e d'ogni
nazione che vi si recarono!

Non vi dirò di molti principi che v'intervennero. Ricordo
fra' più illustri Amedeo quinto, principe di Savoia, del quale
tutti esaltavano non che il valore guerresco, l'animo gentile,
e la protezione alle arti belle. E infatti a Roma aveva condotto
con sè dal suo Stato, com'io pur vidi, valenti artisti
d'ogni maniera ad ammirarne le grandi opere, e a quelle
ispirarsi per commetter loro grandi lavori. Noi italiani, quei
molti in particolare che eravamo in vesta di pellegrini (e a
me piace, vedete, con questo abito di ritornare alla patria)
uomini e donne solevamo raccoglierci a cento a cento fuor
delle mura. Di là si moveva e si faceva l'ingresso nella
santa città, cantando i cantici della chiesa fino alla basilica
di S. Pietro. Oh allora il pietoso spettacolo, se l'aveste
veduto! Era un continuo scontrarsi con altre schiere di
penitenti che ripartivano: e tutti come uguali nella fiducia,
[pg!237] 
un medesimo animo ci guidava, una stessa gioia ci commoveva!

Per amor della perdonanza, lo credereste? molti pellegrini
a condursi i figliuoletti per mano; e i vecchi genitori
talora per la stanchezza impotenti a più moversi, fino a portarseli
sulle spalle! Eppure a que' giorni dopo i disagi di
lungo cammino anco i più gagliardi a mala pena si reggevano,
in piedi! Ma tant'è! l'amore e la fede vincon sempre ogni
ostacolo! E la più parte, vedete, erano scalzi, trafelati dalla
fatica, e smunti poi dai patimenti per la scarsezza del vitto
essendo venuti a brigate, e a intere famiglie limosinando: di
que' de' nostri quassù, fin di Piemonte, e chi financo dall'estrema
Sicilia. Tanta poi era la folla, dì e notte, per la
città, che l'antico ponte Elio sul Tevere, detto or di Sant'Angelo;
perchè la gente astretta a passarlo per la visita
delle basiliche non vi s'accalcasse per modo, che intoppatasi
facesse subbuglio e avesse a cadere nel fiume; e' fu diviso
per lo lungo con uno stabile spartimento. Sicchè quelli che
andavano a S. Pietro volgevan la faccia a castel Sant'Angelo;
a quella gran mole che fu già sepolcro dell'imperatore
Adriano; e quelli che venivano per ire a S. Paolo, eran volti
verso il monte Giordano. E pensate voi quanto danaro in
tutto quel tempo fu raccolto per ogni chiesa! Giorno e notte
presso l'altare (io gli ho veduti) due cherici stavan lì a riceverlo.
Generalmente fu asserito che in tutto quell'anno aveavi
sempre in Roma, ogni giorno, oltre ai romani, dugentomila
pellegrini; e che oltre a due milioni fossero stati i devoti
visitatori.

—E ditemi, nobil Romeo;—lo richiese Selvaggia—vi
dimoraste per molti giorni?

—Quando ebbi ottenuta la perdonanza, e già passatovi
da più che un mese, mi partii dalla gran città, non vi so dir
come pieno l'animo per le meraviglie della Roma pagana e
della cristiana! Allora, chiamato da un mio parente per
negozi domestici, m'inoltrai nel mezzodì dell'Italia, e giunsi
a Napoli. Colà, fosser cagione i disagi d'un sì lungo peregrinaggio,
infermai gravemente, e qualche anno fui costretto
di rimanervi. Non appena la salute mi consentì di lasciar
[pg!238] 
quel bel cielo e quell'incantevol paese, toccai di nuovo Roma.
Ma qual differenza da quella Roma che aveva già vista! Vedovata
del suo pontefice (chè come sapete, Clemente V fu
eletto e stabilivasi in Francia) mi diede immagine della compianta
Gerusalemme! In preda ai partiti, la desolazione e i
lamenti non vi mancavano! Mi rimisi tosto in cammino, e
sulla via del ritorno come aveva fatto pensiero, volli fermarmi
a visitare la bella città di Siena. Oh! quando si rientra in
questo vostro paese, benedetto e privilegiato che gli è per
l'idioma gentile, e per tanto più civili costumi; per la bellezza
delle sue terre, e per la sua libertà; oh! non so dirvi che
senso di gioia ci si rinnova! Limosinando di borgata in borgata,
di città in città, dopo sì lungo viaggio pervenni a Siena
in salute, e serbo sempre memoria di quella gente nobilmente
ospitale. Ma ahimè! fu colà che intesi un tal fatto da impietosirne
le belve! Per lo che a sollievo dell'animo mio,
e perchè le gentili anime si compiangesser con me sopra le
umane sciagure, mi proposi compor su di esso una canzone,
quella che di lontano ascoltaste.

—E qual è mai, se vi piace, cotesta istoria, mio buon
Romeo?

—Orrenda!—diss'egli—più di quello che sia dato di
credere! Madonna Pia, la giovane e vaga figliuola di messer
Buonconte de' Guastelloni di Siena, abbiate da sapere, che
(corrono circa vent'anni) fu maritata a messer Baldo d'Aldobrandino
de' Tolomei. Come poi intorno al 1290 ne rimase
vedova, quattro o cinque anni dopo si disposava a un cotal
Nello o Paganello d'Inghiramo Pagnocchieschi, signore del
Castel della Pietra [#]_ . Ma non sì tosto ei la ebbe impalmata,
che gli entrava in cuore una ardente passione per Margherita
contessa di S. Fiora. Di qual potenza si fosse il demone
che invase quel perfido, udirete dappoi. La grazia e la virtù
della donna sua si dileguarono in un subito da quel petto.
Odio invece e livore vi sottentrò; e concepì fin d'allora l'orribil
[pg!239] 
pensiero di disfarsi di quella misera per congiungersi
alla ricca e volubil contessa. Nello infatti divenne poi il
consorte di Margherita, e fu il suo quarto marito! Ma con
qual mistero, con qual perfidia pervenisse a' suoi fini, io
solo...; chè per certo non so se la nuova qui...

.. [#]

      | «Salsi colui che, inanellata pria,
      | Disposata m'avea con la sua gemma.»
      |
      |  —— :small-caps:`Dante`, *Purgatorio*, C. V.

—Oh! nemmeno un sentore n'era giunto fra noi!

—Si dunque; io solo potrò raccontarvelo. E vi prego
fin d'ora, per onore di lei e del vero, non diate ascolto ad
accuse contro a questa povera Pia. Varie e calunniose voci
si fecero andare per Siena dal suo vile uccisore per ismentire
in qualche modo il delitto. E fuvvi persino chi pronunziò
il nome d'un suo amante riamato, e che il marito per gelosia
furibondo ne divisasse la morte. Ma come potete pensare
che a noi pellegrini andando di casa in casa è reso più agevole
che a chi che sia di essere al fatto delle vicende domestiche;
or io posso dirvi che, un venerando vecchio della casa,
de' Guastelloni, avo della Pia, presso del quale fui ospitato,
mi svelò tutta quanta la nefanda trama di Nello, asserendomi
con giuramento che una sì nera calunnia falsamente fu apposta
a quella gentile; a lei, non d'altro colpevole che d'aver
troppo creduto ad un marito infedele, e di avere, fino agli
estremi perdonando, portatogli affetto!

Ricordo come il povero vecchio già quasi infermo, un tal
dì, tutto tremante stringendomi la destra, e sfogandosi in
lacrime mi diceva:—Con questa cara figliuola la nostra casa
è disfatta! Io non reggo al dolore! La povera Pia sappiate
che laggiù in maremma in que' bassi fondi, in un castello di
suo marito, quel della Pietra.... Oh! la mia bella e virtuosa
nipote! da lui, da lui proprio vi fu confinata! E intendete
voi con qual fiero proposito? Perchè il dolore dell'abbandono
(chè ella lo amava tanto!), ma più poi la malaria, per
que' pestiferi miasmi lì presso a uno stagno, lentamente operassero
in lei quel ch'ei voleva, la morte! ma, senza traccia
di ferro del suo vile assassino! Sebbene non mancò chi narrasse
che laggiù (ei più crudele e violento!) da un suo scherano
la facesse precipitar da un balcone! Fu sparso poi ad
arte pur questo: ch'ei trovatala morta per malor subitaneo,
una forte disperazione lo sorprendesse. Disperato si, credo,
[pg!240] 
come Caino, del perdono di Dio; perchè tal misfatto contro
a una innocente chi potrà mai perdonarglielo? E fiero allora
il vegliardo mi si diè a esclamare: Maledizione! maledizione
sul capo di quell'iniquo! Dio ci castiga; chè già noi... oh
si! dovevamo conoscerlo noi questo traditor della patria,
quando fuggì gli Aretini alla Pieve del Toppo!.... e allora....
impedire a ogni costo!.... Ahimè! ahimè! (e affannato percotevasi
il capo con ambe le mani). Poi ripreso vigore esclamò;—Oh!
perchè non ho io tanto forti le membra da impugnare
una spada, e prenderne su di lui la bramata vendetta! Che
almeno nell'infausto castello fra i più crudi rimorsi finisca
l'iniquo i suoi giorni; e dipoi quell'edificio dalla vetta delle
sue torri sia diroccato, nè mano di uomo possa più rialzarlo;
e fin le stesse macerie nel suo putrido stagno vadan sepolte!
Ma che di sopra a tante sozzure, deh! giustizia di Dio! si
elevi una nobile voce che impietosisca le future generazioni,
narrando lo strazio con cui si disfece la vita d'una sì cara
ed innocente figliuola!

Pur troppo vi so dire—ei conchiuse—che tutta Siena
e il contado di gran pietà ne furon commossi! Ma che giova
però? La mia diletta, l'onore di mia famiglia, ahi! ahimè!
non è più!—

Così il nobile Guastelloni al Romeo; e così questi ne riferiva
dolente, la narrazione nella sala del castello de' Vergiolesi,
sicchè tutte le astanti se n'erano contristate. Selvaggia
poi di tal maniera, chè era rimasta come stupida pel
turbamento. Questa commozione tanto più forte si pareva
in lei, per una serie di tristi vicende fatta omai più sensibile
alle sventure, e perchè in quell'istante l'animo suo era preoccupato
dal lungo silenzio di Cino, inconcepibile dopo l'affetto
che le avea dimostrato, e le ripetute promesse.

In questo le donne avevan pregato il Romeo a ripetere
quella canzone, fidando che ella, come innanzi se n'era
espressa, l'avrebbe gradita. E quegli presane licenza di già
l'intonava. Ma come n'ebbe modulate le prime strofe, Selvaggia
che vi potè porre attenzione, ne fu di nuovo sì scossa,
che a bassa voce e tremante cominciò a ripetere que' versi
che le parvero come dettati per lei; e dicea ne' sospiri:

[pg!241] 

   | «Ei mai più non tornerà!
   | Ei mai più? Così potria
   | Obbliar cotanto affetto?»

Ma già il Romeo, avvedutosi del suo turbamento, si era
imposto silenzio.

Ella, fatta pallida oltre l'usato, si levava dalla sua sedia;
e pronunziando pur sempre fra sè quelle funeste parole, congiunte
insieme le palme, e volto a terra lo sguardo, a lenti
passi ritiravasi nelle sue stanze.

La mattina seguente bramoso il Romeo di rimettersi in
via, dimandò di prender congedo dalla nobile castellana.
Allora fu introdotto nella sua camera, dov'ella di già alzata
lo ricevette. Una modesta mobilia e non più che la necessaria
vi si vedeva. Bianche cortine circondavano il letto:
dove da un lato una croce, dall'altro un inginocchiatoio, e
sopra pendente dalla parete un quadretto in campo d'oro
con una Vergine, d'autore bizantino. Un forziere di legno
intarsiato a vari colori: uno stipo antichissimo; poche sedie,
un tavolino e null'altro. Ella era seduta sopra una sedia a
bracciali. Vestiva un'ampia zimarra di panno chiaro con
doppia bottoniera dinanzi, e sopra, un nero gamurrino cinto
alla vita, con grandi maniche; l'una e l'altro di panno inglese,
reso finissimo dai cimatori fiorentini nell'arte di Calimala.
Su d'un piccolo tavolino che avea dinanzi, erano
poche cartapecore bianche, con appresso il calamaio. Alcuni
libri ben rilegati, fra i quali il nuovo Testamento con la
versione in volgare, coperto con velluto chermisi con fermagli
d'oro; il cui manoscritto il più forbito su carta bianchissima
impomiciata e a larghissimi margini, si pregiava per miniature
mirabili e fregi d'oro sì ben condotti e finiti, che non poteano
attribuirsi che al celebre Oderigi da Gobbio. Alcuni tratti
della Consolazione di Severino Boezio voltati pure in volgare,
e legati in un libro, con poche poesie provenzali che andavano
sotto il nome di Folchetto di Marsilia. Aveavi una cronachetta
d'Elisa e di Abelardo: alcuni romanzi di Turpino e
di Lancellotto; tutti quasi i racconti della Tavola Rotonda;
e infine una raccolta di versi dei più eletti trovatori italiani
da lei stessa copiati con grande amore: non che i più pregiati
[pg!242] 
di Lemmo, del Cavalcanti, dell'Alighieri, e quelli di
Cino de' quali egli le fece dono.

—E volete dunque partirvene?—al Romeo appena entrato
diss'ella.

—Sì, mia nobil Selvaggia. Mi tarda assai di proseguire
il cammino per le mie terre lombarde, e vengo però a rendervi
grazie....

Ed essa interrompendolo:

—A voi gran mercè, buon Romeo! Ma, e tornate per
via diretta a Milano?

—Sì veramente.

—Oh! egli dev'esser pur là—(pensò fra se stessa; che
fare? che dirgli?) A questa idea le sue guance sì pallide si
acceser d'un tratto siccome fuoco.

E il Romeo le soggiunse:

—Io sono di nobil famiglia: non posso dirvi di più. Un
impulso irresistibile mi trasse ad andarmene in romeaggio;
e ora, sano di corpo, e tranquillo e sodisfatto dell'animo,
ritorno alla mia terra natale. Se in alcuna cosa di vostro
servigio potessi adoprarmi da quelle parti, me ne terrei grandemente
onorato.

—Oh! se sapeste quanto per me la graziosa vostra profferta.....

—Parlate, su via, parlate, ch'io sarò lieto d'ogni vostro
comando.

—Poichè vi piace—soggiunse ella—dirovvi dunque
che un amico nostro e concittadino, messer Cino de' Sinibuldi,
passò già per di qui, e dimorato per breve tempo fra noi,
partivasi per Lombardia.—Ma, ahimè!—traendo un lungo
sospiro—molto tempo è omai corso che nissuna novella ci
è venuta di lui! E sì che di scriverci ne avea a tutti impromesso,
e noi per certo a lui affezionato, lo speravamo!
Egli è uomo di leggi e di lettere, e valente, sapete! scrittore
di leggiadri versi, grande amico dell'illustre Alighieri. Poi
egli, in tanto feroce parteggiar di cittadini, si serbò sempre
puro di sangue fraterno: e ov'ei s'intromise, fu per senso
di nobile animo, e per amor di concordia. Gli è per questo
che si è recato colà fra i Ghibellini ad affrettar la discesa
[pg!243] 
dell'imperatore in Italia. Non vi può esser noto dove ora
si sia; ma io son d'avviso a Milano. Ad ogni modo per ciò
che v'ho detto vi sarà agevole, spero, di ritrovarlo. E allora....
Oh! allora—come in atto supplichevole seguitò
ella—in nome di Dio ve ne prego! narrategli il turbamento
e il sospetto in che tutti ci ha posti la privazione assoluta
de' suoi caratteri, e di qualunque suo familiare: e ad ogni
caso voi pure inviatecene qualche nuova. Duolmi che nè
mio padre nè mio fratello sien qui per sentirvi ripetere questa
stessa preghiera!

—Il piacer vostro mi è legge, o signora. Mi avete proferito
un tal nome, che per la prima volta udii a Roma articolar
con affetto sulle labbra d'un buon vecchio morente,
ch'io per qualche giorno assistei nell'ospizio de' pellegrini.

—Oh! che mai dite! e chi era mai cotest'uomo?

—Corse voce per alcuni che fosse pistoiese; per altri
fiorentino di patria; certo, al gentile idioma, toscano; e s'appellava
Casella.

—Ahimè!—esclamò ella—l'amico di messer Lemmo
nostro, che anch'egli poco fa si moriva! affezionato poi tanto
a messer Cino! Amicissimo dell'Alighieri, cui musicava le
canzoni, gli apprendeva il bel canto, e le cui melodie gli
giungevan sì grate!

—E a' quali, vedete, ei mi commise, se in Toscana li
avessi incontrati, di porger loro l'estremo saluto! E vi fu
visitato, ricordo, da alcuni nobili cittadini, fra' quali da un
Giovanni Villani; e, se non erro, anche dall'Alighieri, che
mi fu detto trovarsi in Roma in quel tempo per cagione
d'ambascerie.

—Ahi! la morte! la morte!—proruppe allora Selvaggia—quanto
debb'esser più angosciosa, soli, in lontani
paesi, senza il conforto de' suoi!....

Quindi con entusiasmo soggiunse:

—Deh! che vivano almeno e messer Cino e Dante! Viva
il grande Alighieri per compiere il suo divino poema; del
quale io, ecco qui, fra le prime ebbi in sorte d'aver trascritti
alcuni Canti dalla mano stessa di Cino, e come cosa sacra
per doppia cagione io li serbo! Il pensare che egli dalla sua
[pg!244] 
Beatrice!.... O avventurosa! che seppe a tant'altezza di
propositi, a sì divino concetto ispirare il suo nobil poeta!
Sì; chiedo al cielo che Dante e Cino, con la gloria del nome
e dell'opere loro, vincano alfine la crudeltà de' loro avversari,
e si acquistino immortal fama presso ogni gente!

Benchè ora in terra d'esilio, astretti a separarsi da' loro
concittadini, pur troppo discordevoli tanto!.... oh! ma alcuni
però restaron qua avvinti ad essi di tale affetto!—e
ripeteva con calore—di grande inesprimibile affetto!....
E voi, buon Romeo, pel cortese animo vostro, ritrovando
messer Cino a Milano, voi spero glielo ridirete a mio nome,
e del padre e del fratel mio, e di mia cugina Lauretta. E
che di noi più non si scordi, e che per lettere il più presto
ci mostri che non ci ha del tutto obliati!

—Riposto il piede sul suolo lombardo, sarà mia cura—rispose
egli—non dubitate, di andare in traccia di lui, e
fedelmente gli narrerò quel ch'io vidi, e quel che voi m'esponeste.

Cui ella:

—Grazie, oh! grazie! che il cielo vi assista!....

Voleva più dire, ma affralita, e fortemente commossa, le
venne meno la voce: e solo col languido sguardo accompagnò
il Romeo sino al limitare di quella porta; d'onde ei di nuovo
con vivo accento esclamò:

—Deh! possa Iddio consolarvi! Sarà questa la mia preghiera
sempre! Addio!

Quest'ultima parola parve le risonasse nel cuore come
una tremenda inesorabil sentenza.

—Ah! pur troppo addio tutte care speranze!—ella
ripetè varie volte; e ricadde nel più grave abbandono!

[pg!245] 

.. toc-entry:: XXI - I contrabbandieri

CAPITOLO XXI. 
=============

I CONTRABBANDIERI.
------------------

.. epigraph::

   | «Che pur bisbigli?
   |  Tra' fuora que roncigli.
   | —Messer che comandate?
   | —Che questi pruni leviate,
   |  E fate via.»

   — *Serventese* di :small-caps:`Giannozzo
   da Firenze`.

Ricorderà il lettore come Maria, la sorella dello scudiero
del Vergiolesi, figlia di Margherita castalda di Vergiole, era
stata promessa a un certo Vanni del castel di Sambuca. Ora
le nozze erano già avvenute, e di già consolate di una bella
bambina. Allorchè Selvaggia arrivò al castello, si risovvenne
che v'era andata sposa Maria. Subito non le parve vero
d'averla a sè. Quando non fosse derivato che da un impulso
di quel suo animo sì gentile, essendo stata fin da' primi anni
a Vergiole in dimestichezza con quella fanciulla, e perchè
d'indole buona l'aveva amata e protetta; avvenne a lei quel
che riscontrasi comunemente; che, cioè, in paesi nuovi, in
luoghi poi alpestri e deserti, l'incontro di qualche persona
del suo paese, che anche appena si sia conosciuta, vi fa sentire
il bisogno (reciproco se vuolsi) di avvicinarla e di stringersi
ad essa in un modo il più intimo. Troppa distanza
passava, gli è vero, e tanto più per que' tempi, dalla nobile
famiglia del capitan Vergiolesi, alla povera figliuola della
sua castalda: ma Selvaggia soleva appianare ogni preminenza
[pg!246] 
di casta ove il cuor suo le indicasse qualche persona veramente
degna d'affetto. D'altra parte non è a pensare se
la buona donna ne fu contenta!

Avvenne così che un tal giorno Selvaggia, subito dopo
che fu arrivata, fattala venire al castello, le disse:

—Senti, Maria, ho bisogno di te.

—Oh! Dio sia benedetto!—rispose ella.—Un qualche
angelo v'ha portato quassù! Sarò sempre e tanto volentieri
a' vostri comandi, madonna. Se sapeste che luoghi son questi,
appetto al vostro, e lasciatemelo dire, al nostro Vergiole!
Oh! la mia bella collina fiorita, quante volte fra questi boschi
sì orridi me la son rammentata! Basta! che Dio faccia che
ci abbiate salute!

Cotesto triste confronto di già pur troppo anche Selvaggia
l'aveva fatto!

La casa di Maria rimaneva a poca distanza dall'ultima
cinta esterna del castello. Selvaggia, allorchè la salute le
consentiva d'uscire un poco a diporto (nè di lunge andò mai,
poichè qualche malvivente si disse e fu visto rigirar di soppiatto
per que' dintorni), raramente se ne tornava senza averle
fatto una visita. Un tal giorno che vi si recò:

—Vedete, madonna—le disse Maria, mostrandole con
compiacenza la sua figliuolina;—per amor vostro le ho
posto nome Selvaggia.

—Selvaggia! riprese ella maravigliata, e carezzando
quella bambina.—Oh! povero angelo! che un influsso di
buone stelle t'assista! Perchè temo con questo nome tu
debba essere sventurata al pari di me!

Certo che Maria, quella sua povera madre, aveva già incominciato
a sentire il peso della sciagura! Il marito da
qualche tempo, un po' fatto sviare da trista gente, e quindi
poco curandosi del lavoro, cominciò a fare stentar la famiglia
e non andava che imprecando all'avarizia de' suoi padroni
di maremma, con dire che non gli pagavano la man d'opra
neppur per metà, e si ritenevano il resto come prezzo de'
viveri che gli somministravano: e che facendoglieli pagar
salati, sebben de' più vili, l'avanzo in denari alla fine era
zero. Questi lamenti, che soleva fare fra ogni crocchio per
giustificarsi con chi gli diceva:—E in maremma perchè non
torni quest'anno?—Ed egli:—Ho trovato da andare a
opra per su di qui—a que' parenti, e alla moglie stessa
parvero un po' esagerati. Ma tanto bastarono per fare avvertiti
i segreti raccozzatori della masnada di Musone che
costui, giovane robusto di ventidue anni, risentito, facilmente
scontento e rissoso, sarebbe stato proprio al caso per loro.

—Eh! sicuro!—Gli s'accostò uno sconosciuto, ed era
il famoso contrabbandiere Fuccio, che di lui bene informato,
mentre dal basso del fiume Limentra salendo la costa per
un viottolo a spira, tornavasi a casa, così attaccava discorso:

—Sicuro! dicevi bene tu Vanni! Pur troppo lo so anch'io
che la maremma l'ho bazzicata: me l'hai a dire a me quella
canaglia di padroni e di capocci come ci stranano, e ci mangiano
ogni cosa! E il frutto delle nostre fatiche? Non è
altro alla fin fine che per impinguar loro, e noi non riportare
a casa quasi che nulla.

—Ah! dunque anche voi!.... disse Vanni, contento
d'aver trovato chi era del parer suo; e con più calore seguitò:

—Ma e poi? o che è questo soltanto? E la malaria
che vi s'ingozza? Dammi per giunta un canchero o un febbricon
che ti pigli, per noi poveri diavoli tu non trovi un
medico neanche per mille fiorini!

—Oh sì! che mi discorri di malattie?—soggiunse Fuccio;—mi
pare, un po' più o un po' meno, che laggiù siamo
tutti malati: e, ridotti così, che ti si sdegna lo stomaco di
modo, che nessun cibo ci approda. E chi è di noi che ci si
mantenga sano per que' macchioni, quando specie son vicini
a cert'acque stagnanti? Dormir sulla paglia per quelle capanne
senza un po' di copertoio; pigliarci dell'umido e delle
frescure; mangiare alla peggio del pan di saggina e un po' di
formaggio, non bevendo vino che ogni tornata di luna, e faticando
come bestie a far legna e carbone; sfido io se arrivi
a sera che a buttarti giù non ti senta le costole rotte, e più
delle volte un brivido addosso come quello della quartana!
E non ostante ecco qui! Pare che or ora dobbiamo aver
dicatto di poter tornare in quei bassi fondi a discrezione di
[pg!248] 
quelle arpie, perchè ingrassino alle nostre spalle e noi si
crepi di fame! Ma affè di Dio! questa vita non la vo' più!

—Sì, eh?—rispose Vanni.—E' si fa presto a dirlo
voi! Ma che fareste, messere?

—Che farei? Vi sgomentate voi altri a campare in paese?
eh? C'è tanti mestieri senza arrovellarsi, e non riportar
mai a casa un becco d'un fiorino!

—Figuratevi! potessi sapere che verso prendere io, fare'
carte false.

Allora il furbaccio—benone—disse tra sè: e strettosi
più a lui, vedendo così d'aver preparato il terreno, soggiunse:

—Or bene, amico, vuoi che ti parli chiaro? Ma silenzio
veh!... Già io non ti conosco.

—Che discorsi mi fate?

—Or su, qua la mano e ascolta.

E soffermatisi sopra una piaggetta da dove squadrando
all'intorno, non scorgevasi anima viva:

—Sappi—disse il masnadiero—che io pure ho lavorato
in maremma; e mal pagato, malazzato, avvilito, ho dovuto
convincermi che noi alla fin fine abbiamo il diritto di
vendicarci di chi ha dimolto, e ruba a man salva, e mangia
del nostro, e ci fa tanto soffrire. E ti assicuro che noi, povera
gente... vedi queste braccia nerborute come ce l'ha
fatte madre natura?—e con un certo impeto glie le allungava
dinanzi—t'assicuro che senza tanti scrupoli le possiamo
impiegare a fare un po' di contrabbando con la masnada
di Musone...

—Di Musone!—quasi raccapricciando riprese l'altro.

E a faccia fresca ripetevagli Fuccio:

—Sì, di Musone. Ed io già da qualche mese sono entrato...

—Voi!—scostandosi, e accennandolo a dito con istupore—soggiunse
Vanni.

—Sì, ti dico, io; e mi son già messo fra loro.

—E dunque andrete...

—Oh! non mica alla strada a assassinare chi non ti dà
noia! Diamine! Oh! che credevi? Non ti pensi che abbia
anch'io un po' di coscienza? Ma, s'intende, a portar carichi
di granaglie, di merci, di vino e... e d'altro.

[pg!249] 
—Ah! dunque...

—E che non è lavoro come quel di maremma? Non è
forse pan guadagnato anche questo? Non è tutta fatica di
groppone, o che tu alzi l'accetta sulla tua testa a spaccar
legna, o t'arrovelli pe' carbonili; o piuttosto che tu stia giù
di qui a far lo spallone, traversando con de' carichi que' poggi
che là—e accennava a que' dirimpetto—passando a guado
il Reno di qui allo Stato Bolognese e viceversa?

—E l'inverno con la neve?—soggiunse l'altro.

—Che vuoi! a meno che una voluta di essa che rotoli
giù dal monte non ti ricopra, può essere il male di far la
rotta: là, là, s'intende, spalarla, tanto per arrivare da un
luogo all'altro.

—Oh! per questo!... la fatica non mi dà pena. Ma e
la paga?—domandò Vanni già più tranquillo.

—Eh, caro mio! La paga, ti posso dire un po' più che
a tagliar legna e a far del carbone: di brave lire e dei
fiorini d'oro.

—Fiorini d'oro?

—E bada, ogni giorno!

—Ogni giorno tu dici? Ma dunque se io per mantener
la mia famiglia...

—Sicuro, la tua povera famiglia!... a questi lumi di
luna che non c'è un guadagno... e ora che l'occasione ti
si presenta... e a lavorare per vivere sei obbligato... e
ringraziare se te ne danno!...

—Per me—disse Vanni, cercando in certo modo di
persuader se medesimo—oh! per me... che il padrone si
chiami Musone, o un maremmano, po' poi che ci corre?—E
si mise a riflettere; quindi alzò una spalla com'a dir:
«che m'importa?»

—Anzi, di' pur che ci corre—soggiunse l'altro—perchè
alla fatta fine Musone corre rischio d'essere strangolato.

—Ma adagio un po': allora anche noi!... sospettoso
riprese Vanni.

—Oh! per noi non c'è pericolo, sta pur certo! O che
c'entriamo noi? Non si va forse a opra anche qui? Vo' dire
che noi lavoriamo per chi ci paga. Con questa differenza:
[pg!250] 
che in maremma bisognava starci difilato per sette mesi: e
qui.... Dimmi un po', ti par poco di poter lavorare quasi
da casa, e la sera tornarsene?....

—Come, come? tornare anche?

—Non dirò mica tutte le sere; ma spesso. E poi, mi
capisci? tornarsene con un bel gruzzolo di fiorini d'oro!

—Sì, sì, fiorini d'oro!—con fierezza esaltata proruppe
Vanni—anch'io li voglio! Anch'io una volta vo' sentirmene
in tasca qualcuno dopo aver lavorato, cani assassini
di maremmi!—E parve questo l'ultimo scrupolo soffocato.—Se
trovo qui chi me ne fa guadagnare, al diavolo voi altri!
e qui con lui.... oh! sì; che mi preme? Con lui! Ma quando?
Ma dove? dimandò infatuato del tristo divisamento, cui mano
a mano l'avea spinto quel malandrino.

E questi, con un certo mistero:

—La notte che viene, quando sarà al suo mezzo farai
di trovarti giù sulla Limentra presso quel ponticello di legno
che vedi qui sotto—e glielo accennava.—Lì io stesso ti
attenderò per condurti subito a opra. Addio. Ricordati che
il silenzio è necessario più per te che per me! Tu m'intendi!

Uno strano mutamento si era operato in un subito nel
cervello di quel povero giovane. Il fondo del cuore era
buono: ma fino da' primi anni si mostrava intollerante della
fatica. È così sempre la vicenda di chi, ricco o povero, non
vuole avere un pensiero al mondo, e non vuol far niente, e
si riduce a mal fine. Avrebbe volentieri campato alle spalle
degli altri; ma non aveva avuto dal padre suo che l'eredità
del lavoro. Questi, un povero spaccalegna, l'aveva avvezzato
allo stesso mestiere, conducendoselo in maremma fin da ragazzo.
Morto il padre, cominciò da prender moglie. In Maria
a dir vero non poteva combinar miglior donna. Ella avrà
avuto un vent'anni. Era sana, avvenente, e d'un'indole pacifica.
Si eran presi per amore, e già una figliuolina, come
abbiam detto, rallegrava la casa loro. Tutti i pensieri della
Maria consistevano nelle faccende di casa, nel custodir la
bambina, e nel tessere. Vanni tornato di maremma era sempre
a opra o di qua o di là. Il vivere l'avrebbe raccapezzato,
[pg!251] 
se egli del poco fosse stato contento. Infatti a veder la casuccia
di Maria sì linda, e sì fornita del bisognevole, si poteva
dire che vi era fra loro il ben essere. Ma egli con un
carattere un po' arrogante e inclinato a darsi bel tempo;
senza più a lato un padre severo; e con una moglie invece
tutt'amorosa e fidente e credula qualunque cosa le avesse
detto, e senz'averlo mai contrariato in nulla, incominciò a
frequentar le taverne e a giuocare. In montagna la gente
in generale suol esser casalinga, e di costumi assai riservati.
La lontananza dalla città gli tien contenti del poco: e i lor
passatempi e stravizzi si riducon fra gli uomini a far la domenica
un po' di combriccola, a sbevucchiare del miglior
vino, e a giuocare gli è vero, ma di quasi che nulla. E se
uno cade in ebbrezza, l'altro subito lo compatisce e l'assiste,
e a braccio lo riaccompagna in famiglia. La mattina poi
tornati a opra, possono alquanto burlare sull'accaduto, ma
non per questo che alcun se ne prenda, o che segua scompiglio.

Non è così però ne' luoghi di confine. Le son genti per
lo più che si guardano in cagnesco, o si ricambiano le viziose
abitudini; e allora sul vizio campano, e fanno campare. Costoro
sono i così detti contrabbandieri: antichi quanto il
maltalento di rubare a chi più ha, specie se è un Comune
o uno Stato. Perseguitati dai governi limitrofi, hanno l'arte
di nascondersi, di farsi prestar man forte dai vicini, e anche
farsi reggere il sacco. Di qui il maggior guaio! Pensiamo
ora come fosser terribili in que' tempi, dove que' piccoli Stati
non avevan milizie stanziali; e quelle medesime che dovevan
guardare i confini, si componevano di paesani, e di gente
che, a mantenerli, per lo più ci trovavano il tornaconto.

Cotesta gente poi era spesso comprata dalle diverse fazioni:
sicchè era terribile anche dal lato politico. Infatti
dicevasi comunemente che la banda di Musone se la intendesse
col partito de' Neri. Non forse coi rettori dei Comuni,
ma certo co' Guelfi anche dell'alte classi i più arrabbiati,
che volevano sterminare ad ogni costo ogni avanzo de' Ghibellini,
per bramosia di soprastare, e di assumer essi il comando.
E a tal fine per loro ogni mezzo era buono. Si
[pg!252] 
sapeva che alla Sambuca facevano spiare a cotesta marmaglia
ogni passo del ghibellino Vergiolesi: e per lo meno lo
molestavano; appiattati come erano lì sul confine del Bolognese,
nelle folte boscaglie del prossimo paesuccio che ancor
si denomina della Moscacchia, quasi a levante sotto il castello
della Sambuca.

Costoro, fatti più arditi da simili protettori, si spinsero
spesso sino all'assassinio. Più volte infatti attentarono alla
vita del Vergiolesi. Molti viaggiatori si sapeva che erano
stati aggrediti e spogliati de' loro averi; ad altri poi, ritenuti
in ostaggio, assicurata la vita con un riscatto di grossa somma.
Infine quel limite dei due Comuni, che erano allora tanti
piccoli Stati, era ridotto un passaggio di gran pericolo. Querele
continue si facevano a que' governi; ma troppo deboli,
e spesso avversi fra loro, non riuscivan mai a combinare di
pari accordo l'esterminio di quella banda. Circa una cinquantina
d'uomini agli ordini di Musone v'erano allora, armati
come Saracini, di picche, di coltelle, e di scuri. Nelle
notti quanto più buie, e fra le tempeste più arrovellate, allora
sì che era un via vai di costoro su' pe' confini; taciti a
due a tre,... a saltar fossi, arrampicarsi su pei poggi; farvisi
strada atterrando alberi; e ridiscendere a passar carichi
d'ogni maniera. Il fiume per quanto grosso, non li arrestava:
lo passavano a guado. Sapevano che il loro capo li poneva
a gran rischio: perchè con le milizie de' due Stati che vi
stavano a tutela dei lor gabellieri non che de' confini, venivano
qualche volta alle prese. Ma riuscito il transito della
roba, che deponevano o nel folto del bosco, o in qualche
capanna, dove di manutengoli non ne mancava, lì eran quelli
che dovevan riceverla; i quali, secondo i patti, facevan pervenire
a Musone tal somma, che egli, prelevata la parte sua,
ripartiva fra loro, ed era sempre vistosa. Raro che sulla
via si mostrasser di giorno; o se mai, travestiti, e contraffatti
nel viso, quando era forza di aggredire qualcuno, che a
quella data ora, carico di danari, sapevan già che dovea
transitarvi.

Quest'ultima parte dell'assassino da strada era stata
nascosta, anzi esclusa affatto al marito di Maria. Ma pur
[pg!253] 
troppo chi si pone a una china tanto precipitosa, anche
contro sua voglia bisogna che vada in fondo! Però un'impresa
non meno rea si esigeva ora da lui. In quella notte
del pattuito ritrovo al ponte della Limentra, insieme con
Fuccio vi venne anche Musone. Il quale da poche parole
tenute con Vanni, accortosi della pasta d'uomo che era, e
squadratolo intanto ben bene, gli fece disegno addosso, e
pensò: «questo è uomo da farmi buon giuoco;» e battendogli
sopra una spalla, così gli disse:

—Bravi fiorini d'oro, giovanotto, potrai buscare, e subito
se ti piace, purchè tu ci riporti per filo e per segno quel
che si dice e si fa lassù al castello. E bada! sappiamo che
tua moglie va a veglia spesso da quella vostra dolcissima e
appassionatissima castellana. S'intende dunque che vogliamo
anche noi un po' appassionarci per lei, se occorre. Però bisogna
che da tua moglie tu raccapezzi de' suoi amori; notizie
quante più poi di Messer Cino; e quando le scrive, e quando
ha speranza di rivederlo.

—Ma io... ma lei!...—rispose egli molto turbato;
perchè pensò come mai la sua donna potesse tradire quella
buona signora!

—Ohè! Non c'è ma che tenga!—l'interruppe risoluto
Musone—Tua moglie ti deve aiutar bene e meglio a far
quel che l'altre hanno fatto per gli uomini della nostra brigata.
Perchè siccome a loro premono queste quattro dita di
gola,—m'intendi?—così tu non vorrai esser da meno
per amor della tua! Ora ti conosciamo, e ti troviamo per
tutto! Ma, ti farai rivedere, spero, la notte seguente, qui,
e a quest'ora!—E alzando la mano minacciosa contro di
lui, l'uno e l'altro non fecer più motto, e per diversa via
si partirono.

[pg!254] 

.. toc-entry:: XXII - Il tradimento

CAPITOLO XXII. 
==============

IL TRADIMENTO.
--------------

.. epigraph::

   | «Vieni, corri forte
   |  Alla morte! traditori!
   |  Quivi le spade fuori,
   |  Colpi tagliando e dando,
   |  E le lance spezzando.»

   — *Serventese di* :small-caps:`Giannozzo
   da Firenze`.

Che faceva intanto il capitan Vergiolesi al castello della
Sambuca? S'aggirava dì e notte minaccioso per que' dintorni,
forte del suo coraggio e de' suoi uomini accresciuti di
numero e armati di tutto punto: e austero co' suoi per la
disciplina, implacabile coi nemici, dovunque e a tutti incuteva
terrore. Era lassù il leone della foresta, il cui solo ruggito
spaventava chi volesse aggredirlo. Lo stesso Musone, il
fiero, l'audace bandito, da que' pressi doveva girar largo.
E di fatto le sue aggressioni eran tutte sul Bolognese; perchè
guai a lui se fosse venuto di qua dal confine! Una volta
che volle tentare un assalto sullo stesso capitano, mentre
sceso dal castello in un'ora di notte, con pochi de' suoi perlustrava
la via, se a lui riuscì di scamparla, non così a due
de' suoi masnadieri, che caddero trucidati.

Questo ora sapeva male a Musone d'averla a far con
un uomo sì feroce e sì destro, e con armigeri notte e dì a
perlustrare ogni via che mettesse al castello. Il colpo da
[pg!255] 
tentar su Selvaggia, con la relazione stretta già con quel
Vanni, gli pareva bell'e fatto. Per suo mezzo si sarebbe
appiattato con altri in casa sua all'insaputa della stessa
moglie, e quando Selvaggia, com'era solita, vi fosse giunta,
con uno strattagemma allontanata pur dietro casa Maria,
l'avrebber rapita. Sicuro che allettavalo a ciò la grossa
somma, che per mezzo di Nuto, il Fortebracci gli aveva promesso.
Ma prima di trattarne con Vanni, nel mestiere non
ancora matricolato, com'ei diceva, perchè poi non l'avesse
a tradire, tentò più volte se avesse potuto prender non visto
qualcuno di que' sentieri per al castello: quando, trovatili
sempre come assiepati di militi, ei senza più desistè dall'impresa,
e al Fortebracci la dimostrò per allora impossibile.
Premevagli troppo la pelle che poteva salvarsela con altri
guadagni, senza che avesse a rischiarla cotanto per far servigio
a costui. Gli bastava d'intendersela con quel furbaccio
dell'oste della Moscacchia per sicure corrispondenze, e talora
col giungervi nottetempo egli stesso. Lì sul confine, per un
andirivieni di passeggieri, la palla al balzo o più presto o
più tardi gli doveva capitare: e forse di nuovo in altro modo
(diceva in aria di mistero al Fortebracci forte irritato con
lui) non dubitasse, gli avrebbe giovato.

Frattanto che era mai avvenuto delle minacce del Legato
di Bologna, e delle intimazioni al Vergiolesi di sgombrar dal
castello?

Dopo la risposta assai perentoria che il Vergiolesi gli
aveva spedito, si eran risolute a parole. Incerti sempre i
Bolognesi delle forze che avesse, in quanto che quella sua
gente (non molta a dir vero), facendola comparire a brigate
or qua or là sulle alture di que' burroni, aveva fama di essere
straordinariamente accresciuta; non intendevano rinunziare
all'impresa d'un'aggressione al castello, ma frattanto
temporeggiavano, aspettando occasione più propizia.

Se al capitano premeva molto, in pro suo e del suo partito,
la difesa di quel fortilizio, non meno gli stava a cuore
che i poveri Pistoiesi fosser trattati il meno male possibile.
Però non mancava per mezzo de' suoi corrieri d'aver contezza
di tutto, e quasi ogni giorno: in particolare dal suo
[pg!256] 
degno concittadino ed amico Lapo de' Rossi, che, come dicemmo,
succeduto a messer Cino nell'ufficio di giudice delle
cause civili, era di pari animo nell'amore alla terra natale.
Dire che i Neri si ritraessero da quel governo era ormai
impossibile. Ma che non vi si tenessero con angherie inaudite
e sempre peggiori, questo era che almeno chiedevano.
Dove che avendoli supplicati da ogni parte ma senza frutto,
que' miseri cittadini si vedevano ridotti di nuovo alla disperazione.
I Lucchesi più che i Fiorentini eran quelli che
più li tribolavano. E' dicevano apertamente che volevano disfar
Pistoia.

Narran le storie che di recente era stato mandato loro
da Lucca per capitano un certo Tomuccio Sandoni. I Pistoiesi
perchè lo seppero di vil condizione e disagiato, e che
al solito avrebbe inteso più a guadagnare che al bene della
città, non lo voller ricevere. In questo, a dì 5 di giugno
1309, si levò un improvviso rumore che parve una voce che
venisse dal cielo, e fu un gridare per ogni via: «Afforziam
la città!» Allora un suonare a stormo da ogni campanile;
e veder uscir tutti quanti uomini e donne, chi a prender tavole,
legnami e ferramenti, chi a fare steccati e bertesche
intorno alle mura abbattute. In poche ore la città era tutta
afforzata. Poi cominciarono a scavare i fossi dal lato di
Lucca. Ser Tomuccio, spaventato da questa rivolta, corse
a Lucca e riferì l'accaduto: e subito i Lucchesi con grosse
schiere, popolo e cavalieri, cavalcarono per Valdinievole. I
Pistoiesi sentito questo, mandarono in contado per tutti i
loro amici, che dalle castella movessero armati a difenderli:
e messi fuor di città ragazzi e fanciulle, deliberarono, che
se i Lucchesi venissero, disperatamente gli avrebbero combattuti
fino agli estremi; perchè dicevano: «Meglio è morire
una volta che mille!»

Di già l'oste lucchese si era avanzata fino all'Ombrone,
a un miglio circa dalla città. Tanto bastò! I Pistoiesi usciron
subito; e col forte proposito di morte dare e morte ricevere,
si baciarono in bocca l'un l'altro; e via, serrati in
schiere, e con l'armi in pugno a respingerli! Eran quasi
presso all'Ombrone, quando, con gran stupore, videro arrivare
[pg!257] 
di là dal fiume il capitan Vergiolesi! Era stato l'amico De
Rossi che l'aveva di tutto informato. Ed egli, saputa appena
l'iniqua aggressione, si era mosso dalla Sambuca con militi
a piede e a cavallo, acresciuti di gente del contado lungo
la via. Preso ardimento da tante armi che aveva raccolte,
varcato l'Ombrone più in alto, lo costeggiava dal lato destro
per venire a tendere una imboscata al nemico dopo disceso
dal Serravalle. I Lucchesi allora accortisi del pericolo, nel
timore di esser serrati dalle avverse schiere, non osarono
di passare il fiume. E peggio per loro se lo avessero fatto!
Così li ammonirono certi savi uomini fiorentini, che, essendo
in Pistoia, si recarono al campo lucchese, e li consigliarono
a retrocedere. Tanta era la gente in armi della città e del
contado, irritata e risoluta a combatterli, che al primo scontro
sarebbero stati disfatti.

Molto allora fu lodato da ogni classe e fazione di cittadini
il generoso e inaspettato soccorso del Vergiolesi. Riconobbero
tutti che non poteva esser giunto più opportuno
e propizio per distogliere dalla comune terra natale il fiero
nembo che sopra le si addensava. Un'ambasceria de' più
notevoli pistoiesi con a capo il De Rossi incontanente recossi
a lui per rendergli grazie. Ma già egli, appena ebbe visto
che i Lucchesi se ne partivano, conseguito l'intento, raccolti
i suoi, se ne tornò alla Sambuca.

Sparsasi la notizia d'una spedizione sì fortunata, e al
sapere che sotto l'insegne del capitan ghibellino molti sempre
accorrevano, il suo partito nel Pistoiese e altrove ne prese
animo: tanto che a Firenze alcuni giovani segretamente deliberarono
di cavalcare alla Sambuca a rafforzargli le schiere.
Non appena il capitano ne fu informato, che descrisse loro
per lettere la via da seguire; e promise che al castello di
Treppio avrebber trovato un suo messo per guidarli sicuri in
Sambuca.

—A cavallo, a cavallo!—s'udì gridare una tal notte
sulla spianata d'un castello degli Adimari, sulle belle colline
di presso Empoli. E i valletti di subito a trarsi ciascun per
le briglie a due a due i destrieri, e condurseli innanzi alla
porta del turrito castello; assicurarsi se le selle fosser ben
[pg!258] 
cinte, le bisacce con quel che occorreva: un chiedersi a mezza
voce fra loro se tutti eran pronti; e là fra le tenebre, al
dischiudersi di quella porta, seguendo il figlio del castellano,
una trentina di giovani eran tutti in arcioni.

Quelli che tenevan co' Cerchi, e con parte Bianca, de' Fiorentini
erano adesso tutti gli Adimari, tranne de' loro M.
Filippo di M. Boccaccio—*lo fiorentino spirito bizzarro*—detto
*Argenti* anche da Dante, perchè ricchissimo, e aveva
la boria di far ferrare d'argento i cavalli. Poi i Mozzi, i
Nelli, i Mannelli, i Bardi, i Rossi, e il Baschiera della Tosa:
poi gli Abati, i Malespini, gli Scali, i Falconieri, i Gherardini,
i Bostichi, i Giandonati; que' dei Pigli, de' Vecchietti,
degli Arrigucci, dei Cavalcanti: solo alcuni de' loro però;
perchè in una stessa famiglia, spesso accadeva che altri seguisser
l'avversa fazione. Molti poi de' popolani minuti, fra'
quali, M. Lapo Falconieri, Cece Canigiani, e il Corazza Ubaldini,
e i più de' Ghibellini di Firenze. Di queste casate uscivano
i prodi giovani che dicemmo; venutivi co' propri cavalli e armati
di tutt'arme, e già postisi in via pel generoso divisamento
di soccorrere il Vergiolesi. Altrettanti del popolo dovevan
seguirli, quando costoro giunti a Sambuca li avrebbero avvisati.

Era una bella notte d'estate. A un'aria fresca, sotto
un cielo stellato, per luoghi domestici, il viaggio non potea
cominciarsi con migliori auspici. Speranzosi tutti, di forte
animo, e uguali e concordi, non avevan neppur pensato ad
eleggersi un capo che gli guidasse. Solo per la molta stima
che avevan per l'Adimari, degno erede di quel Bellincion
Berti, figlio di Berto Adimari e padre della bella Gualdrada,
da Ottone il grande data in isposa al conte Guido da Poppi;
poi perchè da lui invitati, quasi a un comando vi s'eran raccolti;
tacitamente lo riconobbero come lor condottiero.

Avanzatisi verso Prato, avevan di già risalito il fiume Bisenzio,
e piegando poi a Cantagallo, eran giunti a pieno
giorno su per le gole appennine. Incerti di che animo i
castellani di Treppio fossero verso loro, e come gli avrebbero
accolti, propose l'Adimari e fu consentito da tutti, di far
alto lì all'aperto fra quelle selve: discesero allora: e legati
i cavalli ai vicini castagni, si adagiarono sul molle strato; e
[pg!259] 
a quell'ombre, fra gli scherzi e la spensierata allegria di
quell'età, coi cibi portati a una fonte vicina, si diedero a
ristorarsi. Ripreso poi il cammino, prestamente giunsero a
Treppio. Allorchè si fece loro incontro un pastore, che diceva
essere stato spedito dal capitan Vergiolesi per servir
loro di guida fino al Castel di Sambuca. Non dubitarono
punto che costui fosse quegli che il capitano promise di
inviar loro lassù, e dietro tale scorta credutisi più sicuri,
proseguirono il viaggio.

S'avviavano in un alto piano per mezzo a bei castagneti,
rasentando talora lo scrimolo di strette e profondissime valli,
formate da un altro torrente Limentra. Discesi poi al villaggio
di Badi, e di qui posto piede nel territorio bolognese,
mentre avrebber dovuto sempre costeggiarne il confine e
direttamente calare a Pavana per risalire a Sambuca; invece
da quel pastore, pensatamente fatti sconfinare, furon guidati
verso di tramontana. E intanto costui, giù giù per una strada
scoscesa, dava ad intendere a tutti quanti, ignari affatto di
quelle vie, che non facevano che costeggiare il confine toscano,
dentro il quale era quel villaggio che già scorgevano
in basso nella valle dell'altra Limentra, e dove di necessità
dovevan far capo per varcare questo nuovo torrente. Chi
gli avesse veduti que' baldi giovani per quella poca pianura
che trovarono finalmente prima d'entrare nel villaggio, dopo
un discender sì faticoso! Andati sempre sui monti l'uno
dopo l'altro e spesso a piede con a mano i cavalli, ora montati
in sella si avanzavano a due a due; ma più briosi i cavalli, e i
cavalieri più lieti, più loquaci e già soddisfatti; scorte al fine,
sul poggio dinanzi, le mura merlate del Castel di Sambuca!

A colui che volesse avere un'idea della foggia di que' cavalieri
e militi cittadini a un tempo, credo che non potrebber
meglio offerirgliela che gli abitanti dell'isola di Sardegna,
allorchè sulla sera villici e proprietari a cavallo, dalla campagna
(non avendovi ancora che poche case coloniche) fanno
ritorno in città. Portano in capo un nero e lungo berretto
di lana che ricade loro da un lato: a sera poi vi sovrappongono
il cappuccio che tengon dietro alla cappa, com'era uso
nel medio evo. Se non che nella estate se la gittano dietro
[pg!260] 
le spalle. A una cintola di cuoio tengon appese le corte armi.
Vanno a drappelli, cavalcando piccoli ma vivaci destrieri
dell'isola, con gran bisacce sui fianchi; e solo invece di
picche (s'intende) hanno schioppi, che, o tengono in obliquo
sopra una spalla, o per traverso dinanzi alla sella, ossivvero
nella destra elevati, col calciule posato sul fianco.

Con questo modo presso a poco entravano i nostri giovani
nel villaggio, senz'avvedersi di essere stati condotti su quel
di Bologna, in un paese nemico, e nel covo del rio Musone
al villaggio della Moscacchia! Trafelati però e infiacchiti
dal disagio e dal caldo, dopo essere stati per tante ore a
cavallo, veduta l'insegna d'un'osteria, non parve vero a ciascuno
di farvi alto, e prender di nuovo da ristorarsi.

—Oh! qui c'è tutto, messeri; venite, venite—disse
loro la guida, che già per la via faceva presentire a' loro
stomachi questo conforto.

—Tutto, tutto abbiam qui, e a' vostri comandi, gentiluomini
riveriti—soggiunse l'oste dalla porta dell'albergo,
levatosi il suo bianco berretto, e mostrando un faccione rosso
come un gambero, con certi cernecchi di capelli rossastri e
setolosi, e tentennando la sua gran pancia, sostenuta da un
paio di gambe corte corte.

—Entrate, entrate!

E data un'occhiata per traverso alla guida, questi, come
se per caso nel passare si fosse in lui imbattuto, gli susurrò
alla sfuggita: «Son loro!»

Inteso ciò, il mariuolo dell'oste con un'aria tutta ridente
se n'andò attorno a que' cavalieri a raddoppiar di profferte
e di salamelecchi, e a prender gli ordini per preparar loro
la refezione.

Rientrato poi nell'osteria con la guida, toccando a questo
la spalla, e con certi occhi stralunati gli disse:

—Bada sai! Lascia prima che mangino e che abbian
pagato!

—S'intende—rispose l'altro.—I buoni affari bisogna
trattarli a pancia piena. E vedi che io oggi te ne fo far
uno co' fiocchi. Piuttosto ti dico che tu pensi subito a me!
m'hai capito?

[pg!261] 
—Non dubitare; i meglio bocconi son tuoi. Poi tu dovresti
sapere che alla circostanza non ho i granchi alle mani!

—Va bene! Me lo credevo—rispose l'altro, assicurato
di buona mancia. E seguitò a tener d'occhio e a porger
l'orecchio su tutto e su tutti.

In breve i nostri, tolte le selle ciascuno al proprio cavallo,
con manciate di fieno l'avea stropicciato e asciugato: poi
legatili tutti a' vicini castagni e procurato loro da nutrirsi,
l'un dopo l'altro se ne entravano nell'osteria.

Era omai sulla sera. Il caldo, sebbene in montagna non
sia mai affannoso, pure in quell'ora e in quel basso vi si
sentiva: da quei giovani poi molto più, affaticati non poco
per tutto il giorno. Però non parve vero a ciascuno di scingersi
l'armi e spogliarsi delle vesti. Posaron tutto nella
prima stanza: poi non fecero altro che affrettare briosamente
l'ostiere, perchè nell'altra vicina li servisse alla mensa. Non
è da dire di che sorta fosse quel loro apparecchio. Un
lungo e sudicio tavolino, sul quale eran solo distese alcune
foglie di castagno; cinque o sei boccali, ed orciuoli e alcuni
piatti; e torno torno due panche male in gambe per i convitati.
Una stanza poi a tetto, tappezzata di ragnateli; e
vari straccali polverosi dall'altra parte. Ma il buon umore
che regnava fra loro fece mandar in burla ogni cosa. Tutti
gridavano a una voce:

—Ostiere, sei pronto? portaci da mangiare, galeotto che
sei! Non pensi che abbiamo una fame da lupi?

Per accrescer quel brio giovanile bastò loro che seduti
alla tavola, si vedessero comparire una giovane fantesca.
Era questa una paffuta montanina avvistatotta, e accorta: la
disperazione dell'ostessa, che facendola da gelosa l'avrebbe
voluta cacciar le mille volte, se altrettante quel furbaccio
di suo marito, in un'osteria di confine come la sua, con un
andirivieni di contrabbandieri che pagavano a bizzeffe, e
sapeva tenerseli cari, e al bisogno servirli, non l'avesse convinta
che un zimbello miglior di lei non poteva trovarsi, e
che anche per questo d'avventori non ne mancava. Adesso
era lei questa destra fantesca che portava in tavola le vivande,
e che intesasi col padrone, badava a mescere a tutti del vin
[pg!262] 
generoso. Accettando così da essi per quasi un'ora e ricambiando
gli scherzi, que' giovanotti non s'erano accorti che
costei li aveva ben bene avvinazzati. Però l'oste si affrettò
a far loro un conto spropositato, che presentato e richiesto
da lei stessa con molte lusinghe, non esitarono a pagar per
l'intero, aggiungendovi il di più della buona grazia per lei
medesima. Vi avevano invitato alla mensa anche il pastore
che fu loro di guida: ma esso si scusò con dire che era
solito a prender cibo co' suoi amici in cucina per farvi due
ciarle.

Intanto quest'uomo aveva mangiato e bevuto, sì, ma in un
attimo era stato visto sparire da un uscio di dietro. Quando
a un tratto, quei giovani che ancora trincavano e facevan
cuccagna, si videro entrar nella stanza quanti militi ce ne
potesse capire, che puntate contro essi le spade, e altri addossatisi
con le allabarde fin da una bassa finestra, intimaron
loro d'arrendersi! Erano le milizie del Comune di Bologna,
il cui territorio avendo quei giovani violato entrandovi armati,
quel capitano ingiunse loro l'ordine di seguirle.

Stupirono a prima giunta, e si guardarono l'uno l'altro;
poi alzatisi tutti:—Traditore di guida!—esclamarono; e
si sarebber dati a strepitare e disporsi a difesa. Ma l'Adimari
con molta serietà disse loro:—E non vedete che siam
disarmati? Incauti noi! Ora ci è forza d'arrendersi!

E ben si avvisava. Cinquanta lance a cavallo, al cenno
della perfida guida erano uscite dal bosco vicino, e agli ordini
del capitano della montagna bolognese avevan già circondato
la casa; e altrettanti militi a piede impadronitisi
de' cavalli e delle armi loro, e solo restituite le vesti, li
avevano circuiti, e legati e prigionieri li scortavano a Bologna.
Ma un tradimento siffatto non era stata la sola guida a compirlo.
Bisogna sapere che il ritorno del capitan Vergiolesi
alla Sambuca dopo il felice successo riportato sopra i Lucchesi
presso Pistoia aveva talmente rianimato lo spirito di
sue milizie, che già nella mente esaltata si fingevano di poter
presto prender la rivincita sopra i Guelfi Neri. Alcuni capitani
poi del Vergiolesi non s'eran guardati di palesar liberamente
a Selvaggia, forse per consolarla, ma presente la
[pg!263] 
sua fantesca Maria, l'aiuto che attendevano da Firenze da'
giovani Ghibellini, la via che avrebber tenuto, la guida che
per loro spedivano a Treppio, e fino il dì dell'arrivo. La
buona Maria a quello sciagurato di suo marito, che ogni
tanto tornava a casa dando ad intendere di andare a opra
qua e là, e le riportava danari, per effetto di buon cuore e
dalla gioia che ne provava gli confidò ogni cosa per filo e
per segno. Tanto bastò che ne fosse informato Musone.
Questi mandò subito a Treppio la falsa guida. Di quella poi
spedita dal Vergiolesi andò in cerca egli stesso con quanti
più uomini potè raccogliere, penetrò fra i boschi e sulla via
fino a Treppio, l'appostò, e gli riusci d'arrestarla. Ne fece
prevenire l'oste della Moscacchia suo manutengolo; e prima
d'ogni altra cosa pattuì per una grossa ricompensa col capitano
della montagna la consegna di quella brigata di Ghibellini.
Preziosa occasione che quel capitano, a costo d'aver
che far con costui, non si lasciò sfuggire, per acquistar favore
e denari dal vigile Cardinale. Frattanto Musone con questo
colpo faceva, come suol dirsi, un fatto e due servizi. Dava
ad intendere al Fortebracci nascosto lì in quell'osteria che
tuttociò aveva operato per favorire i suoi disegni, quelli d'avversare
ad ogni costo le mire del Vergiolesi, e di avvilire e
prostrare quel suo odiato nemico. D'altra parte al capitan
bolognese mandava dicendo, vedesse un po' a che imprese
arrischiate si fosse dato per attestare a messer il Cardinale
la sua devozione al partito dei Guelfi.

Ma il comune dettato che il diavolo le insegna fare ma
non conduce a buon porto, e che una le paga tutte, parve
che fosse noto anche allora. Infatti così dicevan fra loro in
una grossa brigata i militi del capitan Vergiolesi, il giorno
stesso che i giovani Ghibellini erano stati fatti prigionieri.
E lo dicevano perchè riprendendo la via del castello, avevano
poco innanzi nientemeno che appiccato agli alberi lungo la
via, Musone e diversi altri di sua masnada! Chi glie l'avesse
detto al tremendo bandito che dovesse perder la vita per
man di colui al quale tuttodì la insidiava! Ma tant'è; la
sua sorte questa volta non gli fu dato sfuggirla! Cadde in
un'imboscata su quel di Pistoia mentre per vero avea tentato
[pg!264] 
un bel colpo; non pensando però al pericolo in che s'era
posto, con l'arrestarsi in que' pressi per trattenervi la guida
sorpresa, finchè non suppose allontanati di molto i militi del
capitan bolognese, col quale aveva trattato sì, ma però alla
larga per sospetto d'un brutto giuoco. Or mentre il Vergiolesi,
avvisato, era accorso con molti uomini sulle tracce di
que' giovani generosi, Musone e i suoi scherani furon circondati
da lui, e tutti come assassini il capitano militarmente li
sentenziò, ed ebbero quella morte.

[pg!265] 

.. toc-entry:: XXIII - I tristi presagi

CAPITOLO XXIII. 
===============

I TRISTI PRESAGI.
-----------------

.. epigraph::

   | Quanti dolci pensier, quanto desio!

   — :small-caps:`Dante`, *Inferno*, Canto V.

L'autunno era già avanzato. Alla montagna alta il freddo
si fa sentire molto innanzi che al piano, e v'anticipa i tristi
giorni. L'aspetto del cielo non v'è più bello siccome suole
di quell'azzurro cristallino, di quel sereno diafano, privilegio
di quelle alture. I primi venti, le prim'acque distruggono
quel poco di florido che v'era rimasto, e rallegrava pur
sempre i campi e le selve. Le rose selvatiche dell'estate,
le rosse violette garofano, i fior bianchi e i gialli stellati, e
altri molti di svariati colori, dai cigli, dai prati verdissimi,
dal molle strato delle selve sono scomparsi. Dovunque tu
volga il piede non calpesti che le foglie degli alberi, che
poco fa eran lucide e verdi e piene d'umor vitale, ma che
ora ingiallite e secche, a ogni venticello si spiccano, finchè
a una a una non sien rese alla terra.

In un di cotesti giorni una luce fioca penetrava dalle
finestre nella camera di Selvaggia; perchè la nebbia sollevatasi
dai sottoposti valloni, viepiù offuscava l'incerto raggio
del sole, che trasparendo da molte e piccole nuvole, giungeva
sbiadito, e come le piante, rattristava li spiriti.

Lauretta era l'unica con cui Selvaggia lassù potesse
aprire il suo cuore. Da qualche mese aveva fatto ritorno al
Castel di Sambuca, abbandonato ora del tutto quel di Vergiole,
[pg!266] 
dove messer Fredi consorte suo aveva voluto si riparassero
co' suoi dopo l'assedio, ma dove neppur là i nuovi governanti
li lasciavano in quiete, ma anzi li angustiavano con persecuzioni
continue. Solo per pochi giorni ridiscesa a Vergiole,
adesso era tornata presso l'amica per non più abbandonarla.

Gran sollievo per Selvaggia fu sempre la compagnia di
Lauretta. Erano, è vero, di una indole assai diversa; perchè
Lauretta aveva un carattere riservato, positivo, tranquillo:
Selvaggia invece espansivo, sensibile, e cuore e mente ardentissimi.
Nondimeno fin dall'adolescenza, ogni volta che si
trovavano insieme, parea si studiassero di temperare ciascuna
e nasconder quasi l'indole loro, pur per amarsi. Selvaggia
ammirava la fermezza d'animo di Lauretta, ma pur troppo
non sapeva imitarla. È ben vero che avendo costei ricevuto
questo dono dalla natura, non l'era d'uopo di gran virtù
per mantenervisi. Ma frattanto più d'un conforto aveva
ottenuto da questo dono, nelle sventure domestiche come nelle
pubbliche: collegate queste in particolare con quelle tante e
molto spesso temute pel suo messer Fredi. Divenuta sua
sposa, si sentì anche più obbligata verso la sorella di lui, e
verso un'amica tanto infelice. Ora poi che a' primi stridori
della stagione il male di lei si era aggravato, dedicò ogni
cura e ogni momento a recarle un sollievo.

Cotesta mattina, quando Lauretta reduce da Vergiole le
entrò in camera, trovò Selvaggia che giaceva in letto supina
sollevata alquanto dai guanciali, e nella massima quiete. I
capelli le stavan dietro raccolti, ma non sì che alcuna delle
sue bionde anella non le scendesser dinanzi sui bianchi lini
della sua veste; ed era in volto d'un tal rosso incarnato,
che si sarebbe detto: «ella è sana.» Gli occhi avea chiusi
come in un dolce sonno. Lauretta, per timor di destarla, si
era avvicinata a passi lenti e leggeri, ritenendo quasi il respiro:
e dal fondo del letto andava osservando se veramente
dormisse; e allora, se meglio fosse stato di lasciarla in riposo.
Quando Selvaggia in un subito aperse gli occhi; e accortasi
dell'amica, la guardò e le sorrise. Poi tratta fuori una
mano e porgendogliela:

—Cara Lauretta!—esclamò.

[pg!267] 
Ed essa pure chiamatala a nome, le venne accanto, e
accolse quella mano nella sua con grande affetto.

Allora Selvaggia a bassa e lenta voce così le parlò:

—Dopo una notte agitata ed inquieta, un lieve sonno
sul mattino ho potuto ottenerlo. Oh! raro, sai, mi si consente
quest'oblio della vita, se pure funesti sogni non vengono
a turbarmi anche questo. Trista vicenda, mel credi!
Perchè nelle notti, che mi paiono interminabili, potessi almen
non pensare, o in quel poco di sonno trovar pace alla
mente!... Gran mercè, Lauretta, d'esser tornata sì presto!
Ne aveva proprio bisogno di rivederti!

E intanto le poneva la mano al viso come per carezzarla,
e si avvicendavano il più tenero amplesso.

—Sei tornata dunque per sempre? Deh! Lauretta, fa
di rimanervi! La tua presenza mi è di tanto sollievo!

—Sì, sì, starò teco: non vo' lasciarti mai più—riprese
l'altra.—Pensa se m'è di piacere, mia buona amica! Fredi
pure il desidera.

—Fredi stesso? Oh! è stato sempre affettuoso per me!

E a lei Lauretta:

—Or vedi—svolgendole innanzi due candide ciarpe di
seta a ricami di fiori, e con uno scudo a bande azzurre.—Osserva—le
disse—è un mio trapunto dei mesi passati
nella solitudine di Vergiole. Una ciarpa è per te; piccol
ricambio di quella tua, caro dono per le mie nozze; l'altra
pel tuo buon padre.

—Oh! per me, Lauretta? Puoi immaginare se gradisco
i tuoi doni!—e osservandoli—se non fosse che pel gentile
pensiero! E l'altra dunque col nostro stemma a mio padre?
Io non so se anch'ei come me l'accetterà unicamente per
amor tuo. Perchè, ti confesso, sarebbe questo ornamento,
solo per felice donzella e per venturoso guerriero. Di me
non ti parlo! Del mio povero padre... Tu sai come un tempo
questo stemma di nostra famiglia fu rispettato e temuto!
Ora nell'esilio travolto con noi nell'oblio, è uno stemma che
forse noi stessi (fremo a pensarlo!) sarem riserbati a vedere
nel fango sotto il piede nemico!

[pg!268] 
—No, non dir questo, nol devi: a tali estremi non verremo
per certo.

—Non verremo tu dici? Oh! se sempre il desiderio dei
buoni si vedesse compiuto, e quel de' tristi perisse! Ma intanto
tu forse, Lauretta mia, non hai avuto contezza degli
ultimi eventi? Quanto propizi pe' Bolognesi che tuttodì ci
tendono insidie, altrettanto sventurati per noi!

Lauretta da Fredi sapeva tutto, ed essa pure se n'era
angustiata: ma per pietà dell'amica cercò di troncare quell'argomento
sì disgustoso su cui l'altra volea prolungarsi,
inutilmente non solo, ma con suo grave danno; e postasi a
sedere presso al suo letto, così la mise in discorso:

—Dimmi, Selvaggia, il male non ti tormenta?

—No, adesso no. Il peggio gli è quando s'affatica il
mio petto, che poi si allenisce e mi prostra. E allora i giorni
mi paion tanto lunghi!... Sola, qui sola, abbandonata!...—E
questa parola la proferì con tal senso affannoso, che
ad un tempo due grosse lacrime le apparvero sugli occhi.

—Abbandonarti! chi mai?—riprese Lauretta.—Non
siamo qui tutti? per te e sempre?

Ma ella subito la interruppe, temendo di esser apparsa
poco delicata verso l'amica, e soggiunse:

—Voleva dire che, chiusa fra queste mura, senza neppure
poter respirare da qualche tempo un po' d'aria libera....
vedere il verde della campagna.... Oh! ma che dico! anch'essa
la campagna è già triste! Gli alberi han perduto le
foglie come io la speranza! Oh! dove sono le rose e le
viole che mi fiorivano nel giardino di nostra casa? Qui il
gelo e la neve ricuopre e inaridisce ogni fiore non solo, ma
ogni fil d'erba e l'uccide: e questo gelo, lo sento, è il mio
gelo di morte! Quelle allora eran le rose della mia giovinezza,
e mi piaceva tanto di coltivarle! Perchè poi d'ogni
fiore io m'ingegnava di trarne un simbolo di speranza. Ma
oggi!...

Cui subito Lauretta:

—Stagione di fiori certo non è questa, e dovunque; e
per uscir poi all'aperto, per te così debole, non sarebbe opportuno.
Ma tornerà primavera col suo clima più tepido, e
[pg!269] 
anche qui la salute, sì, sì, mia diletta, la salute sul tuo viso
si vedrà rifiorire. Questo però a patto che tu or non disperi.

Ed ella:

—Ah sì! al par di me tu lo sai, buon'amica, vi sono
steli che anche spiccati innanzi tempo dal fusto, con qualche
cura fioriscono: ma di vita artificiale e d'un giorno. E a chi
vorresti desiderar cotal vita?

Poi come fa chi, di fervida fantasia, vorrebbe pur anche
da lievi cose trarre argomento a sperare, benchè sulle labbra
per un triste presagio non abbia che lamenti e sconforti, di
quell'ultime parole di Lauretta lasciatone interprete il core,
con più vivezza riprese:

—Purchè io non disperi, dicevi! Avresti forse, Lauretta,
qualche buona nuova da darmi? Perchè non t'affretti, se
puoi, a trarre d'affanno la tua Selvaggia? Non fosti tu
sempre la mia prima amica? Non ricordo io forse quando
noi fino da fanciullette cominciammo ad amarci? Oh allora!...
allora io era felice! E fu un tempo che tu stessa solevi
appellarmi avventurosa fra tutte: e per qualche anno, nol
nego, ne sentii compiacenza. Era forse quel dolce tempo
quando io in primavera nel mio castel di Vergiole, con altre
donzelle (e spesso tu pure) me n'usciva all'aperto dinanzi
al piazzale, e mi piaceva di scherzar col falcone sul braccio,
e lanciarlo nelle regioni dell'aria, e docile ed addestrato,
vederlo far larghi giri, e ritornar sopr'a me. O me n'andava
a diporto pe' vicini e culti verzieri di rose, di mortelle, e di
lauri; alle bell'ombre de' contigui boschi di lecci, d'albatri
e di felceti: o anche talvolta giù in basso pe' prati, e sulle
rive fiorite del rio. El era con voi, dolci amiche, se ben mi
sovviene, che in pienezza di gioia, e improvvida dell'avvenire
d'ogni fiore mi tesseva ghirlanda, d'ogni canto mi dilettava.
Oh! le mie belle colline, ove sì benigna e soave è la guardatura
del cielo!... un tepore, una vita... e tanto ampio
e tanto lieto orizzonte! Ne' tempi poi più vicini ben io ricordo
che talora al castello rimasta sola, dal mio liuto soleva
trarre armonie melodiose, mentre che nell'acceso pensiero
vagheggiava il ritorno d'alcuni de' miei e quello di lui!...
[pg!270] 
Oh! care fantasie! o bei giorni ridenti!... E ora!!... Le
corde del mio liuto!... vedilo là appeso a quella parete—si
son rilassate come le fibre di questo cuore! È vero che
anche per più gravi cagioni! Provasti mai, Lauretta, quando
l'animo tuo per gioia o per doglia è fortemente commosso,
ad aver bisogno di espandere in qualche modo il cor tuo?
Vedi (e m'avrai anco spesso sentito) era proprio allora ch'io
soleva ricorrere al mio stromento, come ad un fido amico,
e sola nel segreto delle mie stanze, toccando quelle corde io
vi diffondeva tutta l'anima mia: e que' suoni talvolta sposati
a qualche mio canto, anco non volendo m'uscivano or mesti
or lieti, secondo che mesta o lieta io mi fossi, e armonizzavano
con gl'intimi sensi che avevano in me predominio.

E Lauretta:

—Oh! se il rammento! Que' suoni tanto prendevan qualità
dallo stato dell'animo, che anche di lunge avrei potuto
comprendere quale ti avrei trovata quel giorno.

—Or bene, mia buona amica—soggiungeva Selvaggia—questo
caro, questo prezioso conforto io lo perdei da quel
giorno che una guerra fratricida fu dichiarata al nostro paese.
Pur troppo una dura necessità la difesa! Noi vinti, tutto,
tutto perdemmo!... Nondimeno quel mio stromento oh sì!
me lo volli con me nell'esilio. Quassù, è vero, non era il
caso di doverlo appendere come le giovani ebree ai salici
del fiume d'una terra straniera. Ma i nemici, tu sai, non
ci son lungi! Gli elementi c'imperversano, e ovunque è
squallore e isolamento! Almeno se, pur non tocco da me,
il mio povero liuto avesse avuto potenza di rendermi un
qualche suono, l'avrei appeso come un'arpa eolia alla rocca
del castello, perchè di lassù i venti pietosi mi susurrassero
fra quelle corde la mia mesta elegia! Poche volte, quando
un breve sereno mi riapparve su questo cielo tanto ingombro
di nubi, mi diedi a levare alcun suono. Ora però quelle
corde... rilassate non solo, ma credilo, sono infrante!...
infrante per sempre! Così, che resta mai, anche sol nella
mente, di que' giorni giovenili e sì lieti che tutti voi m'invidiaste?
Un dolore, un gran dolore, il ricordarsi de' tempi
felici! Oh! se sapessero ora come cambiati! Dimmi, dimmi,
[pg!271] 
Lauretta, non ho io sempre seguito col fido sguardo, il mio
astro? Io lo credevo astro di luce perenne: e invece, ahimè!
è sparito dinanzi a' miei occhi come una meteora! Eppure
quante volte sperando mi sono illusa! Perchè, perchè inesorabile
tanto? Per qual dura cagione, per quale?... L'ho
io forse meritato un sì spietato abbandono?

Il parlar concitato e a gran passione le aveva prodotto
un insolito affanno; e alfine era rimasta con gli occhi chiusi
e come in deliquio; mentre le sue guance sì pallide, che solo
il sonno aveva potuto alquanto colorire, adesso si eran fatte
di fuoco. Cominciò dopo brevi momenti a riprendere il primo
stato. Poi, gentile com'era, dubitando sempre di essere altrui
di gravezza, un tremulo sorriso, proprio per Lauretta, richiamò
sulle labbra; e volgendosi a lei che s'ingegnava di confortarla,
affabilmente le disse:

—Vedi quante molestie debbo recarti! Ma, ti prego,
per me non t'affannare! non è nulla, sai, amica mia, non è
nulla. Finirà! finirà!

Queste parole appassionate e funeste, alla povera Lauretta
passarono il cuore. Ella stessa non sapeva darsi ragione
dell'assoluto silenzio del suo cugino. Conosceva omai a
fondo il cuore di Cino, quel suo cuore amoroso, non smentito
mai per tutta la vita, e d'un amore tutto dato a Selvaggia,
per non dover dubitare, che dopo anche l'ultime prove d'affetto,
e le promesse fattele in quello stesso castello, non
avesse a ricordarsi per lettere di quella sua donna, di quella
famiglia, di lei stessa. Ma e che per questo? Non poteva
averlo incolto qualche sventura? Questo era il più triste
de' suoi presagi, e faceva ogni sforzo per cacciarlo da sè.
Potevano le sue lettere essere andate perdute. Difficile, è
vero, era la corrispondenza epistolare in que' tempi; per le
pessime strade, pe' pericoli delle aggressioni, e per tanti ostacoli,
dipendenti dai costumi, dalle leggi e da un insieme di
cose, che impedivano il rapido progresso materiale e morale:
ostacoli di tal sorta, da mostrare anche in questo la gran
differenza che passa da quell'età alla nostra! Nondimeno i
corrieri de' cittadini (chè allora i più doviziosi, in mancanza
di poste pubbliche, ne tenevano per conto loro) non che quelli
[pg!272] 
de' governi, andavano e venivano tutto giorno. Tutti questi
riflessi mentre non le davan modo a dedurne la vera cagione,
e la colmavano d'amarezza, non le consentivano d'altra parte
di articolare contro di lui con Selvaggia una minima accusa.
E come col capitano e con Fredi per più volte n'avevan
parlato, così si convenne d'evitare il più possibile con Selvaggia
quest'argomento, o presentarglielo, se ella v'entrasse
per una delle tante sventure che aggravavano la parte loro:
e per riguardo poi a sì stimabile amico, come una di quelle
tristi vicende che impensatamente t'avvengono, nè puoi evitare;
certo però questa indipendente da lui; ma infine pur
troppo un nuovo dispiacer di famiglia!

[pg!273] 

.. toc-entry:: XXIV - Le rivelazioni

CAPITOLO XXIV. 
==============

LE RIVELAZIONI.
---------------

.. epigraph::

   | E senza creder d'aver frutti omai,
   |  Sol di vedere il fior era il diletto,
   |  Nè ad altro che a quel già mi pensai.
   | E se creder non voglio in Macometto,
   |  Dunque, parte crudel, perchè mi fai
   |  Pena sentir di quel ch'io non commetto?

   — *Sonetto di* :small-caps:`M. Cino` *ad Agaton Drusi*.

Dopo i fatti narrati sì dolorosi pel cuore di Selvaggia;
dopo aver veduto a qual misero stato di salute e di spirito
fosse condotta, vogliamo non defraudare un istante l'espettativa
dei nostri lettori sulla conoscenza d'un sì lungo ed ingrato
silenzio tenuto da messer Cino, non pur con lei, quanto
con gli altri di sua famiglia. Per un uomo d'onore troppo
grave è lo addebito, senza cause gravissime, dell'abbandono
d'una donna ornata di tanti pregi siccome questa, e dopo
averle giurato cotanto affetto!

E a noi pure tarda di dirlo, e subitamente il facciamo,
premettendo la narrazione seguente.

Alle sventure domestiche del Vergiolesi si aggiungeva ora
per colmo il pensiero di sottostare alla forza stragrande di
que' di Bologna, e di essere astretto a cedere agli odiati
Guelfi Neri il ghibellino castello, fra quei di Toscana dei
più forti e meglio muniti; antico possesso e vanto dei suoi:
e dove se quei di sua parte l'avesser soccorso, avrebbe creduto
[pg!274] 
di renderlo inespugnabile, di tener fronte ai nemici, e
di trionfare.

Ma i Fiorentini, come narrammo, dopo avergli impedito
il soccorso de' suoi partigiani; collegatisi co' bolognesi, tuttodì
animavan costoro per aita di danari e di gente perchè alla
perfine da quel forte propugnacolo il Vergiolesi fosse cacciato.
Così solamente la parte Bianca sarebbe andata dispersa. Il
rinforzo de' pochi giovani generosi che, come vedemmo, per
tradimento non gli giungeva, ad ogni modo sarebbe stato
sterile e tardo.

Il capitano dall'altro lato, dopo le prove già fatte, dopo
i sacrifizi non pochi d'uomini e di denaro per potervisi reggere,
non celava più a se stesso ed a' suoi la dura necessità
cui dovea sottostare, e l'imminente pericolo. In tanto smarrimento
di sensi a chi rivolgersi per consiglio?

Fra sì gravi e fortunose vicende non gli era rimasto
degl'intimi e dei più fedeli, che un amico della sua giovinezza,
quel monaco Buonaventura, che vedemmo già essere
stato inviato a lui dalla Signoria di Firenze per trattare gli
accordi sulla resa di Pistoia durante l'assedio. Or fu a lui
che il capitano risolse di spedire un messo con lettera, al
convento di Santo Spirito a Firenze, dov'ei dimorava, per
averlo a sè. Bonaventura, ricevutolo appena, e udita la gravità
delle cose, senza porre indugio si mise in via con lo
scudiero del Vergiolesi, che gli aveva condotto un cavallo: e
dopo un viaggio non breve, ed incomodo valutatane la fredda
stagione, giungeva al castello. Un amico dal quale tu speri
un sollievo, e che non esita un istante, anche con suo disagio,
d'accorrere al tuo richiamo, gli è un beneficio che non ha
pari. E tale apparve al capitano l'arrivo del monaco Buonaventura.
Egli era uomo di circa sessant'anni; alto della
persona, preveniente all'aspetto. Sotto quel saio batteva
pur sempre un cuore, pel quale aveva saputo in duello ritrarre
la spada dal petto d'un suo nemico senza ferirlo, perdonargli,
abbracciarlo, e ripararsi in un chiostro! Adesso
da quel volto traluceva la bontà vera; e dalle ciglia rase d'ogni
baldanza, che per consueto dignitoso e modesto le sollevava
a parlar con alcuno, la perspicacia delle cose del mondo.
[pg!275] 
Palesategli il Vergiolesi le difficili condizioni che lo premevano,
non esitò a porgergli quei consigli che più stimò utili
ed opportuni.

—Ma ora—dicevagli il monaco—bisogna provvedere
a questa povera tua figliuola. Amico mio, è tempo di raccogliere
le proprie forze, e di non pensare che a lei. Io, io
stesso, non dubitare, scriverò subito al Cardinale a Bologna,
e quanto al castello, spero in Dio, rispetterà lo stato d'un
padre che ha una figlia in tanta gravezza di male.

Egli infatti dopo il primo colloquio col Vergiolesi l'aveva
visitata, e pur troppo non gli era sfuggito a che misero fine
lentamente si conduceva! Selvaggia ei l'aveva conosciuta
fin da fanciulla, e come amico di casa, era stato un di quelli
ne' quali ella avesse posto più confidenza. Or non è a dire
con quale sodisfazione ell'accogliesse la visita di quell'uomo
di Dio! Gli aperse tutto il suo cuore: pianse e dolorò lungamente.
Indi a poco le parole di lui sì miti e soavi, le
giunsero come balsamo di salute: sicchè sollevata da' suoi
celesti conforti, a grado a grado sentì rinascersi una quiete
e una pace, che mai non avrebbe creduto.

Ma egli doveva aver la fortuna di potere in que' terribili
istanti rassicurare quella gentile anche con una prova di fatto,
opportuna e gratissima quanto meno aspettata.

È da sapere che Vanni, lo sciagurato consorte della Maria,
aveva potuto, con la fuga e tenendosi celato, sottrarsi alla
forca, alla quale furon dannati la più parte di que' della
banda di Musone della Moscacchia. Poi, colto il destro, in
una notte di pioggia e di buio il più folto gli era riuscito
di giunger sicuro a casa della moglie. Non sarebbe sì facile
a descriver lo stupore e il piacere che ne provò quella povera
donna! Dopo un'assenza assai prolungata; dopo quello
che si diceva di Vanni suo dell'essersi unito con assassini
da strada; e infine dopo la morte ignominiosa che fu sparso
avesser tutti subìta; una tal notte, udito picchiare all'uscio
di strada, si sentì dire:

—Apri, son io.

—Chi? lui! Misericordia!—ell'aveva esclamato—possibile!
Ma chi? (quasi dubitando)—e quegli.

[pg!276] 
—Ti dico, son io, Maria: apri subito, ti ripeto!

E vederselo proprio inanzi in carne e in ossa! lui... il
suo Vanni, sospirato e pianto già morto! La poveretta rimase
tramortita fra le sue braccia! Egli allora le fece
animo; e riavutala, le narrò in breve la sua buona ventura,
e i suoi nuovi propositi. Poi non ebbe che un pensiero. Le
dimandò in prima della figlia; quindi con gran premura chi
avesse per casa, se parlando, nissuno vi fosse da comprometterlo.

—E nissuno—ella disse.—Perchè infatti non eravi in
altra stanza che una giovinetta cugina di lei, che aveva chiamata
e avuta per grazia da' suoi per guardarle la piccola
Selvaggia, mentre ella, abbandonata da lui, se ne stava a
vegliare la sua povera signora, o dall'alba alla sera al telaio,
affrettando il lavoro per procurarsi una parte del campamento.

—Ma dunque—con amoroso rimprovero le soggiungeva
Maria—alla nostra creaturina non pensavi più? Lascio di
me... che anch'io!.. che avre' avuto a fare, sola, dibandonata
e senza un disegno al mondo? Dio mio! Dio mio!
Ma lei poi, poverina!...—e singhiozzava, appoggiate ambe
le mani a una sua spalla. Poi distaccatasi, con fiducia gli
disse:

—Basta... non ci vo' più pensare: ora se' tornato per
bene, eh?

—Lo credo io!—soggiunse Vanni.—Stà pur queta,
te lo giuro!

Ed ella:—Se sapessi, Vanni mio!... che credi che mi
bastasse il lavoro per andare avanti? Il resto per vivere,
vedi, me lo manda per sua carità quel buon angelo della
nostra castellana. Ma ora, meschina me! questo soccorso
l'avrò forse per poco! E peggio poi per madonna, oh! Signore!
che ogni dì più se ne va in consunzione! E pensare
che quel suo fidanzato da poi che la lasciò.... (oh! voialtri
uomini!...) e' non le ha mai scritto un rigo!

—Ma come!—riprese Vanni—non era messer Cino
de' Sinibuldi?... lui, che venne a visitarla anche quassù al
castello, e che poi se n'andò in Lombardia?... Non è vero,
[pg!277] 
sai, non è vero; vo' l'incolpate a torto: crediatelo che le
ha scritto più volte. Te l'assicuro io: e bada, te lo posso
dire, e so quel che mi dico!

—Tu?... davvero? Ma dimmi...

—No, ora non cercare come l'è ita. Lo saprai, non
dubitare! Intanto, che la cosa e' la so proprio io, corri subito
a dirlo a lei, a madonna: ma in segretezza veh! Questa
può essere la mia fortuna.

—Che dici mai! Oh! a lei? in quello stato! ma ti pare?

—A chi dunque che le' lo sappia? Perchè io poi ho
bisogno di presentarmi il più presto possibile al capitano, e
chiedergli grazia per me. Perchè, vedi! ho da dirgli cose...
cose da farlo strabiliare! cose che forse!... basta, ti dico
di gran premura, e di gran bene per noi!

Maria, possiam figurarci che fattosi appena giorno non
pose indugio a recarsi al castello. Sapeva che a qualunque
ora v'era sempre ben accolta. Ma per istrada la poveretta
andava pensando:

—A chi m'avrò io a rivolgere per un affare sì delicato?
A madonna Selvaggia no davvero! Io poi che nella passione
non so reprimermi, chi sa che colpo le darei con questa
nuova! L'ho detto sempre, e lo ridirò: Dio mio! Un bicchier
del mio sangue perchè la si riavesse!

Poi pensò:—E' v'è madonna Lauretta che gli è lì ad
assisterla, e la le vuol tanto bene!... A lei, sì; è meglio a
lei! Oh! se potessi con questo mezzo....—E agitata e
commossa com'era, e sopr'a pensiero, andò a prostrarsi
quasi macchinalmente al tabernacolo di una Vergine che era
lì sulla via.

—E, Madonna santa!—esclamò—datemi scampo!
datelo alla mia buona signora e anche al mio povero Vanni!
Mi par pentito: sì, sì, mi par proprio mutato! E se Dio gli
ha toccato il cuore, Madonna benedetta, compite voi questa
grazia; perdonatelo, e consolate me e lui dopo tanto patire!

Alzatasi con questa speranza, aveva ripreso la via; e giunta
al castello, era già entrata nella sala maggiore.

Le guardie che eran giù alla porta, per Maria non avevan
dimande. In sala non v'era ancora nissuno. Quando di lì
[pg!278] 
a poco vi comparve, e le passò dinanzi fra Buonaventura.
Che vedendo questa donna, sola, e come in aria di attender
qualcuno:

—Di chi cercate?—le disse.

Ed essa con una certa timidità:

—E' son di casa, e vorrei vedere madonna Lauretta.

—Ah! Ma sarebbe impossibile adesso. Se aveste però
qualche cosa da dirle ch'io le potessi riferire... Mi conoscete?
non mi pare che ancor ci siam visti; già son due
giorni...... ma anch'io posso dire che son di famiglia: di
me, buona donna, potete fidarvi.

—Oh! n'ho sentito parlar tanto in bene!... si figuri!
fidarmi per dicerto lo credo!

Il caso urgente, il modo cortese con cui fu accolta, il
rispetto pel monaco, fecer risolver Maria a svelar subito a
lui ogni cosa.

Importava soprattutto di palesargli che il suo marito aveva
da dar notizie di messer Cino, e far sapere alla famiglia de'
Vergiolesi com'egli era informato che le aveva scritto più
volte. E questo ella fece speditamente, e chiese a un tempo
che il suo Vanni potesse avere un abboccamento con lui.

—Ch'ei venga.... ch'ei venga—rispose subito il monaco,
riflettendo all'importanza della cosa.—È distante
di qui?

—Oh! poco, poco: un tiro di balestra.

—Andate dunque, correte a chiamarlo: ma che sia qui
nel momento!

Allora la poveretta, con qualche agitazione, ma pur con
quella confidenza che egli le aveva inspirato, non volle nascondergli
la trista vita che il suo marito aveva condotto
finora; il suo scampo da morte che dicea prodigioso; ma pur
sempre il pericolo che avrebbe corso di essere arrestato come
uno della banda di quelli assassini, se alcuno a quell'ora
per istrada lo ravvisasse.

—Dunque verrò io da lui—risoluto riprese il monaco.—Andiamo.

Ed essa:

—Si scomoda, lo vedo, ma si figuri se mi fa carità!

[pg!279] 
E movendosi:

—Le fo strada—soggiunse; e uscirono.

Non appena entrati in casa, Maria andò a chiamar Vanni
che s'era chiuso in una stanza, e gli disse:

—Vieni, vieni pure. C'è qui un sant'uomo al quale
puoi confidare ogni cosa.

E Buonaventura, subito che lo ebbe dinanzi, gli disse:

—Voi dunque avete notizie da darmi di messer Cino
de' Sinibuldi.

—Messer sì.

—Ma come mai?

E Maria nuovamente:

—Bada, Vanni, tu ti ci puoi confessare; di' pur tutto alla
libera.

—Dunque—rispose egli tutto compunto—non so se
sappiate, rispettabile monaco, la vita disgraziata che ho menato
per qualche tempo, lasciatomi prendere da que' demoni
laggiù.

—Lo so.

—Prima a far contrabbandi d'ogni sorta: poi ribalderie,
assalti e assassinii (benchè io non facessi che darvi mano),
e de' quali davvero inorridivo e mi vergognavo tutte le volte;
ma non c'era verso che li potessi scansare senz'abbandonar
que' ribaldi: e se mi ci fossi provato, nel momento mi avrebber
morto.

—Ma ora... ditemi ora...—badava a interromperlo
il monaco per venire alle strette; e quegli invece tutto fervoroso:

—Dio ha ora voluto scamparmi dal tristo fine che hanno
fatto, e che poteva toccare anche a me! Ma come potrei
comparire per la via e senza un perdono del capitano? Gli
è per questo che mi raccomando a lei!...

—Oh! sì per carità—aggiunse Maria tutta piangente—ci
raccomandiamo a lei con le mani in croce.

—Sì, sì—riprese il monaco impazientito—ma infine
mi premono le notizie di messer Cino.

—Le posso dire—seguitò Vanni (come fanno gl'idioti
che la pigliano sempre alla larga)—proprio le posso dire
[pg!280] 
che io, per lo meno tre volte, mi son trovato a veder dare
addosso da que' furfanti laggiù lungo il Reno, ai messi del
capitano e a quelli di messer Cino, che portavan lettere a
lui, e a madonna Selvaggia.

—Ah! finalmente....—esclamò l'altro.—Ma come
sapete?... e con qual fine coteste aggressioni?

—Con la certezza, s'intende, di guadagnare una grossa
somma chiunque di noi avesse spogliato que' messaggeri.
Perchè le lettere del capitano le volevano in mano i Guelfi
Neri; e quelle di messer Cino bisognava portarle a un certo
messere che le pagava a prezzo d'oro; a uno sempre fuggiasco
di lì e là per quei boschi.

—A chi mai?

—A un certo messer Nello de' Fortebracci.

—Lui!... e sempre lui! Eh! Di parte avversa e rivale!
Perfido! quanto l'hai fatta soffrire!—esclamò fra sè il monaco
agitando il capo, e incrociando le braccia.—Oh! ecco
spiegato... povero messer Cino!

—E vi dirò—riprese Vanni—che col messo del capitano
si sono anche battuti. Credo una prima volta; perchè
dopo passava sempre scortato da quattro o sei uomini d'arme
a cavallo. Ma al Fortebracci pare che premesser le lettere
che andavano e si spedivano di Lombardia. Mi ricordo dell'ultima
di queste lettere che venne in mie mani, perchè a
quell'aggressione (chè a dirla le scansavo quanto potevo) ci
dovetti stridere anch'io. Ma sopraffatti da una masnada di
militi del capitano sbucati dal bosco, ci seguì un gran tafferuglio,
e ci demmo tutti alla fuga. Visto allora che c'inseguivano,
e che de' nostri chi se la svignava da un lato chi
da un altro su e giù per quei macchioni, via a gambe io
pure: finchè trovatomi in luogo da non esser raggiunto, mi
ci acquattai, e non mi parve vero d'averli lasciati!

—Ma dunque voi avete...

—Sì, sì, ho la lettera; e anzi.... (e frugavasi in dosso)
perchè voglio di quel che vi dico che n'abbiate una prova....
Eccola, vedete! (e gliela mostrava) stracciata un poco da
questa parte....

[pg!281] 
Ma Buonaventura glie l'aveva subito levata di mano; e
già a mezza voce e rapidamente l'andava leggendo.

—È diretta a Selvaggia! «Dopo la prima... del capitano
nessuna nuova! E io che non sperava conforto altro maggiore
che dalle vostre lettere! Io che tante volte vi ho scritto!
E voi, possibile! mai, mai più un sol rigo! Oh! i tristi pensieri
che mi si affacciano! Se non è una qualche grave
sventura.... no, altro non posso credere! Che i vostri e i
miei cari sappiano da voi il mio turbamento! Fra pochi giorni
sarà al castello il vostro fedele

.. class:: align-right

:small-caps:`Cino de' Sinibuldi`.»

—Ecco, ecco!—esclamò il monaco, e con una palma
si percosse la fronte. Poi riguardata la scrittura, soggiunse:

—È scritta da Milano da forse quindici giorni. Ah! dunque
in breve dovrebbe essere qui.

E a quest'idea rassicuratosi alquanto, si volse a Vanni e
gli disse:

—Grazie, ho inteso, addio!

—Per carità, salvatemi il mio Vanni!—gli gridò dietro
Maria supplicante. E Vanni anch'egli:—Una vostra parola
al capitano: dipende tutto da lui.

—Non dubitate—rispose il monaco di sul limitare dell'uscio
di strada—sarà un mio primo pensiero; e potrei
già quasi assicurarvi che sarete esauditi. Addio!

In un attimo fra Bonaventura era risalito al castello; e,
con l'ansia di uno che ha da dare una buona nuova, aveva
cercato del capitano e del figlio. Trovatili, e fatto loro in
succinto il racconto di tutto, al primo diede a legger la
lettera. Il quale non appena percorsa, freddamente gli disse:

—Di che ho più a stupirmi? Un rinegato che prende
le armi contro la patria, ma sicuro che può assassinare alla
strada!—Poi con calore:—Questo però d'uccidermi la
figliuola, la luce degli occhi miei, il conforto della mia vecchiezza....
chè, tutto perduto, sola.... ah! sola quasi mi
rimaneva! Maledetto sii tu!....

—Filippo!—austero lo interruppe il monaco—non
maledire! Abbastanza è da credere che il demone del rimorso
[pg!282] 
a quest'ora lo laceri! Dio è giusto, amico mio; lasciamo a
lui la vendetta! Adesso ispiriamoci tutti alla pietà per quella
tua creatura che troppi mali l'aggravano! Andiamo a lei.
Questa nuova....

—Sì—soggiunse il capitano;—ma con quella prudenza
che secondo il suo stato....

—Non dubitare! Con ogni riguardo. È necessario d'altronde
che questo fatto, venuto a scoprirsi, sia palese anche
a lei, perchè così spero che le torrà ogni sospetto e ogni
più piccol rancore.

[pg!283] 

.. toc-entry:: XXV - La morte

CAPITOLO XXV. 
=============

LA MORTE.
---------

.. epigraph::

   | Ohimè! vasel compiuto
   |  Di ben sopra natura,
   |  Per voltar di ventura
   |  Condotto fosti suso gli aspri monti,
   |  Dove t'ha chiusa, ohimè! fra duri sassi
   |  La morte, che due fonti
   |  Fatt'ha di lacrimar gli occhi miei lassi!

   — *Canzone di* :small-caps:`Messer Cino`.

La salute di Selvaggia era omai disperata! Il lento morbo
e uno sfinimento continuo la sospingeva agli estremi. I patimenti
morali pareva che ora fosser quelli che più la facesser
soffrire. La buona Lauretta che giorno e notte vegliava
al suo letto, era la sola cui sovente soleva sfogare quel suo
cuor desolato. Il padre e il fratello le nutrivano un'affezione
che mai la maggiore. E pur troppo, senza che ella avesse
mai svelato loro il suo animo, comprendevano anche la cagione
ultima de' suoi mali (perchè invero i disagi patiti per
tanto tempo furon la prima e la più potente) e ne sentivan
dolore. Non erano valsi altri messi, altre lettere che il capitano
aveva spedito al Sinibuldi, sia per informarlo dei tristi
casi di famiglia, come per aver notizie delle speranze de' Ghibellini,
e prender consiglio sul tenersi al castello. Una sola
risposta n'avesse mai ricevuta! Lo che gli aggiungeva d'assai
lo sgomento. L'arte salutare con cui procurava che la
sua diletta fosse soccorsa, per quel corpo sì infermo era
omai divenuta impotente. La desolazione era entrata fra
quelle mura! L'austero Ghibellino che non si sarebbe commosso
dinanzi a un esercito il più formidabile, or dal dolore
della cara figliuola mostravasi affranto e avvilito a tal segno,
che moveva a pietà. L'avresti veduto nella sua stanza immobile
talora come una statua, fiso a terra lo sguardo, con
le braccia incrociate, senza voler vedere e parlar con alcuno.
Poi come riscosso e richiamato da un dovere, andar frettoloso
a quel letto, tanto per poter ripetere:—Tu soffri!
coraggio figlia mia!—E allora vedeva lei affiggere in esso
que' suoi begli occhi, e la udiva con fioca voce articolar queste
parole:—Oh! io lo vorrei: anche per te, padre mio! ma
anche per questo mi si sceman le forze!

Messer Fredi poi non reggeva allo strazio. Animoso quanto
cavaliere potesse mai, pure, ogni volta che a lei s'appressava,
non v'era modo che frenasse le lacrime.

Frattanto Selvaggia aveva passata la notte anche più affannosa.
A Lauretta, che non l'aveva lasciata un istante,
era parso di scorgere un notevole peggioramento. I deliqui
cui andava soggetta s'eran rinnovati più spesso: le forze
non che riprendere parea che scemassero. Solo nel giorno
un sonno profondo, per quanto breve, l'aveva un poco rianimata.

Quando il padre, il fratello e fra Buonaventura entrarono
nella camera, ell'era già desta; e avendo preso un lieve ristoro,
le pareva di sentirsi riavuta. A mirarla in quel letto,
la persona quasi a metà sollevata; la sua bionda testa da'
guanciali sorretta; la sua faccia pallida sì, ma con que' delicati
contorni, e le guance d'ogni lieve impressione facili a
colorirsi; que' suoi occhi sempre soavi, lucidi e penetranti;
la mente poi nel suo pieno vigore, avresti ancor dubitato che
il suo male fosse quasi agli estremi.

Alle più affettuose parole del padre e del fratello ella
diede risposta con amorevol sorriso, come soleva, per non
mai sconfortarli.

Allora il padre le disse:

[pg!285] 
—Il nostro amico Bonaventura ti vuol dare una nuova
che spero, figlia mia, ti sarà di piacere.

E il buon monaco, accostatosi a lei che si mostrò bramosa
d'udirlo, così le parlò:

—Che direste, Selvaggia, s'io vi potessi accertare che
il nostro messer Cino ha inviate lettere di continuo al capitano
ed a voi, e che non è per sua colpa se qui non pervennero?

—Oh! che dite mai!

—Sì,—replicò l'altro;—se una mano nemica ve l'ebbe
rapite....

—Una mano nemica? e chi poteva....

—Omai a piena discolpa del nostro amico, tutto, sì,
tutto dobbiam dirvi. Questo perverso, questo vostro persecutore,
potete immaginarlo, Selvaggia, fu il rio Fortebracci!

—Egli, avete detto?—e facendo atto di sollevare la
destra, con uno sforzo di voce soggiunse:—Oh! che sul
suo capo.... alfine....

—Selvaggia! no, no!—la interruppe di subito Buonaventura;—alla
vostra mite indole e generosa non si addicono
queste parole.

Ed ella ricompostasi in pace, volgendogli un guardo come
di chi invoca pietà:

—Avete ragione!—rispose.—Che Dio gli perdoni!

—E così sia—riprese il monaco; poi seguitò:—La
sorte però ha voluto che una lettera almeno si conservasse.

—Una lettera?

—Sì; ad attestare dell'amicizia sua, fedele, nè mai interrotta
con la famiglia de' Vergiolesi. Vedete, Selvaggia.

E mostratale la lettera:

—Ne ravvisate voi la scrittura, la sua firma, la data?

—Oh sì, sì! E che dice egli?

—Che dai Vergiolesi non più d'una lettera ha potuto
ricevere, nè risposta mai alle sue: eppure non ha mai diffidato!
E, ansioso anzi di rivedervi, verrà in breve al castello.

A quest'annunzio il volto di quella gentile si era infiammato
come il suo core.

[pg!286] 
Buonaventura nel vederla già presa da un nuovo deliquio,
s'accorse subito del grave effetto che una tal nuova le aveva
prodotto, tanto che si era pentito d'avergliela data.

Com'ella appena potè riaversi, si volse a lui e gli disse:

—Verrà dunque, avete detto, verrà?...

Ed ei:—Non è a dubitarne. Ma mentre è d'uopo d'attendere,
chè il cammino da Milano a qui non è breve, importa
molto, Selvaggia, che il vostro spirito si ricomponga: riprenda
quella calma che vi ho pregata: e si sollevi nel pensiero del
come sia stato rimosso ogni dubbio dal vostro cuore sul contegno
di messer Cino, perchè non ne doveste concepire e
tenere odio verso di lui. Il modo, credete, è stato prodigioso,
e imprevedibile. Lo sciagurato consorte della vostra
Maria di già pentito, potè sottrarsi dalla mala compagnia
de' noti assassini, e giungere in salvo in sua casa. Egli col
mezzo della sua donna mi ha fatto sapere com'avesse le notizie
e la lettera che v'ho mostrato, caduta nelle sue mani
in un ultimo assalto sopra il corriere che da messer Cino
qui s'inviava.

—Dio! Dio vi ringrazio!—esclamò ella con le labbra
tremebonde e con prolungati sospiri: e la sua mano strinse
quella di Lauretta; la quale quest'atto benevolo riguardò
come esteso anche a Cino.

—Vedete!—seguitò Buonaventura—una buona azione
non va mai senza premio. Mi pare che con questa nuova,
che vi toglie ogni sospetto, e vi viene appunto da quello sciagurato
di Vanni, Dio in certo modo abbia voluto ricompensarvi
del tanto bene che faceste a sua moglie.

—Padre, padre mio! affannosa soggiunse—che questi
poveretti vi sieno raccomandati.

Ed egli:—Oh! che mi chiedi! Voglio anzi che Vanni
venga subito con Maria a' nostri servigi: e farò io che
alcuno non possa nuocergli. Buonaventura, a te quest'incarico.

Ed ella:—Padre! fratello! D'un'altra grazia ancora
vi prego. Alla vostra Selvaggia, che poco più ormai avrete
a concedere, non negate questo favore. Affrettatevi a ricomporre
i lunghi odii e i rancori fra le famiglie de' Vergiolesi e
[pg!287] 
de' Fortebracci. Io pure sì, vel ripeto, all'autore di molti
miei mali, imploro da Dio ravvedimento e perdono!

Questi ultimi detti si può argomentare che dovettero essere
uno sforzo supremo di un'anima come la sua, la più
nobile e la più generosa. Li aveva proferiti con tal sublime
rassegnazione, che tutti gli astanti se n'eran fortemente
commossi.

Ma questo sforzo dello spirito avendo reagito potentemente
sul corpo, di lì a poco sorpresa da più forte deliquio,
quasi con le smorte labbra pronunziando tuttora parole di
perdono e di pace, appena diè segno che la sua vita era
spenta!

—Morta! ahimè morta!—Fu un grido di tutti, una desolazione
ed un pianto. Solo suo padre non fece una lacrima!
Rimase immobile e come stupido presso quel letto; intento
solo a contemplare la sua Selvaggia distesagli innanzi non
altro ora che un cadavere! Però l'atteggiamento di lui; un
vecchio guerriero, alto com'era, il volto emaciato e contratto
dal forte soffrire, ma dignitoso; con gli occhi avvallati, le
braccia sul dinanzi in abbandono avvinte sol dalle mani;
destava un senso d'inesprimibil pietà.

Dopo brevi momenti di questo quasi misterioso colloquio
con la sua diletta figliuola, e fiso come ad attendere che da
quelle bianche labbra, da quelle vitree pupille semiaperte
gli venisse ancora un sorriso, si piegò alquanto sopra di lei:
lievemente le compose la testa in mezzo al guanciale, come
avrebbe fatto una madre alla sua creaturina allorchè si è
addormentata, e lasciò che i suoi biondi capelli le scendessero
intorno al volto. Le raccolse le mani fra le sue, poi dolcemente
gliele dispose sul seno. Dopo ciò, di nuovo affissandola,
con voce affettuosa e sommessa gli s'udì ripetere:—Selvaggia!
figlia mia, figlia mia!—E mandato un forte sospiro,
le chiuse gli occhi e la baciò in fronte. Tutti l'ammirarono
con religioso silenzio, e niuno osò fare ostacolo a
questo amoroso delirio del povero padre.

Era già per abbandonar quella coltre, quando un vivo
raggio di sole, penetrato improvviso in quella funebre stanza,
il volto di Selvaggia irradiò di tal luce, che, in quel modo
[pg!288] 
che egli poi riferì, veracemente gli parve come quello d'un
angelo.

A tal vista quasi che sopraffatto, tornò a lei, si prostrò
a' suoi piedi, e rimase pochi istanti a pregare. Quindi risoluto
si alzò per uscire. Ma prima si volse agli astanti, e in
atto supplichevole disse loro:—Non vogliate lasciarla, ve
ne prego! Che mi sia custodita!

Non osò dire:—Adornatela per recarla al sepolcro—tanto
le parve ancor bella, e che in quell'aspetto non fosse
ancora la morte!

Il giorno dopo, il lugubre suono della campana maggiore
della chiesa annunziava agli abitanti della terra e delle valli
circonvicine che la temuta sciagura si era pur troppo avverata!
Quanti furon di que' paesani che avevan conosciuto la
nobil donzella, e sentitone encomiar le virtù, e molti sperimentato
grazie e favori da lei e presso del padre, compiansero
tutti l'immaturo suo fine. Tanto più poi se ne dolsero
perchè temettero che il capitano, anco per questo caso, abbandonasse
la terra e il castello in potere de' Bolognesi: lo
che, per l'affezione che avevano a lui ed alla parte sua, e
per la sicurezza che ne ispirava, di troppo mal animo avrebbero
sopportato; e dura poi e increscevole sarebbe stata la
nuova signoria, per loro estranea e d'un avverso partito.

Si compierono i sacri funebri riti fra molto popolo salito
al monte da ogni lato, affollatosi al tempio per rivederla e
pregarle il riposo eternale. Alle schiere dei militi del castello
che in severo e doloroso contegno le fecero scorta
d'onore, s'aggiunse uno stuolo di quelle buone fanciulle e
di altre del vicinato che con ceri accesi le stettero intorno
al feretro, e l'accompagnarono con le lacrime fino al prossimo
cimitero nel quale ebbe il sepolcro.

Colà, solo una rozza pietra, alquanto sollevata dal suolo,
ne fece distinguere dov'ella giacque.

[pg!289] 

.. toc-entry:: XXVI - Doloroso passaggio dell'Appennino

CAPITOLO XXVI. 
==============

DOLOROSO PASSAGGIO DELL'APPENNINO.
----------------------------------

.. epigraph::

   | «Signore, e' non passò mai peregrino,
   |  Ovver d'altra maniera viandante
   |  Con gli occhi sì dolenti per cammino
   |  Nè così grevi di pene cotante,
   | Com'io passai per il monte Appennino,
   |  Ove pianger mi fece il bel sembiante.
   |  Le trecce bionde, e 'l dolce sguardo fino,
   |  Ch'amor con le sue man mi pone avante.»

   — *Sonetto di* :small-caps:`M. Cino` *a Dante Alighieri*.

Correvano già molti giorni, e del grande infortunio il capitano
non si poteva dar pace. Indarno i parenti e gli amici,
e primo di tutti Bonaventura, con ogni sorta di confortevoli
cure s'adopravano a ricomporre la sua mente quasi sconvolta.
Se da un lato il Vergiolesi avrebbe voluto rimanersi per
sempre presso la tomba di quella cara figliuola, dall'altro il
pensiero che quel suo castello dove aveva trovato alquanto
di calma, era stato pur quello nel quale dovè mirarsi distrutte
le sue più care speranze, tutti questi contrari affetti combattevano
fortemente nel suo cuore e ne facevano orribile strazio.
Se non che il timore d'esser astretto a ceder per forza cotal
fortilizio, e di saper profanata fors'anco l'ultima dimora
della sua Selvaggia dalle irruenti soldatesche nemiche, fe' sì
che un tal giorno, chiamato a consiglio messer Fredi e l'amico
Buonaventura, risolse che piuttosto che veder quella terra e
la rocca in potere de' Bolognesi, dovesse spedirsi un messo
a Pistoia per profferirla in vendita ai signori di quel Comune.
[pg!290] 
La somma da pattuirsi fu stabilita in lire undicimila, purchè
concedessero a lui e alla famiglia di ritirarsi e rimaner sicuri
a Vergiole.

Per compire in segreto una sì delicata missione nissuno
gli parve più adatto dell'amico suo lì presente; tanto più
che preso omai questo partito, voleva che senz'indugio e
non più oltre di dodici giorni fosse dal Comune ratificata la
scritta ch'ei gli inviava, per poter sgombrare dall'infausto
castello.

Fra Buonaventura non esitò un momento ad accettar la
missione; dopo la quale se ne sarebbe tornato al suo chiostro
a Firenze. Venutosi dunque con l'amico e con la famiglia
ai più dolorosi congedi, cavalcò per Pistoia. Colà al palazzo
del Comune fatto capo al gonfaloniere di giustizia e questi
adunato subitamente straordinario consiglio, Buonaventura
con accorte e savie parole dimostrò agli adunati l'utile grande
che da simil proposta potevan ritrarre; e che però non dovessero
lasciarsi sfuggire la propizia occasione d'aver essi,
piuttosto che i Bolognesi, un sì valido baluardo ai loro confini
qual era quello della Sambuca. Niuno infatti fece opposizione
a sì util proposta. Chè anzi ben accolta e ratificata
in quell'adunanza stessa dal gonfaloniere e dai dodici anziani,
si deliberò che di subito se ne spedisse al capitano la lettera
d'accettazione. A tal uopo e a prender possesso di quel
castello, il Comune (come dicon le cronache) inviò due suoi
capitani, che furono Vanni dei Cancellieri, e Lenzo di Cino.
I quali, fatto l'inventario di ciò che ivi trovavasi, presero
dal Vergiolesi la consegna della terra e della rocca conforme
la scritta, ed ei incontanente con la famiglia se ne partì per
Vergiole.

Non erano scorsi che pochi giorni dalla partenza de' Vergiolesi
dal castello di Sambuca, allorquando un cavaliere seguito
dal suo scudiero, sopra uno snello palafreno varcato il
Reno, si avanzava assai celere verso il villaggio di Pavana.
A misura che saliva quel monte, invece di raffrenare il cavallo
affaticato da lungo viaggio, lo stimolava di continuo, nulla
curando le difficoltà della via che ad ogni passo si facevan
maggiori, non d'altro occupato che di giunger più presto
[pg!291] 
alla meta, evidentemente il castel di Sambuca. Vedutosi di
già sì vicino, il volto gli raggiava di gioia. Solo di quando
in quando un leggero inarcar di ciglia lo mostrava agitato
da contrari pensieri. Quando sopra una svolta del poggio,
che aveva in prospetto l'altro più alto della Sambuca, i
lenti e lamentosi rintocchi della campana di su dal castello,
giunsero alle sue orecchie. Un subito pallore gli ricoperse
la faccia; e fermato il destriero, non vedendosi alcuno d'intorno,
si volse al suo familiare che al par del cavallo non
vigoroso come quel del padrone, trafelato seguivalo, e con
gran turbamento gli domandò:

—Non odi tu? Che sarà questo mai?

Pur come avviene di chi dubitoso di tristi nuove, vorrebbe
chiedere ovunque, ma pel timore non osa, non si trattenne.
Silenzioso invece e con triste presagio seguitò a salire, finchè
non giunse alle prime case di presso al castello.

Dava appunto su quella strada la casa della buona Maria.
La quale per caso trovatasi sull'uscio, e vedutolo comparire:

—Ah! messer Cino!—esclamò subito—dove, dove
mai v'incamminate! Deh! per pietà, rimanetevi, non proseguite!

E insisteva venendogli innanzi tutta piangente.

—Maria!—diss'egli spaventato, balzando da cavallo
ed entrato in casa con lei.—Maria! Maria! che c'è mai di
sventure? Che nuove hai da darmi?

—Dolorose quanto mai si può dire! per voi e per tutti!

—Spiegati, Maria, per carità; che è mai avvenuto?

—Messer Cino, crediatelo—singhiozzando soggiunse—mi
manca il cuore e la voce: io sono desolata, io ho perduto
de' Vergiolesi...

—De' Vergiolesi! Chi dunque?

—Oh! la mia santa benefattrice!

—Lei dicesti? Selvaggia?

—Ed oggi, pur troppo (con voce più bassa e compunta
gli soggiungeva) si rinnovan per lei i funerali nel tempio!

A una nuova sì inattesa, a un dolore sì forte, messer Cino
restò privo di sensi.

Riavutosi quindi, le chiese:

[pg!292] 
—E il suo povero padre?

—Egli? Ah! ci ha lasciato con tutti della famiglia, vendendo
il castello a que' di Pistoia, che già son lassù. V'era
anche donna Lauretta che l'ha assistita co' suoi.... e con
che cuore! E bisogna pur dirlo, tutti quanti rammentandovi
e aspettando sempre vostre lettere; ma pur troppo so anch'io,
inutilmente!

E qui gli narrò in breve da chi e come le fossero intercettate.
Lo che al cuore di Cino fu nuovo ed atroce dolore.

Poi richiesta Maria delle più minute vicende di quella
famiglia, conchiuse ella:—la stessa madonna Lauretta averle
detto che quei poveri signori dopo il triste caso non cercarono
altro che fuggire da quelle mura e tornare a Vergiole.

—A Vergiole!—esclamò Cino.—Dunque io son solo
e desolato quassù, dove poco fa tanto consorzio d'amica
gente, e quell'angelica donna, in cui aveva posta per tutta
la vita l'unica e la più cara speranza! Ohimè! che con essa
è morto ogni mio desiderio! Misero me, che farò io?

E dopo stato alcun tempo pensoso, si levò e disse:

—Dura necessità, ma convien ch'io mi parta! Non però,
Maria, debbo farlo senza prima prostrarmi sul suo sepolcro.
Sento pur troppo che il cuore al solo pensiero mi manca!
Ma ella a compire questo religioso atto d'amore, dal cielo,
oh lo spero! mi darà forza ed aita. Mi ci vorrai tu guidare,
o Maria?

—Ahimè, che rispondere! La vostra giusta afflizione
non so dirvi quanto m'appena! Pensate che al suo sepolcro
me ne vo ogni sera, e vi prego! E pover'a me! non ho più
fiori quassù! Ma qualche corona di verdi fronde io ce la
porto. Vedete, meschina, a che son ridotta! Dire che qui
di lei non avrò altro da consolarmi!

E diede in un pianto. Poi gli si volse e gli disse:

—Messere, se così vi piace, andiamo.

E a lenti passi s'avviarono al cimitero.

Ma chi potrebbe narrare non che la doglia lo spasimo
che dovè provare messer Cino prostrato su quel sepolcro? Egli
che con tanto desiderio aveva affrettato il momento del suo ritorno
lassù, dopo una lontananza sì lunga e un sì inesplicabil
[pg!293] 
silenzio! Dopochè a Milano non una nuova di Selvaggia e del
padre suo erano giunte mai a fargli meno amara l'assenza!
Un cotal duolo può solo immaginarlo colui che provò quant'è
l'ansia di chi lontano da' suoi paesi, senza parenti ed amici,
ogni giorno attenda lettere da' suoi più cari, e ogni giorno
ne rimanga deluso.

Vero è che molto egli era stato distratto e assiduamente
occupato, con Dante suo e pochi altri magnanimi, per le diverse
città dell'alta Italia, a porre in accordo i principi e i signori
lombardi, in particolare poi tutti i Ghibellini che facevan
capo a Milano: sia per indurli a convenir sull'invito da spedirsi
in Svizzera ad Arrigo imperatore affinchè calasse in
Italia, sia per ordinare il modo che più si addicesse a riceverlo.
Spesso però quando in lui prendeva posa la mente,
destavasi il cuore coi suoi affetti caldissimi, co' suoi timori
e i suoi voti. Non aver più nuove di lei! eppure quante
lettere le aveva inviate! Non avendo veduto tornare il
suo messo, ne aveva scritto ad un amico a Pistoia. Ma cresciutagli
l'apprensione per la non pronta risposta, spediva
un altro corriere con lettere pel Vergiolesi, ingiungendogli
però (nel sospetto di ciò che avvenne) di prendere
la via di Modena ed entrare in Toscana per Boscolungo. In
questo, non ci voll'altro che a Milano l'incontro fortuito del
Romeo per ricever contezza degli amici suoi di Sambuca.
Mentre però il Romeo caldamente esortavalo a recarsi tosto
da loro; narravagli di Selvaggia, dell'ospizio cortese e delle
parole che n'ebbe; credè d'altra parte di dovergli tacere
sulla gravezza di sua salute, per quanto non gli celasse il
turbamento di quel gentile suo spirito. Fu allora che si
confermò nel sospetto che dal perfido Fortebracci gli fossero
state intercettate le lettere, e che risolse d'accorrer subito
al sospirato castello. Viaggiò senza posa dì e notte per valli
e per monti, fosse pur disagiato il sentiero, pur per spingere
il suo cavallo sul più breve cammino, ed arrivare il più presto
fra' suoi amici e rivedere la sua diletta Selvaggia. Ed invece,
ahimè! non ne dovea mirar che la tomba!

A narrarne la fortissima doglia non bastando noi stessi,
ci soccorre per ventura messer Cino medesimo; e perchè meglio
[pg!294] 
non potremmo porgerne idea, faremo di riportare il Sonetto,
ch'ei ne lasciava nel suo Canzoniere, in morte di lei; dov'egli
ricorda quel suo doloroso passaggio, e quell'estremo ufficio
d'amore.

   | Io fui 'n su l'alto e 'n sul beato monte,
   |  Ove adorai baciando il santo sasso,
   |  E caddi 'n su quella pietra, ohimè lasso!
   |  Ove l'Onesta pose la sua fronte.
   | E ch'ella chiuse d'ogni virtù 'l fonte
   |  Quel giorno, che di morte acerbo passo
   |  Fece la donna dello mio cor lasso,
   |  Già piena tutta d'adornezze conte.
   | Quivi chiamai a questa guisa Amore:
   |  Dolce mio dio, fa che quinci mi traggia
   |  La morte a sè, chè qui giace l' mio core!
   | Ma poi che non m'intese il mio signore,
   |  Mi dipartii pur chiamando Selvaggia,
   |  L'alpe passai con voce di dolore!

Nè con altri sensi è da credere che messer Cino abbia
dovuto sfogare il suo doloroso compianto anche allora che
sceso da questi monti giunse nel seno di quella desolata famiglia
al Castel di Vergiole: a quel castello da cui prese
nome la famiglia de' Vergiolesi, e la donna gentile onde massimamente
ei fu celebre.

[pg!295] 

.. toc-entry:: Conclusione

CONCLUSIONE.
============

E noi, a onorar la memoria di Selvaggia dei Vergiolesi,
e dell'illustre poeta e legista messer Cino de' Sinibuldi che
di lei sì dolcemente cantava, e perchè le passate cittadine
discordie ammaestrino gli avvenire, ci provammo a tessere
questo racconto. Or esso qui è compiuto. Ma per chi brami
d'aver particolare contezza di quel che avvenne dipoi delle
persone e dei luoghi che vi ricordammo; e perchè si sappia
quali furono i fonti storici d'onde fu tratto, e che nella tessitura
di esso potemmo conservare senz'alterarli, vi abbiamo
aggiunto le seguenti notizie.

Fu detto e in qualche cronaca tramandato che le ceneri
di Selvaggia fossero state deposte dentro la rocca del castel
di Sambuca. Partito però di lassù il Vergiolesi con tutti i
suoi di parte Bianca, per le varie vicende che dovette subir
quel castello, qual mano pietosa, pur volendo, avrebbe potuto
rovistare a suo agio fra quelle mura? Non furono esse per
molto tempo occupate e custodite gelosamente dall'avverso
partito, o da altre fiere masnade? E ne' secoli appresso la
indifferenza a quanto potesse esservi di memorie generose,
cavalleresche e gentili, non si tentò sempre d'insinuarla da
chi n'ebbe il potere?

Fu occupato infatti il castello, prima da Castruccio (1324),
poi da' Fiorentini (1351). E poco fortificato, lo tolse loro
con quel di Piteccio l'arcivescovo e signor di Milano Giovanni
Visconti, per mano di Giovanni Visconti da Oleggio
[pg!296] 
capitano delle milizie milanesi, quando, impadronitosi di Bologna,
scendeva con esse da questi monti a por l'assedio a
Firenze: finchè poco dopo, conclusa la pace fra le città
guelfe, fu restituito ai Pistoiesi, che lo munirono di genti
d'armi. Il castel di Piteccio poi nel 1387 per un incendio
fortuito fu interamente distrutto. Nel 1401 messer Riccardo
Cancellieri, capo de' fuorusciti Ghibellini, cacciato di Pistoia
dai rivali Panciatichi, sorprese con inganno il castello della
Sambuca; e favoreggiato da Giovan Galeazzo Visconti duca
di Milano, in potere del quale voleva porre Pistoia, lo tenne
per tre anni, e vi fece scolpire lo stemma dei Cancellieri con
questo motto—per forza. Lo stemma v'è ancora. Ma morto
il duca, e mancatogli tal sostegno, venne a patti, e restituì
il castello ai Pistoiesi.

Da quel tempo il castel di Sambuca seguì le sorti di Pistoia,
caduta con Firenze in potere dei Medici; e fino da
pochi anni fu sede d'un giusdicente. Furon tolti i merli al
suo più alto cerchio di mura che davan tuttora il carattere
di fortilizio: la rocca di cinta fu affatto distrutta, e solo rimase
il maschio e la torre pentagona, ma rovinata di più di
due terzi. Venuto non son molti anni in poter di un privato,
e per lui rovistatosi nell'interno, vi si rinvennero armi, scheletri,
e qualche moneta d'argento e di rame de' tempi della
repubblica fiorentina. Ma non ebbe alcun restauro; e solo
rimangono i suoi ruderi, che si scorgono d'assai lontano sul
crinale del poggio, come d'un antico baluardo di guerra,
e come segno di contraddizione fra i popoli italiani del
medio evo.

Non è da tacere però che in un campo poco distante dalla
cinta del castello, fra esso e la chiesetta della Vergine del
Giglio, nel 1844 nello scavare il terreno, fu trovata una cassa
di legno d'antica forma, ogni mezzo braccio cerchiata di
ferro, inchiodata con chiodi tripuntati d'ogni parte. Dentro
la quale (riferivaci il medico del paese che la esaminò) era lo
scheletro di persona, la cui lunghezza appariva di giusta statura:
i denti avea tutti e bianchissimi, e sempre attaccati
alle mascelle: il teschio ben conservato, e da supporlo di
giovane donna. Per queste ragioni fu giudicato che quello
[pg!297] 
potesse essere il sepolcro di Selvaggia: tanto più che in quel
terreno, forse cimitero in quel tempo, fu sempre detto esservi
esistita una torre, alla quale si giungeva per un sotterraneo
che movea dal castello. La detta cassa con quanto vi era
rimase ivi sepolta.

Nella montagna, per quante ricerche si sien fatte, nissun
canto popolare nissuna leggenda è rimasta di questa gentile.
Però fra i montanini della Sambuca pochi son quelli che non
dicano che su nella rocca fu sepolta madonna Selvaggia. La
stessa mancanza di tradizioni popolari si riscontra per messer
Cino: benchè egli nel suo Canzoniere, lo stesso Petrarca e
tutti i cronachisti pistoiesi attestino del suo amore per essa.
Solo a ponente del diruto castello di Vergiole, ora villa d'un
privato, è una rada querceta che ancora serba il nome di—*Prato
di Cino*.

Quanto alla famiglia dei Vergiolesi vogliam qui far notare,
che se abbiamo fatto crear cavaliere messer Fredi de' Vergiolesi
sul feretro di sua madre, era questa una costumanza
comunissima fra le repubbliche del medio evo, a porger nel
popolo idea più sacra e solenne dei voti, che in prò della
religione e della patria dovevan farsi dal nuovo ascritto a
quella milizia. Così un altro pistoiese (come narra l'Ammirato
nella sua Storia), Riccardo di messer Lazzaro Cancellieri,
nel 1333 eletto potestà di Perugia, per concessione
del gonfaloniere di giustizia e dei signori Anziani di Pistoia,
fu armato cavaliere sulla sepoltura del padre suo, da messer
Simone Peruzzi cavalier fiorentino a ciò deputato.

Di detta famiglia de' Vergiolesi dopo l'abbandono della
Sambuca, si trova ricordato nelle Storie Pisane del Roncioni
un Filippo Vergiolesi alla battaglia di Montecatini del 1315
dalla parte de' Ghibellini. Se fosse stato il capitan Filippo
padre di Selvaggia, doveva essere assai vecchio. Nè poteva
far meraviglia, pensando che quella era e fu veramente
l'estrema speranza del suo partito. Con più probabilità nondimeno
ci atteniamo all'opinione del Salvi, storico pistoiese,
che dice avervi combattuto messer Fredi figlio di Filippo.
Seguirono le stesse parti un Francesco di Detto, andato ad
Avignone a pregar Vinciguerra Panciatichi che si ponesse a
[pg!298] 
capo de' Ghibellini [#]_ ; un Guidaloste vicario di Modena per
l'imperatore: un Tancredi dottor di leggi. E sotto il principato
si ricorda un Bello di Francesco provveditore del Comune.
La casata de' Vergiolesi si estinse in Betto di ser
Francesco nel 1703.

.. [#] Vicinguerra verso il 1310 tornato a Pistoia ricchissimo, vi fece edificare
   quel grandioso palazzo che ancor vi si vede: quindi, le ville di
   Castelnuovo, di Montebuono, di Cafaggio, di Castel-Martini, e la magnifica
   della Magia; tutte nel circondario pistoiese. Morì nel 1322.

   *Genealogia e Storia della famiglia Panciatichi*, descritta da Luigi Passerini. (Firenze, 1858.)

Che ne fosse del Fortebracci da quel giorno che Musone
co' suoi fu impiccato, nessuno più ne seppe. Si parlò per
qualche anno d'un romito che abitava su per que' monti, ma
qua e là come un fuggiasco, e senza che alcuno l'avesse
visto che da lontano. Poi corse voce che un disperato si
era precipitato da un di quei poggi, detto il *balzo de' corvi*,
giù per un burrone della Limentra: e che tutte le notti in
quel tonfano dov'era caduto si vedesse vagolare una fiammella,
che quella gente superstiziosa durò a credere la sua anima.
Fosse stato (dicevano) il Fortebracci costui, che la disperazione
e il rimorso l'avessero spinto a questo passo? Certo
che se la credenza fu invalsa, il tempo e il buon senso l'hanno
dileguata.

Pel nostro racconto abbiam profittato delle inimicizie private,
che, secondo la storia, passavano fra la sua famiglia e
quella de' Sinibuldi, e de' Vergiolesi, e delle parti avverse
che ciascuno seguiva; e le accalorimmo di più con una gelosa
passione amorosa. Se ad estinguer gli odi e i rancori
che duravano fra di essi, la missione di pace ci piacque di
affidarla alla stessa Selvaggia, anche qui possiam dire che
il fondo della storia gli è vero; leggendosi nel Salvi queste
parole: «E perchè in Pistoia il pubblico bene od il male dipendeva
in gran parte dalle famiglie de' Fortebracci e de' Vergiolesi,
le quali erano state fin qui discordi, ed eransi fieramente
perseguitate, circa al 1310 si diedero giuramento di
fedeltà, e di esser sempre a scambievol difesa.»

È ricordato pur di que' tempi nelle dette storie del Salvi
[pg!299] 
quel Musone della Moscacchia con la sua banda, come contrabbandiere
ed assassino temuto su que' confini.

Non parleremo dell'assedio di Pistoia. Noi fortunati se
avessimo saputo colorire in parte la breve ma mirabile descrizione
che ne lasciava Dino Compagni, e l'anonimo autore
delle Storie pistolesi, che furono pure i principali fonti storici
del nostro racconto!

Fra le famiglie pistoiesi che ricordammo, e che tutte,
secondo li storici, presero parte agli avvenimenti di quel
tempo, non ci tratterremo a discorrer di quelle omai sì famose
de' Panciatichi e de' Cancellieri.

Fra le altre ponemmo in vista anche quella de' Rossi.
Vogliamo notare che una parte di questa, con Lapo di messer
Re, eletto giudice delle cause civili e successo a messer Cino,
rimase in Pistoia e vi tenne sempre onorevoli uffici. Un'altra
invece si suddivise: e alcuni preser dimora in Firenze, altri
in Pisa, altri in Napoli. E fu dai Rossi di questa città, discendenti
in retta linea da que' di Pistoia, che nacque Porzia,
celebre per le sue virtù, e per aver dato i natali a Torquato
Tasso, che l'amò sempre di grande amore, grato alla prima
educazione che da lei ricevette [#]_ .

.. [#] Porzia nel 1539 disposata a Bernardo Tasso, fu figlia d'Jacopo di
   Piero di Ranieri de' Rossi: il quale ebbe pure due maschi, Lodovico e
   Francesco, e un'altra figlia, Ippolita, dalla consorte Lucrezia de' Gambacorti
   di Pisa.

   *Memorie manoscritte della famiglia de' Rossi di Pistoia*, esistenti presso
   di essa. Notizie biografiche di *Porzia de Rossi* pubblicate da *Giuseppe
   Tigri* per le Nozze *De Rossi* e *Rucellai*, Pistoia 1871.

Simone di Filippo Reali da Pistoia, che abbiamo veduto
seguir con l'armi le sorti del Vergiolesi, fu vicario di tutta la
Lunigiana per Arrigo imperatore: poi nominato da lui signor
di Gaddo e Montechiaro in Piemonte; e nel 1331 luogotenente
di Giovanni re di Boemia in Pistoia per distaccarla da' Fiorentini.

Si può argomentar facilmente che que' giovani Ghibellini,
che da Firenze venivano in aiuto del Vergiolesi, per poco
tempo rimanessero prigionieri a Bologna, come coloro che i
più appartenevano alle primarie famiglie di Firenze, con la
qual città Bologna allora aveva stretta alleanza.

[pg!300] 
Quanto alla storia della Pia, abbiamo consultato i documenti
sanesi, pubblicati da B. Aquarone. Siena per F. Gati,
1865.

Ci rimane ora a parlare di messer Cino. E a brevi tratti
ne continuiamo la vita, perchè anche fra 'l popolo sia più
noto, di quel che non è, l'ingegno ed il merito di sì gran
cittadino. Già abbiamo detto con qual nobil proposito si era
recato a Milano. Colà, o forse a Chambery reduce da Losanna
ove potè aver visitato l'imperatore, assunse l'ufficio
d'assessore di Lodovico di Savoia. Questi, costituito senatore
romano da papa Clemente V, che sulle prime favoreggiò la
calata in Italia dell'imperatore; con altri ambasciatori imperiali
veniva appunto di quel tempo in Firenze per disporlo,
benchè indarno, a far buona accoglienza ad Arrigo; sarebbe
poi passato a Roma con 500 cavalli a prepararvi per esso
la solenne incoronazione. Cino allora doveva esser con lui,
di poco avendolo preceduto nel passaggio dell'Appennino per
fermarsi alla Sambuca.

Frattanto l'imperatore movendo di Svizzera con pochi
cavalli, passò la montagna per le terre di suo cognato Amedeo
V, conte di Savoia, senz'armi perchè il paese era sicuro.
Amedeo che era andato incontro ad Arrigo, e lo aveva festeggiato
con regia pompa a Chambery, lo accompagnò in
Italia con molto stuolo de' suoi gentiluomini. Amedeo, Filippo
e Lodovico di Savoia erano tutti per lui.

Quali si fossero le eminenti virtù di Amedeo, il cui nome
fu tramandato ai posteri col titolo di *grande*, basta consultare
il conte Cibrario, l'illustre storico di Casa Savoia, e sapremo
com'egli fu in continua guerra con vari principi di qua e di
là dall'alpi per mantenere integri i diritti del principato, per
lui accresciuto di nuovi acquisti nel Genovese, in Savoia, e
nel Piemonte; sì, che narra una cronaca, che egli si trovasse
a trentacinque assedi. Allo spirito marziale aggiunse ingegno
colto e gentile. Viaggiò più volte in Francia, nelle Fiandre,
in Inghilterra. In Italia visitò la Toscana, e per tre volte
Roma, perchè amantissimo e protettore delle arti belle. Nè
minor celebrità si acquistò nelle cose civili. Diminuì le contese
di famiglia, e i contrasti di successione sì frequenti
[pg!301] 
a' suoi tempi; e fu il primo che dettasse una legge di successione
con ordine di primogenitura fra i maschi ad esclusione
delle femmine. Organizzò e concentrò i poteri dello Stato;
favorì i Comuni, e abbassò l'alterigia de' baroni, per unificare
e fondere insieme genti varie e divise, favorendo così l'industria,
il commercio e la generale prosperità.

Ma fra tante nobili imprese, bella e memorabile è la parte
che sostenne presso di Arrigo. Narran gli storici che, giunto
l'imperatore ove dall'alto del Moncenisio s'incomincia a
scorger l'Italia, inginocchiatosi, ad alta voce pregò Dio che
lo serbasse illeso fra la rabbia de' Guelfi e de' Ghibellini. Il
che udendo Amedeo, disse ad Arrigo, che in pro dell'Italia
il miglior consiglio era quello di non favorire più l'una parte
che l'altra, ma soffocare gli odi e gli sdegni, e ogni seme
di discordia fra gli estremi partiti. Nobil proposito, che nella
dinastia di Savoia perdurò sempre fino ai dì nostri, ne' quali
ebbe in sorte di vederne i salutevoli effetti. La qual dinastia
dappoichè cominciò a regnare, adopratasi per tanti secoli
col senno e con la mano a farsi potente e gloriosa, e favorire
la causa nazionale, bene oggimai dal voto unanime della
nazione potè meritarne col supremo potere la debita ricompensa.
E meglio per Arrigo e per lo scopo propostosi, se,
giusta l'avviso d'Amedeo di Savoia, giunto in Italia non
avesse fatto altro che metter pace fra le divise città! Ma
gittatosi troppo dal partito de' Ghibellini, da' quali accettò
protezione e danari, ebbe dai Guelfi odio implacabile, e forse
anche la morte!

Messer Cino, dopo la mala accoglienza avuta con l'imperiale
ambasceria a Firenze; dopo le vicende tumultuose di
Roma, e dentro breve termine dopo la morte dell'imperatore
a Buonconvento, non è a dir quanta doglia in quel core caldissimo
d'amor patrio dovè provare, di già esacerbato per
la perdita di Selvaggia! Dell'una e dell'altra ne pianse in
versi e per lettere con gli amici i più intimi. In prima con
Dante suo per ambedue le cagioni: e con lui amicissimo continuò
la corrispondenza nell'esilio: come ne attesta una lettera
latina di Dante a Cino, ritrovata dall'illustre dantofilo
Witte, con questa direzione: «*All'Esule Pistoiese il Fiorentino
[pg!302] 
immeritatamente sbandito, per lunghi anni salute, e ardore di
perpetua carità*;» e dove a confortarlo per le uguali sciagure,
conchiude: «*Io ti esorto, fratello carissimo, ad esser paziente
contro i dardi di Nemesi.*» Scrisse a Messer Guido Novello
una bella canzone in morte di Arrigo; poi per Selvaggia ad
Agaton Drusi di Pisa; all'amato Gherarduccio Garisendi da
Bologna, a Cecco d'Ascoli, e ad Onesto Bolognese.

Ma è però vero che la sventura, come avviene ne' nobili
spiriti, non sol non l'affranse, ma potè ritemprarlo di vigoria,
e di novelle forze intellettive: e per esse, e nel pensiero della
donna sua (perchè di rado incontra che uomini di gran cuore
e d'ingegno non abbiano avuto nella sventura una pia immagine
di donna a confortarli) s'accrebbe in Cino la brama che
Selvaggia gli aveva ispirato, quella, cioè, com'ei disse, di
*seguir l'alto stato*. Da quel tempo infatti ei cercò l'unico
e il più nobil conforto ne' suoi studi di legge.

Secondo il suo dotto biografo il professore Sebastiano
Ciampi, già fino dal 1312 aveva posto mano al celebre *Commento
su i nove libri del Codice*; e già nel luglio del 1314,
compiuto con mirabile speditezza sì dotto lavoro, e insignito
della laurea dottorale, per quest'opera principalmente fu dichiarato
il più illustre giureconsulto dell'età sua. Scrisse
inoltre le *Addizioni all'Inforziato*, e ad altri libri di gius
imperiale *sulle successioni ab intestato*: e infine altra opera
non meno elaborata *sul Digesto vecchio*, composta in appresso
per uso de' suoi scolari. Delle quali opere, non che delle
Rime, tanta stima in ogni tempo fu fatta, che si pubblicarono
varie edizioni [#]_ .

.. [#] Delle opere legali di messer Cino, fra Codici e edizioni a stampa,
   se ne conoscono dieci. Dei Codici del Commento, uno è quello della
   città di Chartres; l'altro di quella di Torino; un terzo della Magliabechiana
   di Firenze. Delle edizioni di esso Commento la prima è quella
   di Pavia del 1483 che si conserva nella libreria dei canonici della cattedrale
   di Lucca: poi quella di Venezia del 1493, che è fra i libri della
   Palatina di Firenze. Quella edita e illustrata dal Cisnero a Francoforte
   sul Meno nel 1578 reputata delle più belle. È ricordata dall'Ughelli
   un'edizione con chiose delle Addizioni all'Inforziato, senz'altro. Sul Digesto
   vecchio l'edizione di Lione del 1526. Sul Trattato delle successioni quella
   di Venezia del 1570. E sul Codice e il Digesto vecchio una preziosa e
   più antica del 1547, presso Filippo Rossi-Cassigoli di Pistoia, nella sua
   completa *Biblioteca Pistoiese*, che con tanto studio e grande amore ha
   raccolto.
   
   Delle Rime poi si hanno due antiche edizioni. Una pubblicata dal
   Pilli, Roma 1559; l'altra da Faustino Tasso, Venezia 1589. Senza ricordar
   quelle sparse dipoi in varie raccolte, ne avemmo tre edizioni su i primi
   di questo secolo, riscontrate su molti Codici (de' quali si noverano fino a
   quattordici), e pubblicate per cura del professore Sebastiano Ciampi: la
   terza delle quali, la più completa, in Pistoia pe' tipi Manfredini 1826, con
   un dotto discorso del Ciampi stesso intorno alla vita e alle opere dell'autore.
   Un'ultima edizione delle Rime di Messer Cino, con cenni sulla
   vita e sulle opere, fu pubblicata a Firenze pe' tipi Barbera 1862 ordinata
   con molta critica, insieme ad altre del secolo XIV, dal professore Giosuè
   Carducci.

[pg!303] 
Nel Commento, com'egli stesso se ne dichiara, mirò a
raccoglier quanto di meglio era stato esposto dai glossatori
di legge, con la maggior brevità, e con novità di metodo e
di dottrina. Sicchè a ragione può dirsi che in Italia, poichè
fu ripresa l'antico studio della romana giurisprudenza, niuno
degl'interpreti della prima scuola da Irnerio sino all'Accursio,
e da questo al celebre Bartolo, sia stato superiore al Sinibuldi
per la intelligenza ed esposizione delle leggi romane.
Negletto infatti l'antico sistema speculativo, con modo analitico
procurò dapprima di rintracciar la ragione e lo spirito
della legge: sottopose quindi ad un critico esame, e sciolse
le proposte obbiezioni sia degli antichi che de' suoi tempi,
e quelle pure di Dino stesso che gli fu maestro, dal quale
talora dissente. Sono infine nel suo Commento le prime linee
d'un corso di giurisprudenza, cui alla filosofia e alla critica
vada congiunta tutta la erudizione de' tempi suoi, senza che
l'aridità della materia abbia vinto o corrotto lo stile, apparendo
anzi quel suo latino fluido e dignitoso, e alcuna volta
elegante.

A questi pregi che onoran l'ingegno dello scrittore, sono
da aggiungere pur quelli non meno stimabili, derivati dalla
mitezza della sua indole. Perchè, come costa dal suo Commento,
fu nimicissimo della disputa e d'ogni passion personale.
Odiò quella ch'ei chiama immortalità delle liti, quella
[pg!304] 
lungaggine, cioè, alimentata dall'avarizia e venalità dei curiali;
e nel dubbio stette sempre a' principii della sana morale.

In politica Ghibellino, come abbiam detto, riprovò gli
eccessi del suo stesso partito. La sua opinione sul papa e
sull'imperatore, e sui loro distinti e particolari poteri, si
riassume in queste parole del suo Commento, lib. 1, tit. 1:
«*A Deo procedit imperium et sacerdotium. Ergo temporaliter
sub imperio omnes populi omnesque reges sunt, sicut
sub papa sunt spiritualiter.*» La stessa opinione di Dante
amico suo, e legato con lui ne' medesimi intenti.

Non è meraviglia pertanto se per tanti e sì rari meriti,
che rivelò poi ampiamente nei suoi scritti di gius civile, fosse
riverito come l'oracolo del tempo suo; e anco ne' secoli appresso,
nella Germania come in Italia, la sua autorità fosse
consultata, e avuta in pregio pur sempre.

Non appena infatti si divulgò la sapienza del Commento
del Sinibuldi, che molte Università lo dimandarono fra' loro
lettori. E dapprima, dal 1318 lesse per tre anni all'Università
di Trevigi. Quindi dal 1323 al 26 lesse in quella di Siena,
dov'ebbe a colleghi Andrea da Pisa e Federigo Petrucci, e
leggevano in medicina Gentile da Foligno e Braccino da
Pistoia. Ma la sua maggior gloria gli venne dalla lettura
ch'ei fece alla Università di Perugia: sempre d'Ordinaria e
Straordinaria civile, e non mai di legge canonica, come per
errore fu detto. Gli derivò questa gloria da un insolito concorso
di uditori, e dallo avervi avuto scolare il celebre Bartolo.
Firenze infine nel 1334 lo appellava fra le sue mura,
ove pure ebbe cattedra di leggi civili, essendogli collega nelle
canoniche il dott. Recupero da S. Miniato. Fu in quest'anno
che nominato gonfaloniere della città di Pistoia, a cagion
della cattedra non potè accettare.

Nel 1336 tornato alla sua terra natale, dove sperava un
riposo alla grave età, e alle lunghe e dotte fatiche, infermatosi
gravemente, ai 23 dicembre di detto anno provvide con
suo testamento alla moglie, che fu Margherita di Lanfranco
degli Ughi pistoiese, e alle figlie, Diamante, Beatrice, Giovanna,
e Lombarduccia: e lasciato erede universale il nepote
[pg!305] 
Francesco, figlio di Mino suo, che gli era premorto, nel giorno
veniente passò da questa vita. [#]_

.. [#] La casata de' Sinibuldi si estinse nel 1497.

La sua morte fu onorata di compianto dall'istesso illustre
suo ammiratore e imitatore, il Petrarca, in quel Sonetto:

   | Piangete, donne, e con voi pianga Amore,
   | . . . . . . . . . . . .
   | Poichè il nostro amoroso messer Cino,
   | Novellamente s'è da noi partito.

E in altro lo immaginò nella terza sfera insieme a Dante:
e nel Trionfo d'Amore lo ricordò con Selvaggia, insieme a
Dante e Beatrice, con quei versi che abbiam posto per titolo
al principio di questo racconto.

   | Ecco Dante e Beatrice, ecco Selvaggia
   |   Ecco Cin da Pistoia; . . . .

Lo stesso Boccaccio «*terzo fra cotanto senno*» volle onorare
il nostro messer Cino in un Sonetto in morte del Petrarca,
ponendolo in schiera con gli altri poeti d'amore, allorchè
disse:

   | Or con Sennuccio, con Cino e con Dante
   | Vivi sicuro d'eterno riposo.

Quel giorno fu per Pistoia pubblico lutto; e con le più
solenni esequie che a sì gran cittadino si convenissero, ebbe,
com'ei bramò, in cattedrale onorevole sepoltura. Quindi per
decreto del Comune, e per opera dello scultore Cellino di
Nese da Siena, gli fu eretto l'anno dopo nel detto tempio
un magnifico cenotafio marmoreo. E in questo monumento
lo scultore rappresentando, in piccole figure in rilievo, Cino
in cattedra fra' suoi scolari insegnante diritto civile, con
gentile pensiero, a far compiuta la sua apoteosi, raffigurava
da un lato una donna che, da alcuni creduta la poesia, da
altri non senza ragione fu reputata Selvaggia; la ispiratrice,
com'ei disse, della sua mente «*a odiare il vile e seguir
l'alto stato*.»

[pg!306] 
Però mentre oggi ogni provincia d'Italia con nobile emulazione
innalza monumenti a' suoi figli più celebri; a chi
meglio che a Cino dei Sinibuldi si converrebbe una statua?
Degnamente opiniamo sarebbe innalzata a colui, che fu grande
amatore della patria, maestro dell'italico idioma e del bel
poetare; che congiunse con raro esempio le amene lettere
alle severe discipline della giurisprudenza, ed ebbe fama sì
pura e sì universale.

.. footnotes:: Note
   :class: smaller

.. topic:: Nota del Trascrittore

   Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
   senza annotazione minimi errori tipografici.

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|
|
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|

.. _pg_end_line:

\*\*\* END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK SELVAGGIA DE' VERGIOLESI \*\*\*

.. backmatter::

.. toc-entry::
   :depth: 0

.. _pg-footer:

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considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements. We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
state visit http://www.gutenberg.org/fundraising/donate

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations. To
donate, please visit: http://www.gutenberg.org/fundraising/donate


Section 5. General Information About Project Gutenberg™ electronic works.
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Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg™
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg™ eBooks with only a loose network of volunteer support.

Project Gutenberg™ eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the
U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
edition.

Each eBook is in a subdirectory of the same number as the eBook's
eBook number, often in several formats including plain vanilla ASCII,
compressed (zipped), HTML and others.

Corrected *editions* of our eBooks replace the old file and take over
the old filename and etext number. The replaced older file is
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facility:

  http://www.gutenberg.org
            
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